La solidarietà europea è morta a Ceuta

Ceuta non è stata una crisi di migranti. L’arrivo improvviso di 60 mila migranti nell’enclave spagnola in Africa la scorsa settimana ha scioccato. Ma è stato gestito rapidamente ed efficacemente dal governo di Pedro Sánchez. In meno di 72 ore praticamente tutti i migranti entrati all’interno dei confini dell’Unione europea erano tornati in Marocco. Ma in quelle 72 ore Ceuta ha aperto una grave frattura dentro l’Ue. Su impulso del Partito Popolare Europeo, Ursula von der Leyen e la sua Commissione hanno usato Ceuta come pretesto per entrare nell’arena politica e contestare un premier socialista e le sue politiche di accoglienza e integrazione dei migranti. Su iniziativa di Giorgia Meloni e Mette Frederiksen, la grande maggioranza dei leader degli Stati membri ha anteposto gli interessi elettorali nazionali alla solidarietà e alla leale cooperazione. Con Ceuta, la politica meschina e la demagogia populista hanno preso il posto dello Stato di diritto e della solidarietà, due delle fondamenta dell’Ue.
Nel 2023, quando l’Italia si era trovata confrontata all’arrivo di oltre 160 mila migranti sulle sue coste, Ursula von der Leyen era volata con Meloni sull’isola di Lampedusa per mostrare la solidarietà dell’Ue e presentare un piano d’azione congiunto destinato ad aiutare il paese in difficoltà. “La migrazione irregolare è una sfida europea e ha bisogno di una risposta europea”, aveva detto la presidente della Commissione. Il governo di Emmanuel Macron in Francia, avversario ideologico di Meloni, aveva espresso il suo sostegno all’Italia. “Oggi è prima di tutto il momento per la solidarietà e anche della mobilitazione da parte dell’Ue per il sostegno”, aveva detto l’allora premier, Élisabeth Borne. La Germania, che aveva appena interrotto il programma di ricollocamenti di richiedenti asilo con l’Italia per il rifiuto di Meloni di rispettare le regole di Dublino, lo aveva subito riattivato. Che differenza con Ceuta!
Il 31 luglio von der Leyen ha usato il social network X per definire come “inaccettabili” le immagini dell’enclave spagnola. “Non possiamo permettere a nessuno di venire nella nostra Unione senza rispettare le nostre regole.” Pochi minuti prima Sánchez aveva definito l’ingresso di oltre 60 mila migranti dal Marocco come “un attacco, una violazione dell’integrità territoriale della Spagna.” La parola “solidarietà” non compare nel post di von der Leyen. Non è stata pronunciata da nessun commissario fino alla fine della crisi di Ceuta. Per contro, la presidente della Commissione si è detta “fiduciosa che la nostra partnership stretta con il Marocco” avrebbe dato “risultati concreti.” Come se Rabat fosse più affidabile di Madrid.
Secondo diversi analisti, il governo di Rabat è in parte all’origine della crisi di Ceuta. È il Marocco che ha la responsabilità del controllo del confine. E, secondo decine di testimonianze, ha facilitato se non incentivato il suo attraversamento verso Ceuta. Non è la prima volta che il Marocco usa la pressione migratoria come arma di ricatto politico nei confronti di Madrid. Nel 2021 era stata orchestrata un’altra “invasione”, quando il governo spagnolo aveva autorizzato il ricovero in un ospedale in Spagna del presidente della Repubblica democratica araba del Sahrawi, Brahim Ghali, leader del movimento secessionista del Sahara occidentale. Più di 8 mila migranti avevano attraversato il confine. Il 20 luglio scorso Sánchez ha compiuto la sua prima visita in quattro anni in Algeria per rilanciare i legami diplomatici ed economici (nonché la cooperazione migratoria). Il regime di Rabat non ha tollerato il riavvicinamento di Sánchez al regime rivale algerino. Poco più di una settimana dopo, 60 mila marocchini si sono riversati su Ceuta.
Nel 2021 il governo spagnolo aveva risposto alla “invasione” mobilitando l’esercito e usando un accordo con il Marocco per rimpatriare rapidamente chi aveva superato il confine. Lo stesso ha fatto nel 2026. La Commissione e gli Stati membri avrebbero potuto aspettare di vedere l’evolversi della situazione sul terreno. Invece, il PPE e il governo di Giorgia Meloni hanno immediatamente reagito, usando Ceuta come pretesto per attaccare Sánchez. Il post su X di von der Leyen ha ricalcato in parte quello pubblicato il giorno prima dal presidente del PPE, Manfred Weber. “Le immagini devastanti sono la diretta conseguenza del fattore attrazione della regolarizzazione massiccia”, ha scritto Weber su X il 30 luglio. Lo stesso giorno il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, che è anche vicepresidente del PPE, ha proposto di sospendere la Spagna dallo spazio di libera circolazione di Schengen. Diversi paesi dove l’estrema destra è al potere o in coalizioni di governo con il PPE — come la Repubblica ceca e la Finlandia — si sono associati.
Il 31 luglio Giorgia Meloni ha effettivamente annunciato la reintroduzione dei controlli alle frontiere aeree e marittime tra Italia e Spagna. La misura è inutile e destinata allo spettacolo elettorale. I controlli vengono effettuati a campione e — secondo fonti del ministero dell’Interno italiano — non riguarderanno i passeggeri europei. Inoltre, chiunque viaggi da Ceuta verso la Spagna o il continente europeo deve sottoporsi a controlli dei documenti di identità: le due enclave in Africa di fatto non appartengono a Schengen. La stessa Commissione ha dovuto ammettere che nessuno dei 60 mila migranti arrivati nell’enclave spagnola è entrato sul continente europeo. Ma sabato 1 agosto Meloni e la premier danese, Mette Frederiksen, hanno lanciato una nuova iniziativa che svela il vero obiettivo della loro offensiva: una lettera sottoscritta da 22 leader in cui si denuncia la regolarizzazione di massa condotta da Sánchez nei primi sei mesi dell’anno, a cui hanno aderito oltre un milione di migranti.
Solo Francia, Portogallo, Irlanda e Lussemburgo hanno rifiutato di firmare la lettera di Meloni e Frederiksen. I 22 accusano Sánchez di “creare la percezione che l’ingresso illegale nell’Ue è possibile” e “che un ingresso illegale di un migrante possa trasformarsi in un soggiorno legale”, si legge nella lettera. Meloni e Frederiksen avevano già condotto una prima carica contro il premier socialista spagnolo al Consiglio europeo di giugno. Erano stati usati toni al limite del razzismo per giustificare le loro posizioni — la premier danese aveva chiesto di rispedire gli africani nei loro paesi — mentre Sánchez aveva spiegato che la regolarizzazione riguardava in gran parte migranti dal Sud America.
La regolarizzazione dei migranti irregolari è una competenza strettamente nazionale. Del resto, i migranti regolarizzati non possono circolare liberamente nel resto dell’Ue. Gli esperti concordano che la regolarizzazione di Sánchez non è all’origine della seconda “invasione” di Ceuta: il processo è già concluso e non ce ne sarà un altro in Spagna prima delle elezioni del prossimo anno. Per contro, escludere la Spagna da Schengen non è giuridicamente possibile. La reintroduzione dei controlli all’interno dell’area di libera circolazione è consentita solo in caso di “minaccia seria.” Secondo l’ex Alto rappresentante dell’Ue, Josep Borrell, l’Italia e altri Stati membri hanno “abusato dell’ordinamento giuridico dell’Ue in palese violazione del principio di leale cooperazione che li vincola.”
La Commissione von der Leyen, anziché ricordare al governo Meloni le regole di Schengen, oppure negare l’effetto “pull factor” della regolarizzazione spagnola a Ceuta, è rimasta in silenzio. Il commissario agli Affari interni, Magnus Brunner, anche lui membro del PPE, ha usato toni ultimativi: “La situazione a Ceuta è inaccettabile”, ha scritto su X. Con un paradosso. Dal 2022 al 2026 la Spagna di Sánchez ha fatto molto meglio dell’Italia di Meloni nella gestione dei flussi irregolari: la metà degli ingressi e un terzo in più di rimpatri nei paesi di origine. Il primo rapporto della Commissione sull’attuazione del nuovo Patto su migrazione e asilo, pubblicato a luglio, promuove la Spagna, mentre mette in evidenza che il governo Meloni non rispetta ancora le regole sui trasferimenti di migranti che sono fuggiti in altri Stati membri.
Anche Pedro Sánchez l’1 agosto ha scritto una lettera su Ceuta. Meloni e altri leader sono “guidati da pregiudizi, fake news, ignoranza o interesse politico” contro “i principi di solidarietà che ci legano insieme”, ha scritto Sánchez. L’unico leader delle istituzioni dell’Ue che ha espresso “solidarietà con la Spagna” nel pieno della crisi di Ceuta è stato il presidente del Consiglio europeo, il socialista portoghese António Costa. A differenza di von der Leyen, Costa ha anche ricordato i fatti. “I cittadini di paesi terzi a Ceuta non godono della libera circolazione verso la Spagna continentale o il resto dell’area Schengen”, ha scritto il presidente del Consiglio europeo. “La ferma risposta della Spagna, che include rimpatri accelerati in corso, dimostra la nostra determinazione a proteggere i nostri confini esterni”, ha aggiunto.
Von der Leyen e Costa si sono invertiti i ruoli su Ceuta. Il presidente del Consiglio europeo — che normalmente si esprime solo quando c’è consenso tra i ventisette — ha difeso un leader attaccato da altri 22 capi di governo, basandosi sui fatti e sulla legge. La presidente della Commissione ha ignorato la realtà sul terreno e i trattati per partecipare a una campagna politica orchestrata dalla destra e dall’estrema destra europea e alimentata da attori ostili all’Ue, come la Russia, il movimento Maga e parte del governo di Israele.
Solo a crisi conclusa, von der Leyen ha finalmente usato la parola “solidarietà.” “Combattere la migrazione illegale richiede solidarietà e una risposta europea unita”, ha scritto la presidente della Commissione su X. “Abbiamo bisogno di un processo di apprendimento della lezione per migliorare la nostra resilienza europea”, ha aggiunto von der Leyen. Una riunione dei ministri dell’Interno è prevista domani in videoconferenza, anticipata da un incontro degli ambasciatori dei ventisette Stati membri oggi.
Effettivamente di lezioni la crisi di Ceuta ne offre molte. La prima è che l’esternalizzazione della gestione delle frontiere a regimi discutibili, sostenuta dalla Commissione, sottopone l’Ue e i suoi Stati membri a ricatti politici costanti. Il governo di Sánchez non ha voluto attribuire esplicitamente “l’attacco” al Marocco per evitare un aggravamento della crisi e assicurarsi che Rabat riprendesse i suoi cittadini. In Marocco gli aiuti finanziari forniti dall’Ue in cambio della cooperazione sui flussi migratori vengono usati da un regime contestato dai giovani per la mancanza di riforme e prospettive future. L’Italia, la Grecia e la Commissione evitano di criticare apertamente il regime di Kais Saied in Tunisia o le milizie che governano la Libia per timore di ritorsioni migratorie. Non è una dimostrazione di sovranità europea.
La seconda lezione è che il nuovo Patto su migrazione e asilo non è fatto per le situazioni di crisi. Ceuta è stata risolta rapidamente dal governo Sánchez, senza dover far ricorso a Frontex e senza conseguenze per il resto dell’Ue. Ma se la Spagna si fosse trovata di fronte a un’emergenza prolungata, sarebbe stato impossibile applicare le nuove procedure di frontiera e rimpatrio a 60 mila persone a Ceuta e tenerle in centri chiusi sul continente come previsto dal Patto. La reazione di panico della Commissione e di alcuni Stati membri dimostra che la “bacchetta magica” del Patto su migrazione e asilo sarebbe semplicemente saltata.
La terza e più importante lezione è politico-istituzionale e rischia di avere più ampie conseguenze. La Commissione von der Leyen ha abbandonato il suo ruolo di arbitro imparziale e di guardiano dei trattati per scendere nell’arena della politica partigiana. Strumentalizzando Ceuta per attaccare Sánchez e accarezzare il pelo al proprio elettorato, alcuni leader nazionali mettono in grave discussione il principio della solidarietà europea. “Se gli europei non possono contare l’uno sull’altro quando uno Stato membro è sotto pressione alla frontiera esterna dell’Ue, quale fiducia dovrebbero avere che la solidarietà prevarrà quando la minaccia è militare invece che migratoria?”, ha chiesto il professore Alberto Alemanno.
La Spagna, malgrado il pacifismo di Sánchez, sostiene l’Ucraina. È stata anche in prima linea nella difesa della Danimarca, quando Donald Trump ha minacciato di annettersi la Groenlandia. Sánchez nella sua lettera è stato esplicito: “Nell’attuale contesto internazionale, l’Ue non può permettersi questo tipo di reazione egoista, polarizzante e illegale.” Sabato Trump ha assicurato che la Groenlandia sarà sotto il controllo americano entro la fine del suo mandato. Il ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha, ha rivelato “una intensa campagna di propaganda russa in tutta Europa che utilizza immagini da Ceuta per seminare destabilizzazione.” Sybiha ha ricordato che da anni “Mosca utilizza la migrazione e altri temi sensibili per alimentare la paura e destabilizzare i paesi europei.”
La risposta di Meloni, Frederiksen e von der Leyen a Ceuta dimostra che le lezioni non sono ancora state apprese.
(David Carretta su Il Mattinale Europeo)