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Negozi e Primo Maggio. Chiusi o aperti? Lotta fra arcaicita' e modernita'
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Comunicato di Vincenzo Donvito
29 aprile 2010 14:13
 
 Grande spettacolo di cultura, politica ed economia quello che si sta svolgendo sulla questione del Primo maggio e l'apertura dei negozi. Tra le grandi citta' Firenze, Bologna e Torino resteranno aperte, Milano ha fatto marcia indietro, Roma e' chiusa. I commenti che perorano la chiusura sono tanti e uno dei motivi conduttori e' che “il Primo Maggio e' la Festa del Lavoro non del Consumo”, piu' o meno sullo stesso tono di quando la Chiesa cattolica manifesta la propria contrarieta' all'apertura domenicale dei negozi dicendo “la domenica e' il giorno del Signore non dello shopping”. I Sindacati Cgil, Cisl e Uil hanno anche mobilitato le loro associazioni di consumatori (Federconsumatori, Adiconsum e Adoc) che, nel nome della sacralita' della festa, hanno indetto per quel giorno uno sciopero dell'acquisto. E non e' questione di politica di destra o di sinistra, tant'e' che le citta' che abbiamo portato ad esempio sono amministrate da giunte di sinistra e un tipico sindacato di sinistra come la Cgil, e' tra i piu' fermi contro l'apertura; e Roma, che e' chiusa, e' amministrata dalla destra, cosi' come Milano.
A noi ci sembra lunare che nel 2010 si stia ancora a discutere di questo. Ma e' cosi'. Lavoratore e consumatore sono percepiti come soggetti contrapposti, con diritti che bisticciano fra loro. Non sarebbe una novita', visto che quando i sindacati proclamano i loro scioperi, non vanno tanto per il sottile nel creare i principali disagi e aggravi economici proprio ai consumatori (treni, autobus, cortei che bloccano il traffico urbano e non solo, etc.).
Eppure -ironia della realta'- il lavoratore combacia con il consumatore e viceversa. Non si tratta del conflitto lavoratori/padroni (pubblici o privati che siano), ma del conflitto di un soggetto con se medesimo, pur nella propria diversa identita'. Quindi qualcuno si da' le martellate in testa da solo!
Ed e' qui che si vede la differenza tra modernita' ed arcaicita', cittadini e popolo.
Nel primo caso si tratta di un contesto (modernita') in cui i soggetti (cittadini) vengono considerati portatori consapevoli di diritti, in grado di scegliere se e come essere e fare.
Nel secondo caso (arcaicita') i soggetti non esistono, ma esiste il popolo, che ha bisogno del capo che gli dica come e cosa fare e, se c'e' qualche dubbio che questo popolo non abbia ben compreso, e' il capo che gli impedisce di essere diverso: i negozi la domenica e le feste comandate sono quindi chiusi, al pari dei picchetti sindacali che, quando c'e' sciopero, impediscono a chi non condivide quello sciopero, di andare a lavorare.
I due secoli che ci siano lasciati alle spalle hanno avuto tanti aspetti positivi per l'affermazione dei diritti dei cittadini, ma ci hanno lasciato ancora un retaggio: volerci -in non pochi casi- obbligare ad essere in festa, ad essere felici, ad essere tristi... cioe' ad essere uguali, non solo nei diritti ma pure nei comportamenti individuali -economici o sociali che siano. Quello che sta accadendo tra chi ci vuol convincere, con le buone o le cattive, che i negozi il Primo Maggio devono stare chiusi, e' l'espressione autarchica e repressiva di chi non considera le moderne societa' e le moderne economie ruotanti intorno ad individui liberi di scegliere; la loro concezione e organizzazione vede una societa' ed un'economia in mano a chi ha conquistato il potere (piuttosto che essere stato scelto per amministrare) intorno alla quale il popolo (spesso al rango di telespettatori) ruota raccogliendo cio' che riesce a prendere.
Quando questo gap verra' compreso dai piu', ogni crisi economica potra' meglio essere affrontata: e' il motivo per cui, per esempio, ci sono societa' e sistemi economici (come in Usa) che da piu' di due secoli riescono a superare ogni difficolta' senza che, per farlo, ci sia necessita' di distruggersi. Perche' si cambia ogni giorno, senza resistenze conservatrici incancrenite nel mantenere uno status quo. E in Italia, e' questo che accade nella teste e nelle azioni di molti: difendono uno status quo … sempre piu' precario ed arcaico.
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