Lunedì 12 ottobre 2026
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Empatia suicida. Saad chiama il progressismo postmoderno con il suo nome

Articolo · Redazione ·

Nel saggio “Empatia suicida”, Gad Saad analizza una compassione che, privata di limiti e discernimento, finisce per danneggiare chi la esercita e la società. Attraverso la psicologia evoluzionistica, critica il progressismo postmoderno, il multiculturalismo e il fanatismo egualitario, contrapponendo al narcisismo morale il senso della realtà, la reciprocità e la difesa delle libertà.

 

Il libro di Saad era stato recensito su InOltre anche da Alfonso Lanzieri. Qui il suo articolo.

 

È recentemente uscita per Liberilibri l’edizione italiana di “Suicidal Empathy”, dello psicologo canadese di origine libanese Gad Saad, che insegna alla Concordia University di Montréal.

“Empatia suicida” può considerarsi il naturale seguito e complemento di “The Parasitic Mind” (pubblicato nel 2020), un viaggio nella mente umana per scoprire cosa le succede “quando viene zombificata dal sovraccarico ideologico” di quel pensiero tossico diffuso dai dipartimenti umanistici delle università americane, che origina, però, dalla cosiddetta French Theory. L’altro bestseller dell’autore che, sorprendentemente, non è stato ancora tradotto in italiano.

Il testo invoglia alla lettura grazie ad un linguaggio scorrevole alla portata di tutti e riesce a spiegare efficacemente, anche a chi è all’oscuro delle alchimie postmoderne, perché atteggiamenti e comportamenti apparentemente lungimiranti e virtuosi sono invece miopi e autodistruttivi.

 

La scrittura si snoda all’interno di una vasta cornice di esempi di impazzimento comportamentale che hanno in comune il paradosso generato dalla perdita di contatto con la realtà, sia essa sociale, politica o scientifica.

 

Le pagine scorrono spinte dall’incalzante ironia dell’autore che sconfina spesso in un sano cinismo: quello della ragione che, liberatasi dal velo del narcisismo morale e dei pietismi consolatori, ingaggia gli elementi che la circondano.

 

Quello di Saad è uno scritto potente perché, oltre all’aspetto culturale e cognitivo, considera il funzionamento del sistema emotivo e il suo impatto nei processi decisionali.

 

In altri termini, nella critica feroce alle scelte della sinistra progressista, che, adottando l’approccio postmoderno, ha tradito il liberalismo giungendo a negare verità obiettive come se fossero fantasie fanciullesche, l’autore utilizza le spiegazioni della psicologia evolutiva e della biologia (citando anche alcune meta-analisi a supporto delle sue conclusioni) per ripristinare l’ordine umano delle cose. Quell’ordine che la civiltà liberale è giunta a realizzare e la scienza a consolidare sino a oggi.

 

Questo è un aspetto di non poco conto. Saad si schiera dal lato dei pionieri perché fonda il suo sistema di analisi sull’“anello mancante”.

 

Oltre al linguaggio dei concetti e della filosofia, per smascherare quell’insidioso sistema di pensiero che cataloghiamo sotto l’etichetta fraudolenta di Social Justice (costruita su un credo antiliberale, antiscientifico e antilluministico), egli utilizza, infatti, il linguaggio evolutivo.

È proprio l’introduzione e l’uso “clinico” di questo elemento di congiunzione tra le scelte e le capacità raziocinanti degli individui che fa di Saad una preda difficile da catturare sia per gli aguzzini del pensiero postmoderno, sia per gli accademici propensi al virtue signalling.

 

L’idea centrale del libro, attorno alla quale l’autore cesella un’ampia casistica dalle ripercussioni molto diverse (della quale non si riesce a dare completamente conto in questa sede, anche per la consistenza del volume che è di oltre 300 pagine), è che l’Occidente ha perso il senso del limite nell’impiego di una delle sue virtù più importanti: l’empatia, sempre più “mal riposta”. È così che avviene il suicidio della civiltà occidentale.

 

Alla base di questo senso empatico fuori controllo c’è un profondo senso di colpa per la fortuna di essere nati nella parte più libera e sviluppata del mondo (che ha, però, raggiunto la sua grandezza in modo truffaldino) e per il fatto di essere bianchi: i peggiori malfattori della storia che devono scontare il peccato originale del dominio sulle altre civiltà.

 

Chi è in balia dell’“empatia suicida” si rende così protagonista del suicidio della civiltà occidentale per “dimostrare le sue nobili virtù come forma di pio odio verso se stesso” e senso di vergogna verso l’Occidente.

 

Il potenziale esito è l’instaurazione della “tirannia della penitenza” (P. Bruckner) che conduce all’estinzione per autosoppressione, in nome di un bene supremo che solo gli iniziati possono cogliere.

 

Poiché l’accademia progressista tende a fare a pugni con la psicologia evoluzionistica, trascurando che gli esiti culturali sono condizionati da imperativi biologici, è più propensa ad adottare una visione costruttivista, per cui è la cultura a determinare i fenomeni umani. Si tratta della versione “tabula rasa della mente umana” (così la definisce Saad).

 

A tal proposito, l’autore scrive: “Da questo punto di vista, i criminali non nascono mai, ma vengono sempre creati. In altre parole, poiché tutti gli esseri umani nascono con le stesse potenzialità, è solo l’ambiente a plasmare il futuro percorso di vita delle persone” (p. 44).

A riprova di ciò, citiamo solo due tra i casi reali descritti nel libro.

 

Il primo è quello di una “compassionevole” donna bianca, Amanda Kijera, intenta a dimostrare che quello degli uomini neri che stuprano è solo uno stereotipo diffuso dal racconto della supremazia bianca. A tal fine, la donna va a Haiti dove un nero, dall’apparente aspetto pacifico, la stupra violentemente.

 

Al ritorno negli Stati Uniti scrive: “Le donne non sono la causa della loro oppressione; lo sono le politiche oppressive e il patriarcato bianco, ancora irrisolto, che domina la scena mondiale” (p. 147). E aggiunge che è “grata per l’esperienza” (dello stupro!).

 

L’altro caso riguarda il Regno Unito dove, tra il 1997 e il 2013, 250 mila ragazze minorenni sono state vittime di abusi sessuali da parte di bande organizzate (note in inglese come “grooming gang”), composte per lo più da uomini di origine pakistana, senza che vi sia stata un’adeguata azione di prevenzione e di contrasto da parte delle autorità britanniche.

 

Ciò per paura di apparire islamofobe. In tal caso, la vera colpevole sarebbe la società britannica incapace di integrare le comunità musulmane.

 

Quando l’empatia è eccessiva ed è indirizzata verso gli obiettivi sbagliati, assume pericolose forme patologiche. Può soffocare l’istinto umano di sopravvivenza pur di appagare l’irrefrenabile istinto compassionevole di esseri spiritualmente plusdotati, in grado, però, di nuocere a se stessi e agli altri.

 

Anche l’empatia, come le altre emozioni umane, può andare incontro a malfunzionamenti. E l’“empatia suicida” è frutto di una disregolazione emotiva (tipica di molti disturbi psichiatrici) che impedisce al sistema cognitivo e comportamentale di fare le dovute distinzioni tra le situazioni e le persone che ci circondano.

 

Come osserva Saad: “La nostra empatia non vale per tutte allo stesso modo”. E “l’empatia suicida sradica questo calcolo basato sull’evoluzione” (p. 40).

 

L’autore continua affermando che “gli esseri umani non si sono evoluti per mostrare un’empatia così virtuosa nei confronti del proprio stupratore” (p. 39). Ci parrebbe puro buon senso! Eppure stiamo scomodando la teoria evoluzionistica per spiegarlo al vasto pubblico.

 

Posto che le emozioni assolvono una funzione evolutiva, siano esse positive o negative, Saad sostiene che il volerle ignorare o sopire profondamente, come pretende di fare, ad esempio, il “pacifismo deontologico”, dando spazio solo a una sconfinata comprensione delle ragioni altrui, comporterebbe l’estinzione dei pacifisti.

 

Se due società vicine non si attaccano, è perché temono la possibile, reciproca reazione violenta e vendicativa. E se si equivalgono in termini di forza, aggressività, rabbia, senso di vendetta e capacità di perdono, è probabile che non si faranno mai guerra. Tali elementi possiedono quindi chiari vantaggi adattivi.

 

Scrive Saad: “Una società in cui tutti i membri aderiscono al pacifismo deontologico (ossia il pacifismo considerato come un principio assoluto inviolabile, in qualsiasi condizione) verrebbe rapidamente invasa da altre tribù che non condividono questa propensione alla concordia” (p. 33).

 

E continua: “I pacifisti deontologici soffrono di empatia suicida in quanto disattivano i meccanismi adattivi destinati a garantire la loro sopravvivenza, al servizio di una visione del mondo disadattiva” (p. 33).

 

Nel denunciare il tragico fallimento delle politiche multiculturaliste delle flaccide democrazie occidentali, che hanno creato il terreno ideale per chi vuole distruggerle, lo psicologo canadese formula la “teoria culturale della mente”.

 

La tesi è che gli stessi valori possono essere interpretati in modo differente in ambiti culturali diversi. L’errore occidentale sta nel dare per scontato che comportamenti virtuosi e comprensivi verso gli appartenenti ad altre culture saranno ricambiati con gratitudine, gettando le basi del dialogo interculturale all’insegna della tolleranza.

 

Nulla di più sbagliato. Eloquenti sono le parole di Saad: “L’Occidente manca di una teoria culturale della mente quando si tratta dell’infinita generosità che offre ai membri provenienti dalle società islamiche. Le virtù positive che ho elencato sopra sono interpretate come varie manifestazioni di debolezza femminilizzata” (p. 86).

 

E poi: “Non sorprende quindi che molti uomini di lingua araba mi abbiano detto in arabo: “L’Occidente è una donna da montare”” (p. 86).

 

Le democrazie liberali sono giunte a riconoscere agli individui le libertà civili e politiche secondo un criterio universalistico che consente di considerare le persone uguali tra loro, grazie ad un coerente percorso storico che ha visto il sedimentarsi di cultura, religione (il cristianesimo), lingua e istituzioni democratiche.

 

Il fatto che il valore occidentale della tolleranza renda possibile, in linea di principio, la convivenza tra culture diverse non significa che queste siano tutte uguali e tutte facilmente integrabili nei sistemi costituzionali, secondo la visione edulcorata del multiculturalismo.

Insomma, come spiegatoci da Popper, anche la tolleranza deve incontrare dei limiti, pena la sopraffazione dei tolleranti da parte degli intolleranti. E al superamento dei limiti concorre in modo decisivo proprio l’“empatia suicida”, quando postula una tolleranza sconfinata che Saad definisce “orgiastica”.

 

A tal proposito, l’autore si chiede: “L’Occidente dovrebbe tollerare le spose bambine, i delitti d’onore e le mutilazioni genitali femminili? Dovremmo essere empatici nei confronti della barbarie di altre culture?” (p. 89).

 

E se non si hanno la statura morale e il coraggio di tracciare netti confini, per paura di essere tacciati di islamofobia, non potrà mai realizzarsi una dignitosa e civile coesistenza tra culture differenti. Sempre ammesso che ciò sia possibile.

 

Nel capitolo finale intitolato “Vaccino contro l’empatia suicida”, nel quale sono proposti i rimedi per contrastare la deriva empatica di inizio millennio, tra cui quello di offrire e pretendere reciprocità nelle relazioni sociali quale limite razionale all’empatia utile a preservare il sistema emotivo e la società, Saad riprende il discorso sulla necessità di “non soccombere al falso pregiudizio dell’uguaglianza”.

 

Confondere l’uguaglianza formale delle persone davanti alla legge con la pretesa di annullare le differenze (di genere, di religione e culturali) è il modo sicuro per discriminare irragionevolmente gli individui in una cornice di fanatismo egualitario che ha perso il contatto con la realtà.

 

L’amore per la verità non può farci dubitare delle elementari certezze sottolineate dall’autore: “Le differenze individuali esistono. Gli uomini e le donne sono diversi. Le culture sono distinte. Le religioni predicano messaggi radicalmente diversi” (p. 262).

 

Trattare allo stesso modo situazioni molto diverse tra loro è il rifiuto del principio già enunciato da Aristotele nell’Etica Nicomachea e rappresenta un ottimo viatico per istituzionalizzare mortificanti e artificiose situazioni di squilibrio che compromettono competizione, cooperazione e solidarietà. Tutti tratti della società che devono trovare un equilibrio condiviso.

Prendiamo il caso della riserva di posti in molti dipartimenti universitari americani a favore delle “vittime” degli svantaggi intersezionali, che prescinde dalla reale competenza e dalla qualità della ricerca dei candidati. Oppure la tendenza a sostituire il sacrosanto principio dell’uguaglianza dei punti di partenza con l’uguaglianza dei risultati.

 

Sono entrambi esempi di come una società può uccidere il merito individuale e candidarsi alla sua involuzione, pur di affrancarsi dal senso di colpa per aver generato “ingiustizia sociale”.

Il prossimo passo potrebbe essere l’introduzione del diritto alla candidatura al Premio Nobel dell’uomo qualunque per non frustrare le ambizioni della gente comune. Saad la definirebbe una nobilissima forma di “empatia suicida”.

 

E a proposito di scienza, non possiamo non evidenziare come la straordinaria compassione verso le “vittime”, a vario titolo, della società giunga a condizionare pesantemente anche la ricerca scientifica.

 

In altri termini, sono i canoni della battaglia per il progresso sociale a riconfigurare il perimetro dei progetti di ricerca da sostenere, rispetto a quelli da tralasciare perché non compatibili con certe posizioni politiche o ideologiche.

 

Si delinea così un mondo nel quale la conoscenza è determinata solo da ciò che merita compassione e non costituisce fonte di potenziale sofferenza per i suoi destinatari. D’altronde, è risaputo che il bastone epistemologico colpisce tutti con la stessa veemenza, non essendo chiamato, per fortuna, a risparmiare nessuno.

 

Vista la portata del tema, ci sembra opportuno chiudere con un’ultima citazione di Saad che, senza il timore di apparire eccessivi, potremmo trovare come epitaffio sulla tomba della civiltà occidentale: “Questo riflette lo straordinario degrado presente in alcune discipline  “accademiche”. Il punto non è mai quello di far progredire la scienza, la ragione e la logica, ma di creare narrazioni di empatia e cura radicate in una rete ricorsiva senza fine di vittimismo intersezionale. Il metodo scientifico, ovvero l’epistemologia per la ricerca della verità, diventa secondario rispetto a un’epistemologia della cura” (p. 68).

 

(Vincenzo Russo su Inoltre del 12/10/2026)

 

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