Giovedì 17 settembre 2026
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Prezzi farmaci Usa: la politica di Trump rischia di far salire i costi in Europa

MONDO
Notizia ·

La politica statunitense sui prezzi dei farmaci voluta da Donald Trump, basata sul principio della "nazione più favorita", rischia di produrre l'effetto opposto a quello promesso oltre Atlantico: non abbassare i costi negli Stati Uniti, ma farli salire in Europa, insieme ai tempi di attesa per l'arrivo di nuove terapie. Lo segnala Euronews, riprendendo i risultati di un nuovo studio pubblicato sulla rivista scientifica The Lancet.

 

Il meccanismo alla base della riforma americana, noto come "most favoured nation" (MFN), prevede che i programmi sanitari pubblici statunitensi non paghino più dei prezzi più bassi praticati negli altri paesi ad alto reddito. In pratica, se un farmaco costa poco in Germania o in Francia, quel prezzo dovrebbe diventare il riferimento anche per Medicare negli Stati Uniti.

Lo studio ha analizzato 195 farmaci brevettati che generano insieme 87,9 miliardi di dollari di spesa annua negli Stati Uniti. Il risultato è che per circa tre farmaci su quattro tra quelli esaminati, il risparmio che Medicare otterrebbe applicando questa regola sarebbe pari a quasi quattro volte l'intero fatturato annuo di quel farmaco nel paese usato come riferimento per il prezzo. Un disincentivo enorme per le case farmaceutiche, che avrebbero tutto l'interesse a evitare di vendere a prezzi bassi in Europa proprio per non "contaminare" il prezzo che potrebbero chiedere negli Stati Uniti: la conseguenza più probabile, secondo i ricercatori, è che le aziende ritardino il lancio di nuovi farmaci in paesi come Germania e Francia, oppure ne alzino direttamente i prezzi.

 

Sul fronte del risparmio effettivo per le casse pubbliche americane, lo studio stima un potenziale di 11,6 miliardi di dollari annui, che potrebbe salire fino a 46,5 miliardi se la regola venisse applicata in modo più ampio. Ma questa cifra rischia di restare largamente teorica: un primo gruppo di 17 grandi aziende farmaceutiche ha infatti raggiunto accordi separati e confidenziali con l'amministrazione Trump che le esentano dalle regole previste dai due modelli di applicazione della politica, denominati GLOBE e GUARD. Queste 17 aziende coprono da sole 131 dei 195 farmaci studiati, cioè il 67% del totale. Escludendo questi farmaci dal conteggio, i ricercatori calcolano che il risparmio complessivo si riduca del 71%, scendendo a soli 3,3 miliardi di dollari.

 

Il numero delle aziende che hanno negoziato deroghe dirette con la Casa Bianca è peraltro salito ulteriormente: secondo quanto riportato da EU Perspectives, altre nove case farmaceutiche hanno firmato accordi simili lo scorso 31 agosto, portando il totale a 26 aziende, che insieme coprono l'89% del mercato dei farmaci di marca.

 

Sul fronte europeo, alcuni segnali di tensione sui prezzi e di possibili ritardi nei lanci sono già sotto osservazione. A marzo l'agenzia Reuters aveva riportato un calo del 35% delle vendite di farmaci nell'Unione Europea nei dieci mesi precedenti l'ordine esecutivo firmato da Trump. Un mese fa, inoltre, un farmaco destinato al trattamento del colesterolo grave è stato ritirato dal mercato: un episodio che non è stato ufficialmente collegato alla nuova politica statunitense, ma che ha comunque acceso l'attenzione degli osservatori.

 

La Commissione Europea sta valutando la situazione, ma al momento non è in grado di confermare un nesso diretto tra gli aumenti di prezzo o i ritardi nei lanci e la politica di Washington. Un documento della Commissione redatto quest'estate per i ministri della Salute, e ottenuto dal portale Euractiv, ammette che al momento è "molto difficile, se non impossibile, isolare eventuali effetti" della politica statunitense sul mercato europeo dei farmaci, che resta il secondo più grande al mondo dopo quello americano.

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