USA: la 'guerra alla droga' di Trump e le uccisioni extragiudiziali in mare
Come riporta CounterPunch, il saggista e giornalista James Bovard ha pubblicato un'analisi critica sulle origini e le conseguenze della politica antidroga dell'amministrazione Trump, definita apertamente una "campagna di uccisioni" su scala emisferica.
Il punto di partenza è la postura assunta dalla Casa Bianca: Trump si arroga di fatto il diritto di colpire preventivamente i sospettati di traffico di droga ovunque nel mondo, o quantomeno nell'emisfero occidentale. L'esercito statunitense ha già ucciso centinaia di persone nel corso di attacchi contro imbarcazioni sospettate di trasportare stupefacenti al largo delle coste sudamericane.
Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha descritto le droghe illecite come "equivalenti ad armi chimiche" e i sospetti uccisi come "al-Qaeda del nostro emisfero, che stiamo cacciando con la stessa sofisticazione e precisione con cui abbiamo cacciato al-Qaeda". Chiunque venga ucciso dalle forze armate statunitensi è automaticamente etichettato, post mortem, come narco-terrorista — senza processo, senza prove, senza contraddittorio.
L'analisi di Bovard colloca queste scelte in una cornice storica più ampia. Le radici della "guerra alla droga" americana affondano nei decenni passati: fu Nixon a creare la DEA nel 1973, subito dopo il ritiro dal Vietnam, avviando quella che si configurò come un nuovo fronte militare, questa volta contro marijuana ed eroina. Le prime operazioni in Messico, a partire dal 1975, assomigliano — per metodi e violenza — alle campagne contro-insurrezionali in Indocina. Operazioni successive, sotto Reagan, intrecciarono ulteriormente politica di destra e traffici illeciti nell'America Latina.
Un capitolo fondamentale riguarda la retorica dell'11 settembre. Il 12 febbraio 2002, il presidente George W. Bush dichiarò pubblicamente che chi comprava droghe illegali in America stava finanziando il terrorismo internazionale. La DEA aprì una mostra al proprio museo intitolata "Target America", con al centro i rottami del World Trade Center. Ma, sottolinea Bovard, il governo federale non fu mai in grado di dimostrare che anche un solo centesimo dei 500.000 dollari utilizzati da Al Qaeda per organizzare gli attacchi dell'11 settembre provenisse dal narcotraffico. Non esisteva alcuna prova che un acquisto di droga negli Stati Uniti avesse mai finanziato un attacco terroristico contro il paese.
Quella narrativa — droga uguale terrorismo — viene oggi rilanciata e radicalizzata da Trump, con conseguenze concrete: sotto la cosiddetta Operazione Southern Spear, le forze armate statunitensi hanno condotto circa 60 attacchi contro imbarcazioni nel Mar dei Caraibi e nell'Oceano Pacifico orientale, uccidendo quasi 200 persone dall'inizio delle operazioni. I sopravvissuti agli attacchi sarebbero solo sei.
Esperti di diritto internazionale e membri del Congresso, sia democratici che repubblicani, sostengono che questi attacchi costituiscono uccisioni extragiudiziali illegali: il diritto internazionale e le norme di guerra non permettono di colpire deliberatamente civili — nemmeno sospettati di reati — che non rappresentino una minaccia imminente di violenza. L'alto commissario dell'ONU per i diritti umani Volker Türk ha definito queste azioni "inaccettabili".
Sul piano dell'efficacia, le critiche sono altrettanto severe. Secondo la DEA stessa, il fentanyl — la principale causa di morti per overdose negli Stati Uniti — non transita per le rotte marittime del Venezuela o dei Caraibi, bensì viene prodotto in laboratori clandestini in Messico con precursori chimici provenienti dall'Asia, per poi essere introdotto nel paese via terra, nascosto nei veicoli che attraversano i valichi legali al confine sud. Colpire le barche in mare aperto, dunque, non intacca minimamente il flusso di fentanyl verso il territorio americano.
Bovard pone infine una domanda provocatoria: se il governo ritiene di poter uccidere sommariamente i sospettati di narcotraffico all'estero, nulla esclude logicamente che la stessa prerogativa venga prima o poi esercitata anche sul territorio nazionale. Una deriva che solleva interrogativi profondi sullo stato di diritto e sulle libertà civili negli Stati Uniti.