L’Occidente senza padrone. Trump contro Carney, la geografia politica cambia il mappamondo
Donald Trump considera un possibile «atto ostile» l’ipotesi che il Canada diventi il primo «membro associato» della storia dell’Unione europea e minaccia, in tal caso, di imporre nuovi dazi. Ostile a chi? Non alla Russia (già ostile quanto basta) né alla Cina, ma agli Stati Uniti. Come se due democrazie non potessero decidere liberamente di avvicinarsi senza chiedere il permesso al presidente americano.
A mettere l’ipotesi sul tavolo era stata mercoledì la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen: nel discorso sullo Stato dell’Unione ha annunciato che «la porta è aperta» perché il Canada diventi il primo membro associato dell’Unione, senza precisare né i tempi né le modalità, a partire dal nodo, tutto da chiarire, del diritto di voto nelle istituzioni europee. Lo stesso giorno, in un incontro con il primo ministro canadese Mark Carney, von der Leyen ha discusso dei settori in cui approfondire i rapporti.
È stato però l’intervento di Carney, ieri, al Parlamento europeo, a irritare davvero Trump.
Il Canada non ha chiesto di diventare il ventottesimo Stato dell’Unione. Il primo ministro Mark Carney ha proposto una collaborazione più profonda in materia di difesa, energia, intelligenza artificiale, materie prime, ricerca e scambi universitari. Una forma ancora tutta da inventare di associazione all’Europa.
Carney è anche il leader occidentale che ha reagito con maggiore nettezza alle intimidazioni di Trump. Quando il presidente americano ha minacciato di imporre nuovi dazi, ha ricordato, senza perifrasi, che il Canada è un paese sovrano e sceglie liberamente le proprie alleanze. Per questo è stato indicato come modello per un’Europa che di fronte alle minacce della Casa Bianca continua troppo spesso a sostituire la fermezza con la prudenza e la prudenza con il silenzio.
Trump ha immediatamente riconosciuto il pericolo. Non militare e neppure commerciale: politico. Canada ed Europa potrebbero scoprire di avere bisogno l’uno dell’altra proprio perché non possono più considerare gli Stati Uniti un alleato sempre affidabile.
Trump, del resto, non è soltanto un presidente americano ostile all’Europa. È una figura politicamente non occidentale. Dell’Occidente rifiuta ciò che ne costituisce l’essenza: il limite del potere, il rispetto del voto, la sovranità delle nazioni e la soggezione della forza alla legge.
Lo dimostra persino il suo episodio più rivelatore: la promessa di distribuire 5.000 dollari a ogni adulto americano se i repubblicani manterranno il controllo del Congresso. Non un provvedimento sociale approvato dal Parlamento, ma un “dividendo Trump” subordinato alla vittoria del suo partito: il denaro dello Stato trasformato in un premio elettorale.
Poi c’è la Groenlandia, che Trump ha preteso di acquisire dagli abitanti e dalla Danimarca come se nel XXI secolo un popolo e il suo territorio potessero ancora essere comprati. Ha minacciato dazi e, prima di escluderla, non aveva neppure scartato l’uso della forza contro un alleato della NATO.
E c’è stata la militarizzazione dell’apparato contro l’immigrazione, a cominciare dall’ICE. In meno di un anno sono stati arruolati dodicimila nuovi agenti, abbreviando la formazione e, secondo una denuncia interna, saltando, in alcuni casi, controlli essenziali. A incarnare lo spirito delle operazioni è stato Gregory Bovino, veterano della Border Patrol promosso a comandante nelle città: metodi aggressivi, retorica militaresca e un lungo cappotto verde che gli valse dal governatore della California, Gavin Newsom, la definizione di «Nazi cosplayer». Non soltanto un abbigliamento, ma l’immagine di ciò che quell’apparato voleva diventare: l’esercito interno del presidente. Alla fine, Trump, dopo le dure contestazioni per i metodi violenti adottati sul campo dai suoi agenti, ha dovuto rimuoverlo (Proprio ieri Trump ha ritirato la candidatura di Lance Schroyer, annunciata tre mesi fa, perché, dicono le voci di corridoio, giudicato troppo morbido).
Comprare i voti, comprare i territori, militarizzare la politica interna. La geografia colloca Trump in Occidente. La sua concezione del potere, assai meno.
È questo il paradosso della sua presidenza. Con la pretesa di restaurare la grandezza americana, Trump sta disfacendo l’Occidente che l’America ha costruito. Tratta il Canada come una provincia ribelle, l’Europa come un concorrente da piegare con i dazi, la NATO come un servizio di protezione per clienti morosi. E così induce gli alleati a cercare altrove la propria sicurezza.
Carney non propone una coalizione antiamericana. Prova, al contrario, a salvare ciò che resta dell’Occidente quando l’America rinuncia a guidarlo come comunità di democrazie e pretende di dominarlo come area d’influenza.
Qui sta l’occasione per l’Europa. L’Unione è abituata a discutere se debba allargarsi ai Balcani, all’Ucraina e alla Moldavia. Il Canada introduce una domanda diversa: si può appartenere allo spazio politico europeo senza appartenere geograficamente all’Europa?
La risposta dovrebbe essere sì. L’Unione può diventare il centro di una costellazione più vasta di democrazie liberali: il Regno Unito dopo la Brexit, il Canada minacciato dall’ingombrante vicino, l’Ucraina aggredita dalla Russia e, con forme inevitabilmente diverse, paesi come Taiwan, che difendono la propria libertà dalla pressione imperiale cinese.
Non sarebbe un nuovo impero né il doppione della NATO. Sarebbe un’associazione fondata non sulla geografia, ma sulla democrazia, sullo Stato di diritto, sull’economia aperta e sulla difesa comune dell’indipendenza nazionale. Esattamente il contrario delle sfere d’influenza in cui Trump, Putin e Xi Jinping vorrebbero dividere il mondo.
Naturalmente l’Europa dovrebbe prima cambiare se stessa. Non può diventare il punto di riferimento delle democrazie restando un’Unione paralizzata dai veti nazionali, priva di una politica estera effettiva, di una difesa comune e di un vero governo democratico.
Un esempio è a portata di mano ed è italiano. L’altro ieri la Camera avrebbe dovuto votare le mozioni per impegnare il governo a superare il diritto di veto nell’Unione. La maggioranza ha rinviato ancora una volta: Tajani è favorevole, Salvini totalmente contrario e tre mesi di discussione non sono bastati per trovare un accordo. L’Europa dei veti comincia, molto concretamente, dai veti all’interno del governo italiano.
Nessuno si associa volentieri a un condominio nel quale ogni inquilino può bloccare l’ascensore. Per questo l’apertura al Canada non è una curiosità diplomatica. È una possibile direzione di marcia: prima gli Stati Uniti d’Europa, poi una comunità più larga delle democrazie che vogliono restare libere.
Trump la considera una minaccia perché continua a pensare che l’Occidente appartenga all’America. Potrebbe invece scoprire di aver contribuito, con le sue intimidazioni, alla nascita di un Occidente senza padrone.
(Marco Taradash su la Linea - Linkiesta del 18/09/2026)