Sabato 12 settembre 2026
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Storia ed eredità di Emma Bonino in Toscana

Irriverente · Stefano Fabbri ·

È immaginabile che l’eredità morale e politica lasciata da Emma Bonino sarà contesa. Ma, come accade in molte famiglie, ci sarà anche chi pur avendone diritto vi rinuncerà, vista la sua complessa personalità. A Firenze e in Toscana sarebbe però complicato farlo, perché molto di ciò che riguarda l’affermazione anche più recente dei diritti è legata al fatto che proprio qui cominciò la sua battaglia politica a metà degli anni Settanta. È nota la vicenda personale del suo incontro-choc con l’aborto e la scoperta che a Firenze c’era invece un ginecologo liberale e appassionato pianista jazz, Giorgio Conciani, che usava il metodo Karman, meno invasivo e rischioso di quelli praticati sui tavoli delle mammane seppure in camice bianco. E che soprattutto credeva, come lei, nella libertà delle donne di scegliere e di decidere. La scintilla che scoccò tra la giovane militante radicale ed il più attempato medico portò all’esperienza della villa di via Dante da Castiglione dove arrivavano decine di donne da ogni parte d’Italia. L’aborto era comunque un reato: la denuncia del settimanale Il Borghese e la conseguente inchiesta della procura fiorentina portò allo smantellamento nel gennaio 1975 della «clinica» e all’arresto di Conciani. In carcere finirono anche il segretario del partito Gianfranco Spadaccia, e Adele Faccio. A giugno anche Emma Bonino, che si era autodenunciata e si fece arrestare appena uscita dal seggio elettorale di Cuneo dove aveva votato. Ma quella vicenda fiorentina segnò per lei l’inizio di un rapporto speciale con la città. Ci ha vissuto per diversi mesi anche quando era ricercata e qui, racconta Vincenzo Donvito, uno dei fondatori del Partito radicale a Firenze, ha continuato a organizzare la battaglia per l’aborto legale. Chi scrive si permette un solo ricordo personale: un’intervista di un’ora nel 1978 ai microfoni di Controradio a conclusione della quale il vostro allora aspirante cronista uscì stregato e convinto di esserne perdutamente innamorato.
Bonino, che aveva respirato fin da piccola l’aria risorgimentale piemontese, si trovò a suo agio sulle sponde dell’Arno, dove riuscì a far convergere sul terreno dei diritti, che allora si chiamavano civili e che oggi i detrattori definirebbero woke, giovani rivoluzionari, vecchi azionisti, liberali, socialisti e una borghesia che non voleva diventare piccola piccola. Perfino con il suo antico «persecutore», il magistrato Carlo Casini che condusse l’inchiesta sugli aborti a Firenze, riuscì a trovare più tardi punti in comune nella battaglia contro la pena di morte. Poi sarà stata la lunga storia della Toscana, dalle Leggi Livornine in avanti, a radicare qui una forte sensibilità sui diritti individuali. Ma è difficile pensare che anche Emma Bonino non abbia lasciato un segno. E questo senza nulla togliere alla autonoma capacità di chi — ad esempio — in tempi più recenti ha fatto sì che, prima con le sperimentazioni degli anni Novanta e poi con la legge regionale del 2009, vi sia assistenza sanitaria anche per gli stranieri irregolari e che, solo poco più di un anno fa, sia stata varata la legge toscana sul fine vita.
Ma anche queste scelte, forse inconsapevolmente, si sono nutrite di quei valori che Emma Bonino oggi ci lascia in eredità.

 

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