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Turchia. Le vite degli altri
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Articolo di Redazione
13 agosto 2019 8:59
 
Lo Stato turco ci porta in tribunale. E così facendo si rende completamente ridicolo
Quando, dopo il 1989, fu aperto l’archivio della Stasi, forse anche alcuni tra i miei lettori tedeschi trovarono le trascrizioni delle loro conversazioni telefoniche. Ciò che i poliziotti turchi, in segreto, avevano annotato sulle mie telefonate, l’ho letto la scorsa settimana [fine giugno]. Nell’atto di accusa del processo per le proteste di Gezi Park [fine maggio 2013]*.
Le proteste di Gezi Park, alle quali, nel 2013, avevano partecipato milioni di persone, sono tornate in mente al governo solo quando, prima delle elezioni, ha avuto improvvisamente bisogno di un nemico. 16 oppositori, me compreso, sono ora in tribunale, e dovremmo stare in carcere a vita – in tutto 47.520 anni. Al vertice dell’accusa c’è Erdogan che ha preso quelle proteste come un tentativo di colpo di stato contro di lui.
L’imputato principale è l’imprenditore e pioniere di ONG Osman Kavala. Fu arrestato nel viaggio di ritorno da un progetto condiviso col Goethe Institut ed è in carcere da 600 giorni abbondanti. Viene accusato di aver finanziato la rivolta. Nell’atto di accusa non si trova alcuna prova di tutto ciò. Un regista teatrale dovrebbe aver sobillato il popolo con una commedia. Una giornalista è portata in tribunale a causa di un documentario mai condotto a termine. A me viene imputato di aver cercato di creare “media alternativi” con Kavala. L’atto di accusa elenca anche le seguenti “trasgressioni”: Alla polizia furono offerti dei fiori, e degli slogan furono scritti sui muri. Nelle trascrizioni delle mie telefonate c’è che io avevo disdetto un appuntamento a causa di una partita di tennis. Un'altra telefonata riguardava un topo in casa di un’amica. Di veri e propri reati non è possibile trovarne.
La vera “commedia” è che, più tardi, i funzionari statali responsabili delle intercettazioni e il capo della polizia sono stati essi stessi accusati di “tentativo di colpo di stato”, e adesso in parte si trovano in Germania come rifugiati. Un capo di polizia, che condivide la sorte dell’uomo, del quale fece intercettare il telefono. Non ha l’aria di essere il copione di un film? Come la trama del film premio Oscar Le vite degli altri?
La settimana scorsa la stampa vicina al governo ha esultato dicendo che un gigante dell’industria automobilistica tedesca vorrebbe costruire una fabbrica in Turchia. Le istituzioni e fondazioni, i cui partner compaiono in tribunale in Turchia, tacciono, gli investitori, invece, desiderano ardentemente un paese privo di diritti. E’ una cosa che sappiamo dai libri di storia. Ma, per lo meno, noi abbiamo potuto leggere, diversamente che in Germania, le trascrizioni prima dell’apertura degli archivi della polizia segreta. Non appena il muro della repressione sarà caduto in Turchia, anche noi li esporremo forse in un museo. Come dissuasione, come deterrenza.

(Articolo di Can Dündar da “Die Zeit” n. 28/2019 del 3 luglio 2019)
* Sull’argomento si può leggere https://www.internazionale.it/notizie/hugh-williamson/2019/07/16/osman-kavala-processo



 
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