Domenica 7 giugno 2026
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Usa. Tulia, vissero tutti felici e contenti?

Articolo · Alessandro Garzi ·
Si e' conclusa, con la concessione della grazia da parte del governatore texano Rick Perry, almeno per 35 persone (su un totale di 46 ancora sotto giudizio), la vicenda del raid antidroga di Tulia.
Il caso di Tulia, portato da diversi movimenti per i diritti civili sotto i riflettori dell'opinione pubblica nazionale, e' un esempio di come, talvolta, la polizia sia costretta a "trovare" alcuni colpevoli dell'aumento del flusso di droga nelle comunita', dato che non possono dire che la principale causa della criminalita' legata alla droga, sta nelle leggi stesse.
Nel 1999 nella cittadina texana, 5000 abitanti, circa 150 dei quali erano afroamericani, si svolsero test antidroga nelle scuole, su segnalazione di un genitore, membro del consiglio scolastico, che aveva visto il proprio figlio "parlare" con un ragazzo di colore. Nessuno studente venne trovato positivo, ma, in preda all'isteria, la polizia locale stilo' una lista di "sessanta noti trafficanti della zona". All'alba del 23 luglio dello stesso anno, le forze dell'ordine arrestarono 43 persone, delle quali quaranta erano di colore, gli altri erano bianchi e latinos che avevano rapporti con loro.
Nell'operazione, non venne sequestrata droga (ad eccezione di un singolo caso nel quale furono trovati 3,5 grammi di cocaina), non vennero sequestrate armi, non venne sequestrato denaro proveniente dallo spaccio. Solo alcuni di loro riuscirono a trovare i soldi per poter pagare la cauzione e trovarsi un avvocato. Il raid fu portato a termine "grazie" alla testimonianza dell'agente Tom Coleman, che si era infiltrato. Peccato che tutto si basasse solo sulla sua parola, in quanto Coleman non fu in grado di portare nessun video, nessun altra testimonianza, ne' fu disponibile un secondo agente per l'operazione. Coleman testimonio' in uno dei primi processi di essersi segnato nomi e dati scrivendoseli sulla gamba, e di aver preso contatti con un "giro" di consumatori di crack, prevalentemente di colore. Ma i suoi acquisti erano stati tutti di cocaina in polvere. Piu' di una volta, ai processi, dimostro' chiaramente di non riconoscere le persone con le quali avrebbe avuto i contatti, talvolta addirittura si trattava di persone che non abitavano piu' a Tulia da diversi anni. Mentre stava svolgendo le indagini a Tulia, inoltre, Coleman era sotto giudizio in un'altra contea per furto, ed era noto che fosse un appartenente al Ku Klux Klan.
Le pene, furono pesantissime: da venti anni per chi era alla prima condanna a 435 (quattrocentotrentacinque) per chi aveva gia' precedenti penali. Spesso, nelle giurie nel processi, non si trovava un giurato che non fosse bianco.
Lo scorso giugno, il giudice Ron Chapman, defini' Coleman "testimone non attendibile", ed ordino' la scarcerazione dei tredici che ancora si trovavano agli arresti.
Poco piu' di un mese dopo, il Texas Board of Pardon and Paroles ha chiesto a Perry di riaprire il caso, chiedendo, inoltre, la grazia per trentotto degli imputati (i tre che non l'hanno ottenuta devono scontare altre condanne n.d.r).
Dopo lo scandalo, e' stata cambiata la legge in Texas, e non e' piu' possibile condannare una persona per droga solo sulle dichiarazioni di un informatore. Il Dipartimento della Giustizia ha aperto un'inchiesta sull'accaduto, e sul modo con il quale ha agito Tom Coleman, che e' stato incriminato per falsa testimonianza; il processo preliminare dovrebbe iniziare il mese prossimo.
A questo punto verrebbe quasi da pensare "e vissero tutti felici e contenti", come in una fiction americana, ma dobbiamo tenere conto che se il caso di Tulia non fosse stato cosi' "sporco" (quasi un terzo della popolazione di colore arrestata solo mediante la testimonianza di un noto razzista), molto probabilmente non avrebbe sollevato il classico "polverone" che ha permesso la riapertura del caso e l'incriminazione del "poliziotto cattivo".
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