Italia. Bologna. Caritas: discriminazioni su affitto case
Quando si tratta di affittare casa agli stranieri, i bolognesi tendono a discriminare. E' il quadro, non certo edificante, che denuncia Francesca Tiberio, responsabile dello sportello per richiedenti asilo e rifugiati politici della Caritas di Bologna, durante la presentazione dei risultati del progetto "Tana liberi tutti", appunto sui rifugiati e richiedenti asilo.
Una parte del progetto, illustrato questa mattina nella sede della Provincia di Bologna, era dedicata all'aiuto agli stranieri nella ricerca di una casa e nella sottoscrizione di contratti d'affitto. "In 10 mesi (la durata di questa fase) siamo riusciti a trovare alloggi solo per quattro famiglie- racconta Tiberio- la causa principale e' la forte discriminazione razziale nei confronti degli stranieri". Spesso, prosegue la responsabile dello sportello Caritas, i proprietari chiedevano "caparre di molti mesi, o affitti esorbitanti o addirittura fideiussioni di 6 o 12 mesi", condizioni assolutamente fuori dalla portata di persone arrivate in Italia come rifugiati politici e chiedendo asilo. "I richiedenti- ricorda Tiberio- non possono lavorare finche' non sono riconosciuti rifugiati dalla Commissione", e ricevono un sostentamento economico, comunque basso, per soli 45 giorni, a fronte di, in media, un anno e mezzo di attesa per ottenere lo status di rifugiato. In ogni caso, puo' capitare anche di peggio. "Non sono razzista, ma non voglio extracomunitari: non sanno pulire e poi si portano dietro tutta la tribu'", sono queste le giustificazioni piu' frequenti dei bolognesi, secondo il racconto degli operatori Caritas. Il progetto "Tana liberi tutti" si e' occupato anche della situazione professionale degli stranieri, soprattutto attraverso l'inserimento nel mondo lavorativo. "Una volta ottenuto lo status di rifugiato- spiga Tiberio- non ci vuole comunque molto per trovare lavoro", anche perche' spesso si tratta di persone che nel loro Paese avevano un'istruzione medio-alta.
Tra il 2005 e il 2006 si sono rivolti all'ufficio Caritas di Bologna circa 300 stranieri, piu' della meta' provenienti dall'Africa, in qualita' di rifugiati, richiedenti asilo o in protezione umanitaria. Quasi 50 arrivano solo dall'Eritrea, seguono a ruota congolesi (19) e camerunensi (11). Di tutti gli stranieri arrivati, poco meno di 70 sono rientrati nel progetto "Tana liberi tutti", finanziato dalla Conferenza episcopale italiana con un contributo di circa 100.000 euro per due anni, dal 2004 al 2006. Grazie ai fondi sono state attivate una settantina di borse di lavoro e pagati circa 65 abbonamenti per l'autobus. La maggioranza degli stranieri, infatti, si presenta con lo status di richiedente asilo, una sorta di limbo istituzionale durante il quale non si hanno documenti riconosciuti e non si puo' lavorare, se non dopo sei mesi dall'arrivo.
Il direttore della Caritas di Bologna, Paolo Mengoli, nel suo intervento durante il convegno, sottolinea come questa realta' "aumentera' sempre di piu' nei prossimi tempi" e auspica il contemporaneo "aumento dell'impegno delle istituzioni in maniera strutturale". In rappresentanza del Comune di Bologna c'era Gianni Sofri, presidente del Consiglio comunale, che dal canto suo invita a "non ridurre il problema dei rifugiati a processi burocratici", perche' "dietro ci sono uomini e donne in carne e ossa, con le loro storie e le loro sofferenze".
Matteo Piantedosi, capo di gabinetto della Prefettura di Bologna, concorda invece sul fatto in Italia "manca una cultura dell'asilo politico", dal momento che e' l'unica nazione europea senza una legge organica sull'argomento. E addirittura sostiene la necessita' di "rimettere in discussione la definizione che di rifugiato da' la convenzione di Ginevra", dando anche una "migliore codifica al concetto di protezione umanitaria".
L'attenzione, pero', prosegue Piantedosi, va rivolta anche a "sicurezza e legalita'" che, sostiene, "non sono ideologicamente opposte al principio di accoglienza", anzi sono rivolte anche agli stessi rifugiati.
I contratti con immigrati a canone libero sono passati in tre anni "dal 15 al 20%", mentre quelli a canone concordato "dall'11 al 14%". Enrico Rizzo, presidente dell'Associazione sindacale piccoli proprietari immobiliari (Asppi) di Bologna, preferisce rispondere con i dati all'allarme discriminazione lanciato oggi dalla Caritas. Durante un convegno sui rifugiati politici, l'associazione cattolica aveva infatti parlato apertamente di razzismo dei bolognesi per quanto riguarda l'affitto della casa a persone straniere. Rizzo pero' non ci sta e afferma di non condividere il "pessimismo della Caritas". "C'e' ancora una certa diffidenza ad affittare ad immigrati", riconosce Rizzo, ma sostiene anche che e' stato rilevato un "cambiamento significativo nelle abitudini dei nostri associati". Secondo il presidente provinciale dell'Asppi, "bisogna cerca di superare la diffidenza con azioni mirate di intermediazione abitativa", come il servizio "con finalita' sociali" attivato proprio dall'associazione, rivolto a "specifiche categorie di inquilini, tra cui i migranti. La realta' del mercato -conclude la nota di Rizzo- e' sempre piu' orientata verso i migranti e i proprietari che vogliono affittare devono fare i conti con questa realta'".
Una parte del progetto, illustrato questa mattina nella sede della Provincia di Bologna, era dedicata all'aiuto agli stranieri nella ricerca di una casa e nella sottoscrizione di contratti d'affitto. "In 10 mesi (la durata di questa fase) siamo riusciti a trovare alloggi solo per quattro famiglie- racconta Tiberio- la causa principale e' la forte discriminazione razziale nei confronti degli stranieri". Spesso, prosegue la responsabile dello sportello Caritas, i proprietari chiedevano "caparre di molti mesi, o affitti esorbitanti o addirittura fideiussioni di 6 o 12 mesi", condizioni assolutamente fuori dalla portata di persone arrivate in Italia come rifugiati politici e chiedendo asilo. "I richiedenti- ricorda Tiberio- non possono lavorare finche' non sono riconosciuti rifugiati dalla Commissione", e ricevono un sostentamento economico, comunque basso, per soli 45 giorni, a fronte di, in media, un anno e mezzo di attesa per ottenere lo status di rifugiato. In ogni caso, puo' capitare anche di peggio. "Non sono razzista, ma non voglio extracomunitari: non sanno pulire e poi si portano dietro tutta la tribu'", sono queste le giustificazioni piu' frequenti dei bolognesi, secondo il racconto degli operatori Caritas. Il progetto "Tana liberi tutti" si e' occupato anche della situazione professionale degli stranieri, soprattutto attraverso l'inserimento nel mondo lavorativo. "Una volta ottenuto lo status di rifugiato- spiga Tiberio- non ci vuole comunque molto per trovare lavoro", anche perche' spesso si tratta di persone che nel loro Paese avevano un'istruzione medio-alta.
Tra il 2005 e il 2006 si sono rivolti all'ufficio Caritas di Bologna circa 300 stranieri, piu' della meta' provenienti dall'Africa, in qualita' di rifugiati, richiedenti asilo o in protezione umanitaria. Quasi 50 arrivano solo dall'Eritrea, seguono a ruota congolesi (19) e camerunensi (11). Di tutti gli stranieri arrivati, poco meno di 70 sono rientrati nel progetto "Tana liberi tutti", finanziato dalla Conferenza episcopale italiana con un contributo di circa 100.000 euro per due anni, dal 2004 al 2006. Grazie ai fondi sono state attivate una settantina di borse di lavoro e pagati circa 65 abbonamenti per l'autobus. La maggioranza degli stranieri, infatti, si presenta con lo status di richiedente asilo, una sorta di limbo istituzionale durante il quale non si hanno documenti riconosciuti e non si puo' lavorare, se non dopo sei mesi dall'arrivo.
Il direttore della Caritas di Bologna, Paolo Mengoli, nel suo intervento durante il convegno, sottolinea come questa realta' "aumentera' sempre di piu' nei prossimi tempi" e auspica il contemporaneo "aumento dell'impegno delle istituzioni in maniera strutturale". In rappresentanza del Comune di Bologna c'era Gianni Sofri, presidente del Consiglio comunale, che dal canto suo invita a "non ridurre il problema dei rifugiati a processi burocratici", perche' "dietro ci sono uomini e donne in carne e ossa, con le loro storie e le loro sofferenze".
Matteo Piantedosi, capo di gabinetto della Prefettura di Bologna, concorda invece sul fatto in Italia "manca una cultura dell'asilo politico", dal momento che e' l'unica nazione europea senza una legge organica sull'argomento. E addirittura sostiene la necessita' di "rimettere in discussione la definizione che di rifugiato da' la convenzione di Ginevra", dando anche una "migliore codifica al concetto di protezione umanitaria".
L'attenzione, pero', prosegue Piantedosi, va rivolta anche a "sicurezza e legalita'" che, sostiene, "non sono ideologicamente opposte al principio di accoglienza", anzi sono rivolte anche agli stessi rifugiati.
I contratti con immigrati a canone libero sono passati in tre anni "dal 15 al 20%", mentre quelli a canone concordato "dall'11 al 14%". Enrico Rizzo, presidente dell'Associazione sindacale piccoli proprietari immobiliari (Asppi) di Bologna, preferisce rispondere con i dati all'allarme discriminazione lanciato oggi dalla Caritas. Durante un convegno sui rifugiati politici, l'associazione cattolica aveva infatti parlato apertamente di razzismo dei bolognesi per quanto riguarda l'affitto della casa a persone straniere. Rizzo pero' non ci sta e afferma di non condividere il "pessimismo della Caritas". "C'e' ancora una certa diffidenza ad affittare ad immigrati", riconosce Rizzo, ma sostiene anche che e' stato rilevato un "cambiamento significativo nelle abitudini dei nostri associati". Secondo il presidente provinciale dell'Asppi, "bisogna cerca di superare la diffidenza con azioni mirate di intermediazione abitativa", come il servizio "con finalita' sociali" attivato proprio dall'associazione, rivolto a "specifiche categorie di inquilini, tra cui i migranti. La realta' del mercato -conclude la nota di Rizzo- e' sempre piu' orientata verso i migranti e i proprietari che vogliono affittare devono fare i conti con questa realta'".
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