Venerdì 25 settembre 2026
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Scuola. Le molte assurdità di Meloni nel vortice di una continua campagna elettorale

Articolo · Annapaola Laldi ·

È da parecchio tempo, ahimé, che Giorgia Meloni si dimentica di essere la Presidente del Consiglio, quindi una figura istituzionale al servizio di tutti gli Italiani, anche di chi non l’ha votata, per assumere il ruolo preferito di capopolo, affidandosi a casse di risonanza per così dire private, come i social, i comizi con la sua gente, dove è sicura di ricevere facili ovazioni, o vetrine di persone dall’inchino facile, come il Bruno Vespa di “Porta a Porta”.

Gli Italiani, che siano di antica o nuova generazione, si aspettano, invece ma purtroppo invano, delle conferenze stampa, che invece lei conttinua a fuggire come la peste.

 

Così è per la recente polemica da lei aperta col Presidente della Repubblica, reo, a suo dire, di aver osato richiamare l’art. 34 della Costituzione, uno dei più inequivocabili coi suoi tre commi, anche se, purtroppo non del tutto realizzato: “La scuola è aperta a tutti L'istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.

I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.  La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso”.

Infatti, due giorni fa (22/9), nel suo discorso ad Amatrice, Mattarella ha enumerato, in alcuni passaggi, le caratteristiche che deve avere la scuola. In particolare essa deve tendere all’inclusione: 

«La scuola deve includere, recuperare, ricostruire. I nostri bambini, i nostri studenti sono avanti a noi per tante cose, ma sappiamo che hanno bisogno di trovare fiducia, che il disagio può nascondersi nei loro comportamenti. Può nascondersi persino ai genitori» e poi: «La scuola è la leva più efficace di integrazione per chi viene da altri Paesi e per i giovani nati in Italia figli di emigrati.

La scuola prepara tutti – “E’ aperta a tutti”: così dispone l’art. 34 della Costituzione.

Deve stabilire legami, conquistare la fiducia delle famiglie, aiutare a non formare ghetti, a non alzare barriere, a rendere più sicure le nostre comunità, a unire e a non lacerare, superando i muri della diffidenza e dell’incomunicabilità. La scuola è chiamata a produrre coesione sociale».

Queste parole sono ancora una volta pronunciate con chiarezza e pacatezza dal nostro Presidente della Repubblica, tanto che, chiunque sia in buona fede, non capisce il perché del grande astio meloniano. Il fatto è che la Giorgia nazionale, proprio in quei giorni, aveva annunciato un decreto legge per fissare il tetto del 30% alla presenza di alunni stranieri nelle classi, cosa che, fin da subito, gli stessi dirigenti scolastici di diverse parti d’Italia hanno giudicato inapplicabile, visto che, se vi  sono “classi ghetto”, esse nascono dai quartieri ghetto, dove si rifugiano le famiglie straniere che hanno pochi soldi per l’affitto di un appartamento.

Ma Meloni, più adirata di Achille all’inizio dell’Iliade, tira diritto (Che la “M” con cui inizia il suo cognome la faccia credere di essere l’amato Benito?) e fa un bello scivolone, che non vuole ammettere e che scioccamente ignora, affermando che lo stesso Mattarella, da Ministro della Pubblica Istruzione aveva fissato un tetto per gli alunni stranieri per classe. Peccato che questo sia avvenuto quasi 40 anni fa, quando ben diverso era l’impatto migratorio in Italia, e poi, come hanno fatto notare dal Quirinale ,
l’applicazione della misura era affidata ai singoli presidi.

 

Ma Meloni non può fare passi indietro, perché questa è una mossa per acchiappare qualche voto da chi è favorevole alla “cacciata degli stranieri” dal sacro italico suolo. Peccato, però, che, come osserva Flavia Perina nel suo articolo su “La Stampa del 22 settembre, Meloni sia in aperta contraddizione con sé stessa, perché, come osserva la giornalista, «non si capisce come stia insieme questo intento con i decreti flussi che hanno aperto le porte a 500mila immigrati in tre anni, giudicandoli necessari al sistema economico. O gli immigrati ci servono, come nei ’70 servirono i meridionali al Nord del boom economico, e allora vanno accompagnati verso una piena integrazione, oppure non li vogliamo. Ostracizzare la presenza straniera e al tempo stesso sollecitare l’ingresso di mano d’opera straniera è un paradosso che può produrre solo disastri».

Molte sono state le critiche al decreto Meloni, prima fra tutte, mi pare, quella del presidente della CEI, il cardinale Zuppi, quando afferma “La scuola sia inclusiva, la nascita non decida il futuro”.

 

E, ciliegina sulla torta di tante assurdità, va ricordata la misura gridata a pieni polmoni da Meloni contro le bambine e ragazzine col burqa e il niqab. Ma dove stanno queste creature? Col burqa, come in Afghanistan? Col niqab, il velo che copre tutta la faccia, lasciando solo un pertugio per gli occhi? Può darsi, qualcuna, povera creatura, vessata da genitori, soprattutto padri retrogradi. Ecco, forse, in questo caso, l’unica idea buona di Meloni, perché libererebbe queste povere bimbe da quella tortura, ammesso che il divieto non le faccia restare a casa, privandole di un’opportunità di legare, in classe, imparando l’italiano, con bambini e bambine della loro età. Ma a Meloni donna, madre, cristiana ….che gliene importa delle figlie degli altri? Le basta la sua che può telefonarle anche interrompendo un discorso pubblico. Amen!

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