Italia. Cnel: l'occupazione cresce grazie agli immigrati
L'occupazione in Italia aumenta nonostante la scarsa crescita economica soprattutto grazie alla manodopera immigrata. Nel primo trimestre del 2006 - si legge nel Rapporto sul mercato del lavoro del Cnel presentato oggi - l'aumento consistente degli occupati (+374.000 posti) e' dovuta per oltre il 60% all'aumento del lavoro degli stranieri mentre nel 2005 il tasso di occupazione e' rimasto costante (al 57,5%) proprio grazie a questa componente.
Se nel mercato del lavoro italiano gli immigrati regolari rappresentano ormai il 5,2% dei lavoratori (1.169.000 unita'), con un tasso di occupazione tra i 15 e i 64 anni del 65,7%, oltre otto punti in piu' della media italiana, resta assai scarsa la presenza di donne e anziani.
Il mercato del lavoro resta fortemente segmentato e l'Italia, anche se ha ridotto lo scarto rispetto alla media europea, resta lontana dall'obiettivo di Lisbona che prevede l'occupazione del 70% della fascia tra i 15 e i 64 anni. Il divario, che nel 2005 e' di 12,5 punti nel complesso, sale a 18,6 nella fascia tra i 55 e i 64 anni (31,4% gli anziani occupati in Italia contro il 44,1% della media europea e il 50% dell'obiettivo). Le donne occupate in Italia nella fascia considerata sono il 45,3% (14,7 punti in meno rispetto al 60% dell'obiettivo) mentre per gli uomini l'obiettivo del 70% e' a portata di mano (mancano 0,2 punti).
"La scarsa partecipazione della popolazione tra i 55 e i 64 anni al mercato del lavoro - sottolinea il curatore del rapporto, Carlo dell'Aringa - e' un problema serio per il nostro Paese, soprattutto se si considera che la popolazione sta invecchiando. Diventano quindi ancor piu' importanti quelle politiche di 'active aging' che il nostro Paese non riesce a far decollare. E diventano ancor piu' pressanti gli inviti, come quello recente del Governatore della Banca d'Italia, a trovare modi e strumenti per ritardare l'entrata in pensione di questi lavoratori".
Dopo quella riferita agli aspetti demografici, il rapporto presentato oggi dal presidente del Cnel Antonio Marzano sottolinea come la segmentazione piu' grave sia quella che fa riferimento agli aspetti territoriali. Dal 1993 al 2005 il tasso di occupazione del Mezzogiorno e' passato dal 45,4% al 45,8%, rimanendo sostanzialmente fermo. Nel Nord-Est, nello stesso intervallo di tempo e' passato dal 60% al 66%. "Il 2005 - afferma Dell'Aringa - e' stato un anno che ha accentuato lo scarto esistente fra le diverse aree del Paese. E non tragga in inganno la riduzione della disoccupazione che si e' registrata nel Sud. Essa ha coinciso con una riduzione della partecipazione al mercato, ancora una volta concentrata nelle componenti piu' deboli della forza lavoro (le giovani donne). I due fenomeni, riduzione della disoccupazione e dell'offerta di lavoro, sono troppo concomitanti per non fare sorgere il sospetto che siano dovuti a fenomeni di scoraggiamento".
Il rapporto segnala la scarsa mobilita' territoriale della nostra forza lavoro (solo il 2% dei lavoratori ha cambiato regione) e le "differenze enormi" nei tempi per la ricerca di lavoro, con il 29,2% dei disoccupati del Sud senza lavoro da piu' di due anni, contro solo l'11,8% di quelli del Nord. "Senza terapie d'urto che attivino gli incentivi giusti per aumentare la mobilita' dei fattori produttivi e delle iniziative imprenditoriali - si legge nel rapporto Cnel - la convergenza dei due mercati del lavoro appare un obiettivo irraggiungibile".
Sono aumentati i posti di lavoro ma non la qualita' dell' occupazione. Nel 2005 infatti e' calata la produttivita' e senza crescita e' difficile aspettarsi un miglioramento generalizzato delle condizioni di lavoro. E' inoltre aumentata, secondo la ricerca, l'instabilita' dei rapporti di lavoro: mentre nel 2002 il 31,9% dei lavoratori a termine e' passato ad un lavoro a tempo indeterminato un anno dopo, la quota di passaggio fra il 2004 e il 2005 e' scesa al 25,4% (solo 10% per i collaboratori).
Infine il rapporto sottolinea come i nuovi istituti contrattuali introdotti dalla legge Biagi di riforma del mercato del lavoro abbiano avuto una "accoglienza molto fredda da parte del mondo produttivo. Non si riesce ancora a capire - afferma Dell'Aringa - se la scarsa diffusione dei nuovi contratti di lavoro (a chiamata, n somministrazione a tempo indeterminato, di inserimento, ecc.) sia dovuta ad un atteggiamento prudente da parte delle aziende oppure al semplice fatto che le imprese italiane, in prevalenza piccole, non hanno di fatto bisogno di disporre di una ricco e articolato menu' di opzioni diverse". Altro discorso merita invece l'apprendistato, soprattutto quello cosiddetto 'professionalizzante', introdotto dalla riforma: secondo la ricerca, le aziende sembrano apprezzare molto questo nuovo istituto.
Se nel mercato del lavoro italiano gli immigrati regolari rappresentano ormai il 5,2% dei lavoratori (1.169.000 unita'), con un tasso di occupazione tra i 15 e i 64 anni del 65,7%, oltre otto punti in piu' della media italiana, resta assai scarsa la presenza di donne e anziani.
Il mercato del lavoro resta fortemente segmentato e l'Italia, anche se ha ridotto lo scarto rispetto alla media europea, resta lontana dall'obiettivo di Lisbona che prevede l'occupazione del 70% della fascia tra i 15 e i 64 anni. Il divario, che nel 2005 e' di 12,5 punti nel complesso, sale a 18,6 nella fascia tra i 55 e i 64 anni (31,4% gli anziani occupati in Italia contro il 44,1% della media europea e il 50% dell'obiettivo). Le donne occupate in Italia nella fascia considerata sono il 45,3% (14,7 punti in meno rispetto al 60% dell'obiettivo) mentre per gli uomini l'obiettivo del 70% e' a portata di mano (mancano 0,2 punti).
"La scarsa partecipazione della popolazione tra i 55 e i 64 anni al mercato del lavoro - sottolinea il curatore del rapporto, Carlo dell'Aringa - e' un problema serio per il nostro Paese, soprattutto se si considera che la popolazione sta invecchiando. Diventano quindi ancor piu' importanti quelle politiche di 'active aging' che il nostro Paese non riesce a far decollare. E diventano ancor piu' pressanti gli inviti, come quello recente del Governatore della Banca d'Italia, a trovare modi e strumenti per ritardare l'entrata in pensione di questi lavoratori".
Dopo quella riferita agli aspetti demografici, il rapporto presentato oggi dal presidente del Cnel Antonio Marzano sottolinea come la segmentazione piu' grave sia quella che fa riferimento agli aspetti territoriali. Dal 1993 al 2005 il tasso di occupazione del Mezzogiorno e' passato dal 45,4% al 45,8%, rimanendo sostanzialmente fermo. Nel Nord-Est, nello stesso intervallo di tempo e' passato dal 60% al 66%. "Il 2005 - afferma Dell'Aringa - e' stato un anno che ha accentuato lo scarto esistente fra le diverse aree del Paese. E non tragga in inganno la riduzione della disoccupazione che si e' registrata nel Sud. Essa ha coinciso con una riduzione della partecipazione al mercato, ancora una volta concentrata nelle componenti piu' deboli della forza lavoro (le giovani donne). I due fenomeni, riduzione della disoccupazione e dell'offerta di lavoro, sono troppo concomitanti per non fare sorgere il sospetto che siano dovuti a fenomeni di scoraggiamento".
Il rapporto segnala la scarsa mobilita' territoriale della nostra forza lavoro (solo il 2% dei lavoratori ha cambiato regione) e le "differenze enormi" nei tempi per la ricerca di lavoro, con il 29,2% dei disoccupati del Sud senza lavoro da piu' di due anni, contro solo l'11,8% di quelli del Nord. "Senza terapie d'urto che attivino gli incentivi giusti per aumentare la mobilita' dei fattori produttivi e delle iniziative imprenditoriali - si legge nel rapporto Cnel - la convergenza dei due mercati del lavoro appare un obiettivo irraggiungibile".
Sono aumentati i posti di lavoro ma non la qualita' dell' occupazione. Nel 2005 infatti e' calata la produttivita' e senza crescita e' difficile aspettarsi un miglioramento generalizzato delle condizioni di lavoro. E' inoltre aumentata, secondo la ricerca, l'instabilita' dei rapporti di lavoro: mentre nel 2002 il 31,9% dei lavoratori a termine e' passato ad un lavoro a tempo indeterminato un anno dopo, la quota di passaggio fra il 2004 e il 2005 e' scesa al 25,4% (solo 10% per i collaboratori).
Infine il rapporto sottolinea come i nuovi istituti contrattuali introdotti dalla legge Biagi di riforma del mercato del lavoro abbiano avuto una "accoglienza molto fredda da parte del mondo produttivo. Non si riesce ancora a capire - afferma Dell'Aringa - se la scarsa diffusione dei nuovi contratti di lavoro (a chiamata, n somministrazione a tempo indeterminato, di inserimento, ecc.) sia dovuta ad un atteggiamento prudente da parte delle aziende oppure al semplice fatto che le imprese italiane, in prevalenza piccole, non hanno di fatto bisogno di disporre di una ricco e articolato menu' di opzioni diverse". Altro discorso merita invece l'apprendistato, soprattutto quello cosiddetto 'professionalizzante', introdotto dalla riforma: secondo la ricerca, le aziende sembrano apprezzare molto questo nuovo istituto.
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