Dalla Vlora a Ceuta: l'Europa ha dimenticato che sono persone?

Trentacinque anni fa l'Europa fu teatro di una delle immagini più straordinarie della sua recente storia migratoria. L'8 agosto 1991, la Vlora — un vecchio cargo albanese — entrò nel porto di Bari con a bordo migliaia di persone ammassate su ogni centimetro disponibile della nave. Avevano attraversato l'Adriatico da un paese che stava emergendo da quasi mezzo secolo di una delle dittature comuniste più isolate d'Europa. Per molti albanesi, l'Italia — visibile attraverso gli schermi televisivi ben prima di poter essere raggiunta fisicamente — rappresentava libertà, prosperità e, soprattutto, possibilità.
L'Italia era impreparata a un arrivo di tale portata. L'Europa non aveva ancora Frontex, nessun Patto sulla migrazione e nulla che assomigliasse all'odierna architettura comune per l'asilo. Eppure, nel caos di quei giorni, il sindaco di Bari, Enrico Dalfino, pronunciò parole che sarebbero sopravvissute all'emergenza stessa: "Sono persone, persone disperate. Non possono essere rispedite indietro; siamo la loro unica speranza."
È quanto ricorda EUobserver in un articolo che mette a confronto quel momento storico con gli attuali arrivi di massa a Ceuta, l'enclave spagnola nel nord Africa. Lo scorso 30 luglio, decine di migliaia di persone hanno varcato la frontiera dalla parte marocchina, quasi raddoppiando la popolazione della città in poche ore. Le autorità spagnole hanno risposto dispiegando l'esercito e installando una barriera galleggiante lungo la costa.
Il dibattito europeo che ne è seguito si è concentrato quasi immediatamente non sull'emergenza umanitaria in corso, ma sull'integrità dello spazio Schengen e sul rischio che i migranti si spostassero verso il resto del continente. La Commissione europea ha respinto le richieste di sospendere la Spagna da Schengen, sottolineando che non era stato rilevato alcun movimento dei migranti verso la Spagna continentale o altri paesi UE. Ciononostante, la velocità con cui la conversazione si è spostata dal dramma umano alla questione delle frontiere è rivelatrice di una trasformazione profonda.
Non è un caso isolato: riflette una trasformazione della politica migratoria europea in corso da anni e che nel 2026 ha raggiunto una fase decisiva. Il 12 giugno scorso, meno di due mesi prima della crisi di Ceuta, è entrato in applicazione il Patto UE su migrazione e asilo, un pacchetto di dieci atti legislativi che rappresenta la revisione più sostanziale del sistema europeo dell'asilo degli ultimi anni.
EUobserver mette in guardia dal rischio di romanticizzare retrospettivamente la vicenda della Vlora come simbolo di una migrazione riuscita. L'Italia del 1991 non aprì certo le porte senza condizioni: migliaia di albanesi furono rinchiusi nello Stadio della Vittoria di Bari in condizioni durissime, ci furono scontri e alla fine rimpatri di massa. Le parole del sindaco Dalfino non vanno dunque rilette come argomento a favore di una migrazione senza controlli.
Ciò che era diverso, sottolinea la testata, non era necessariamente la politica di frontiera in sé. Era qualcos'altro: il modo in cui le persone a bordo della Vlora venivano viste nel 1991 — disperate, povere, prive di documenti — senza che l'Europa riuscisse a scorgere in loro i futuri vicini di casa, colleghi, imprenditori e cittadini che molti di loro sarebbero diventati. Il rischio, oggi come allora, è quello di ridurre una crisi migratoria alla sola dimensione della sicurezza, perdendo di vista la dimensione umana del fenomeno.
Il dibattito europeo — si legge nell'articolo — si concentra sempre più non su come le persone arrivano, ma su come impedirne l'arrivo; non su come si integrano, ma su quanto velocemente possano essere rimpatriate coloro che non hanno diritto a restare. La storia, conclude EUobserver, dovrebbe almeno indurre alla cautela.