Cpr, Cassazione annulla la sospensione di tre dottoresse di Ravenna
La Corte di Cassazione ha annullato le misure cautelari interdittive che avevano sospeso dall'esercizio della professione, per dieci mesi, tre dottoresse di guardia medica indagate dalla Procura di Ravenna. Le mediche erano finite sotto inchiesta per aver rilasciato certificati che dichiaravano persone migranti non idonee al trattenimento nei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Come riporta il manifesto, la decisione rappresenta un primo punto a favore delle professioniste coinvolte nella vicenda giudiziaria.
Le tre dottoresse fanno parte di un gruppo più ampio di sanitari coinvolti nell'inchiesta: in totale sono almeno nove i medici formalmente indagati, otto dei quali in servizio nel reparto di Malattie infettive dell'ospedale Santa Maria delle Croci di Ravenna, accusati di falso ideologico continuato e interruzione di pubblico servizio. A questi si è aggiunto l'infettivologo Nicola Cocco, esponente della Società italiana di medicina delle migrazioni, per il quale si ipotizza anche il reato di associazione a delinquere. Oltre alle tre sanitarie colpite dalla sospensione, ad altri cinque medici era stato inibito il potere di firma sui certificati di inidoneità ai Cpr. L'inchiesta, nata a Ravenna, si è poi estesa coinvolgendo più di venti medici in tutta Italia, colpiti lo scorso 16 settembre da perquisizioni in nove città diverse.
I giudici della Suprema Corte si sono pronunciati accogliendo i ricorsi presentati dai legali della difesa, gli avvocati Salvatore Tesoriero e Francesca Cancellaro. Ora gli atti torneranno al Tribunale del Riesame di Bologna, che dovrà esprimersi nuovamente sulla vicenda. Le dottoresse restano comunque indagate nel procedimento principale: la pronuncia della Cassazione riguarda esclusivamente la fase cautelare e non chiude il capitolo delle responsabilità penali contestate dalla Procura di Ravenna.
Gli avvocati della difesa hanno commentato con soddisfazione la decisione, sostenendo che l'annullamento disposto dalla Suprema Corte restituisce alle dottoresse la dignità personale e professionale duramente messa in discussione dall'inchiesta ravennate. I legali hanno inoltre spiegato di aver sostenuto, nel ricorso, che l'operato delle assistite rispondesse ai doveri di cura e di tutela della salute di ogni persona previsti dalla Costituzione, dalle fonti sovranazionali e dalla deontologia medica.
Anche la Funzione Pubblica della Cgil nazionale ha accolto con favore la decisione, definendola un provvedimento importante che sottolinea la necessità di difendere sempre la dignità professionale e personale di chi lavora per tutelare la salute di tutti. Il sindacato ha ribadito che la libertà e l'indipendenza dell'atto medico devono essere sempre garantite, perché la cura e la tutela della salute sono diritti universali sanciti dall'articolo 32 della Costituzione e non possono diventare un reato, condannando quella che definisce una strumentalizzazione politica della vicenda.
L'inchiesta della Procura di Ravenna, coordinata dalla pm Angela Scorza, riguarda le visite effettuate tra settembre 2024 e gennaio 2026 su persone migranti prima di un eventuale trasferimento nei Cpr: su 64 persone esaminate, 34 erano state giudicate non idonee al trattenimento. Secondo gli inquirenti, alcuni certificati sarebbero stati falsificati proprio per impedire il trattenimento delle persone migranti nei centri.