Donare una pistola - è sempre un gesto contrario alla convivenza pacifica. Critica severa al dono di Erdogan agli intervenuti al vertice della NATO

Il sette e l’otto luglio scorsi si è tenuto ad Ankara un vertice della NATO. Alla fine di esso, l’ospite ospitante, Erdogan, noto per la tirannia con cui governa la Turchia da anni, esattamente dal 2023, ha fatto un dono agli intervenuti – una pistola di fabbricazione turca, con tanto di proiettili, in una scatola personalizzata, col nome del beneficiario. Lo siamo venuti a sapere grazie al premier britannico di allora, Starmer. Ma ecco il commento che Vincenzo Donvito Maxia ne fece il 9 luglio, che io condivido:
« Il bullismo al governo. NATO, suo malgrado
Il regalo del presidente turco ai suoi colleghi durante il vertice Nato di Ankara sembra proprio lo specchio della cultura dominante (bullismo), con qualche ovvia eccezione. Erdogan ha regalato una pistola made in Turchia con annessa scatolina di proiettili, nonché un salvacondotto per non essere bloccati alla dogana turca in uscita.
Lo abbiamo saputo grazie al premier britannico Keir Starmer che, in perfetto aplomb inglese, ha detto no grazie, lasciando il regalo nella sede diplomatica del suo Paese in Turchia
Trump, come non avrebbe potuto essere altrimenti, lo ha gradito ed ha fatto roteare il revolver nella sua mano. Non si conoscono le reazioni della nostra Giorgia Meloni.
Ad Erdogan gli è venuto in mente perché probabilmente il cattivo gusto fa parte della sua cultura politica, oltre alla ricerca di un qualcosa di "originale" che potesse farlo ricordare oltre quello di cui tutti sanno e apprezzano o meno, non ultime le carcerazioni dei dissidenti politici.
Quello che viene più in evidenza è il bullismo. Governativo nel nostro caso. In un contesto - NATO - in cui tutto è importante quanto comportamenti di moderazione, saggezza, disponibilità, dialogo, viste le importanti discussioni che hanno dovuto affrontare ad Ankara, dopo aver - dicono - rafforzato una NATO “europea” ed evitato il presunto abbandono degli Usa di Trump.
L’immagine, comunque, è pessima. Non perché noi siamo sempre dubbiosi sull’uso delle armi a livello di difesa personale (in Italia, vorremmo abolire il porto d’armi), ma soprattutto perché il consiglio che il dono induce è quello di farsi difesa da sé. Bullismo, per l’appunto».
Alcuni giorni fa mi è stata segnalata un’altra presa di posizione critica al dono di Erdogan. E’ opera di don Mimmo Battaglia, come ama firmarsi in questa missiva l’arcivescovo di Napoli Domenico Battaglia che è anche cardinale. La lettera, pubblicata sul sito della diocesi partenopea, s’intitola “Il male che impara le buone maniere” , è indirizzata ai potenti della terra, ma va molto bene per ogni persona, soprattutto per quelle che hanno a cuore la pace, sia fra le nazioni, sia fra gli abitanti di uno stesso Paese, perché, come si legge nelle righe seguenti, fra gli esseri umani non ne esistono di più importanti e di meno importanti, di padroni e di servi. Esistono cittadini con pari dignità, secondo, per esempio, la Costituzione italiana, e fratelli e sorelle secondo il mandato di Gesù Cristo.
Qui di seguito il testo integrale senza sottolineature redazionali :
«Ai potenti della terra, pace a voi!
Il male non arriva sempre sfondando una porta.
A volte entra in silenzio.
Indossa un abito elegante.
Sorride davanti alle telecamere.
Viene deposto in un astuccio, accompagnato da un biglietto, offerto con tutti gli onori.
E per qualche istante nessuno riconosce più il male, perché ha imparato le buone maniere.
È questo che mi ferisce nel gesto compiuto ad Ankara: non soltanto una pistola donata ai rappresentanti dei Paesi della NATO, ma la morte trasformata in cortesia. La possibilità di togliere la vita divenuta souvenir, memoria ufficiale, oggetto da esporre.
Abbiamo addomesticato le armi fino al punto di poterle regalare.
Questo è il vero scandalo.
Ci dite che si tratta di un simbolo. Ma sono proprio i simboli a educare il mondo. Arrivano prima delle leggi, penetrano più in profondità dei discorsi, insegnano silenziosamente ciò che una civiltà considera normale.
E quel dono insegna che il potere deve riconoscersi nel metallo di una pistola. Che un uomo importante è un uomo armato. Che tra governanti ci si può rendere omaggio consegnandosi, con eleganza, la possibilità della morte.
Sulla canna è stato inciso il nome di chi riceveva l’arma.
Ma ogni pistola porta sempre un secondo nome, invisibile.
È il nome dell’uomo contro il quale potrebbe essere puntata.
Il nome della donna che potrebbe restare senza marito.
Il nome del bambino che potrebbe attendere inutilmente il ritorno di suo padre.
Il vero destinatario di un’arma non è mai soltanto colui che la riceve. È il corpo sconosciuto che un giorno potrebbe incontrarne il proiettile.
Per questo non riesco a considerare quel gesto una semplice eccentricità diplomatica. Esso racconta un’idea del mondo. Un mondo in cui abbiamo imparato a misurare la sicurezza contando le armi, senza più domandarci quanta paura occorra seminare per custodirla. Un mondo che chiama equilibrio il terrore reciproco e pace l’intervallo durante il quale nessuno ha ancora sparato.
Da cristiano, non posso accettarlo.
Il Vangelo ci ha consegnato un’altra immagine del potere.
Cristo, nella notte in cui tutto avrebbe potuto spingerlo a difendersi, non mise un’arma nelle mani dei suoi discepoli. Mise un asciugatoio intorno alla vita. Si inginocchiò davanti a loro e lavò dei piedi stanchi.
Da una parte, un’arma offerta in piedi, tra uomini potenti.
Dall’altra, Dio inginocchiato davanti all’uomo.
Sono due civiltà.
Bisogna scegliere.
Noi cristiani non siamo ingenui. Conosciamo la violenza. La incontriamo nei quartieri abbandonati, nelle case dove manca il pane, nei corpi dei migranti, nei figli restituiti alle madri dentro una bara. Sappiamo che il male esiste. Proprio per questo rifiutiamo di renderlo elegante. Rifiutiamo di adornarlo, di lucidarlo, di trasformarlo in un segno di prestigio.
Un’arma non diventa innocente perché viene donata.
Non diventa muta perché non spara.
Non diventa umana perché porta inciso un nome.
Chiedo dunque a voi, responsabili delle nazioni, di non custodire quel dono come un trofeo. Non limitatevi a lasciarlo in una stanza, lontano dagli sguardi, come se bastasse nascondere un simbolo per cancellarne il significato.
Fate qualcosa di più difficile.
Rifiutate l’idea che la morte possa essere una forma di omaggio.
Dite pubblicamente che nessun patto tra popoli ha bisogno di riconoscersi in una pistola. Dite che la dignità di una nazione non coincide con la quantità di paura che riesce a produrre. Dite che la sicurezza non è il privilegio di chi può sparare per primo, ma il diritto di tutti a non essere colpiti.
E al prossimo vertice lasciate una sedia vuota.
Non per un presidente, non per un generale, non per un ministro.
Lasciatela per l’uomo senza nome che paga sempre il prezzo delle vostre decisioni. Per colui che non partecipa ai vertici, non firma trattati, non compare nelle fotografie, ma finisce sotto le macerie quando la diplomazia fallisce.
Guardate quella sedia prima di parlare di armi.
Forse allora comprenderete che la pace non è una debolezza da correggere, ma una responsabilità davanti alla quale inginocchiarsi.
Perché il potere che non sa inginocchiarsi davanti alla vita finirà sempre per inginocchiarsi davanti alle armi.
E quel giorno, per quanto solenni siano le cerimonie, avremo già perduto tutti»
Don Mimmo Battaglia, arcivescovo Metropolita di Napoli