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Italia. Uno degli affari di Cosa Nostra e 'Ndrangheta insieme
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Articolo di Alessandro Garzi
30 maggio 2003 17:57
 
Una maxi operazione antidroga e' sfociata nell'arresto di 50 persone accusate di di un traffico internazionale di stupefacenti fra la Colombia e l'Italia, gestito dai boss di Cosa nostra e da quelli della 'Ndrangheta.
I provvedimenti sono stati emessi dai magistrati delle Direzioni distrettuali antimafia di Palermo e Reggio Calabria. Gli arresti sono stati effettuati dagli agenti delle squadre mobili di Palermo, Trapani e dai militari del Goa della Guardia di Finanza di Catanzaro. L'operazione e' stata coordinata dalla Dna.
Dall'inchiesta e' emerso che le due associazioni mafiose avrebbero messo a frutto un metodo sviluppato nel corso dei decenni per trafficare droga.
Secondo gli investigatori Cosa nostra e 'Ndrangheta si sarebbero consorziate per pianificare l'importazione e la distribuzione in tutta l'Europa di ingenti partite di cocaina acquistate direttamente nei Paesi produttori, fra cui la Colombia, grazie ad accordi con le organizzazioni criminali del Sud America.


Le indagini che hanno portato all'operazione hanno preso le mosse dalle intercettazioni effettuate sulle telefonate fatte da una delle persone arrestate, Paolo Sergi, di 61 anni, di Plati'.
Dal nome di Sergi, letto al contrario, gli investigatori hanno preso lo spunto per denominare l'operazione della scorsa notte, chiamata "Igres".
I controlli sulle telefonate fatte da Sergi furono disposti nell'ambito di un'inchiesta avviata dall'allora sostituto procuratore antimafia di Reggio Calabria, Alberto Cisterna, oggi alla Procura nazionale antimafia. L'attivita' investigativa consenti' di scoprire che Sergi era in contatto con Mario Pannunzi ed il figlio Alessandro, residenti da molti anni in Colombia. Mario ed Alessandro Pannunzi, secondo gli investigatori, sono conosciuti nel Paese sudamericano come uomini d'affari e beneficerebbero di protezioni anche a livello politico.
Piu' volte l'autorita' giudiziaria italiana ha tentato -inutilmente- di ottenere la loro estradizione.
Mario Pannunzi ed il figlio, tra l'altro, secondo quanto e' emerso dalle indagini della Guardia di finanza, sarebbero tra i maggiori e piu' efficienti mediatori tra la 'Ndrangheta e la mafia, da una parte, ed i capi dei narcotrafficanti colombiani.
Da tempo i servizi antidroga italiani considerano Roberto Pannunzi il "principe" del narcotraffico internazionale: gia' elemento di spicco della cosca mafiosa Vincenzo Macri' di Siderno, era stato estradato il primo dicembre 1994 dalla Colombia dove era stato arrestato il 29 gennaio di quello stesso anno. Un portavoce della polizia preciso' allora che Pannunzi era considerato il mediatore piu' importante tra i cartelli della droga colombiani, la mafia e la 'Ndrangheta.
Il principe del narcotraffico internazionale viveva da quattro anni in Colombia dove si era sposato ed ha avuto un figlio. Nato a Roma 57 anni fa, Pannunzi teneva secondo gli investigatori le fila del traffico di droga dalla Colombia verso l'Italia, intrattenendo rapporti con tutte le mafie internazionali, compresa quella turca.
Imparentato con la famiglia Macri', una delle piu' forti della 'Ndrangheta calabrese, Pannunzi e' considerato un "front-man" delle cosche sul mercato sud americano. Ha rifornito cioe' siciliani e calabresi operanti in tutte le regioni italiane, spedendo in Europa partite di cocaina sempre superiori al quintale. Con la mafia siciliana -sempre secondo precise ipotesi investigative- ha operato d'intesa con le cosche di Gaetano Badalamenti e di Gerlando Alberti. Sarebbe stato proprio lui, secondo la polizia, a mettere in contatto la cosca di Alberti con i narcotrafficanti marsigliesi, convicendo un chimico, Rene' Bousquet, a trasferirsi a Palermo, e ad impiantare la prima raffineria di eroina in una villetta nei pressi dell'aeroporto di Punta Raisi. Pannunzi era poi tornato in Colombia, dove vive attualmente latitante con il figlio Alessandro.


Nell'inchiesta della Dda di Palermo e Reggio Calabria emerge anche il coinvolgimento di Pino Lipari, il "consigliori' del boss latitante Bernardo Provenzano. Lipari viene intercettato nell'estate del 2000 in un residence di San Vito Lo Capo, una localita' balneare del trapanese, mentre parla con uno degli indagati dell'inchiesta.
Durante la conversazione, nella quale vengono discussi temi riguardanti la riorganizzazione di Cosa nostra sotto il controllo di Provenzano, un boss del trapanese (il nome non e' stato reso noto perche' ancora ricercato), rievoca alcuni episodi legati alla sua escalation criminale. Il capomafia racconta anche di avere corso il pericolo di essere ucciso da Giovanni Brusca, a seguito di un fallito traffico di stupefacenti, per un importo complessivo di 500 mila dollari, che gli era stato affidato dall'ex boss di San Giuseppe Jato. Durante la conversazione, il padrino riceve da Lipari una sorta di investitura ufficiale per organizzare un nuovo traffico di stupefacenti per conto delle cosche trapanesi, con l'avallo del capo di Cosa Nostra. Il consigliori di Provenzano parla anche di una serie di summit mafiosi, nel corso dei quali i boss avrebbero fatto autocritica rispetto alle scelte stragiste volute da Toto' Riina. Una situazione condensata in un sola frase che 'fotografa' la situazione di Cosa Nostra in quel momento: "Il giocattolo si e' rotto".
Secondo quanto viene fatto rilevare dagli investigatori, non ci sarebbero pentiti nell'inchiesta
Gli elementi di prova che sono alla base dell'inchiesta sono stati raccolti grazie alle migliaia di intercettazioni telefoniche effettuate dagli investigatori, che hanno cosi' potuto ascoltare le conversazioni nel corso delle quali gli affiliati all'organizzazione residenti in Calabria e Sicilia, e quelli che vivono all'estero, concordavano i dettagli organizzativi per le spedizioni su navi-container della cocaina dalla Colombia in Europa.
Dagli elementi raccolti nelle intercettazioni, Guardia di finanza e polizia hanno potuto ricavare i filoni investigativi seguiti per il successivo sviluppo delle indagini e la raccolta degli elementi di prova.


Secondo il Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti (Copaco), la mafia calabrese "appare in grado di imporsi nello scenario del traffico di stupefacenti del continente, settore in cui ha proseguito la sua espansione mediante rotte di approvvigionamento instaurate d'intesa con i trafficanti balcanici, mediorientali, sudamericani e una fitta rete di alleanze tattiche con strutture criminali che operano nelle aree di produzione". Il risultato di questa "strategia", sarebbe un rapporto consolidato con le famiglie palermitane del quartiere di Brancaccio, un regime di monopolio per il traffico di cocaina, le alleanze con la criminalita' albanese e un fiume di denaro verso l'Italia e l'Europa del nord. Le famiglie calabresi, che si sono spartite il mercato della droga piu' ricco e piu' redditizio, sono in grado anche di dettare condizioni alla mafia palermitana, tanto che le famiglie di Brancaccio proprio alla 'Ndrangheta si appoggiano per l'approvvigionamento di cocaina. Salvatore Miceli, una delle persone coinvolte nell'operazione della scorsa notte contro un traffico internazionale di droga, viene indicato dagli investigatori come l'artefice dell'alleanza operativa tra 'Ndrangheta e Cosa nostra per l'importazione in Europa di cocaina fornita dai capi dei "cartelli" colombiani.
Miceli, legato a Mario Pannunzi ed al figlio Alessandro, avrebbe attivato una collaborazione, una vera e propria joint-venture, come la definiscono gli investigatori, tra il mandamento mafioso di Mazara del Vallo, capeggiato da Mariano Agate, e le cosche della 'Ndrangheta dei Marando, dei Trimboli e dei Barbaro.
Dalle indagini sarebbe emersa, in particolare, la capacita' della 'Ndrangheta di movimentare enormi quantitativi di cocaina grazie ai contatti di Paolo Sergi, legato, in particolare, alle famiglie Marando e Trimboli, con le famiglie siciliane. Gli investigatori hanno cosi' ricostruito l'organigramma del gruppo criminale, delineando i ruoli dei vari affiliati e seguendo gli affari dell'organizzazione in sette Stati esteri. I "cartelli" italiani del traffico di cocaina sarebbero divisi fra le organizzazioni criminali del salentino, della mafia trapanese e delle 'ndrine di Plati'.
I narcotrafficanti italiani sono i leccesi Francesco Cataldi, il siculo-pugliese Salvatore Monreale e Marco Antonio Pisanello, i trapanesi Salvatore Crimi e Salvatore Vito Gullo, i calabresi Paolo Sergi, Rosario Marando e la famiglia Trimboli di Plati'. Tutti, secondo gli investigatori, avrebbero rivestito il ruolo di "acquirenti", ma da una approfondita analisi fatta dalla Guardia di finanza e dalla polizia, gli inquirenti li hanno considerati come i referenti dei rispettivi cartelli italiani di appartenenza.
Secondo quanto emerge dalle indagini, Cataldi e' legato alla criminalita' salentina, Crimi e Gullo sono riconducibili al boss mafioso trapanese Mariano Agate; Sergi, Marando e Trimboli alle 'ndrine di Plati' e piu' in particolare alla figura di Pasquale Marando, attualmente latitante.


Secondo gli inquirenti, il monopolio del mercato della cocaina e' nelle mani delle 'ndrine piu' potenti, in grado di importare la droga dalla Colombia direttamente in Calabria oppure "triangolando" su Rotterdam, via mare o via terra, preferibilmente in treno.
In particolare, la droga veniva trasportata a bordo di navi container attraverso rotte che avrebbero toccato anche l'Africa, ed in particolare lo Stato della Namibia, dove risiede un presunto trafficante di droga italiano coinvolto nelle indagini. L'attivita' investigativa riguarda anche presunti trafficanti di droga italiani residenti in Colombia.
Il traffico sarebbe stato gestito dalle cosche Agate di Trapani e Marando di Plati' (Reggio Calabria). In particolare, il ruolo degli Agate sarebbe stato quello di fornire il supporto logistico ed organizzativo, mentre i Marando avrebbero fornito i capitali necessari per l'acquisto della droga dai "cartelli" colombiani con cui erano in contatto i trafficanti italiani residenti nel Paese sudamericano.
Gli investigatori hanno scoperto che un ingente carico di cocaina, partito dalla Colombia e diretto sulle coste italiane con la motonave "Mirage II", tra il settembre 2000 e l'aprile 2001, sarebbe andato perso a causa del naufragio del mercantile davanti alle coste peruviane.
Un secondo carico di circa 900 chilogrammi di cocaina, partito sempre dalla Colombia con la nave di un armatore greco, e' stato intercettato nel porto di Atene: la droga fu solo in parte sequestrata. Di tre container, gli investigatori riuscirono a bloccarne solo uno con 220 chili di cocaina.
Il terzo carico, sempre proveniente dal Sud America, fra il novembre 2001 e gennaio 2002, doveva raggiungere le coste trapanesi dopo uno scalo in Namibia, ma la nave riusci' a sfuggire ai controlli riparando quasi certamente, secondo gli inquirenti, in Spagna.


Tra i personaggi indagati, due sono da tempo residenti all'estero: Vito Bigione, di Mazara del Vallo (Trapani), e' considerato uno dei personaggi chiave.
E' grazie a lui, infatti, ed al suo ruolo di mediatore svolto in Namibia, che l'organizzazione ha potuto sfruttare rotte nuove per il trasporto in Europa della cocaina importata in Colombia.
Bigione, collegato, secondo gli investigatori, alla cosca mafiosa capeggiata da Mariano Agate, nel 1999 fu arrestato in Namibia per traffico internazionale di droga in un'operazione condotta dall'Interpol. Successivamente, pero', Bigione, conosciuto in Namibia come un rispettabile uomo d'affari, fu scarcerato e tutti i tentativi fatti successivamente dall'autorita' giudiziaria italiana per ottenerne l'estradizione, hanno dato esito negativo.
Paul Edward Waridel, l'altro uomo chiave dell'inchiesta che vive all'estero, invece sta scontando nel carcere di Lugano una condanna a 13 anni di reclusione inflittagli a conclusione del processo contro il ramo svizzero della "Pizza connection", l'alleanza tra organizzazioni criminali statunitensi ed europee, promossa da Gaetano Badalamenti, che a cavallo tra gli anni '70 ed '80 riusci' a movimentare quantitativi di droga stimati all'epoca per oltre un miliardo e mezzo di dollari. Sessantadue anni, turco di nascita, svizzero di adozione, un'attivita' commerciale paravento della sua reale professione: quella di mediatore di traffici internazionali di droga.
I suoi rapporti con i narcos cominciano negli anni '70 quando conosce Yasar Avni Musullulu, nome di spicco del narcotraffico, per anni latitante in Bulgaria. E' lui che gli propone di entrare nel business della droga attraverso l'acquisto degli stupefacenti sequestrati dalle dogane turche. Lo svizzero accetta ma viene scoperto dalla polizia italiana e finisce in carcere: sette anni la condanna inflitta a Waridel dai giudici italiani. Nelle carceri del nostro Paese restera' pero' solo dal '77 all '80. "Li' le celle sono troppo affollate", si lamentera' con i magistrati della Pizza Connection.
A distanza di piu' di trent'anni dalle sue prime "esperienze" Waridel torna nei rapporti degli investigatori, mediatore "poco efficiente" nel traffico di droga che vede coinvolti boss della mafia e della 'Ndrangheta e narcos colombiani. I boss si lamentano del suo lavoro. L'operazione in cui e' coinvolto fallisce, ma Waridel riesce comunque a intascare un miliardo dalle cosche mazaresi per il suo interessamento. Tra colombiani rimasti senza un soldo dalla vendita della polvere bianca, boss siciliani e calabresi a bocca asciutta per il sequestro della coca messo a segno dalla polizia ellenica, lo svizzero e' l'unico a guadagnare da un traffico andato a monte. Gli uomini d'onore tentano di coinvolgerlo anche nel secondo traffico che dal Sudamerica avrebbe dovuto portare in Italia la 'merce' attraverso la Namibia. Ma la polizia arriva prima. Waridel torna dietro le sbarre.


Giuseppe Lumia, capogruppo DS in Commissione Antimafia, ha commentato i risultati dell'inchiesta svolta dalle DDA di Reggio Calabria e Palermo.
"Faccio i miei complimenti alle due Procure ed alle forze di polizia che hanno collaborato alle indagini. L'altro aspetto da sottolineare e' che Cosa Nostra, pur lanciata da tempo a sfruttare nuovi mercati illegali come quello degli appalti pubblici, non ha dimenticato che e' la droga ad avergli garantito storicamente le risorse per fare i primi salti di qualita'. Queste due mafie, malgrado abbiano subito colpi fortissimi in questi anni, non sono affatto in recessione. Sono potentissime, hanno legami internazionali, controllano ancora parti del nostro territorio. Se l'alleanza tra queste due mafie da sporadica passa a sistema stabile, i pericoli non sono nemmeno immaginabili. Per questo l'operazione di oggi e' particolarmente positiva, perché segna anche una grande capacità di lavorare in coordinamento tra DDA diverse e con la DNA, tra forze dell'ordine diverse. Insomma -dice Lumia- il sistema messo in campo per contrastare le mafie e' buono, se solo i magistrati antimafia non dovessero preoccuparsi di polemiche pretestuose ed attacchi gratuiti, i risultati sarebbero ancora piu' rilevanti.
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