Vaticano: siamo ostili al testamento biologico, una nostra invenzione
Di fronte alle proposte di legge sul Testamento Biologico, "il nostro atteggiamento e' di cautela fino all'ostilita'". Lo ha affermato mons. Elio Sgreccia, presidente della Pontificia Accademia della Vita. "Per noi ci sono tre punti irrinunciabili: il testamento biologico non deve essere obbligatorio per il paziente. Non deve essere obbligatorio per il medico. E non devono esservi incluse forme di eutanasia o di suicidio assistito". Mons. Sgreccia ha preso posizione sul Testamento Biologico presentando il Congresso internazionale "Accanto al malato inguaribile e al morente: orientamenti etici ed operativi", che si terra' nei prossimi giorni in Vaticano. "Cerchiamo mettere a fuoco il momento finale della vita per i malati gravi e i morenti in un segmento della nostra vita carico di fragilita', sofferenze e spesso solitudine. Ma anche un momento prezioso perche' si apre a una nuova vita, la vita piena. Si chiude il ciclo biologico e biografico, si apre l'eternita'". L'orientamento piu' volte ribadito dalla Chiesa sul tema della cura dei morenti e' quello di un doppio 'no', a ogni ipotesi eutanasica, da un lato, e all'accanimento terapeutico, dall'altro, ha ricordato in conferenza stampa mons. Maurizio Calipari, teologo moralista della Pontificia Accademia della Vita, conosciuto all'opinione pubblica per essere il fratello dell'agente del Sismi Nicola Calipari, ucciso a Baghdad. Per mons. Calipari, tuttavia, non puo' essere il paziente ne' un suo familiare a decidere se una terapia e' proporzionata o e' accanimento terapeutico: "si tratta di una valutazione che puo' fare solo il medico". Al Convegno, ha aggiunto, "nell'intento di non smarrire ne' la ricchezza contenuta nella riflessione morale del passato in materia, ne' le intuizioni piu' recenti del pensiero morale stimolate dal continuo progresso medico, si cerchera' di delineare un nuovo quadro sistematico di valutazione che coniughi dinamicamente ambedue le coppie concettuali di 'proporzionalita'/sproporzionalita' (cronologicamente piu' recente) e di 'ordinarieta'/straordinarieta' (piu' tradizionale), senza tuttavia privarle delle loro differenze e specificita'".
Nel suo intervento, il vescovo Sgreccia ha ricordato ai giornalisti la curiosa circostanza per cui il Testamento Biologico e' nato in un'istituzione religiosa canadese e all'inizio rappresentava "uno strumento giuridico non osteggiato, in linea di principio, dalla Chiesa Cattolica".
L'intento iniziale, infatti, era quello di "portare a conoscenza dei medici alcune volonta' del paziente come le esigenze religiose, la volonta' dei pazienti sulla donazione degli organi, su chi avvertire in caso di morte, su quali terapie eccessive rifiutare". Per questo "in quella fase il testamento biologico era dunque accettato, anzi promosso, dalle istituzioni religiose". Ma nel 1974 le cose cambiarono radicalmente e su questo strumento si e' innestata una inaccettabile "cultura dell'eutanasia", a partire da un manifesto firmato da scienziati e premi nobel, che premetteva che non esiste Dio e indicava la volonta' del paziente come precettiva, al solo scopo di anticipare la morte quando il dolore e' considerato inutile, e stabiliva, quindi, che non c'e' bisogno di prolungare il sostegno al malato perche' non ha speranza.
Di fronte al diffondersi di questa cultura dell'eutanasia, ha concluso Sgreccia, il giudizio sul 'living will' e' diverso.
Per questo motivo, quando oggi di parla di legiferare su questa materia, bisogna domandarsi: cosa si vuole scrivere nella legge? Noi non possiamo accettare il principio di autodeterminazione. Bisogna ricordare che la vita non e' proprieta' del singolo, il malato ha la stessa dignita' della persona sana e nessuno puo' sapere, quando sta bene, quale sara' la sua volonta' al momento della morte".
Nel suo intervento, il vescovo Sgreccia ha ricordato ai giornalisti la curiosa circostanza per cui il Testamento Biologico e' nato in un'istituzione religiosa canadese e all'inizio rappresentava "uno strumento giuridico non osteggiato, in linea di principio, dalla Chiesa Cattolica".
L'intento iniziale, infatti, era quello di "portare a conoscenza dei medici alcune volonta' del paziente come le esigenze religiose, la volonta' dei pazienti sulla donazione degli organi, su chi avvertire in caso di morte, su quali terapie eccessive rifiutare". Per questo "in quella fase il testamento biologico era dunque accettato, anzi promosso, dalle istituzioni religiose". Ma nel 1974 le cose cambiarono radicalmente e su questo strumento si e' innestata una inaccettabile "cultura dell'eutanasia", a partire da un manifesto firmato da scienziati e premi nobel, che premetteva che non esiste Dio e indicava la volonta' del paziente come precettiva, al solo scopo di anticipare la morte quando il dolore e' considerato inutile, e stabiliva, quindi, che non c'e' bisogno di prolungare il sostegno al malato perche' non ha speranza.
Di fronte al diffondersi di questa cultura dell'eutanasia, ha concluso Sgreccia, il giudizio sul 'living will' e' diverso.
Per questo motivo, quando oggi di parla di legiferare su questa materia, bisogna domandarsi: cosa si vuole scrivere nella legge? Noi non possiamo accettare il principio di autodeterminazione. Bisogna ricordare che la vita non e' proprieta' del singolo, il malato ha la stessa dignita' della persona sana e nessuno puo' sapere, quando sta bene, quale sara' la sua volonta' al momento della morte".
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