Mutilazione genitale femminile in Africa Occidentale: la medicalizzazione nasconde il danno
Sempre più famiglie in Africa occidentale si rivolgono a personale sanitario per sottoporre le proprie figlie a mutilazioni genitali femminili (MGF), convinte che un contesto clinico possa rendere la pratica più sicura. È il fenomeno della "medicalizzazione" delle MGF, al centro di un articolo firmato da Famia Nkansa, Bintu Mansaray e Frances Wurie e pubblicato da Health Policy Watch.
Le autrici partono da un dato di fatto: le famiglie che portano le bambine in ospedale per il taglio lo fanno perché credono che il rischio possa essere gestito da mani esperte. È un ragionamento che, però, nasconde una trappola. Un elenco di rischi clinici, per quanto accurato, rischia di essere interpretato come un problema gestibile, non come un danno da evitare in assoluto.
Per questo l'articolo propone di cambiare radicalmente il linguaggio usato dagli operatori sanitari: non più "rischio", che suggerisce la possibilità di una mitigazione, ma "danno", concetto che implica un dovere di prevenzione da parte dei genitori. Gli operatori dovrebbero essere formati a spiegare che il taglio genitale provoca esattamente le complicazioni che si vorrebbero scongiurare: infezioni, disfunzioni sessuali, complicazioni durante il parto. La formazione medica, sottolineano le autrici, non può cancellare il trauma fisico e psicologico causato dalla mutilazione. E soprattutto va ribadito un punto centrale: una bambina non sottoposta a taglio è già sana, integra e nel pieno delle sue capacità di crescere bene.
L'autorità del camice bianco, scrivono le autrici, non dovrebbe limitarsi al principio di "non nuocere", ma diventare uno strumento attivo per dissuadere chiunque altro dal praticare il taglio. La medicalizzazione, ricordano, non è nata dal nulla e non scomparirà da sola.
L'articolo cita il lavoro sul campo di Rugiatu Neneh Turay-Koroma, a capo dell'Amazonian Initiative Movement (AIM) in Sierra Leone, tra le attiviste che hanno guidato la campagna contro le MGF nella regione. Secondo le autrici, i cali documentati nei tassi di mutilazione in Africa occidentale non sono stati concessi dai governi, ma conquistati comunità per comunità grazie all'impegno di sopravvissute, attiviste e persino ex praticanti che hanno abbandonato questa attività.
Un passaggio storico in questa battaglia è arrivato nel luglio 2025, quando la Corte di Giustizia dell'ECOWAS (la Comunità Economica degli Stati dell'Africa Occidentale) ha stabilito che la mancata protezione da parte della Sierra Leone delle bambine dalle mutilazioni genitali femminili soddisfa la soglia legale per essere definita tortura. La sentenza, definita "storica" da diverse organizzazioni per i diritti umani della regione, ha riconosciuto la MGF come una delle forme più gravi di violenza contro le donne e ha imposto allo Stato di adottare misure legislative per proibire la pratica.
Le autrici concludono che il movimento transnazionale contro le mutilazioni genitali femminili in Africa occidentale dimostra che i tassi possono effettivamente diminuire. La medicalizzazione, però, rappresenta oggi il nuovo fronte di questa battaglia: il problema, ricordano, non è mai stato lo strumento usato per compiere il taglio — che sia una lametta tradizionale o un bisturi sterile in un reparto ospedaliero — ma la violenza in sé, che resta tale indipendentemente da chi la esegue.