BTP e BOT: perché molti risparmiatori italiani ci rimettono soldi
BTP e BOT godono di una fama quasi leggendaria tra i risparmiatori italiani: garanzia dello Stato, cedole periodiche, rimborso del capitale a scadenza. Eppure, stando a quanto pubblicato da Businessonline.it, la maggior parte di chi acquista questi titoli finisce per perdere denaro. Il paradosso non riguarda lo strumento in sé, ma il modo in cui viene utilizzato.
Il nodo centrale è il comportamento degli investitori. Secondo i dati Consob citati nell'articolo, il 60% degli investitori retail italiani non mantiene un titolo in portafoglio per più di tre anni. Più in generale, oltre la metà di chi detiene titoli di Stato li vende prima della scadenza. Ed è proprio lì che scatta il rischio: chi vende anticipatamente si espone alla possibilità di registrare una minusvalenza, soprattutto quando i tassi di mercato sono saliti rispetto al momento dell'acquisto.
Il meccanismo è semplice ma spesso ignorato. Sul mercato secondario, il prezzo di un BTP si muove in direzione opposta ai tassi di interesse: se i tassi salgono, i titoli già emessi — che pagano cedole più basse rispetto alle nuove emissioni — perdono valore. Chi li ha comprati a 100 e li rivende in un momento di tassi elevati può ritrovarsi a incassare molto meno.
L'articolo fa un esempio concreto: il BTP 1,7% con scadenza 2051, quotato intorno a 60 a metà 2026, rappresenta un'opportunità per chi lo compra oggi e lo porta a scadenza. Ma per chi lo aveva acquistato anni fa vicino a 100, una vendita oggi significherebbe una perdita in conto capitale di circa il 40%, solo parzialmente attenuata dalle cedole nel frattempo incassate.
In termini pratici, su un investimento medio di 10.000-15.000 euro, una vendita anticipata in perdita può tradursi in un danno concreto compreso tra 500 e 2.000 euro, a seconda della durata residua del titolo, del prezzo di acquisto, dell'andamento dei tassi e del momento dell'uscita.
Le ragioni per cui gli italiani continuano ad affidarsi ai titoli di Stato sono comprensibili: la garanzia sovrana, i vantaggi fiscali (tassazione agevolata al 12,5% contro il 26% di molti altri strumenti finanziari), la certezza del rimborso del valore nominale a scadenza e le cedole semestrali prevedibili. A tutto ciò si aggiunge il peso della tradizione: storicamente associati a un rifugio sicuro contro l'instabilità dei mercati, BTP e BOT continuano a godere di una reputazione che spesso non riflette la realtà operativa.
Quella sensazione diffusa di protezione contrasta però con i numeri. La perdita di capitale non nasce dallo strumento in sé, ma dal comportamento concreto dell'investitore, spesso inconsapevole delle regole che governano le obbligazioni sui mercati regolamentati. BTP e BOT non vanno considerati privi di rischio in assoluto: sono relativamente sicuri se portati a scadenza, ma possono diventare penalizzanti se venduti nel momento sbagliato. A questo si aggiunge l'impatto dell'inflazione, che può erodere il rendimento reale nel tempo, e le commissioni bancarie applicate all'acquisto e alla vendita, che riducono ulteriormente i guadagni netti.