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Gli animali: esseri sensibili, soggetti di diritto
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Articolo di Redazione
1 novembre 2012 19:23
 
Cosa dice la scienza del fatto che gli animali sentono il dolore? Come vengono considerate queste conoscenze nelle leggi? Queste domande sono state al centro delle giornate su “La sofferenza animale, dalla scienza al diritto”, che si sono tenute a Parigi il 18 e 19 ottobre, organizzate da “La Fondation droit animal, éthique et sciences” (LFDA). Una prima in Francia, a testimonianza dell'evoluzione dei saperi, ma anche delle riflessioni e delle opinioni su cio' che concerne la sensibilita' animale.
“In questo settore le ricerche francesi sono essenzialmente condotte dall'Institut national de recherche agronomique (INRA), con l'intento di ridurre il dolore nell'ambito delle tecniche di cattura e abbattimento”, dice Thierry Auffret Van der Kemp, direttore del LFDA. Ma la sofferenza animale non puo' essere studiata senza considerare lo studio del comportamento, ambito nel quale di anglosassoni sono molto piu' avanti”. Di fatto: britannici, americani e australiani, largamente rappresentati in questo incontro, hanno fatto riferimento a molte altre specie oltre vacche, vitelli e maiali.
Sia per l'uomo come per l'animale, il dolore ha una funzione di allerta: segnala a chi lo prova la presenza di una minaccia sulla propria integrita' fisica, e gli consente di mettere in moto i meccanismi di difesa o di adattamento. “Quando si parla di dolore, ci si riferisce ad una sensibilita' dolorosa che non e' quella chimica. E' una sensibilita' che fa riferimento a meccanismi nervosi su basi nocicettive (ndr. nocicezione:la capacita' di reagire con riflessi ad agenti esterni che minacciano l'integrita' dell'organismo), e che non ha la medesima intensita' secondo il livello di evoluzione delle specie”, ricorda il biologo e filosofo Georges Chapouthier, ricercatore del CNRS. In seguito si distingue la nocicezione, il dolore (quando alla nocicezione si aggiunge un emozione, un sentire) e infine la sofferenza, quando a questo dolore si aggiunge la capacita' di esserne consapevoli.
Ed e' soprattutto sui mammiferi -in primo luogo sull'uomo- che le conoscenze hanno fatto progressi. “Tutti i vertebrati possiedono le strutture nervose primarie che intervengono nel trattamento delle informazioni nocicettive, cioe' specificamente legate alla percezione del dolore” ricorda Frank Péron, veterinario ed ecologo all'Universita' britannica di Lincoln. “Presso i mammiferi, lo sviluppo delle cortecce cerebrali fanno si' che fattori cognitivi ed emozionali modulino il sentire di questo dolore”. Dal dolore alla sofferenza, il limite e' quindi presto rotto. Come valutare l'uno e l'altro? Presso l'uomo, animale dotato di linguaggio, il sentire puo' essere descritto e valutato dal medesimo soggetto.

Variabili psicologiche
Ma presso gli altri? Per individuare e misurare il dolore animale, ci si basa volta per volta sul succedersi di variabili psicologiche (concentrazione di alcuni ormoni, ritmo cardiaco, temperatura), sulle modifiche del comportamento (crisi, movimenti, appetenza, aggressivita') e sulle performance zootecniche (produzione del latte) – a cui si aggiunge la constatazione clinica di alcune lesioni. Quando si tratta di studiare cio' che sopportano i mammiferi, si dispone anche di un largo ventaglio di criteri. Ma, attenzione! “Il modo con cui manifestano il dolore, varia in modo considerevole da una specie all'altra, cosi' come tra individui della medesima specie”, ricorda Frank Péron. “Per cui e' indispensabile conoscere bene il comportamento normale si' da individuare le modifiche che ci possono aiutare ad individuare uno stato di sofferenza”. Se una tale conoscenza e' richiesta per valutare la sensibilita' di animali molto vicini a noi, ci si immagini la difficolta' incontrata con delle specie piu' lontane.
Nel corso di questo colloquio, neurobiologi, etologi e veterinari hanno presentato vari studi recenti che testimoniano una sensibilita' al dolore presso specie molto diverse. Il comportamento del pollame handicappato con frattura dell'arto -un incidente frequente presso i polli- puo', per esempio, essere modificato con la somministrazione di analgesici. I pesci, molto in voga commercialmente ma poco studiati fino ad oggi, rivelano di avere, nell'individuazione del dolore, il medesimo apparato neurobiologico dei mammiferi. Le lumache, gli insetti, i ragni e i vermi hanno capacita' di apprendimento sicuramente limitate ma reali e numerosi invertebrati sollevano la gamba -quando ce l'hanno- per evitare una sofferenza troppo forte. Senza tuttavia sapere se si tratta di una reazione al dolore propriamente detto o di un semplice riflesso nocicettivo.

Crostacei decapodi
Altra famiglia a lungo sottostimata e' quella dei crostacei decapodi. “Quando si infliggono loro dei trattamenti sgradevoli, essi apprendono alcune strategie per evitarli, a testimonianza di risposte comportamentali troppo complesse e prolungate per essere spiegate col il solo riflesso nocicettivo”, dice Robert Elwood, biologo all'Universita' Queen di Belfast in Irlanda del Nord.
Anche i granchi di costa: quando in un luogo con molta luce gli si pone di scegliere un rifugio buio (di cui sono appassionati), essi imparano subito ad evitare quelli nei quali hanno ricevuto delle scosse elettriche durante le loro prime visite. O, ancora, i gamberetti: quando si deposita sulle loro antenne un prodotto irritante essi si strofinano a lungo, e smettono se si somministra loro un anestetico locale. Senza parlare dei cefalopodi (piovre, calamari, seppie), a cui e' stata attribuita una speciale menzione: su di essi sono state evidenziate manifestazioni ben oltre i semplici riflessi nocicettivi, le loro capacita' cognitive e di memoria sono cosi' elaborate che oggi vengono considerati esseri sensibili. Al punto tale che figurano, accanto ai mammiferi e agli uccelli, nei principali articoli e libri europei per la protezione degli animali. Cio' che la scienza dimostra, il diritto ignora... Almeno all'inizio.
Grazie ad un trattato sulla sofferenza degli animali da allevamento, realizzato nel 2009 dietro richiesta del ministero francese dell'Agricoltura, l'INRA ha concluso che il dolore animale non puo' piu' essere valutato “solamente in funzione di indicazioni economiche o sanitarie”. “La questione del dolore e' ormai all'ordine del giorno nella societa', per i consumatori e per i cittadini”, osservano gli esperti. La problematica -aggiungono- si e' anche estesa alla nozione di benessere, che integra il dolore in un ambito piu' vasto, “sul modello della definizione della salute umana”, con componenti psicologiche e sociali. Da questo l'evoluzione del diritto a favore della protezione degli animali, basata sulle loro capacita' di sentire il dolore o di provare emozioni.

“Il diritto zoppicante”
Problema: se questa evoluzione e' sentita negli articoli e nei libri, lo e' molto meno nella realta' dei fatti. “La scienza prospera, ma il diritto zoppica, e questo a dispetto dei lodevoli sforzi delle istituzioni internazionali e di numerosi Paesi”, dice Jean-Marie Coulon, primo presidente onorario della Corte d'Appello di Parigi, che a proposito porta l'esempio della Francia come particolarmente rivelatore. “Questo Paese ha introdotto nel suo ambito giuridico numerose disposizioni che proteggono la condizione animale, ma non si decide mai, per riluttanza, ad adottare una chiara ed incontestabile definizione della sensibilita' animale atta alla sofferenza”.
Nel cuore di questa contraddizione: il ruolo -piu' o meno efficace- dell'etica. A partire dalla meta' del XIX secolo, la compassione ha fatto si' che fossero approvate regole giuridiche rispetto agli animali di compagnia e agli animali da lavoro, basate essenzialmente sulle violenze che vengono loro fatte e che sconvolgono l'ordine pubblico. La legge, nella nostra epoca, “non consente di accordare all'animale se non cio' che non interferisce con l'uomo, i  suoi usi, i suoi bisogni e i suoi profitti”, sottolinea il professor Jean-Claude Nouet, medico biologo e co-fondatore della LFDA, per il quale “la specificita' morale a questo approccio compassionevole e' stato fatto proprio nella meta' del XX secolo dopo una riflessione etica”.
Una riflessione che si concentra sulle violenze “collettive” fatte alle bestie, attraverso l'allevamento intensivo e industriale, la caccia o la sperimentazione in laboratorio. Una riflessione, quindi, molto piu' imbarazzante per l'uomo, la cui vita fa riferimento dalla notte dei tempi alla funzione animale.

Scatola di Pandora
“Anche se noi ci prostriamo scientificamente alle dimostrazioni, chi dubita, in fin dei conti, che gli animali conoscano sofferenza, piacere e dolore? La maggior parte degli uomini sanno molto bene quando il loro cane sta male, quando il loro gatto preferisce questo o quell'altro cibo, quando il cavallo ha paura di alcune situazioni”, dice Jean-Luc Guichet, professore aggregato di filosofia all'Universita' di Picardie. Se il potere giuridico tarda cosi' tanto a mettersi d'accordo con le evidenze scientifiche, e' perche' -dice il nostro- riconoscere il dovuto rispetto all'animale aprirebbe la scatola di Pandora che minacce le nostre liberta'. La sensibilita' animale dimostra anche “una verita' repressa” che tutto il mondo conosce ma che preferisce dimenticare. Questo e' particolarmente facile nel nostro mondo moderno, che e' quello che ha organizzato “l'invisibilita' e la compartimentazione dei compiti e degli spazi. Sia che si tratti di allevamento, di abbattimento o di sperimentazione, tutto si fa in considerazione del consumatore; cio' che lo rende immune nei confronti della propria sensibilita'”.
“L'attenzione etica nei confronti dell'animale e' organizzata in circoli concentrici successivi di empatia decrescente, che danno generalmente la priorita' al cane e al gatto, passando dai mammiferi agli altri vertebrati, per finire agli invertebrati, generalmente considerati come alimento o minaccia”, dice Jean-Claude Nouet.

Tre gruppi
Da qui il convincimento, diffuso nella maggior parte degli esperti, che non bisogna distruggere le differenze tra le specie, ma al contrario prenderle in considerazione sul piano giuridico. “Per cio' che concerne i loro diritti, io classificherei gli animali in tre grandi gruppi -riassume Georges Chapouthier: da una parte i vertebrati a sangue caldo (mammiferi e uccelli) e senza dubbio i cefalopodi; dall'altra parte i vertebrati a sangue freddo (rettili, anfibi e pesci) e puo' darsi anche quale invertebrato 'intelligente' come i crostacei decapodi; e infine tutti gli altri”. Il lombrico ha molto da fare...

(articolo di Catherine Vincent, pubblicato sul quotidiano Le Monde del 01/11/2012)
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