Italia. "L'esame d'integrazione" di Magdi Allam
di Magdi Allam
dal Corriere della Sera del 19 agosto 2006
***
La nostra Italia sta proponendo l'integrazione àla carte. Un optional, tutt'altro che vincolante. Come in un percorso scolastico autodidattico, l'immigrato che volontariamente vi aderisce, s'impegna e supera con profitto l'esame, otterrà la cittadinanza. A tutti gli altri, vale a dire la maggioranza degli immigrati, lo Stato non chiede nulla, concedendo al tempo stesso i medesimi diritti accordati agli italiani. E' questa la principale falla nell'insieme del dibattito culturale e politico in corso sulla nuova legge della cittadinanza. Che si sta appiattendo sulla scadenza di 5 anni, ribadita ieri da Prodi, o di 7 anni, ipotizzata da Amato, avanzata dall'Udeur e condivisa dal centrodestra. Con un'ottica valutativa di natura quantitativa anziché qualitativa che denuncia un vuoto ancor più grave: l'assenza di un chiaro progetto di convivenza sociale che, basandosi sul sistema di valori condivisi che sostanzia la comune identità nazionale, salvaguardi sia l'interesse degli italiani sia degli immigrati che scelgono l'Italia per migliorare le proprie condizioni di vita o come patria di adozione.
Il risultato è che ci stiamo preoccupando di offrire a un prezzo più o meno caro la «sacralità» della cittadinanza a un'élite di fortunati, perdendo di vista la «banalità» del vissuto della stragrande maggioranza degli immigrati. Ignorando irresponsabilmente che, in linea di massima, i problemi seri alla convivenza sociale ci sono prima e non dopo la concessione della cittadinanza. A meno che, così come emerge tragicamente dai Paesi europei che hanno finito per trasformarsi in ghetti etnici-confessionali- identitari, la cittadinanza si è risolta nel passaporto, un pezzo di carta senz'anima, privo della condivisione dei valori e dell'adesione alla comune identità nazionale che tutelano il bene della collettività.
A maggior ragione il governo e l'opposizione, oltre a far riferimento a legittimi ideali che ispirano la rispettiva scelta politica, dovrebbero avvalersi dell'esperienza di chi ci ha preceduto sul piano dell' accoglienza degli immigrati. E per nostra fortuna l'Europa non è all'anno zero sul piano dell'integrazione degli immigrati. Ebbene l'insegnamento principale che si trae è che la conoscenza della lingua e dei valori fondanti la società deve essere un prerequisito per la concessione del visto d'ingresso per ragioni di lavoro o di ricongiungimento familiare. Un test da effettuarsi nel proprio Paese d'origine presso le ambasciate o i consolati europei, che attesti la ferma volontà di intraprendere il percorso dell'integrazione. E che quindi va necessariamente verificato all'inizio del percorso, non alla fine, in prossimità del traguardo della richiesta della cittadinanza.
E' indubbio che l'integrazione comporta un costo: si tratta di stabilire chi deve pagare e qual è il prezzo. Se l'acquisizione degli strumenti atti a favorire il processo di integrazione avviene prima, il costo è individuale, a solo carico dell'aspirante immigrato, limitato alla frequentazione di un corso di lingua, cultura generale e educazione civica. Se, invece, avviene dopo, a pagare siamo tutti noi, la società autoctona d'accoglienza e l'insieme degli immigrati, con un ben più pesante costo in termini di prevenzione, gestione e repressione dei fenomeni di emarginazione ed eversione che scaturiscono proprio dalla difficoltà o mancanza di volontà di integrarsi e di condividere i valori.
Questo è l'orientamento già acquisito in Olanda, Francia, Gran Bretagna, Austria, Svizzera e Germania, dopo aver preso atto che la politica delle porte aperte e della libertà dispensata a piene mani si è ritorta contro la società autoctona, creando dei ghetti etnico-confessionali-identitari e ledendo al collante identitario nazionale. Facendo maturare il convincimento che la salvezza comune imponga un drastico cambio di tendenza, che si traduce in una immigrazione «scelta» anziché «subita». Ed è proprio l'esperienza a indicare che la scelta deve essere fatta prima e non dopo che l'immigrato metta piede sul suolo europeo. Purtroppo in Italia non solo siamo distanti da questo approccio culturale e politico, ma rischiamo di andare proprio nella direzione che ha determinato il fallimento in Europa dei modelli di convivenza sociale all'insegna del multiculturalismo o dell'assimilazionismo.
dal Corriere della Sera del 19 agosto 2006
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La nostra Italia sta proponendo l'integrazione àla carte. Un optional, tutt'altro che vincolante. Come in un percorso scolastico autodidattico, l'immigrato che volontariamente vi aderisce, s'impegna e supera con profitto l'esame, otterrà la cittadinanza. A tutti gli altri, vale a dire la maggioranza degli immigrati, lo Stato non chiede nulla, concedendo al tempo stesso i medesimi diritti accordati agli italiani. E' questa la principale falla nell'insieme del dibattito culturale e politico in corso sulla nuova legge della cittadinanza. Che si sta appiattendo sulla scadenza di 5 anni, ribadita ieri da Prodi, o di 7 anni, ipotizzata da Amato, avanzata dall'Udeur e condivisa dal centrodestra. Con un'ottica valutativa di natura quantitativa anziché qualitativa che denuncia un vuoto ancor più grave: l'assenza di un chiaro progetto di convivenza sociale che, basandosi sul sistema di valori condivisi che sostanzia la comune identità nazionale, salvaguardi sia l'interesse degli italiani sia degli immigrati che scelgono l'Italia per migliorare le proprie condizioni di vita o come patria di adozione.
Il risultato è che ci stiamo preoccupando di offrire a un prezzo più o meno caro la «sacralità» della cittadinanza a un'élite di fortunati, perdendo di vista la «banalità» del vissuto della stragrande maggioranza degli immigrati. Ignorando irresponsabilmente che, in linea di massima, i problemi seri alla convivenza sociale ci sono prima e non dopo la concessione della cittadinanza. A meno che, così come emerge tragicamente dai Paesi europei che hanno finito per trasformarsi in ghetti etnici-confessionali- identitari, la cittadinanza si è risolta nel passaporto, un pezzo di carta senz'anima, privo della condivisione dei valori e dell'adesione alla comune identità nazionale che tutelano il bene della collettività.
A maggior ragione il governo e l'opposizione, oltre a far riferimento a legittimi ideali che ispirano la rispettiva scelta politica, dovrebbero avvalersi dell'esperienza di chi ci ha preceduto sul piano dell' accoglienza degli immigrati. E per nostra fortuna l'Europa non è all'anno zero sul piano dell'integrazione degli immigrati. Ebbene l'insegnamento principale che si trae è che la conoscenza della lingua e dei valori fondanti la società deve essere un prerequisito per la concessione del visto d'ingresso per ragioni di lavoro o di ricongiungimento familiare. Un test da effettuarsi nel proprio Paese d'origine presso le ambasciate o i consolati europei, che attesti la ferma volontà di intraprendere il percorso dell'integrazione. E che quindi va necessariamente verificato all'inizio del percorso, non alla fine, in prossimità del traguardo della richiesta della cittadinanza.
E' indubbio che l'integrazione comporta un costo: si tratta di stabilire chi deve pagare e qual è il prezzo. Se l'acquisizione degli strumenti atti a favorire il processo di integrazione avviene prima, il costo è individuale, a solo carico dell'aspirante immigrato, limitato alla frequentazione di un corso di lingua, cultura generale e educazione civica. Se, invece, avviene dopo, a pagare siamo tutti noi, la società autoctona d'accoglienza e l'insieme degli immigrati, con un ben più pesante costo in termini di prevenzione, gestione e repressione dei fenomeni di emarginazione ed eversione che scaturiscono proprio dalla difficoltà o mancanza di volontà di integrarsi e di condividere i valori.
Questo è l'orientamento già acquisito in Olanda, Francia, Gran Bretagna, Austria, Svizzera e Germania, dopo aver preso atto che la politica delle porte aperte e della libertà dispensata a piene mani si è ritorta contro la società autoctona, creando dei ghetti etnico-confessionali-identitari e ledendo al collante identitario nazionale. Facendo maturare il convincimento che la salvezza comune imponga un drastico cambio di tendenza, che si traduce in una immigrazione «scelta» anziché «subita». Ed è proprio l'esperienza a indicare che la scelta deve essere fatta prima e non dopo che l'immigrato metta piede sul suolo europeo. Purtroppo in Italia non solo siamo distanti da questo approccio culturale e politico, ma rischiamo di andare proprio nella direzione che ha determinato il fallimento in Europa dei modelli di convivenza sociale all'insegna del multiculturalismo o dell'assimilazionismo.
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