Italia. Lotta al Parkinson, in un convegno il punto sulla ricerca in campo genetico
Ogni anno a Parma 60 persone colpite dal morbo, che si aggiungono alle oltre trecento gia' ammalate: di loro se ne occupa un'associazione che, attraverso convegni, riviste, iniziative socio assistenziali e sostegni alla ricerca scientifica offre un importante punto di riferimento ai famigliari ed a chi ne e' affetto in prima persona. Stiamo parlando dell'Unione parkinsoniani di Parma. A Palazzo Soragna si e' tenuto l'annuale convegno di questa associazione: e' stato fatto il punto della situazione sulla ricerca in campo genetico, sulle nuove terapie mediche e chirurgiche e sulle tecniche diagnostiche grazie al contributo dei numerosi esperti e specialisti intervenuti. Il morbo di Parkinson e' una malattia neurodegenerativa che coinvolge prevalentemente il sistema motorio, la causa e' sconosciuta anche se svariati studi indicano una multifattorialita' (piu' cause concomitanti). Proprio a Parma e' in corso una collaborazione tra l'Istituto di Neurologia ed il Dipartimento di Clinica Medica, Nefrologia e Scienze della Prevenzione, a cui partecipa anche la Neurologia dell'Azienda Ausl di Fidenza, per condurre una ricerca, che rientra nell'ambito di un progetto europeo, sul ruolo dell'interazione tra fattori genetici ed ambiente nella malattia di Parkinson: i risultati preliminari dello studio sono stati anticipati nel convegno e portano a delle conferme sull'esistenza di tale interazione. La diagnosi di morbo di Parkinson, considerando indagini tradizionali quali Tac e risonanza magnetica, e' sostanzialmente una diagnosi di "esclusione" e cioe' fatta sulla base dell'esclusione di alterazioni tipiche di altre malattie degenerative: nel convegno si e' parlato anche di tecniche di neuroimmagini funzionali come la Pet (tomografia a emissione di positroni), che sono pero' in dotazione solo a centri selezionati. Nel campo della terapia farmacologica, da quanto emerso, la tendenza e' di ritardare l'utilizzo della levodopa (per il rischio di complicanze motorie connesse al suo uso cronico) a favore degli agonisti dopaminergici, mentre sul versante neurochirurgico si e' parlato della tecnica di stimolazione cerebrale profonda (Dbs), che consiste nel posizionamento di un elettrodo, una sorta di pacemaker, in alcuni nuclei cerebrali iperfunzionanti nel morbo di Parkinson, inattivandoli. Il futuro, in ambito terapeutico, vede l'inserimento chirurgico di cellule staminali per sostituire i neuroni della "sostanza nera" (la struttura del cervello che degenera nel Parkinson): i problemi, dibattuti nell'incontro, oltre che di natura etica, sorgono nel trovare la linea cellulare piu' adatta e piu' sicura, la sede precisa di impianto e la possibilita' di ottenere l'integrazione funzionale delle cellule donatrici nel cervello dell'ospite. "Questi studi sulle cellule staminali sono importanti -ha sottolineato Domenico Mancia, direttore dell'Istituto di Neurologia dell'Universita' di Parma e moderatore del convegno-, infatti, il Parkinson e' uno dei primi modelli in cui si sono sperimentate terapie neurorestorative. Se i risultati positivi ottenuti ora in laboratorio dovessero essere confermati anche nell'uomo, aprirebbero la possibilita' a studi analoghi in molte altre malattie degenerative del sistema nervoso". Sono intervenuti, tra gli altri, Tommaso Caraceni, emerito primario di Neurologia all'Istituto Besta di Milano, Ruggero Fariello della Newron Pharmaceuticals, Massimo Gallucci dell'Istituto di Radiologia dell'Universita' dell'Aquila, Anna Negrotti ricercatrice all'Istituto di Neurologia dell'Universita' di Parma e Manfredi Saginario, co-moderatore del convegno e primario neurologo a Piacenza.
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