Sabato 31 ottobre 2026
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A non leggere si impara a scuola

Articolo · Gian Luigi Corinto ·

Gli italiani non “non leggono”. Meglio dire leggono meno e soprattutto leggono in modo intermittente, distraendosi. Nel 2024 il 57,1 per cento delle persone di sei anni e più dichiarava di aver letto almeno un libro nei dodici mesi precedenti, una quota in lieve calo rispetto al 59,4 per cento del 2015. Il dato, preso da solo, non sarebbe di per sé drammatico. Lo diventa se si osserva che la lettura resta fortemente condizionata da età, istruzione e capitale culturale familiare. Non è dunque un problema di “analfabetismo” – di ritorno o meno – ma di una relazione fragile con il libro. Molti sanno leggere, pochi hanno costruito l’abitudine di leggere per sé, al fine di comprendere il mondo. Si legge per svago, si leggono i gialli, cercando il colpevole, non si leggono cose più impegnative per capire di più.

 

La scuola è il primo luogo in cui questa relazione tra lettura e capacità cognitiva dovrebbe nascere. E infatti tra gli 11 e i 14 anni la lettura tocca il suo massimo. Legge quasi l’80% per cento dei ragazzi, probabilmente perché obbligati dal dover fare compiti, letture assegnate e attività scolastiche. Ma è proprio dopo quell’età che la curva si piega. La scuola riesce a far leggere, ma fatica a far amare la lettura. Produce obbedienza al testo più che desiderio del testo. Quasi tutti odiano Manzoni, nessuno legge più Ippolito Nievo. Quando il libro smette di essere richiesto, troppo spesso smette anche di essere scelto. 

Il problema non è soltanto la quantità di pagine assegnate, ma il modo in cui esse vengono proposte. Una didattica centrata sul riassunto, sull’interrogazione e sulla verifica trasforma la lettura in una prestazione da valutare. Il libro diventa un ostacolo da superare, non un’esperienza da abitare. Così molti studenti imparano a leggere “per la scuola” e, concluso il percorso, associano la lettura a fatica, giudizio e mancanza di tempo. La domanda non è dunque soltanto “perché non leggono?”, ma “che esperienza della lettura hanno avuto?”

 

Il digitale complica questo quadro, senza essere però per davvero colpevole. Lo schermo non ha eliminato il libro. Nel 2024 il 71,5 per cento dei lettori usa esclusivamente il formato cartaceo, mentre solo il 7,3 per cento legge soltanto in digitale. Il digitale ha però modificato l’attenzione. La rete offre una lettura abbondante, però frammentata, guidata da notifiche e algoritmi. È scorrevole, rapida, gratificante, ma per questo rischia di essere effimera. Il libro richiede invece lentezza, memoria, tolleranza della difficoltà e capacità di restare con un pensiero anche quando non produce subito una ricompensa. 

 

Non si tratta di demonizzare gli schermi. Il problema non è il dispositivo, ma l’ambiente in cui esso è inserito e nel quale si crea attenzione. Un e-book letto con costanza può formare lettori. Un flusso infinito di contenuti brevi può indebolire la capacità di sostenere la complessità. La lettura profonda non è soltanto decodificare parole, è costruire un filo tra ciò che si legge, ciò che si sa e ciò che si è. Ed è proprio questo filo che l’economia dell’attenzione tende a spezzare.

 

La scuola dovrebbe allora fare due cose apparentemente contraddittorie: proteggere il tempo della lettura lenta e insegnare a navigare criticamente il digitale. Non basta mettere tablet nelle classi o proporre antologie digitali. Serve una educazione dell’attenzione. Ore senza notifiche, letture scelte almeno in parte dagli studenti, discussioni che valorizzino l’interpretazione personale, biblioteche vive e non semplici depositi di libri. Oggi solo circa sei ragazzi su dieci tra i 6 e i 16 anni frequentano una scuola dotata di biblioteca o spazio dedicato alla lettura. È un dato che dice molto. La lettura non può essere chiesta agli studenti se non le si offre un luogo, un tempo e una mediazione. 

 

C’è infine una questione sociale. La lettura non è distribuita in modo uniforme (ma va!). È più alta tra chi possiede maggiore istruzione e più bassa nelle fasce con minore capitale culturale. In questo senso, il “non leggere” non è una colpa individuale né un tratto nazionale. È l’esito di disuguaglianze che la scuola può attenuare, ma non risolvere da sola (ci sta veramente almeno provando?). Una famiglia in cui i libri sono presenti, in cui si parla di ciò che si legge, in cui la lettura non è un dovere scolastico ma una pratica quotidiana, trasmette una competenza che nessuna app può sostituire.

 

Gli italiani non leggono, dunque, perché hanno imparato troppo spesso a considerare la lettura un compito, non una libertà. E anche perché vivono in un ambiente digitale che premia la velocità più che la profondità. La risposta non è nostalgicamente tornare alla sola carta, né celebrare acriticamente il digitale. 

 

Ma sarebbe necessario rifondare l’intero sistema scolastico e gran parte delle regole sociali. Per cui: la battaglia è perduta. Buona lettura!

 

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