L’abitare come bene comune contro l’emergenza casa

L’emergenza abitativa è spesso descritta come una carenza quantitativa. Le case sono poche, gli affitti troppo alti, le liste d’attesa interminabili. È una descrizione parziale. La crisi dell’abitare riguarda anche il modo in cui la casa è stata trasformata in merce, a investimento finanziario o prestazione assistenziale. In questo quadro, il pensiero di Elinor Ostrom sui beni comuni offre una prospettiva diversa. Non solo più alloggi, ma nuove forme di governance dell’abitare, capaci di coinvolgere direttamente chi vi vive. Sembra utopia, può essere pratica di governo, se chi governa è in grado di ragionare per il lungo periodo.
Ostrom ha studiato per decenni come comunità locali riescano a gestire risorse collettive — pascoli, foreste, acque, sistemi irrigui — senza affidarsi esclusivamente né al mercato né allo Stato. Contro la tesi della “tragedia dei commons”, ha dimostrato che gruppi di persone possono costruire regole condivise, controlli reciproci e meccanismi di sanzione per evitare l’esaurimento o la degradazione di una risorsa. Il suo merito è stato quello di mostrare, con evidenza empirica, che l’autogoverno non è un’utopia, ma una pratica istituzionale possibile.
Applicare questo modello alla casa significa superare l’alternativa tra proprietà privata e alloggio pubblico. La casa può essere intesa come un bene comune, una risorsa la cui disponibilità, manutenzione e riproduzione dipendono anche dalle relazioni tra abitanti, istituzioni e territorio. Non si tratta di negare il diritto alla proprietà o il ruolo dello Stato, ma di riconoscere che l’abitare produce anche beni immateriali, cioè sicurezza, cura degli spazi, reti di vicinato, inclusione sociale.
Le cooperative di costruzione e abitazione rappresentano forse la traduzione più concreta di questa idea. Gli abitanti non sono semplici consumatori di un servizio residenziale, ma partecipano alle scelte sulla gestione degli immobili, sui canoni, sulla manutenzione e sulle regole di convivenza. L’accesso non è determinato soltanto dalla capacità di pagamento, ma da criteri condivisi che possono privilegiare il bisogno, la stabilità e la partecipazione. In questo senso, la cooperativa non è solo una forma giuridica, è un dispositivo di democrazia abitativa.
Il modello ostromiano si fonda su principi precisi. Occorrono confini chiari, cioè criteri trasparenti per stabilire chi può accedere a un alloggio. Servono regole adattate al contesto locale, perché i bisogni di una città media non coincidono con quelli di una metropoli o di un’area rurale. È necessaria la partecipazione effettiva degli abitanti alle decisioni, non la loro semplice consultazione. Infine, occorrono monitoraggio, sanzioni graduate, sistemi di mediazione e riconoscimento pubblico del diritto delle comunità a auto-organizzarsi.
Tradotti nell’emergenza abitativa, questi principi suggeriscono un cambio di metodo. Gli alloggi di transizione, ad esempio, non dovrebbero essere luoghi di puro contenimento, ma percorsi in cui le persone fragili ricostruiscono autonomia e relazioni. Un progetto efficace unisce casa, servizi sociali, lavoro, salute e comunità. La chiave non è assistere l’individuo isolato, ma ricostruire una rete di supporto che renda possibile un ritorno stabile all’abitare.
Questa prospettiva ha però limiti che vanno riconosciuti. Ostrom ha studiato soprattutto risorse naturali, dove i confini e le regole d’uso sono più definibili. La città è un ambiente molto più complesso, perché gli attori sono molteplici, le pressioni del mercato sono forti e le disuguaglianze preesistenti possono riprodursi anche all’interno di comunità autogestite. L’autogoverno degli abitanti, inoltre, non può sostituire investimenti pubblici, edilizia residenziale, regolazione degli affitti e tutele contro gli sfratti nel breve periodo.
La soluzione non è dunque la sostituzione dello Stato con i commons, ma una governance ibrida. Il pubblico deve garantire risorse, pianificazione urbanistica, finanziamenti e diritti; le cooperative, le fondazioni, le associazioni e le comunità abitative possono assumere ruoli di gestione, controllo e innovazione sociale. È in questa intreccio che l’emergenza abitativa può trasformarsi da problema da contenere in occasione per ripensare la politica dell’abitare.
L’abitare, in definitiva, non è soltanto un bisogno individuale, è una condizione di cittadinanza. Se la casa resta un bene di lusso o un asset finanziario, l’emergenza diventa strutturale. Se invece viene trattata come un bene comune da governare insieme, l’abitare può tornare a essere ciò che dovrebbe essere, cioè un fondamento stabile della vita collettiva.