La cooperazione italiana e il sogno di una filiera agroalimentare integrata

Oggi l’agricoltura soffre, nonostante sia un settore sostenuto da oltre cinquant'anni dal bilancio comunitario europeo. Ricordate la PAC?
Ebbene, la cooperazione italiana avrebbe potuto – e ha cercato di farlo – integrare agricoltura, trasformazione e commercio, in favore di consumatori e agricoltori. L’idea è storicamente fondata, ma va formulata con precisione. Non è stata la Coop, nata nel 1854 come cooperativa di consumo, a porsi subito questo obiettivo. La Coop è poi diventata una delle maggiori attrici nel sistema della Grande Distribuzione Organizzata.
Fu piuttosto il sistema della Lega Nazionale delle Cooperative e Mutue, tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento, a promuovere un modello di filiera cooperativa capace di collegare il consumo alla produzione agricola e alla trasformazione. La filiera sarebbe stata semi-corta, ma vantaggiosamente integrata.
La Lega Nazionale delle Cooperative e Mutue fu costituita nel 1886, inizialmente come Federazione fra le cooperative italiane, e assunse nel 1893 il nome di Lega delle Cooperative. Sin dalle origini riunì esperienze molto diverse – credito, consumo, lavoro, agricoltura – e sostenne latterie, cantine sociali, affittanze collettive e cooperative di consumo. Questo pluralismo settoriale creò le condizioni culturali e organizzative per immaginare un sistema cooperativo capace di attraversare l’intera filiera alimentare. La speranza c’era, insomma. L’agricoltura non sarebbe più stata sola nelle turbolenze del mercato, e si poteva irrobustire.
La storia della Lega non può essere separata dalla storia politica italiana. Dopo la scissione del 1919, quando la componente cattolica fondò la Confederazione delle Cooperative Italiane, la Lega consolidò il proprio legame con il movimento operaio e con le forze di sinistra.
Nel secondo dopoguerra questa affinità divenne un elemento strutturale. Il Partico Comunista Italiano (PCI) vide nella cooperazione uno strumento di emancipazione economica e politica delle classi lavoratrici, mentre il Partito Socialista Italiano (PSI) condivise con i comunisti una rete di organizzazioni sociali e sindacali che comprendeva anche la Lega Nazionale delle Cooperative. La cooperazione fu così protetta e legittimata da una doppia copertura. Da un lato, la presenza di amministrazioni locali orientate a sinistra. Dall’altro, la mediazione sindacale del sindacato CGIL e la cultura mutualistica nata dalla Resistenza.
Questa copertura politica non significava che la cooperazione fosse un semplice braccio del partito. Significava invece che la Lega disponeva di alleati istituzionali, di una rete territoriale e di una legittimazione morale che le permettevano di difendere l’autonomia cooperativa, ottenere sostegni pubblici e resistere alla concorrenza della grande distribuzione privata.
La svolta decisiva avvenne nel secondo dopoguerra. Nel 1947 la Lega costituì a Bologna l’Alleanza italiana delle cooperative di consumo (AICC), con lo scopo di dotare la cooperazione di consumo di una centrale nazionale per gli acquisti. L’AICC nacque dunque come struttura di coordinamento commerciale, non come impresa agricola. Il suo compito era concentrare la contrattazione e rafforzare il potere d’acquisto delle cooperative locali.
Negli anni Sessanta, però, la crescita della grande distribuzione e la necessità di razionalizzare la rete delle cooperative resero insufficiente il modello della semplice centrale di acquisto. Nel 1967 fu creato il consorzio nazionale che assunse il nome di Coop Italia, incorporando i consorzi provinciali e otto magazzini. Coop Italia tornò così a svolgere una funzione grossista, concentrando risorse, logistica, contrattazione e politica commerciale.
Fu in questa fase che il progetto cooperativo assunse una dimensione pienamente verticale. L’obiettivo non era soltanto vendere prodotti ai soci, ma costruire rapporti stabili tra cooperative di consumo, cooperative agricole e imprese di trasformazione. La filiera ideale era quella che andava dal produttore alla cooperativa di trasformazione, dalla centrale di acquisto allo spaccio, fino al consumatore-socio.
Tale progetto rispondeva a una doppia finalità. Da un lato, voleva garantire ai consumatori alimenti controllati, a prezzi più stabili e con una maggiore trasparenza sulle origini. Dall’altro, intendeva offrire alle cooperative agricole uno sbocco commerciale protetto, riducendo la dipendenza dagli intermediari privati e dalla grande distribuzione capitalistica.
Negli anni Sessanta e Settanta la cooperazione emiliano-romagnola divenne il laboratorio più avanzato di questo modello. Le cooperative di Legacoop furono chiamate a rispondere a bisogni generali, difendere l’occupazione, sviluppare le aree agricole, razionalizzare la distribuzione e tutelare il potere d’acquisto dei lavoratori.
Dal 1974 al 1977, la Lega mantenne la propria identità di sinistra, ma cercò di superare il ruolo di semplice sussidiaria delle organizzazioni politiche, affermando una maggiore autonomia imprenditoriale. Questa tensione tra fedeltà politica e autonomia economica fu una delle chiavi della vicenda. La cooperazione aveva bisogno della protezione politica, ma non poteva diventare interamente dipendente da essa.
L’integrazione rimase incompiuta. Le cooperative agricole erano spesso piccole, frammentate e radicate in mercati locali. Le cooperative di consumo non disponevano di capitali e capacità manageriali sufficienti per controllare stabilmente tutti gli anelli della filiera. Inoltre, la concorrenza della grande distribuzione organizzata e le tensioni tra autonomia locale e coordinamento nazionale limitarono la portata del modello.
La crisi della metà degli anni Settanta rivelò i limiti della centralizzazione. Nel 1975, in concomitanza con le difficoltà finanziarie di alcune grandi cooperative del Centro-Nord, il modello organizzativo di Coop Italia fu messo in discussione. Il tentativo di integrazione non fallì nel senso di un’assenza totale di risultati. Produsse una delle più grandi reti cooperative di distribuzione europea e consolidò l’idea di una filiera controllata dal consumo. Ma non riuscì a creare un sistema agroalimentare interamente cooperativo, nel quale gli agricoltori controllassero stabilmente trasformazione, logistica, marchio e vendita.
La lezione storica è dunque chiara. In Italia l’integrazione verticale fu perseguita soprattutto come coordinamento cooperativo, non come concentrazione proprietaria. La Lega e le Coop cercarono di collegare produzione e commercio attraverso regole mutualistiche, centrali di acquisto e reti di imprese. Ma la frammentazione agricola, la forza dei mercati locali e l’asimmetria di potere della grande distribuzione resero il progetto più ambizioso della sua realizzazione.
La copertura politica è stata insieme risorsa e limite. Da un lato permise alla cooperazione di crescere, difendersi e radicarsi nel territorio. Dall’altro la vincolò a equilibri politici locali e nazionali, rendendo più difficile trasformare un progetto di emancipazione in un sistema industriale pienamente integrato.
Il sistema cooperativo ha colpe e meriti storici. Gli agricoltori – e i loro sindacati – forse ne hanno di più. Certo è che sembra irriducibile l’impossibilità di aggregare l’offerta agricola e l’impreparazione di chi si è seduto e siede a capo del Ministero dell’Agricoltura, o come diavolo si chiama oggi.
La Coop ha preso la sua strada di attore della GDO – al terzo posto in Italia dopo Slex e Conad per quota di fatturato – e compra dove e quando più le conviene, come gli altri competitori.