Lunedì 3 agosto 2026
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Carceri. Bisogna aver visto

Articolo · Maurizio Morganti ·
Grant Durr - Unsplash
Foto: Grant Durr — Unsplash (Unsplash License (libero uso))

«Le carceri italiane rappresentano l'esplicazione della vendetta sociale nella forma più atroce che si sia mai avuta: noi crediamo di aver abolita la tortura, e i nostri reclusori sono essi stessi un sistema di tortura la più raffinata; noi ci vantiamo di aver cancellato la pena di morte dal codice penale comune, e pena di morte che ammanniscono a goccia a goccia le nostre galere è meno pietosa di quella che era data per mano del carnefice; noi ci gonfiamo le gote a parlare di emenda dei colpevoli, e le nostre carceri sono fabbriche di delinquenti, o scuole di perfezionamento dei malfattori».

 

Sono parole del 1904 di Filippo Turati citate da Piero Calamandrei nel 1949 in un pamphlet che mirava a ottenere almeno l'attuazione della commissione di vigilanza sulla condizione dei detenuti promessa dal ministro di Grazia e Giustizia Grassi a fronte della più radicale commissione di inchiesta sull'amministrazione carceraria e la tortura proposta da Calamandrei: «Bisogna vederle, bisogna esserci stati, per rendersene conto. Ho conosciuto a Firenze un magistrato di eccezionale valore che i fascisti assassinarono nei giorni della liberazione sulla porta della Corte d'appello, il quale aveva chiesto, una volta, ai suoi superiori il permesso di andare sotto falso nome per qualche mese in un reclusorio, confuso coi carcerati, perché soltanto in questo modo egli si rendeva conto che avrebbe capito qual è la condizione materiale e psicologica dei reclusi, e avrebbe potuto poi, dopo quella esperienza, adempiere con coscienza a quella sua funzione di giudice di sorveglianza, che potrebbe esser pienamente efficace solo se fosse fatta da chi avesse prima sperimentato quella realtà sulla quale deve sorvegliare. Vedere! questo è il punto essenziale».

 

Calamandrei scommette sulla forza riformatrice di un Parlamento in cui sedevano tanti che avevano vissuto in prima persona la galera e in celle in cui il «soffio di gelida crudeltà burocratica e autoritaria» portato dalla legislazione penale e dai regolamenti carcerari nel ventennio «senza accorgersene, sopravvive[va] al fascismo».

 

Ennesimo sintomo di una mancata, autentica discontinuità nel ‘regime change’. Toccherà aspettare il 1975 per una riforma dei regolamenti del 1931. Riforma approvata e, da allora, destinata a essere tradita: di emergenza in stato di eccezione, colabrodo di denaro pubblico a fronte del costo zero di gride che danno in pasto al pubblico un reato in più, quello del momento, o un po' di pena in più. Nascondendo regolarmente l'unico dato di realtà utile a rassicurare o meno il cittadino, quello della recidiva.

 

Si può ribaltare su Calamandrei il disincanto con cui, in retrospettiva, egli guardava al tentativo di Turati di mettere al centro della politica il «cimitero dei vivi»: «Era troppo ottimista: i figli sono cresciuti, sono cresciuti i nipoti; ma il nostro sistema carcerario medievale è rimasto com'era. Anzi, sotto qualche aspetto, è peggiorato».

 

1904-1949-2026. Resta l’essenziale di quella esortazione: vedere!

 

Per fortuna c’è chi va a guardare quello che accade dentro le mura di recinzione e lo fa regolarmente e da una vita – penso a Rita Bernardini che gira gli istituti con il testimone raccolto da Pannella – e di quel che vede rende conto alla comunità, un'opportunità per emanciparsi dal «cupo spirito» del populismo penale.

 

E che vedere sia essenziale ce lo ricorda in questi giorni anche il processo per i fatti avvenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere il 6 aprile del 2020, giunto finalmente nella fase conclusiva del dibattimento nel primo grado di giudizio. Giunto faticosamente, va detto, e non senza subire i contraccolpi, tra l’altro, dello svuotamento della funzione del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale lamentato da molti osservatori e operatori.

 

Nel giugno del 2025, Michele Passione, avvocato che per anni ha rappresentato l’ufficio del Garante nei principali processi per maltrattamenti e torture, annunciava così le sue dimissioni: «Se non entri nei luoghi della detenzione, se non guardi, non puoi nemmeno vedere cosa sta succedendo».

 

Durante la requisitoria fiume davanti alla Corte d’assise di Santa Maria presieduta da Claudia Picciotti, il pubblico ministero Alessandro Milita ha ripetuto più volte in forma retorica una domanda che si può riassumere così: cosa sarebbe successo in questo processo se non ci fossero stati i video [tra le accuse formulate dalla procura anche il tentativo di alterare le registrazioni del sistema di videosorveglianza e di impedirne l'acquisizione da parte degli investigatori]? Se questo fosse stato un processo «parola contro parola», parola del detenuto contro parola dell’agente, del funzionario o del dirigente penitenziario?

 

Non è che a ben guardare si scoprirebbe troppo facilmente che il carcere non solo è ancora quel luogo di tortura medievale e di morte distillata per pena denunciata nel 1904 da Turati, ma che è anche inutile allo scopo, la sicurezza, per cui viene venduto come panacea alla cittadinanza. E se l’unica ragione rimasta per tenere in piedi le carceri fosse proprio quella di nascondere alla vista quel che non vogliamo vedere?

 

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