Affitti brevi e rendita (politica). Dal caso Firenze al generale
Il nuovo scontro che agita la maggioranza di governo ruota attorno all’aumento della cedolare secca previsto dalla manovra 2026 per gli affitti brevi, cioè sotto i 30 giorni.La dialettica tra i partiti disegna una geometria politica nuova che vede Forza Italia e Lega contrarie ed è abbastanza difficile immaginare che i Fratelli d’Italia, seppure maggior forza della coalizione, tengano da soli — se il dissenso dovesse persistere — il punto sulla validità del provvedimento. Quello in discussione può apparire come un dettaglio marginale in un insieme di decisioni che riguarderanno ritocchi un po’ in tutti i settori che abbiano un risvolto economico.
Ma questo confronto, oltre a consentire di individuare con buona approssimazione i ceti sociali ai quali si rivolgono le due forze politiche, rivela anche una certa loro lontananza dalla realtà complessa del sistema degli affitti brevi e degli effetti nei centri a forte attrazione turistica, come Firenze e ovviamente non solo.
La stessa sindaca Sara Funaro reputa la proposta dell’aumento una iniziativa «non sbagliata» e comunque inserita nel percorso di equiparazione tra i soggetti che esercitano attività di accoglienza nel settore del turismo.
In sostanza, il passaggio dal 21% al 26 % della cedolare secca anche per i proprietari di un solo alloggio destinato ad affitto turistico supera il distinguo — che ha comunque un suo valore — tra i pochi host che gestiscono migliaia di appartamenti e chi affitta la casa ereditata dalla nonna, per addentrarsi invece nel processo di formazione della rendita.
Che si tratti di Airbnb o di chi lo esercita in forma «artigianale», l’affitto breve turistico è una scelta i cui effetti sulla tassazione non possono essere considerati pari, o simili, a quelli applicati per la locazione degli stessi immobili a scopo residenziale.
Che peraltro meriterebbero ben altri incentivi rispetto a una cedolare secca del 10%, ma solo se a fronte di contratti più lunghi e con canoni di affitto regolati da patti territoriali, che li rendono considerevolmente più bassi di quelli di mercato.
Casomai è un’attività per molti versi più simile a quella alberghiera, laddove le tassazioni sono più alte anche per quanto riguarda, per dire, lo smaltimento di rifiuti.
Insomma: anche per la supercitata casa-della-nonna, è difficilmente sostenibile pensare che si applichi una tassazione vicina a quella di un affitto «tradizionale» se la rendita di quello stesso immobile può produrre tre, quattro o più volte la rendita di una locazione a una famiglia, a una coppia, a un single per viverci. Non è un rigurgito neo-bolscevico, ma un ragionamento alla luce dell’equità.
E che magari può anche dare un contributo a reimmettere nel circuito case a uso residenziale e a immaginare uno sviluppo diverso dalla monocoltura turistica.
(Articolo pubblicato su Corriere fiorentino - Corriere della Sera del 22/10/2025)
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