Giovedì 11 giugno 2026
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Affitti brevi e rendita (politica). Dal caso Firenze al generale

Articolo · Stefano Fabbri ·
Il nuovo scontro che agita la maggioranza di governo ruota attorno all’aumento della cedolare secca previsto dalla manovra 2026 per gli affitti brevi, cioè sotto i 30 giorni.
La dialettica tra i partiti disegna una geometria politica nuova che vede Forza Italia e Lega contrarie ed è abbastanza difficile immaginare che i Fratelli d’Italia, seppure maggior forza della coalizione, tengano da soli — se il dissenso dovesse persistere — il punto sulla validità del provvedimento. Quello in discussione può apparire come un dettaglio marginale in un insieme di decisioni che riguarderanno ritocchi un po’ in tutti i settori che abbiano un risvolto economico.
Ma questo confronto, oltre a consentire di individuare con buona approssimazione i ceti sociali ai quali si rivolgono le due forze politiche, rivela anche una certa loro lontananza dalla realtà complessa del sistema degli affitti brevi e degli effetti nei centri a forte attrazione turistica, come Firenze e ovviamente non solo.
La stessa sindaca Sara Funaro reputa la proposta dell’aumento una iniziativa «non sbagliata» e comunque inserita nel percorso di equiparazione tra i soggetti che esercitano attività di accoglienza nel settore del turismo.
In sostanza, il passaggio dal 21% al 26 % della cedolare secca anche per i proprietari di un solo alloggio destinato ad affitto turistico supera il distinguo — che ha comunque un suo valore — tra i pochi host che gestiscono migliaia di appartamenti e chi affitta la casa ereditata dalla nonna, per addentrarsi invece nel processo di formazione della rendita.
Che si tratti di Airbnb o di chi lo esercita in forma «artigianale», l’affitto breve turistico è una scelta i cui effetti sulla tassazione non possono essere considerati pari, o simili, a quelli applicati per la locazione degli stessi immobili a scopo residenziale.
Che peraltro meriterebbero ben altri incentivi rispetto a una cedolare secca del 10%, ma solo se a fronte di contratti più lunghi e con canoni di affitto regolati da patti territoriali, che li rendono considerevolmente più bassi di quelli di mercato.
Casomai è un’attività per molti versi più simile a quella alberghiera, laddove le tassazioni sono più alte anche per quanto riguarda, per dire, lo smaltimento di rifiuti.
Insomma: anche per la supercitata casa-della-nonna, è difficilmente sostenibile pensare che si applichi una tassazione vicina a quella di un affitto «tradizionale» se la rendita di quello stesso immobile può produrre tre, quattro o più volte la rendita di una locazione a una famiglia, a una coppia, a un single per viverci. Non è un rigurgito neo-bolscevico, ma un ragionamento alla luce dell’equità.
E che magari può anche dare un contributo a reimmettere nel circuito case a uso residenziale e a immaginare uno sviluppo diverso dalla monocoltura turistica.

(Articolo pubblicato su Corriere fiorentino - Corriere della Sera del 22/10/2025)


 
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