Turismo. I comandamenti del ministro per sgovernare

Il ministro del Turismo, Gianmarco Mazzi, in audizione al Senato, ha presentato le linee programmatiche del suo dicastero sotto forma di “10 comandamenti”.
Ci lascia perplessi che il ministro svolga il mandato grazie ad un principio religioso. Siamo in Italia/Europa e non a Teheran. Ne prendiamo atto.
I “comandamenti” sono un decalogo che in linea di massima potrebbe andare bene per qualunque ministero o qualunque azienda gestito/a in modo ragionieristico/routine (tipo condominio) più che governativo ed imprenditoriale.
Colpisce il “quinto comandamento” - “mettere al centro i lavoratori” -, l’assenza di una sorta di “undicesimo comandamento”, “liberalizzare il mercato”, nonché l’assenza di un “dodicesimo comandamento”, lotta all’overtourism.
“Mettere al centro i lavoratori” sembra un atto di fede per venire incontro ai sindacati. Ma non si capisce perché nel “centro” non ci debbano essere anche imprese e consumatori.
Le imprese, comunque presenti in altri “comandamenti” (3 - ridurre la stagionalità rafforzando le imprese), è di routine, senza affidare loro la centralità.
I consumatori sono tra gli assenti in assoluto. Noti per essere clienti e sudditi, non sono considerati di attenzione e centralità. I loro diritti, le loro esigenze, sono secondarie alla politica fideistica del nostro ministro.
L’undicesimo non comandamento, la liberalizzazione del mercato per il nostro ministro non è un principio di fede e, sembra, neanche di raziocinio. Per esempio, il decimo comandamento “...ottenere una linea europea di bilanci specifica”, è l’unico in cui Mazzi cita l’Europa, da cui cercare di ottenere più soldi, giammai chè ne siano rispettati principi e direttive, come quella che ha intimato ai balneari di finire l'occupazione delle spiagge demaniali, sì da rendere il mercato libero e competitivo, e che sta portando l’Italia a sanzioni Ue.
E infine, il dodicesimo non-comandamento, l’assenza della lotta all’overtourism. Tutti i comandamenti sono tesi a rendere maggiore la crescita, ma si ignora la qualità della stessa. Senza la quale - come accade oggi - si stanno distruggendo località e città, avendole trasformate in parchi-gioco, privandole di residenti e umanità socio-urbanistica.
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