Come trasformare l'euro nella soluzione al problema chiamato dollaro
«Il dollaro è la nostra valuta, ma è il vostro problema», disse nel 1971 John Connally, segretario al Tesoro di Richard Nixon, in una battuta rimasta celebre. Cinquant’anni dopo, questa affermazione è ancora valida. Ma cosa succederebbe se la nostra valuta, l’euro, diventasse la soluzione a questo dilemma?
È questo, in sintesi, quanto propongono Shahin Vallée (German Council on Foreign Relations) e Jens van ‘t Klooster (Università di Amsterdam) in un nuovo paper pubblicato dall’European Macro Policy Network, una rete di istituti europei di ricerca e analisi delle politiche pubbliche. «Costruendo opzioni praticabili in euro per i pagamenti, gli investimenti e il commercio, l’Ue può spingere i mercati finanziari oltre il punto di svolta in cui l’euro diventa autosufficiente», sostengono. Ma come?
In fondo - ammettono i due ricercatori - «ogni passo verso l’integrazione monetaria ha comportato una maggiore dipendenza dal dollaro statunitense». Sembra controintuitivo. Dopotutto, il progetto europeo di unificazione monetaria, fin dai suoi primi tentativi negli anni Sessanta, «è stato in parte motivato dal desiderio di rendere l’Europa meno dipendente dal dollaro». Ma man mano che l’Europa si integrava, ha sviluppato un mercato offshore del dollaro. Le banche hanno iniziato a emettere “eurodollari” — depositi e prestiti denominati in dollari emessi al di fuori degli Stati Uniti, come ci ricordano van ‘t Klooster e Vallée.
L’introduzione dell’euro nel 1999 non ha indebolito la presa di Washington sull’economia, la finanza e la politica europea. «Ben poca attenzione è stata dedicata alla dipendenza dell’Ue dalle infrastrutture finanziarie e di pagamento in dollari», sottolineano i due ricercatori. Quasi ogni europeo porta in tasca l’insegna di questa dominazione, sotto forma di una carta Visa o Mastercard.
La Banca centrale europea (BCE) ha assunto un atteggiamento deliberatamente agnostico sull’internazionalizzazione dell’euro. «L’Eurosistema non ostacola né promuove l’uso internazionale dell’euro», dichiarò nel 2018 il presidente della BCE. Il suo nome? Mario Draghi. Di conseguenza, l’euro è rimasto una valuta prevalentemente regionale. E di conseguenza «le imprese e le banche europee hanno continuato a usare il dollaro per i loro affari internazionali», spiegano i due ricercatori.
Questo non sembrava un grande problema nei giorni felici della pace, dell’amore e dell’alleanza transatlantica. Invece è un grande problema nell’anno 2026, con un presidente americano il cui comportamento erratico non nasconde la sua avversione costante nei confronti dell’Unione europea. Il governo di Donald Trump è «una nuova amministrazione transazionale che tratta la propria valuta e il più ampio sistema del dollaro come uno strumento di leva, coercizione ed estorsione», osservano van ‘t Klooster e Vallée.
I due ricercatori propongono un piano in tre punti per liberare l’Europa dalla dipendenza dal dollaro e usare un euro veramente globale come leva per aumentare l’autonomia geostrategica.
In primo luogo, dovrebbe essere varata una «nuova strategia concertata per l’internazionalizzazione dell’euro», sulla falsariga del successo del Rapporto dei quattro presidenti che nel 2012 diede il via ai lavori sull’Unione bancaria e all’aggiornamento dell’architettura di Maastricht (e in cui Vallée aveva avuto, in qualità di consigliere economico dell’allora presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, un posto in prima fila). I presidenti del Consiglio europeo, dell’Eurogruppo, della Commissione europea e della BCE dovrebbero «delineare una visione strategica per il ruolo dell’euro nel sistema monetario globale», pro e contro inclusi. I capi di Stato e di governo dovrebbero avallare questa strategia globale per l’euro. Il Parlamento europeo e i parlamenti nazionali dovrebbero dibatterla regolarmente con loro, garantendo così la responsabilità democratica.
In secondo luogo, una Eurogroup+ Internationalisation Taskforce (EIT) dovrebbe lavorare all’aggiornamento e alla messa a punto di questa strategia. Eurogroup+, perché i sei attuali membri dell’Ue non appartenenti all’area euro sono anch’essi direttamente colpiti dalla dipendenza europea dal dollaro. L’EIT dovrebbe essere istituita presso il Segretariato generale del Consiglio o il Segretariato dell’Eurogruppo, gestita dalla Commissione e dotata di personale proveniente dalla BCE, dalla Commissione e dai ministeri nazionali. Dovrebbe riferire al Parlamento nell’ambito di un annuale «Euro Internationalisation Dialogue».
Infine, un Euro Internationalisation Semester dovrebbe diventare parte del Semestre europeo esistente, garantendo la responsabilità e il monitoraggio dei progressi — vale a dire che le cose vadano effettivamente avanti. La Commissione dovrebbe predisporlo, l’Eurogruppo guidarlo, la BCE fornire il suo contributo, e dovrebbe essere integrato nella raccomandazione annuale sulla politica economica dell’area euro.
Sul piano sostanziale, van ‘t Klooster e Vallée sottolineano che «il commercio è al cuore di una valuta internazionale efficace» e l’Ue, con il maggior numero di accordi commerciali al mondo, dispone di un’enorme leva. Settantadue paesi, che rappresentano collettivamente il 40 per cento del Pil mondiale, hanno l’Europa come principale partner commerciale. Perché non spingerli a usare l’euro nei loro scambi con l’Ue?
«Passi importanti potrebbero essere compiuti spingendo le imprese nazionali a fatturare in euro, concentrandosi sui settori meno dipendenti dagli input in dollari, che vendono principalmente a clienti europei e (come la maggior parte delle imprese) hanno salari denominati in euro come principale voce di costo». Ovunque sia possibile, l’Ue dovrebbe creare incentivi all’uso dell’euro: nel credito all’esportazione e nelle assicurazioni, e attraverso l’inserimento di clausole valutarie nei suoi accordi di libero scambio (Volete commerciare con noi? Ottimo — usate l’euro). La BCE dovrebbe istituire una rete mirata di linee di swap bilaterali con altre banche centrali per garantire liquidità e fluidità.
L’euro digitale, attualmente previsto per il 2029, sarebbe un elemento cruciale di questa strategia. Vallée e van ‘t Klooster lo definiscono «storico, in quanto fornirebbe all’Ue un sistema di pagamento ampiamente utilizzato e libero dall’interferenza americana». Purtroppo, «fa poco per promuovere l’internazionalizzazione», dato che le disponibilità di euro digitali da parte di soggetti stranieri saranno strettamente limitate e non sarà consentito per i pagamenti all’ingrosso.
Ecco dunque un modello di processo per fare dell’euro uno strumento per accrescere la sovranità dell’Europa. E il bello è che non servirebbero modifiche ai trattati, ma solo la volontà politica di farlo. Esiste attualmente questa volontà politica nei corridoi del Berlaymont, il palazzo della Commissione? Nelle 27 capitali? Nelle torri della BCE? Questa è un’altra questione.
(Oliver Grimm su Il Mattinale europeo del 29/10/2026)