Giovedì 24 settembre 2026
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Prepararsi alle pandemie conviene anche per l'economia. Rapporto Ocse

MONDO
Notizia ·

Prepararsi a una nuova pandemia costa, ma molto meno di una crisi fuori controllo. Il nuovo rapporto Ocse stima miliardi di perdite per i sistemi sanitari e per il PIL in caso di risposta tardiva. Sorveglianza, scorte, mascherine e altre misure precoci possono ridurre morti e danni economici, evitando di arrivare ai lockdown

 

Le pandemie sono eventi rari, ma il loro impatto può essere enorme. E non soltanto per il numero di vittime o per la pressione sugli ospedali. Quando un’epidemia sfugge al controllo, a fermarsi o rallentare sono anche produzione, consumi, trasporti e servizi. La preparazione, quindi, non è soltanto una voce della spesa sanitaria: è una forma di protezione dell’economia. È questo il punto di partenza del rapporto dell’Ocse “Le ragioni economiche a favore della preparazione e della risposta alle pandemie. Oltre i lockdown”, che analizza le conseguenze sanitarie ed economiche di future pandemie in 51 Paesi dell’OCSE, dell’Unione europea, dello Spazio economico europeo e del G20. Attraverso modelli epidemiologici ed economici, lo studio prova a misurare cosa potrebbe accadere in diversi scenari e, soprattutto, quali strumenti possano consentire di intervenire prima che un focolaio sfugga al controllo. La conclusione è che la preparazione non è soltanto una questione di salute pubblica: è anche un investimento economico.

 

Il rischio di una nuova pandemia

Le pandemie appartengono alla categoria degli eventi a bassa probabilità ma ad altissimo impatto. La storia recente mostra quanto rapidamente un’epidemia possa superare i confini nazionali. La pandemia influenzale del 1918 provocò, secondo le stime riportate dall’OCSE, tra 40 e 50 milioni di morti nel mondo. La SARS del 2002-2003 raggiunse 26 Paesi distribuiti su cinque continenti.

 

Nel frattempo, alcuni dei cambiamenti che caratterizzano lo sviluppo contemporaneo possono aumentare le occasioni di trasmissione di nuovi agenti patogeni. Urbanizzazione, deforestazione, agricoltura intensiva, commercio di specie selvatiche e cambiamenti climatici contribuiscono a modificare il rapporto tra popolazioni umane, animali ed ecosistemi. Secondo gli studi richiamati dall’OCSE, esiste circa una probabilità su due che il mondo debba affrontare, nei prossimi 25 anni, una pandemia paragonabile per dimensioni a quella di COVID-19. Anche l’aumento delle infezioni umane da influenza aviaria è indicato tra gli elementi che alimentano le preoccupazioni sulla possibilità di nuove emergenze.

 

Il conto del COVID-19 non è ancora chiuso

L’impatto di una pandemia, sottolinea il rapporto, non si esaurisce quando diminuiscono i contagi. Il COVID-19 ha modificato anche alcuni fattori di rischio legati alle malattie non trasmissibili, tra cui consumo di tabacco e alcol e obesità, oltre ad aver interrotto o ritardato percorsi di cura per persone affette da patologie croniche.

 

Un’analisi OCSE su 28 Paesi membri stima che, tra il 2020 e il 2024, questi cambiamenti siano associati a una riduzione media dell’aspettativa di vita di 2,4 mesi rispetto a uno scenario ipotetico nel quale la pandemia non si fosse verificata. Gli effetti hanno anche una dimensione economica: secondo le stime riportate nello studio, la riduzione dell’aspettativa di vita si associa a un aumento dello 0,4% della spesa sanitaria media annua e a una contrazione dello 0,1% del PIL ogni anno. Se i fattori di rischio dovessero invece rimanere a livelli superiori a quelli pre-pandemici, entro il 2050 l’aspettativa di vita media potrebbe risultare inferiore di 1,9 mesi, mentre la spesa sanitaria potrebbe essere più alta dello 0,6% e il PIL fino allo 0,2% più basso ogni anno.

 

(Simevep del 22/09/2026)

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