L'Intelligenza Artificiale risolve uno dei 7 problemi del Millennio: aspetti positivi e rischi delle scoperte
L'IA avrebbe risolto uno degli storici problemi mai risolti dall'umanità, denominati "problemi matematici del millennio": segnatamente, l'equazione di Navier-Stokes, che descrive il movimento dei fluidi viscosi come l'acqua e l'aria, fondamentali per progettare aerei, fare previsioni meteorologiche o analizzare la diffusione degli agenti inquinanti.
Fra i passaggi più indicativi della fase di miglioramento di questa tecnologia, che precede quella di accelerazione, è del tutto logico che ci siano rilevanti risultati anzitutto nella matematica e nella fisica. Tuttavia occorre riflettere su cosa tutto ciò possa significare e su quali implicazioni abbiano scoperte così fondamentali ottenute attraverso l'IA: quale ruolo si prospetta per la ricerca umana e che significato potrebbe avere, nell'immediato futuro, una presenza "irrinunciabile" dell'IA in ogni stadio o fase della ricerca stessa.
Esisterà un'innovazione senza l'IA?
Chi detiene le chiavi del controllo dei sistemi più avanzati potrebbe usarli a proprio esclusivo vantaggio, come in una trama da Avengers?
Sono domande importanti che dovrebbero aprire a considerazioni pratiche, le quali tuttavia vengono ignorate da chi dovrebbe vigilare. Cerchiamo quindi di osservare più da vicino i vantaggi e i potenziali rischi, a cominciare da questa notizia sulla risoluzione di uno dei sette problemi matematici del millennio.
In realtà non v'è nulla di sorprendente. Trattandosi di un problema di matematica (termine in realtà poco corretto, che sarebbe meglio identificare come un enigma), la capacità dei matematici di risolverlo è limitata, considerando il rapporto di massima produzione in ragione dell'età del cervello umano in questo campo. L'IA si è avvalsa di un metodo scientifico probabilistico grazie alla potenza di calcolo e, quindi, di elaborazione. Lo avremmo risolto anche noi se avessimo potuto collegare tantissimi cervelli e farli lavorare come una sorta di "unimente".
Occorre fare una doverosa precisazione: sussiste, nel momento in cui questo articolo viene scritto, una pretesa da parte di due insigni matematici i quali sostengono che l'IA in questione abbia copiato alcune ricerche che loro stavano già portando avanti privatamente. Sul punto, ovviamente, non ci sono elementi per sbilanciarsi, al di là del fatto che la cosa merita di essere citata per correttezza.
Tuttavia, questo ci permette di introdurre due argomenti molto importanti e rilevanti sui quali dovremmo riflettere di più e meglio. Si tratta di due pericoli molto reali — non come quelli che sgranocchiano i teorici della sicurezza per farsi accreditare presso i policy maker, e sui quali ho già più volte insistito negli ultimi tre anni:
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Le capacità produttive dell'IA corrono il rischio di deprimere la ricerca umana. Studiosi e ricercatori che dedicano molto del proprio tempo e delle proprie risorse a una ricerca potrebbero sentirsi dissuasi dal fatto che un'IA possa bypassarli nel giro di pochi minuti. Ora, tornando all'esempio in questione: se questi due matematici avessero veramente sviluppato la stessa soluzione cui è pervenuta l'IA in appena 10-12 minuti, si troverebbero con un lavoro portato avanti per oltre un anno andato in fumo. Un anno di vita. Torno quindi a ribadire ancora, e con tutta la chiarezza di cui dispongo, che l'avvento dell'IA nella fase di accelerazione corre il rischio di deprimere COMPLETAMENTE le generazioni che si sono affermate sullo studio come lo abbiamo sempre inteso (chiamiamolo il vasto arcipelago del sistema scolastico). È proprio l'istruzione che deve essere ripensata radicalmente. Ci sono due, forse tre generazioni che sono a scuola, alle superiori o magari già all'Università, che sono troppo giovani per il lavoro ma corrono il rischio di essere troppo vecchie per via dell'IA. È un pericolo serissimo. Fra non molto avremo solo una conoscenza e delle scoperte che saranno conseguenza dell'IA.
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Le cause legali. L'uso dell'IA porta a situazioni in cui si potrebbe dover stabilire in che percentuale sia dovuta la novità. È un problema che conoscono molto bene gli startupper quando creano le loro società nella scienza o nella tecnica: infatti, se la società non funziona non interessa a nessuno, ma se ha un seguito scatta l'attività di patent trolling, finalizzata a sostenere che, in tutto o in parte, l'innovazione abbia copiato da terzi. In questo caso, quello dell'enigma e dei matematici, è possibile (e si badi che uso il condizionale volendo formulare un'ipotesi) che l'IA sia giunta alle medesime conclusioni della ricerca umana, ossia che l'abbia ripercorsa per poi andare oltre. Questo non vuol dire che quanto ipotizzato dai ricercatori fosse sbagliato, solo che l'IA l'ha perfezionato. La strada era quella giusta. Facciamo un paragone con una corsa di automobili: abbiamo un'auto che è in testa, ma poi ne arriva un'altra con un motore più potente e veloce che la sorpassa e arriva per prima. Questo non accade all'ultimo miglio, ben inteso, ma strada facendo. Quindi c'è un problema, perché non possiamo veramente sapere se la ricerca umana sarebbe arrivata allo stesso risultato o meno, oppure se ci sarebbe arrivata solo dopo molto tempo. Nel contempo, è ragionevole che sulla base dei risultati in corso d'opera si cerchi di sviluppare un modello, anche di business. Si pensi a tutte le volte in cui si comincia in piccolo e poi si chiedono capitali per diventare un po' più grandi: questi capitali chi te li darà più se un'IA può sorpassarti? Anche su questo argomento ho più e più volte scritto negli ultimi anni. Se non altro, ho la consolazione del fatto che alcuni mi hanno copiato e hanno riproposto il medesimo quesito negli ultimi 3-4 mesi; lo hanno fatto anche in maniera colorita, a mezzo di supporti di cui io non dispongo e con alle spalle una specie di think tank che fa finta di essere prestigioso e, come tale, più credibile. Com'è umano questo comportamento...
La soluzione è ancora una volta quella che io mi sento di sostenere: una responsabilità del produttore dell'IA. Non possono esserci due livelli di ricerca come invece si sta affermando attualmente, anche attraverso una curiosa struttura di trust che parcellizzano i diritti di sfruttamento delle IA più evolute per i privati. Davvero interessanti e da leggere le letters of intent che vengono concepite per questo genere di tecnologia, in mano a trustee che poi le girano alle controllate dei settlor, spesso partecipate dagli stessi capitali della major che crea l'IA e dai fondi d'investimento. Ciò porta a due tipologie di soggetti: da un lato i potentati della finanza (nulla di nuovo) e dall'altro la presenza dello Stato — in particolare quello americano — sotto forma di capitali privati, ma con soci riconducibili al pubblico (in particolare ai servizi segreti: la mitica CIA e molte altre sigle) oppure a quel mercato grigio di società che gravitano attorno alla difesa e alla sicurezza nazionale stile Homeland Security.
Il risultato è: tecnologia on demand in mano a tutti con ritorni commerciali da un lato; tecnologia avanzata in mano a pochi dall'altro, con diritti di sfruttamento molto riservati e difficili da tracciare, protetti dal potere pubblico attraverso la sua stessa partecipazione strategica con le armi tipiche di chi si occupa di difesa e segretezza. Anche questo è davvero molto umano.
Viceversa, gli umani hanno figurato questa risoluzione come una lampadina che si vorrebbe accendere al grido di "Eureka!", stile fumetto, in una qualche polverosa stanza dove un matematico simile al celebre John Forbes Nash Jr. (interpretato da Russell Crowe nel film A Beautiful Mind), tra lavagne e fogli stracolmi di equazioni che per i profani sembrano geroglifici impazziti, ci sarebbe riuscito.
È abbastanza atteso e scontato che l'IA ottenga questo tipo di risultati. Il punto è che fa notizia per il modo in cui viene proposta la soluzione, come se ci fosse una competizione uomo-macchina intelligente. Siamo sempre sulla falsa riga del voler insinuare che questo miglioramento non sia un upgrade delle possibilità offerte dall'evoluzione, ma una sorta di mostro di Frankenstein che ci invia questi messaggi come avvertimenti.
In realtà, ben venga la soluzione di questo problema: è un nuovo vantaggio, un passo avanti nell'esplorazione, nell'indagine e nella costruzione del domani. Questa paura del dogmatico, che sembra quasi spingerci a preferire l'ignoranza, è essa stessa un pericolo. Una chiusura. Una resistenza.
Siamo così desiderosi di continuare come siamo da rifiutare l'idea che un domani potremmo volare o nuotare respirando sott'acqua? È una metafora, si badi, da non prendere alla lettera.
Tuttavia, l'autogestione delle funzionalità più avanzate dell'IA è oggi paragonabile ai superpoteri della Marvel o della DC. Come tale, è intuibile la ragione per cui chi gestisce queste tecnologie vorrebbe tenere riservati i sistemi più avanzati e commercializzare gli altri. Accesso alle scoperte e percorso della conoscenza valgono più di qualunque mole di miliardi di guadagno.
Ci sono già risultati incredibili in problemi che non hanno nemmeno ancora una definizione. Nella cosmologia e nella fisica quantistica forse dovremmo addirittura trovare nuovi nomi per nuove scienze. Lo studio dell'energia nell'Universo ci rivelerà qualcosa che è milioni di volte avanti rispetto a ciò che stiamo ipotizzando. La realtà supererà a tal punto la fantasia che ci chiederà di predisporci ad accogliere un concetto trasformativo che non implica semplicemente il giusto o lo sbagliato, il bene o il male: andrà oltre. Io la definisco la "tecno-essenza". Forse alcuni ne parlerebbero come di una "coscienza" che abbraccia la materia attraverso l'energia.
Ci sono ricerche che stanno stimolando investimenti macroscopici perché è come leggere un romanzo di fantascienza: ogni pagina appassiona sempre di più perché sembra portare a rivelazioni che non hanno nulla di pericoloso, ma che rappresentano la grandiosità di ciò che ci circonda, della realtà costante e di quella che ad oggi ci è nascosta dai limiti dell'essere umano.
Ci stiamo per innalzare dal ruolo di specie confinata su un pianeta a quello di specie consapevole (perché fino ad oggi non lo siamo: abbiamo una parziale nozione di conoscenza che non è nemmeno lo $0,0001^n$ del creato).
Rispondiamo a questa possibilità con l'incapacità di gestire una tecnologia trasformativa perché abbiamo paura che sia controllante o che impari ad apprendere? Sapete, è un po' come affermare che l'Universo è talmente grande, immenso e sterminato che per forza ci devono essere non una, ma milioni e milioni di altre specie oltre la nostra... ma sia mai che entrassimo in contatto per sbaglio con una tecnologicamente superiore, perché altrimenti ci farebbe per forza del male!
Vogliamo conoscere e apprendere solo ciò che ci è inferiore e che possiamo gestire? Questo è l'intendimento di una specie che consuma in modo esasperante le risorse del pianeta che la ospita, fintanto che le risorse non bastano più, trasformando la sua casa e il suo punto di partenza in una tomba.
Ovunque, il futuro potrebbe essere inospitale e carico di sfide. Ma è il futuro: non per scelta, ma per destino. Guardate l'IA non come un buco nero che vi potrebbe risucchiare verso l'ignoto, ma come un ponte che ci permette di superare i nostri limiti. È il passaggio dall'età del bronzo a quella del ferro. È la scoperta della ruota. È ciò che siamo destinati a essere.