Draghi: l’Europa può avere l’IA senza oligarchi, ma deve conquistare la sovranità tecnologica

L’Europa ha davvero gli strumenti per ridurre la dipendenza tecnologica dagli Stati Uniti e costruire una capacità autonoma nell’elaborazione dei dati e nelle infrastrutture di calcolo, puntando su una intelligenza artificiale “senza oligarchi”? Secondo l’ex presidente della Banca centrale europea (BCE) ed ex premier italiano, Mario Draghi, è possibile, ma affrontando tre grandi sfide: crescita economica, sovranità e difesa del proprio modello sociale.
A poche settimane dal lancio del Rhine Group, l’organizzazione indipendente che riunisce economisti, imprenditori, accademici ed ex responsabili politici, Draghi ritorna ad affrontare il tema della crescita europea e della corsa alla tecnologia in un editoriale sul Financial Times dal titolo “Europe’s difficult choices on AI” in cui l’autore del rapporto sulla competitività europea sottolinea che ad oggi i dati rappresentano l’unico ambito in cui l’UE può ancora essere sovrana e che ha il maggior potenziale di generare crescita.
“L’Europa si trova di fronte a una serie di scelte difficili”, osserva Draghi. L’UE deve crescere abbastanza da poter continuare a finanziare il proprio modello sociale e affrontare contemporaneamente le nuove esigenze derivanti “dalla difesa all’energia”. Allo stesso tempo, deve restare sufficientemente sovrana da poter regolare la propria economia secondo i propri valori e riuscire a farlo evitando “i costi in termini di disuguaglianza economica e danni ambientali” registrati altrove. Secondo Draghi, “l’intelligenza artificiale incide contemporaneamente su tutti e tre questi aspetti”.
Il punto di partenza è il rallentamento della crescita europea e, soprattutto, l’ampliamento del divario di produttività rispetto agli Stati Uniti. Draghi cita una stima secondo cui il gap tra l’area euro e gli Usa sarebbe passato da 9 dollari per ora lavorata nel 2018 a 21 dollari nel 2025. Esistono diverse strade per recuperare terreno, a partire dalla rimozione delle barriere ancora presenti nel mercato unico, ma in questo momento “l’adozione diffusa dell’intelligenza artificiale è forse la più promettente”.
Secondo gli scenari della BCE richiamati dall’ex premier italiano, una rapida diffusione dell’IA potrebbe aggiungere ogni anno tra 0,3 e 0,4 punti percentuali alla crescita della produttività totale dei fattori, sostanzialmente stagnante dal 2022.
Il rischio di una dipendenza strategica
È proprio qui, tuttavia, che emerge la contraddizione. Più l’Europa utilizzerà l’intelligenza artificiale per sostenere la propria crescita, maggiore sarà la sua dipendenza da una tecnologia della quale oggi controlla soltanto una piccola parte della catena del valore.
E non si tratta, avverte Draghi, di una dipendenza economica ordinaria. L’intelligenza artificiale è destinata a entrare in ogni settore, “nell’economia, nei sistemi sanitari, nell’istruzione, nell’energia, nella difesa”. Una volta che l’intero sistema economico dipenderà da queste tecnologie, “essere tagliati fuori dall’IA” avrebbe conseguenze paragonabili all’esclusione dal sistema finanziario statunitense. “Gli effetti sarebbero catastrofici”.
Una considerazione che per Draghi cambia anche la natura delle relazioni transatlantiche e più in generale il rapporto dell’Europa con i propri partner strategici. “L’Europa non sta agli Stati Uniti come il Texas sta alla California”, sottolinea l’ex presidente della BCE.
Draghi arriva quindi a prospettare scenari apertamente geopolitici: una futura amministrazione americana potrebbe subordinare l’accesso europeo ai modelli di IA più avanzati a modifiche della regolamentazione o della tassazione digitale dell’UE. Allo stesso modo, Pechino potrebbe utilizzare le licenze dei propri modelli open-weight come strumento di pressione durante una controversia commerciale.
Secondo l’ex presidente della BCE, se l’Europa non riuscirà a controllare almeno una parte della catena del valore dell’intelligenza artificiale, prima o poi “la crescita attraverso l’IA e la sovranità si scontreranno”.
I dati sono la principale risorsa europea
Lo spazio di manovra, riconosce Draghi, è limitato. I laboratori europei che sviluppano modelli di frontiera non dispongono delle risorse finanziarie necessarie per competere alla pari con i colossi statunitensi e cinesi, mentre nella produzione dei semiconduttori più avanzati il continente resta molto indietro.
C’è però un settore nel quale l’Europa dispone ancora di un vantaggio potenziale: i dati.
“È l’unico ambito in cui l’Europa può ancora esercitare la propria sovranità”, sostiene Draghi, ed è allo stesso tempo quello che offre alcune delle maggiori opportunità economiche. Il settore pubblico europeo dispone di enormi quantità di informazioni, dalle cartelle cliniche raccolte nel corso di decenni ai dati degli istituti statistici. A questi si aggiunge il patrimonio prodotto dal settore manifatturiero europeo, altamente automatizzato e quindi capace di generare grandi quantità di dati industriali utilizzabili dai sistemi di intelligenza artificiale.
Secondo le stime della Commissione citate nell’editoriale, l’economia europea dei dati potrebbe superare gli 800 miliardi di euro entro il 2030, oltre il 5% del Pil dell’Unione.
Ma possedere i dati non basta. Per poterli utilizzare pienamente, avverte Draghi, l’Europa deve controllarne anche l’archiviazione e l’elaborazione. E questo richiede una quantità molto maggiore di data center e infrastrutture dedicate all’intelligenza artificiale.
L’UE ha meno del 5% della potenza di calcolo mondiale
Il divario con gli Stati Uniti è enorme. L’Unione europea ospita meno del 5% della potenza di calcolo mondiale dedicata all’IA, contro circa il 75% degli Stati Uniti. Anche nei data center tradizionali, il deficit tra domanda e capacità installata in Europa viene stimato intorno ai 3 gigawatt e potrebbe raggiungere i 14 GW entro il 2030.
Per Draghi, man mano che il concetto di sovranità tecnologica acquisterà importanza, questa carenza diventerà sempre più difficile da ignorare.
Le società americane potranno continuare a fornire parte della capacità necessaria attraverso servizi definiti di “cloud sovrano”, gestiti in Europa ma appartenenti comunque ad aziende statunitensi. Tuttavia, per gli utilizzi più sensibili sarà necessario disporre di strutture realmente sottoposte a controllo europeo.
Altrimenti l’Unione corre due rischi: che le aziende rinuncino ad adottare l’intelligenza artificiale perché non possono conservare i propri dati sul territorio europeo oppure che i costi della capacità di calcolo rimangano tanto elevati da frenare l’adozione dell’IA nelle attività con minore valore aggiunto.
Data center: secondo Draghi i problemi ambientali possono essere affrontati
L’ex presidente della Bce non ignora le resistenze che accompagnano la costruzione di nuovi data center, dalle conseguenze sui consumi energetici e idrici al possibile aumento delle bollette per le comunità locali.
Ma ritiene che questi problemi possano essere gestiti. I nuovi impianti potrebbero essere obbligati a utilizzare energia pulita, a recuperare il calore prodotto quando possibile e a essere costruiti lontano dalle aree dove acqua ed energia sono scarse. Ai gestori potrebbe inoltre essere chiesto di contribuire ai costi delle reti elettriche e di condividere parte dei benefici economici con i territori che ospitano le strutture.
Il problema europeo, sostiene Draghi, non è quindi un eccesso di data center, come talvolta si discute negli Stati Uniti. È esattamente l’opposto: l’Europa ne possiede troppo pochi.
E anche costruirli richiede più tempo. Negli Stati Uniti sono necessari in media 24 mesi, mentre in Germania ne servono 42, principalmente a causa dei tempi delle autorizzazioni e degli allacciamenti alla rete. Il costo dell’elettricità può inoltre rendere la realizzazione e la gestione degli impianti europei fino a due volte più costosa rispetto alla Cina.
Non tutta l’Europa, tuttavia, presenta le stesse condizioni. In Svezia, osserva Draghi, realizzare un data center dedicato all’intelligenza artificiale costa soltanto circa il 10% in più rispetto alla Cina.
Il vero problema è la frammentazione della domanda
Secondo Draghi, però, il principale ostacolo non è soltanto il costo dell’energia o la lentezza delle autorizzazioni. È la frammentazione del mercato europeo.
Costruire grandi infrastrutture di calcolo richiede investimenti enormi e gli investitori sono disposti a finanziarli soltanto se esistono contratti di lungo periodo sufficientemente solidi. Negli Stati Uniti questa domanda viene garantita dagli hyperscaler e dai grandi laboratori di intelligenza artificiale. In Europa, invece, è dispersa tra milioni di imprese.
Persino le aziende europee più grandi tendono ad acquistare capacità di calcolo attraverso contratti annuali, perché non sanno ancora con quale velocità adotteranno l’intelligenza artificiale. Il risultato paradossale è che alcuni operatori europei di “neocloud”, cioè data center specializzati nei carichi di lavoro dell’IA, finiscono per vendere gran parte della loro capacità a clienti statunitensi.
La soluzione proposta da Draghi è quella di aggregare artificialmente la domanda europea, creando grandi gruppi di acquirenti. Le principali aziende del continente dovrebbero riunire i propri fabbisogni in contratti pluriennali abbastanza ampi da rendere finanziabili gli investimenti.
Un primo modello esiste già. Aziende come ASML, Capgemini e Amadeus hanno assunto impegni pluriennali per acquistare le European Compute Units di Mistral, con l’obiettivo di arrivare a un gigawatt di capacità entro il 2030.
“La sfida ora”, sostiene Draghi, è estendere il modello ad altri operatori e creare consorzi più ampi capaci di acquistare capacità standardizzata per diversi anni.
L’Europa può avere l’IA senza oligarchi
L’obiettivo finale sarebbe innescare un circolo virtuoso. Le imprese accelererebbero l’adozione dell’intelligenza artificiale, creando la domanda necessaria per finanziare nuova capacità europea. Questa infrastruttura consentirebbe a sua volta di utilizzare i dati europei all’interno di sistemi controllabili dall’Europa.
Una capacità di calcolo sovrana e meno costosa favorirebbe una diffusione ancora maggiore dell’IA e i guadagni di produttività generati dalla tecnologia permetterebbero di finanziare investimenti successivi. Inoltre, sostiene Draghi, disporre di una propria infrastruttura renderebbe l’Europa più forte anche nello sviluppo di modelli di intelligenza artificiale propri.
Resta la questione politica più delicata: evitare che la rivoluzione dell’intelligenza artificiale trasferisca una quota enorme di ricchezza e potere nelle mani di una nuova oligarchia tecnologica.
Ma proprio il modello proposto da Draghi dovrebbe ridurre questo rischio. Aggregare la domanda attraverso numerosi consorzi consentirebbe a più fornitori di entrare sul mercato, mentre la concorrenza impedirebbe che i profitti si concentrino nelle mani di pochi grandi gruppi. Una tassazione progressiva dovrebbe poi garantire che una parte dei benefici prodotti dall’intelligenza artificiale venga redistribuita al resto della società.
L’Europa, conclude Draghi, non è necessariamente costretta a scegliere tra crescita economica, sovranità tecnologica e difesa del proprio modello sociale, sottolineando come sia possibile, a differenza degli Stati Uniti, poter avere “l’IA senza oligarchi”. Infatti, secondo l’ex presidente della BCE, la domanda aggregata da molti consorzi permette a un maggior numero di fornitori di entrare nel mercato, e la concorrenza tra di loro impedisce che i profitti si concentrino nelle mani di pochi, mentre una tassazione progressiva garantirebbe che anche il resto della società ne tragga beneficio.
(Simone Cantarini su Focus Europe del 12/09/2026)