Martedì 6 ottobre 2026
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L’AI entra negli investimenti (solo all'inizio), ma gli italiani continuano a scegliere il consulente

U.E. - ITALIA
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A fotografare questa evoluzione è la ricerca europea "La consulenza finanziaria nell’era dell’AI", realizzata da Ipsos per OVB Holding.

 

L’intelligenza artificiale sta rapidamente conquistando spazio anche nelle scelte finanziarie degli italiani, ma per il momento resta soprattutto uno strumento di informazione. Quando arriva il momento di decidere dove investire, infatti, il rapporto personale con il consulente mantiene un vantaggio netto.

A fotografare questa evoluzione è la ricerca europea “La consulenza finanziaria nell’era dell’AI”, realizzata da Ipsos per OVB Holding su un campione di 5.000 risparmiatori tra i 18 e i 75 anni in Italia, Spagna, Germania, Ungheria e Repubblica Ceca.

In Italia il 43% degli intervistati dichiara di utilizzare regolarmente o occasionalmente strumenti di intelligenza artificiale per questioni finanziarie e assicurative. Una quota che sale fino al 60% tra i giovani di età compresa tra 18 e 34 anni, segnalando quanto rapidamente ChatGPT, Copilot, Gemini e strumenti analoghi stiano entrando nelle abitudini delle nuove generazioni di risparmiatori.

L’utilizzo, tuttavia, si concentra soprattutto nella fase preliminare del processo di investimento. Il 52% degli italiani impiega l’AI per comprendere argomenti finanziari, il 41% per cercare informazioni sui prodotti e confrontarli, mentre soltanto il 26% la utilizza nella pianificazione degli investimenti.

Il dato evidenzia una distinzione sempre più marcata tra accesso all’informazione e decisione finanziaria. L’AI abbassa drasticamente il costo della conoscenza, rende più semplice confrontare strumenti e strategie e permette al risparmiatore di arrivare al confronto con il professionista con un livello di preparazione potenzialmente superiore. Ma non ha ancora conquistato la fiducia necessaria per trasformarsi, agli occhi della maggioranza degli italiani, in un vero sostituto del consulente.

Solo il 22% degli intervistati dichiara infatti un livello elevato di fiducia nelle informazioni prodotte dall’intelligenza artificiale. Il 41% parla di una fiducia soltanto parziale, il 21% dichiara di fidarsi poco e il 16% per nulla.

Alla base di questa prudenza c’è soprattutto il rischio di ricevere indicazioni non corrette o non adeguate, citato dal 50% del campione. Ma emergono anche elementi che appartengono tradizionalmente alla relazione tra cliente e consulente: il 38% segnala la mancanza di un contatto personale, il 32% teme che l’AI non riesca a tenere sufficientemente conto della situazione individuale e un altro 32% solleva dubbi sul trattamento dei dati personali.

La distanza tra utilizzo tecnologico e fiducia diventa ancora più evidente quando agli intervistati viene chiesto chi dovrebbe supportarli nelle decisioni finanziarie importanti.

Il 75% degli italiani preferisce affidarsi esclusivamente o prevalentemente a un consulente finanziario personale. Soltanto il 5% attribuisce maggiore fiducia all’intelligenza artificiale, mentre il restante 20% considera equivalenti le due fonti.

Ancora più significativo è il comportamento di fronte a una raccomandazione generata direttamente da un sistema AI. Il 40% degli italiani dichiara che non investirebbe sulla base di quella indicazione, mentre il 31% sarebbe disposto a farlo soltanto dopo aver ricevuto una conferma da parte di un consulente.

Per l’industria della consulenza il messaggio è rilevante: l’intelligenza artificiale non sembra, almeno per ora, eliminare il bisogno di intermediazione professionale. Al contrario, può rafforzare il ruolo del consulente come soggetto chiamato a verificare, interpretare e contestualizzare una quantità crescente di informazioni disponibili.

La ricerca evidenzia inoltre una peculiarità del mercato italiano. Il 70% degli intervistati considera importante ricevere una consulenza individuale da parte di un professionista, il dato più elevato tra i cinque Paesi coinvolti nell’indagine e nettamente superiore alla media europea del campione, pari al 59%.

Il bisogno di assistenza professionale è particolarmente forte nelle decisioni legate agli investimenti e all’accumulo patrimoniale, citati dal 51% degli italiani, e nella previdenza pensionistica, anch’essa indicata dal 51%. Seguono l’assicurazione sulla vita e la consulenza sul credito, entrambe al 26%.

Il risultato suggerisce che, nonostante l’accelerazione tecnologica, alcune delle decisioni finanziarie con maggiore impatto sul patrimonio e sul futuro delle famiglie continuano a richiedere, nella percezione dei clienti, un livello di personalizzazione difficilmente sostituibile con un algoritmo.

Ed è proprio su questo terreno che potrebbe svilupparsi il prossimo modello competitivo della consulenza.

Gli italiani, infatti, non sembrano considerare AI e consulente come alternative necessariamente contrapposte. Al contrario, cresce l’aspettativa che la tecnologia possa migliorare la qualità del servizio offerto dai professionisti.

Il 51% degli intervistati italiani ritiene che nei prossimi cinque anni l’integrazione tra consulente finanziario e intelligenza artificiale permetterà di migliorare la qualità della consulenza. Anche in questo caso l’Italia registra il dato più elevato tra i cinque mercati analizzati, superiore alla media del 47%.

Potrebbe essere questo il vero cambiamento prodotto dall’AI nel wealth management. Non tanto l’arrivo di un consulente completamente automatizzato, quanto la nascita di un modello in cui il cliente utilizza l’intelligenza artificiale per informarsi e il professionista la utilizza per aumentare capacità di analisi, velocità e personalizzazione.

Il cliente del futuro rischia quindi di essere molto diverso da quello del passato: più informato, più autonomo nella fase di ricerca e probabilmente più esigente nel rapporto con il consulente.

(CityWire)

 

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