Venerdì 16 ottobre 2026
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Non serve più cibo, serve un cibo buono

Articolo · Redazione ·

Se c’è un motivo per festeggiare la giornata mondiale dell’alimentazione, che la FAO ha istituito, è quello di immaginare un cibo diverso da quello che in gran parte del mondo si produce. Perché il nostro rapporto con il cibo è un concentrato di contraddizioni come non si sono mai viste. Accanto agli oltre 600 milioni di persone che soffrono la fame o comunque forme gravi di malnutrizione sappiamo che il 30% del cibo prodotto viene sprecato. Per offrire, e sprecare, cibo al 30% della popolazione occorre esercitare una pressione ambientale sul sistema alimentare globale pari al 70% (rapporto “Living Planet Report”). Per produrre gran parte di questo tipo di cibo si utilizzano pesticidi che hanno avvelenato 400 milioni di persone (Pesticide Action Network) e provocato in un anno oltre 10.000 decessi. Un modello, come sottolinea Maria Grazia Mammuccini, presidente di FederBio, che ha presentato il conto all'ambiente e al clima e ha creato ingiustizie sul piano economico e sociale; non è riuscito a garantire un reddito adeguato agli agricoltori e neanche l’accesso a un cibo buono per tutti. E allora questa è la giornata in cui non possiamo celebrare alcun orgoglio nazionale, non è la giornata in cui ci possiamo vantare della dieta Mediterranea o del successo del made in Italy nel mondo, è la giornata in cui ricordare come gran parte di questo sistema vada rovesciato. Dal punto di vista dell’ambiente lo ricorda il WWF “gli effetti della crisi climatica si manifestano lungo tutto il ciclo produttivo agricolo. Le temperature anomale dell’inverno e della primavera 2026 hanno anticipato la ripresa vegetativa, aumentando l’esposizione delle colture alle gelate tardive. A questo si sono aggiunte precipitazioni irregolari, con lunghi periodi senza pioggia alternati a eventi intensi. 


La produzione italiana di mais è stimata intorno a 3,5 milioni di tonnellate, tra i livelli più bassi degli ultimi decenni, con perdite superiori al 70% in alcune aree. In dieci anni, le superfici coltivate sono diminuite del 40% e oggi l’Italia importa circa il 60% del mais. Anche il riso ha risentito della ridotta disponibilità d’acqua nel bacino del Po, con cali medi intorno al 10% e punte del 30% in alcune aree. La tendenza negativa è di lungo periodo. Secondo ISTAT, tra il 2006 e il 2025 la produzione nazionale di mais è diminuita di circa il 43%, quella di grano duro del 9% e quella di riso di quasi il 2%. Un andamento evidenzia la vulnerabilità delle filiere agricole italiane di fronte alle pressioni climatiche, economiche e di mercato”. L’aumento dei prezzi dei prodotti, che pure non garantiscono quasi mai una giusta remunerazione ai piccoli produttori, crea poi nuove disuguaglianze e aumenta il rischio di povertà e malnutrizione. Lo sottolinea Greenpeace che ricorda come “mentre i consumatori intaccano i propri risparmi e le piccole aziende agricole rischiano la chiusura, i colossi delle fonti fossili, le multinazionali della chimica e del comparto agro-zootecnico registrano profitti record. Dobbiamo, dicono ancora a Greenpeace orientarci verso un modello di produzione basato su tecniche agroecologiche che, oltre a richiedere meno fertilizzanti e pesticidi, garantiscono anche una maggiore resilienza dei terreni agricoli”. Le principali organizzazioni ambientaliste convergono sul fatto che oggi il tema non è produrre di più ma meglio e nel rispetto dell’ambiente, allontanandosi da quel modello intensivo le cui gravi conseguenze sono evidenti soprattutto nelle aree più vulnerabili del mondo. Nutrire il domani, dice ancora Maria Grazia Mammuccini, significa fare scelte coerenti oggi: “l'agroecologia, di cui il biologico e biodinamico rappresentano le massime espressioni, è la risposta alle grandi sfide alimentari, ambientali, economiche e sociali del nostro tempo”. All’appello su questo terreno mancano le grandi organizzazioni degli agricoltori più impegnate a contrastare il Green Deal che a pensare davvero a un futuro libero da veleni.

 

(Maurizio Izzo su Greenreport del 16/10/2026)

 

 

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