Venerdì 18 settembre 2026
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Solo un genio del male poteva abolire il bollo auto in questo modo

Articolo · Gian Luigi Corinto ·
Markus Winkler - Unsplash
Foto: Markus Winkler — Unsplash (Unsplash License (libero uso))

C’è qualcosa di profondamente sbagliato nell’idea di abolire il bollo auto per trasformarla nell’ennesima promessa elettorale. Non perché il bollo sia una tassa amata — tutt’altro — ma perché una politica pubblica non si giudica dal fastidio che rimuove, bensì dagli effetti complessivi che produce.

 

La misura approvata dal Consiglio dei ministri riguarda dal 2027 le automobili fino a 80 kW e tutti i motocicli, con un costo stimato tra 2,3 e 2,5 miliardi di euro. Per ora si tratta di un’esenzione prevista per un solo anno, non di un’abolizione definitiva. 

 

Il bollo è una tassa regionale. Il suo gettito finanzia i bilanci delle Regioni e delle Province autonome. Nel 2022 le entrate hanno raggiunto circa 7,17 miliardi di euro. Se lo Stato cancella una parte di questa entrata, le Regioni devono essere compensate. I fondi stanziati, però, non arrivano dal nulla, ma vengono dal bilancio pubblico, cioè dalla fiscalità generale, dal debito o dalla rinuncia ad altri interventi. Il cittadino potrà forse risparmiare sul bollo, ma pagherà indirettamente il costo della misura attraverso minori servizi, nuove imposte (per forza!) o maggiore indebitamento. Non è una riduzione magica della pressione fiscale. È uno spostamento dei conti.

 

Il bollo presenta difetti evidenti. È legato al possesso e non all’effettivo utilizzo dell’auto, colpisce anche chi percorre pochi chilometri e non tiene sempre conto della situazione economica del proprietario. Questi problemi avrebbero dovuto condurre a una riforma, non a una cancellazione indistinta. Si potevano prevedere agevolazioni per le famiglie in difficoltà, per le persone con disabilità, per chi vive in territori privi di trasporto pubblico o per chi possiede veicoli meno inquinanti.

 

L’esenzione senza limiti di reddito, invece, rischia di assegnare lo stesso beneficio a chi usa l’automobile per necessità e a chi potrebbe tranquillamente sostenerne il costo. E magari le auto piccole sono della moglie di un notaio o di un facoltoso commerciante. Dov’è l’equità?

 

La decisione è discutibile anche dal punto di vista ambientale. L’esenzione riguarderà soprattutto una larga parte del parco automobilistico tradizionale e rafforzerà l’idea che possedere un veicolo privato debba essere fiscalmente premiato. In un Paese che dovrebbe ridurre traffico, emissioni e dipendenza dall’automobile, si potevano finanziare abbonamenti al trasporto pubblico, collegamenti nelle periferie, mobilità studentesca e incentivi per sostituire i veicoli più inquinanti.

 

Il danno più grave, tuttavia, è civico. L’abolizione del bollo trasmette l’idea che ogni tassa sia un sopruso e che governare significhi semplicemente cancellare ciò che i cittadini detestano. Le tasse possono essere ingiuste, sproporzionate o mal gestite. In quel caso vanno riformate e controllate. Ma presentarle sempre come un furto significa distruggere la consapevolezza del rapporto tra entrate pubbliche e servizi collettivi.

 

Definire il promotore della misura un “genio del male” è senza dubbio polemico, ma non del tutto ingiustificato. L’operazione è politicamente astuta perché tutti vedono il risparmio annuale, mentre pochi vedono il trasferimento di costi alle Regioni e alla fiscalità generale.

 

È una politica del sollievo immediato, non della soluzione. Non affronta i problemi della mobilità italiana, trasporto pubblico insufficiente, strade maltenute, sicurezza, inquinamento e disuguaglianze territoriali. Il bollo avrebbe bisogno di una riforma in vista di più equità, maggiore attenzione alle emissioni, esenzioni mirate e destinazione trasparente delle entrate alla manutenzione e al trasporto pubblico. Abolirlo senza una strategia significa premiare il possesso dell’automobile, indebolire i bilanci regionali e alimentare l’illusione che i servizi pubblici possano essere finanziati senza risorse.

 

Non è riformismo. È populismo fiscale con il conto rinviato a domani.

 

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