Psilocibina contro la sindrome post-Lyme: studio pilota
Un ambulatorio medico di Baltimora, un divano beige, quadri anonimi: in quella stanza qualunque, Elizabeth Richwine ha ricevuto da un medico un calice di bronzo contenente una capsula di polvere marrone. Dentro c'era psilocibina, il composto psichedelico dei funghi allucinogeni. Come racconta The Washington Post, quella seduta ha posto Richwine alla frontiera di un possibile boom della medicina psichedelica, capace di trasformare la cura di alcune patologie croniche e di dare vita a una nuova industria.
Richwine soffriva da anni di mal di testa e nebbia cognitiva legati alla sindrome post-trattamento della malattia di Lyme (PTLD, dall'inglese "post-treatment Lyme disease"), una condizione che si manifesta in una parte dei pazienti anche dopo la cura antibiotica dell'infezione trasmessa dalle zecche. Il suo caso fa parte di uno studio pilota condotto dal Johns Hopkins Center for Psychedelic and Consciousness Research insieme al Johns Hopkins Lyme Disease Research Center, guidato da Albert Garcia-Romeu e John Aucott.
La ricerca, pubblicata sulla rivista Scientific Reports, ha coinvolto 20 adulti con PTLD accuratamente diagnosticata. I partecipanti hanno seguito un protocollo di otto settimane con tre incontri preparatori settimanali, seguiti da una prima dose moderata di psilocibina (15 mg) alla quarta settimana e da una seconda dose, di 15 o 25 mg secondo la risposta individuale alla prima seduta, alla sesta settimana. Dopo ciascuna somministrazione i volontari hanno partecipato a un incontro di integrazione psicologica entro tre giorni, e proseguito con colloqui settimanali con i facilitatori fino all'ottava settimana per discutere l'esperienza vissuta e monitorare i progressi.
I risultati, secondo quanto riportato dagli autori, mostrano che due settimane dopo la seconda dose i partecipanti hanno registrato una riduzione del 52% del carico sintomatico complessivo rispetto ai valori di partenza. A sei mesi di distanza dall'ultima somministrazione, i sintomi restavano ridotti di circa il 40-50%. Nel dettaglio, i sintomi depressivi sono rimasti stabilmente più bassi del 50-60%, i disturbi del sonno del 40-50%, la gravità della fatica del 25-30% e il dolore complessivo si è ridotto del 40-50% nel corso dello studio.
La malattia di Lyme, causata dal batterio Borrelia burgdorferi, è la più comune infezione trasmessa da vettori negli Stati Uniti e in Europa. Gli antibiotici curano efficacemente la maggior parte dei casi, ma si stima che tra il 10 e il 20% dei pazienti sviluppi la sindrome post-trattamento, caratterizzata da fatica cronica, dolore, difficoltà cognitive, disturbi dell'umore e peggioramento della qualità della vita. Al momento non esistono terapie approvate per questa condizione.
I ricercatori sottolineano che si tratta di uno studio in aperto, senza gruppo di controllo né placebo, e dunque preliminare: non è possibile escludere che parte dei miglioramenti derivi dall'effetto placebo o dal supporto psicologico offerto durante il percorso, indipendentemente dalla sostanza somministrata. Gli stessi autori indicano l'intenzione di condurre in futuro uno studio randomizzato e controllato con placebo, considerato lo standard per validare l'efficacia di un trattamento. Il centro di ricerca di Johns Hopkins sta peraltro esplorando l'uso della psilocibina anche per altre condizioni, tra cui dipendenza da oppioidi, Alzheimer, disturbo da stress post-traumatico, anoressia nervosa e alcolismo associato a depressione.