Sabato 6 giugno 2026
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Abitare a Firenze. L’ex Astor, il possibile destino diverso

Articolo · Stefano Fabbri ·
Non si può che essere sollevati se i buchi neri di Firenze, invece di essere creati, qualche volta si riempiono.
Nel caso dell’ex albergo Astor, nel quale secondo quanto riferito ieri da La Repubblica saranno ricavati 25 appartamenti dalla società che si è aggiudicata l’immobile all’asta, c’è un’opportunità in più, che è però anche un carico di responsabilità. Quel luogo è diventato un simbolo, insopprimibile, di qualcosa che non dovrebbe mai avvenire in una città degna di questo nome: un contesto di violenza e intimidazione, che ha preso il posto della disperazione con cui famiglie senza tetto lo avevano occupato e nel quale si sono perdute le tracce di Kataleya. Una ferita che dopo due anni è ancora lontana dal rimarginarsi, ma anche lo specchio della nostra cattiva coscienza, della superficialità e dell’indifferenza con cui un po’ tutti, istituzioni e cittadini, non abbiamo visto cosa stava maturando in quel palazzetto e con quali rischi.

A dire il vero una prima opportunità di dare un segnale concreto, che non fosse un ipocrita lavacro ma almeno di cura di quella ferita, la città l’ha perduta con la decisione del Comune di non partecipare all’asta per acquisire la struttura, sgomberata dopo la sparizione della bimba. Vi furono diverse richieste in quella direzione. Tra le altre quella di Cecilia Del Re di «Firenze democratica» che sostenne di aver scovato nel bilancio le risorse necessarie a partecipare all’incanto la cui base d’asta era di un milione e mezzo, senza contare il possibile intervento di partecipate. Adesso la società che ne è proprietaria dopo aver offerto 3 milioni (ok, il prezzo è giusto visto che alcuni esperti immobiliari avevano ritenuto sottostimato il prezzo di partenza), ha tra le mani una seconda opportunità.

Certo, non è come se l’ex albergo fosse in mano pubblica. E ai nuovi proprietari non può essere fatta alcuna richiesta perché restituiscano il valore anche morale che avrebbe potuto imprimere quella mano e la cui rinuncia ad aprirsi non lascia altro spazio che per un mite invito: un suggerimento che non leda il legittimo diritto d’impresa e di giusta remunerazione, ma ha a che fare comunque con le diffuse radici del malessere la cui drammatica punta di iceberg fu l’occupazione dei senza-tetto. Fateci case normali, belle e possibili, accessibili alla capacità di spesa, purtroppo sempre minore, di chi rinuncia a vivere e a lavorare in una Firenze carissima, di giovani che devono rinviare sine die la propria autonomia a causa di mutui spesso ancora inarrivabili. Ecco, la normalità sarebbe una scelta rivoluzionaria, soprattutto in un quartiere, quello enorme che va da piazza San Jacopino a piazza Puccini, non certo pregiato dal punto di vista urbanistico e che qualcuno dipinge addirittura come un Bronx, ma dove le case sono ricercatissime e carissime, bersagliato dagli insediamenti turistici, ma vicinissimo all’università, a Careggi, alla tramvia, all’autostrada, all’aeroporto e al centro storico. E costituirebbe anche un segno per cui chi passa da quell’angolo tra via Maragliano e via Cherubini non provi solo dolore ma scorga un filo di speranza.
Anche per l’intera città e per il suo futuro.

(articolo pubblicato su Corriere Fiorentino - Corriere della Sera  del 28/08/2025)


 
 
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