Italia. Bresolin: industria farmaceutica faccia di piu' per produzione staminali
"Gli scienziati non sono la 'Coldiretti delle staminali'. E' ora che le industrie farmaceutiche scendano in campo e si facciano carico della moltiplicazione della 'materia prima' per la ricerca". A lanciare l'appello e' Nereo Bresolin, responsabile dell'unita' di Neurologia del Policlinico di Milano. Lo scorso 12 dicembre, a margine della presentazione di uno studio sulle staminali, lo scienziato ha fatto il punto sullo stato della ricerca scientifica e sugli ostacoli presenti e futuri per un ampio impiego di staminali nella sperimentazione clinica e nelle eventuali terapie che ne deriveranno.
Il problema, spiega, e' che "servono industrie dedicate alla produzione di staminali, perche' e' un lavoro enorme moltiplicare le cellule. Noi scienziati non possiamo passare la vita a fare solo questo. Non siamo i 'coltivatori diretti' delle cellule. Abbiamo altri compiti da assolvere". Le case farmaceutiche, osserva l'esperto, sono le sole che potrebbero affrontare una produzione cosi' alta di staminali. Materia prima di cui la ricerca e' 'affamata': serve un numero enorme di staminali per trattare un paziente, si parla di miliardi di unita'. E serve qualcuno che sia in grado di produrle. "In Europa ci sono una decina di gruppi farmaceutici capaci di rispondere a elevate richieste di staminali. Noi facciamo le sperimentazioni ma poi per le terapie deve nascere uno 'spin off' per l'utilizzo sul mercato. Secondo l'esperto, l'Italia e' tecnologicamente avanzata: "Non e' seconda a nessuno, ma mancano fondi e mezzi. Viviamo sulla buona volonta' dei giovani che fanno ricerca con borse di studio ridicole".
Ma a complicare le cose e' anche tutto l'aspetto normativo legato alla produzione e all'impiego di staminali. "Norme troppo rigide, e soprattutto immobili, rischiano di ostacolare la ricerca", nota Bresolin. Un rischio concreto, a detta dello scienziato: "Coordino un'equipe che lavora sulle staminali in cerca di potenziali terapie per bimbi malati di distrofia di Duchenne. Quando saremo pronti per agire sui piccoli pazienti, non vogliamo aspettare dieci anni prima di avere l'autorizzazione ministeriale. Drammatici sono i tempi necessari per arrivare all'approvazione di nuove procedure".
Punto di vista ribadito anche da un altro ricercatore del team di Bresolin, Yvan Torrente. "Il problema e' che oggi viene equiparata la cellula staminale al farmaco e la si sottopone a regolamentazioni ferree sulla preparazione, sugli ambienti in cui si lavora il materiale, sulla certificazione dei processi". Regole che richiedono ingenti investimenti e strutture costosissime. "Prima o poi dovranno modificare le normative. L'argomento e' oggetto di studi ministeriali ed europei che speriamo arrivino presto a una conclusione". Perche' la scienza corre: "Il problema di moltiplicare la materia prima e' ormai tecnologicamente quasi risolto, nel senso che le conoscenze di oggi ci permettono di garantire numeri vicini a quelli richiesti per il trattamento di pazienti". La difficolta' per i ricercatori e' un'altra: "Spesso siamo soli e alle case farmaceutiche di fatto non interessa fare ricerca per categorie di malati come i bimbi affetti da distrofia di Duchenne, vista la bassa incidenza dei casi".
Il problema, spiega, e' che "servono industrie dedicate alla produzione di staminali, perche' e' un lavoro enorme moltiplicare le cellule. Noi scienziati non possiamo passare la vita a fare solo questo. Non siamo i 'coltivatori diretti' delle cellule. Abbiamo altri compiti da assolvere". Le case farmaceutiche, osserva l'esperto, sono le sole che potrebbero affrontare una produzione cosi' alta di staminali. Materia prima di cui la ricerca e' 'affamata': serve un numero enorme di staminali per trattare un paziente, si parla di miliardi di unita'. E serve qualcuno che sia in grado di produrle. "In Europa ci sono una decina di gruppi farmaceutici capaci di rispondere a elevate richieste di staminali. Noi facciamo le sperimentazioni ma poi per le terapie deve nascere uno 'spin off' per l'utilizzo sul mercato. Secondo l'esperto, l'Italia e' tecnologicamente avanzata: "Non e' seconda a nessuno, ma mancano fondi e mezzi. Viviamo sulla buona volonta' dei giovani che fanno ricerca con borse di studio ridicole".
Ma a complicare le cose e' anche tutto l'aspetto normativo legato alla produzione e all'impiego di staminali. "Norme troppo rigide, e soprattutto immobili, rischiano di ostacolare la ricerca", nota Bresolin. Un rischio concreto, a detta dello scienziato: "Coordino un'equipe che lavora sulle staminali in cerca di potenziali terapie per bimbi malati di distrofia di Duchenne. Quando saremo pronti per agire sui piccoli pazienti, non vogliamo aspettare dieci anni prima di avere l'autorizzazione ministeriale. Drammatici sono i tempi necessari per arrivare all'approvazione di nuove procedure".
Punto di vista ribadito anche da un altro ricercatore del team di Bresolin, Yvan Torrente. "Il problema e' che oggi viene equiparata la cellula staminale al farmaco e la si sottopone a regolamentazioni ferree sulla preparazione, sugli ambienti in cui si lavora il materiale, sulla certificazione dei processi". Regole che richiedono ingenti investimenti e strutture costosissime. "Prima o poi dovranno modificare le normative. L'argomento e' oggetto di studi ministeriali ed europei che speriamo arrivino presto a una conclusione". Perche' la scienza corre: "Il problema di moltiplicare la materia prima e' ormai tecnologicamente quasi risolto, nel senso che le conoscenze di oggi ci permettono di garantire numeri vicini a quelli richiesti per il trattamento di pazienti". La difficolta' per i ricercatori e' un'altra: "Spesso siamo soli e alle case farmaceutiche di fatto non interessa fare ricerca per categorie di malati come i bimbi affetti da distrofia di Duchenne, vista la bassa incidenza dei casi".
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