Sabato 19 settembre 2026
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20 settembre 2026 – Giornata di celebrazione della resistenza ai nazifascisti degli Internati Militari Italiani

Articolo · Annapaola Laldi ·

Il 20 settembre è la seconda volta che si celebra giornata per rendere onore agli Internati Militari Italiani (IMI),  cioè a quei soldati che furono fatti prigionieri dai tedeschi dopo l’otto settembre 1943, e che, per restare fedeli al giuramento fatto al re d’Italia, nonché rispettare la propria dignità, furono deportati in appositi lager tedeschi per subire inaudite vessazioni che condussero alla morte molti di loro.

 

Questa doverosa celebrazione è stata istituita con la legge 6/2025, dopoché Camera e Senato, distintamente, ne avevano approvato all’unanimità il testo.

 

L’anno passato, nel suo discorso  per la prima celebrazione degli IMI, il Presidente della Repubblica, mise in evidenza come «nella memoria della Repubblica viene [con questa giornata] impresso e definito un segno di grande importanza. Un segno che rafforza - in quanto la completa - la radice della democrazia conquistata dal nostro popolo. E che rende pienamente onore ai militari italiani che ebbero il coraggio di pronunciare il loro No al nazifascismo, pagando un prezzo personale altissimo e subendo, al termine della guerra, una sorta di oscuramento della loro resistenza, travagliata ed eroica».

 

Dopo aver menzionato il numero dei militari internati (650 mila), Mattarella proseguì osservando come « Sul piano valoriale, morale - e anche su quello concreto - la resistenza dei militari che dissero No ebbe un significato e una valenza di altissimo rilievo […]», e mostrando come «La Resistenza italiana non è stata limitata ad avanguardie patriottiche, ma ha ricevuto l’apporto di diversi affluenti provenienti da varie componenti sociali. È grazie anche a tante resistenze senza armi che la resistenza armata ha trovato allora terreno fertile, consensi e sponde preziose».

 

E ancora, più avanti: « I militari, abbandonati a loro stessi dopo l’8 settembre, che difesero l’onore della Patria rifiutando l’arruolamento nell’esercito tedesco o in quello di Salò sapevano di compiere una scelta di grave rischio sul piano personale. Tanti – ripeto - pagarono con la vita. Tanti morirono nei lager tedeschi. Tutti patirono sofferenze immani vivendo in condizioni di sostanziale schiavitù per un anno e mezzo. Sofferenze e ferite non cancellabili. La libertà di cui oggi ci gioviamo ha un debito verso il coraggio di questi uomini».

 

La libertà di cui oggi ci gioviamo ha un debito verso il coraggio di questi uomini.

Patrioti che nei campi tedeschi sono stati privati della loro stessa identità e ridotti a un numero, che hanno respinto lusinghe e promesse quando è stata loro proposta la rinuncia alla loro dignità di italiani in cambio di una scarcerazione. Patrioti che, nelle baracche, dopo il lavoro, hanno cominciato a tessere i fili di quelle relazioni solidali, di quell’etica collettiva che sarebbe diventata l’humus di un nuovo inizio per l’Italia.

Un numero enorme quello dei militari - con loro anche tanti civili - che hanno pronunciato quel No a una richiesta imperiosa e gravida di minaccia, contraria alla loro coscienza. Questo così alto numero merita di essere sottolineato, anche perché non si è formato sulla base di un ordine, di una indicazione istituzionale, ma è sorto da una loro personale, consapevole scelta».

 

È su queste ultime parole del presidente Mattarella che occorre soffermarsi, perché esse trovano un riscontro in quanto si legge nel volume Il coraggio dell’indignazione, che narra le vicende di 44 ufficiali IMI, laddove si asserisce: «Siamo di fronte al ripetuto “no”, al più straordinario “referendum popolare” contro il nazifascismo. Stiamo parlando di una massa di militari che, tra il settembre e dicembre 1943, piuttosto che aggregarsi ai tedeschi e ai repubblichini, preferì, dovente dopo sanguinosi combattimenti, la detenzione salutata con disprezzo dai tedeschi con parole come “Scheisse, Veerter, Badoghlio!”», (traducibili, queste ultime con “Merda e traditore, Badoglio”. Siamo di fronte a una pagina di Resistenza consapevole, senza armi, pagata con un altissimo prezzo di vite. Per di più subita in territorio tedesco. Una caratteristica non da poco, perché qualsiasi tentativo di evasione avrebbe avuto senz’altro un esito nefasto. Contro i numerosi reparti, che si oppongono alla cattura e combattono strenuamente, vengono attuati i criminosi piani del Comando supremo tedesco e vengono perpetrate sanguinose repressioni», come la resistenza della Divisione “Acqui” a Cefalonia e Corfù, dove erano presenti Gino di Domenica e Amselmo Rizzo, due dei 44 ufficiali che ebbero il coraggio dell’indignazione, e altri episodi simili, a Lero, a Kos, a Spalato e la strage degli ufficiali di Nola, vicino Napoli.

 

In questo contesto di importanti decisioni da prendere, ecco il racconto del giovane sottotenente Natale Ferrara che l’8 settembre si trova in Dalmazia. Con il commilitone Carlo Grieco ripara a Fiume dove in quei giorni confluiscono 70.000 uomini disarmati da diverse regioni jugoslave, ma le truppe tedesche, che hanno il controllo della città, propongono subito agli Italiani di fare la scelta: o combattere con loro o scegliere la via dell’internamento. Esemplari sono le parole di Natale Ferrara: «È la prima occasione che si presenta per scegliere la via dell’onore: e noi non ce la siamo sentiti di andare con i tedeschi».

Chiare sono anche le parole di Michele Montàgano (classe 1921), altro IMI, quando narra lo stesso travagliato movimento liberatoria, mentre era a Gorizia, a difendere il confine: «Per vent’anni il fascismo e il duce avevano pensato per me, risparmiandomi la responsabilità di decidere: dovevo semplicemente dire “Sissignore!”. Ma quel fatale 9 settembre mattina per la prima volta dovetti pensare con la mia testa, quale fosse il mio dovere, pro e contro chi, fedele a quali giuramenti, al re d’Italia. Dissi “No!”, il primo di una lunga serie che ho schiaffato in faccia ai tedeschi per venti mesi consecutivi: non mi sentivo affatto prigioniero, ma finalmente libero, libero di pensare!».

 

I lager, dove gli IMI vengono massacrati dalle ore di lavoro e dalla ferocia dei kapò, divengono luoghi, in cui fra questi soldati e ufficiali nasce subito un dibattito appassionato, un confronto aperto senza il diaframma delle gerarchie, un confronto che condannava il fascismo su tutta la linea: come ideologia e come soluzione politica. Si tratta della prima piattaforma della Resistenza. Non solo. Tra gli ufficiali ci sono docenti di diverse materie, scrittori come Giovannino Guareschi, un umorista molto serio, attori, come Gianrico Tedeschi, pastori evangelici, come Giorgio Girardet e preti cattolici, e ciascuno di loro mette a disposizione degli altri le proprie specifiche conoscenze, tanto che uno dei lager, quello di Sandbostel, viene designato dai prigionieri come “Regia Università”, a conferma di quanto asserito dal presidente della Repubblica che questi Patrioti cominciarono, proprio nei lager «a tessere i fili di quelle relazioni solidali, di quell’etica collettiva che sarebbe diventata l’humus di un nuovo inizio per l’Italia».

 

Gli IMI che sopravvissero tornarono in Italia dopo venti mesi di prigionia e, purtroppo, il loro reinserimento fu difficile nella vita sociale e lavorativa dell’Italia del dopoguerra. Nel libro Il coraggio dell’indignazione, vengono dedicate ai problemi del rientro una trentina di pagine, ma il riassunto più efficace si trova in quel «traditi, disprezzati, dimenticati» dello storico tedesco Gerhard Schreiber. Gli IMI, che tornavano a casa fisicamente ridotti, alla lettera, a pelle e ossa, ma «con la consapevolezza di aver compiuto un atto di resistenza significativa», si trovarono davanti un muro di inscalfibile diffidenza, in primo luogo nelle strutture militari che li interrogarono «sulle circostanze della resa dopo l’8 settembre, alimentando il sospetto di “tradimento”, e non sulle vicende della loro prigionia. Dei soprusi, delle torture, sul rifiuto alla collaborazione con il nemico nazista». Anche nell’opinione pubblica passò l’idea che gli IMI fossero stati dei collaborazionisti e questo fece sì che la maggior parte di loro si chiudessero nel silenzio anche con i propri familiari. Alcuni, come il  professore Carmelo Cappucio, dantista, e ufficiale IMI, scriveranno delle testimonianze sulla propria esperienza, in particolare sul lager di punizione di Unterflüss, dove era stato relegato lui stesso, ma l’Italia ufficiale si mosse con molta lentezza. Solo nel 1955 venne concessa una Croce al merito per l’internamento in Germania e, nel 1984, Giovanni Spadolini accordò loro «un Diploma d’onore come internati militari italiani non collaborazionisti». Il fatto che la Giornata che oggi stiamo celebrando sia stata istituita soltanto nel 2025 è un altro segno della lentezza con cui il nostro Paese ha preso coscienza di questa “altra Resistenza” che è alle radici della nostra Repubblica e della nostra democrazia, della nostra libertà che ci devono essere care perché solo in esse possiamo vivere nel rispetto della dignità – nostra e altrui.

 

 

Bibliografia

Andrea PARODI, Il coraggio dell’indignazione (I 44 ufficiali che dissero di no ai nazisti). Prefazione di Aldo Cazzullo, Bollati Boringhieri, Torino 2025

Silvia PASCALE, Orlando MATERASSI, Storie dell’altra Resistenza (Gli internati militari terranuovesi nei campi di prigionia del Terzo Reich), ASKA edizioni, Firenze 2026

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