Turismo nelle città d’arte. Ticket giornaliero a 50 euro o divieto di accesso?

Usare i prezzi o i divieti per regolare gli accessi alle città turistiche non è un’alternativa neutra. Prezzi e divieti sono dispositivi politici che ridefiniscono chi ha diritto alla città e quali usi del patrimonio pubblico vengono considerati legittimi. L’aumento delle tariffe e la proliferazione di divieti non vanno letti come semplici interventi tecnici, ma come atti normativi che producono asimmetrie nei soggetti — turisti differenziati, residenti disciplinati, mediatori turistici (operatori, guide, piattaforme) valorizzati o esclusi — e che rimodellano i rapporti di potere nell’ambito urbano.
La tariffazione non è solo ricavo, ma una soglia di accesso. Quando lo Stato o l’amministrazione locale innalzano i prezzi, applicano una selezione economica che filtra non solo la capacità di spesa, ma anche la modalità di fruizione (soggiorno con almeno un pernottamento contro consumo mordi-e-fuggi).
Dal punto di vista teorico, le tariffe funzionano come una forma di biopolitica economica. Regolano i corpi in movimento tramite incentivi/disincentivi monetari, trasformando flussi in risorse estratte o in soggetti “governabili”.
Questo meccanismo produce una doppia asimmetria. Favorisce chi può facilmente internalizzare il costo (aziende turistiche consolidate, ospitalità premium) e penalizza pratiche meno capitalizzate ma culturalmente significative (viaggiatori giovani, pratiche informali di scambio culturale).
I divieti non sono semplici limiti. Sono dispositivi che ridefiniscono l’uso dello spazio urbano in funzione di una norma imposta. Vietare pratiche, mezzi o comportamenti significa assegnare funzione e valore a porzioni dello spazio. Nel contempo, si definisce un’idea politica ben precisa di “città abitabile”.
Il divieto è una tecnica disciplinare che produce una specie di domesticazione dello spazio. Segmenta, sorveglia e punisce deviazioni dalla norma d’uso. In questo quadro, il centro storico diventa un campo di applicazione dove la vita quotidiana è sottoposta a regime di “eccezione” regolamentare.
I limiti spaziali e comportamentali tendono inoltre a privatizzare la gestione del bene comune. Regolazioni tecniche (prenotazioni, permessi, targhe) trasferiscono potere dal politico al manageriale, aprendo spazi per logiche di governance tecnico-amministrativa.
Prezzi e divieti operano spesso in combutta (un male inevitabile). Il prezzo seleziona per capacità economica; il divieto modula comportamenti indesiderati. Teoricamente si tratta di una strategia di governance ibrida che mescola “mercato” e “comando” per ottenere un controllo dei flussi con un setaccio più fine.
Questa complementarità può avere effetti paradossali. Alzare i costi può spostare il consumo verso fasce dotate di maggiore potere di spesa (turismo meno numeroso ma più elitario, senza che si automati un minore impatto), mentre vietare certe pratiche può spingere alla mercificazione di nicchie residuali (esperienze “autentiche” vendute a prezzo maggiorato).
In entrambi i casi, la città d’arte rischia di essere riprodotta come merce rara.
Prezzi e divieti sono strumenti necessari ma insoddisfacenti se usati come panacea tecnologica per problemi profondamente politici. La vera sfida è trasformare queste leve in pratiche di governo che amplifichino la partecipazione democratica, abbiano l’obiettivo di mitigare le disuguaglianze spaziali e ricostruiscano relazioni tra residenti, visitatori e patrimonio. Senza questo orizzonte normativo e deliberativo, ogni intervento rischia di diventare una mera strategia di esclusione mascherata da tutela.