Giovedì 25 giugno 2026
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Sollicciano Monopoly. Il carcere fiorentino in disfacimento

Articolo · Maurizio Morganti ·

La storica ordinanza con cui il gip di Firenze Alessandro Moneti ha posto sotto sequestro mezza Sollicciano, accogliendo l'impostazione della procura e individuando nella violazione delle norme sulla salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro l'ipotesi di reato da applicare alle celle — una vera prodezza giuridica che mi ricorda uno dei mantra di Marco Pannella: accomunare detenuti e detenenti nella stessa condizione carceraria — sta già producendo i suoi prevedibili effetti.

 

Non, purtroppo e ovviamente, nel senso della soluzione del problema. Ma nel senso di mostrare sul campo che il modello penale fondato sulla reclusione in carcere è arrivato al capolinea.

 

Il ministro della Giustizia ha promesso di ridurre, se non svuotare, il lager fiorentino entro il 2026. E dalle notizie che emergono in queste ore si capisce già come s'intenda provare, sapendo di fallire, a mantenere quella promessa.

 

Il primo tassello del domino sono gli altri istituti toscani, spesso già sovraffollati o afflitti da problemi strutturali gravi e cronici, verso i quali sono dirette le prime 111 persone detenute trasferite da Sollicciano.

 

Dalle cronache non emerge alcun piano individualizzato. Si ha anzi l'impressione che, anche in questa operazione, i detenuti siano trattati come numeri e non come persone: con le loro condizioni di salute, i percorsi trattamentali eventualmente avviati, le esigenze specifiche di recupero. E insieme a loro vengono trattati come numeri anche i familiari, che ancora oggi spesso non sanno quale sarà la destinazione dei propri congiunti.

 

Non sorprende che, allo stato, il carcere che ha ricevuto più detenuti provenienti dal lager fiorentino sia quello di Prato, dove ne sono già arrivati diciassette.

 

La Dogaia, anch'essa specchio della città in cui sorge, versa nelle condizioni note alle cronache. È di oggi la notizia di tre aggressioni in quarantotto ore all'interno dell'istituto.

Le statistiche ufficiali descrivono per Prato un sovraffollamento nominale moderato, intorno al 120%, inferiore alla media nazionale.

 

Ma le stesse cifre ufficiali descrivevano come conformi celle che, l'estate scorsa, grazie a un'iniziativa della Camera penale locale, si è scoperto non garantivano ai detenuti neppure i tre metri quadrati minimi di spazio vitale.

 

Da quella vicenda è scaturita un'ordinanza del Tribunale di Sorveglianza che ha riconosciuto i rimedi compensativi previsti dall'ordinamento, compresa la riduzione della pena attraverso la liberazione anticipata.

 

Di tre giorni fa è la notizia di uno sconto di pena di duecento giorni per un detenuto condannato a dodici anni che ha subito, per oltre duemila giorni, una detenzione da qualificare come inumana e degradante secondo i criteri della CEDU.

 

Dunque il sistema penitenziario toscano — sineddoche di quello italiano — funziona così: un giudice chiude sezioni di Sollicciano dopo le denunce dei ristretti sulle condizioni indegne di detenzione; alcuni di loro vengono trasferiti a Prato; e a Prato la garante Margherita Michelini avverte che la situazione è già al limite e che stanno partendo nuovi ricorsi, esattamente come era accaduto a Sollicciano.

 

Le toppe di cui si vocifera per uscire da questo loop catastrofico rischiano di essere peggiori del buco.

 

Affiora l'idea di riaprire Pianosa. Si spera che sia soltanto una voce priva di fondamento, perché altrimenti quella riapertura costituirebbe davvero la certificazione di un'abiura definitiva della missione costituzionale affidata dall'articolo 27 alla pena. Temo però che si tratti più di un ballon d'essai che di una bufala.

 

Infine, prima di buttarli a mare, prende corpo l'ipotesi di trasferire una quota dei detenuti di Sollicciano nei nuovi padiglioni delle Sughere di Livorno.

 

Se accadesse, sarebbe la dimostrazione plastica del fallimento di uno dei cavalli di battaglia del panpenalismo: l'edilizia carceraria.

 

Di fronte a sezioni degradate e sovraffollate si costruiscono nuove celle. E in un baleno quelle celle si riempiono e ci si ritrova esattamente al punto di partenza.

 

In carcere, senza passare dal via.

 

Non c'è soluzione che levare le persone dal carcere, fabbrica di sofferenza ingiusta e recidiva, con tutti i mezzi che la Costituzione, la legge e l'ordinamento già mettono a disposizione.

In attesa di abolirlo, al prossimo giro.

 

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