Martedì 18 agosto 2026
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Migranti: l'Europa non può usarli economicamente e demonizzarli politicamente

Articolo · Redazione ·

Sullo sfondo della crisi di Ceuta — l'enclave spagnola in Nord Africa dove decine di migliaia di persone hanno tentato di attraversare il confine dal Marocco alla fine di luglio 2026, con almeno 72 morti — il portale bulgaro Fakti.bg rilancia un articolo d'opinione pubblicato dall'Irish Times a firma di Breda O'Brien, che mette il dito su una delle contraddizioni più acute della politica europea: l'Europa non può permettersi di basare la propria economia sul lavoro migrante e al tempo stesso demonizzare chi cerca una vita migliore.

 

Il paradosso è tutt'altro che astratto. Lo scorso dicembre, il presidente della Confederazione degli industriali catalani, Josep Sánchez Llibre, aveva dichiarato che "le aziende hanno bisogno dell'immigrazione come dell'aria che respirano e dell'acqua che bevono": senza lavoratori stranieri, la competitività spagnola sarebbe a rischio. Eppure le stesse immagini di giovani che si gettano in mare verso Ceuta hanno alimentato, in tutta Europa, le retoriche più ostili nei confronti di chi migra.

 

La Spagna è un caso emblematico. Il programma di regolarizzazione varato dal governo Sánchez — che ha permesso a oltre 1,2 milioni di migranti irregolari di richiedere un permesso di soggiorno temporaneo — è stato attaccato da 22 capi di governo europei in una lettera alla Commissione, definendolo un "fattore di attrazione" per i flussi irregolari. Un'accusa che, secondo la ricerca accademica, non regge: una precedente regolarizzazione in Spagna nel 2005 non produsse alcun effetto-calamita, aumentò invece l'occupazione formale tra gli immigrati senza danneggiare i lavoratori locali, e portò un incremento delle entrate fiscali di circa 4.000 euro per ogni lavoratore regolarizzato.

 

Sul piano macroeconomico, il quadro è ancora più chiaro: secondo ricerche recenti di Goldman Sachs, il PIL spagnolo è previsto crescere del 2,1% nel 2026, tre volte il tasso medio dell'eurozona, e la Spagna ha registrato la crescita di produttività più alta tra le quattro maggiori economie dell'UE dal 2021. Un'economia che, non a caso, ha fatto della manodopera straniera un pilastro.

 

La maggior parte dei marocchini arrivati a Ceuta è stata rimpatriata nel giro di pochi giorni. Dei circa 2.000 rimasti, molti provengono da paesi dell'Africa subsahariana come Mali e Somalia, o dalle zone di conflitto del Sudan: persone con ogni probabilità titolate a richiedere protezione internazionale, non semplici "migranti economici" come la retorica dominante tenderebbe a far credere.

 

Il punto sollevato dall'analisi è preciso: l'apertura dei confini indiscriminata non è una soluzione praticabile — e provocherebbe danni anche ai paesi d'origine, privati dei loro cittadini più intraprendenti. Ma neppure si può continuare a costruire sistemi economici fondati sulla disponibilità di manodopera migrante sottopagata, e poi trattare quelle stesse persone come una minaccia da respingere. Questa doppiezza non è solo eticamente insostenibile: è politicamente controproducente, perché alimenta tensioni sociali che poi il populismo di destra cavalca con successo.

 

Il dibattito europeo sulla migrazione, esploso dopo la crisi di Ceuta, rischia così di restare intrappolato nella logica dell'emergenza, senza mai affrontare la domanda strutturale di fondo: di quanti lavoratori ha bisogno l'Europa, da dove possono venire, e a quali condizioni.

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