Venerdì 5 giugno 2026
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Da Venezia all'Olanda per ottenere il diritto all'autodeterminazione

U.E. - OLANDA
Notizia ·
Eluana e Anna. Due donne e due storie diverse, ma unite dallo stesso destino: la mano dell'uomo che prima decide di affidare il loro corpo a dei macchinari e poi, grazie alle battaglie condotte dal padre, nel primo caso, e ad un ospedale olandese, nel secondo, mette fine ad una vita caduta per sempre nel limbo oscuro dell'incoscienza.
"Non ho dubbi che fosse questa la sua volontà", confida Martin Van Der Burgt, marito di Anna Busato, nata in provincia di Venezia 57 anni fa e morta i primi di ottobre in Olanda, dopo che il medico aveva proceduto a staccare il sondino che alimentava e idratava il suo corpo assente.
La sua vita si era fermata il 4 novembre di un anno fa, quando un aneurisma aveva ostruito l'arteria principale del cervello, condannandola ad uno stato di coma. Da quel momento il marito si è adoperato per far sì che le volontà della donna, scritte nel testamento biologico, trovassero applicazione nonostante il diniego delle Asl venete, per le quali non esisteva certezza sull'irreversibilità del suo stato vegetativo.
Lo spettro dell'agonia di Eluana Englaro, il cui caso divise le coscienze e infuocò il dibattito politico nazionale, per poi concludersi con una sentenza del tribunale, successivamente confermata in Cassazione, con la quale si autorizzava a porre fine a diciassette, lunghissimi, anni di coma, deve essere stato sempre presente nella mente del marito di Anna, preoccupato che il calvario della moglie potesse in qualche modo rimanere impigliato nelle reti dei protocolli sanitari, così come era accaduto per la sfortunata ragazza.
Vano il tentativo di far valere sul territorio italiano il testamento biologico della moglie, scritto di suo pugno e rinnovato di anno in anno: in Italia non ha nessun valore legale. E piuttosto che intraprendere un eventuale iter giudiziario, dagli esiti incerti stante la carenza legislativa sul tema, l'unica soluzione è apparsa quella di rivolgersi ad un ospedale olandese, fino a trovare un medico disposto, dopo tre mesi, ad interrompere la somministrazione di acqua e cibo.
Storie che, pur diverse nella forma e nella tempistica, finiscono per assomigliarsi nella sostanza di una lotta per l'autodeterminazione della propria persona e, soprattutto, della propria libertà di scelta in caso di malattie terminali o di uno stato irreversibile di incoscienza.
Eutanasia, suicidio assistito, testamento biologico: il vocabolario della libera disposizione del proprio corpo in stato di malattia è già parte integrante del lessico civile di molti Paesi, che ormai da diversi anni hanno dato veste giuridica al fine vita. E non sono pochi gli italiani che scelgono di varcare i confini nazionali proprio per affrontare il tabù della morte, nella consapevolezza di un'esperienza vissuta da reali artefici del proprio destino.
Una massa silenziosa su cui poco si indaga, forse illudendosi che, in tal modo, il problema non esista. Il problema, invece, esiste e riguarda, solo in Italia, oltre 200mila malati terminali. La cui dignità rimane al momento ancorata ad un disegno di legge fermo da quasi due anni in Parlamento. (Valeria Nevadini, Agenzia Radicale)
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