Venerdì 9 ottobre 2026
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Carceri, telefonini, droghe e carte di credito. La sudamericanizzazione del sistema?

Articolo · Vincenzo Donvito Maxia ·

Il carcere di Prato, la Dogaia, si guadagna sempre  più crediti per essere al centro dell’attenzione. Fatti di cronaca e violenze di ogni tipo oggi diventano secondari dopo che è stata scoperta una carta di credito che, pur se intestata ad un familiare di un detenuto, quest'ultimo la utilizzava per acquistare droghe nel carcere stesso. Ci vengono in mente i cortili di alcune carceri sudamericane (molto rievocati in diversi film) dove, dominati da un qualche gruppo di narco protetti dalle stesse autorità carcerarie a mo’ di sistema di controllo interno, si svolge una vita come se fosse il mercato di un piccolo paese. Va da sé che se in questo mercato ci sono telefonini di ogni tipo, c’è poco da stupirsi.

 

E’ la fotografia della totale dèbacle del sistema carcerario italiano, ormai in corsa per fare concorrenza ai sudamericani.

 

Ci vengono in mente le carceri dei Paesi scandinavi dove il trattamento logistico delle persone è ben al di là dei nostri letti a castello in stanze fatte per quattro detenuti dove ne vengono ospitati anche otto. O le carceri del Canada dove le autorità concedono siringhe sterili perché i detenuti, consumando droghe, non si ammalino ulteriormente oltre la loro dipendenza. E ci vengono in mente i tanti discorsi, soprattutto di sottosegretari e ministri del settore, che promettono e dicono, ma che poi sono smentiti da realtà come quella di cui stiamo scrivendo.

 

Non riusciamo ancora a  capire se il modello del sistema carcerario italiano abbia una propria originalità o si rifaccia a quelle sudamericane. L’unica certezza è che, visto  quanto accade a  Prato, ci sia tendenza ad emulare quello oltre Atlantico.

 

Crediamo sia proprio il caso, ammesso che qualcuno abbia  orecchie per intendere visto che i carcerati che votano sono pochissimi e quindi mediamente di scarso interesse per i decisori politici… sia proprio il caso di un pesante intervento. Non certo per rendere peggiore la qualità di vita di persone recluse privandole della loro libertà, ma per metterle in condizioni di farsi meno male e non privandole dei diritti umani e civili di cui godono.

 

 

Qui il video sul canale YouTube di Aduc

 

 

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