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27/08/2026 – 02/09/2026
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ITALIA. Anac, nuovo Catalogo dei rischi corruttivi in sanità: sotto esame liste d'attesa e appalti
Sembra una scena tratta da un film di James Bond, quella raccontata da Woepke Hoekstra. Commissario europeo per il clima, olandese di 50 anni dal fisico asciutto di chi è nato in bicicletta. È un uomo cresciuto nel mondo delle imprese e della politica, non di certo un ambientalista. Prima in Shell e in McKinsey, poi ministro e vicepremier dei Paesi Bassi. Quanto affermato da Hoekstra ai microfoni di Euronews ha dell’incredibile. Ha accusato la Cina di aver inserito interruttori all’interno delle pale eoliche installate in Europa, così da poterle spegnere da remoto. Secondo il Commissario i cinesi praticano spionaggio industriale ormai a livello diffuso.
L’Europa sta costruendo la propria autonomia energetica con tecnologie che non controlla. Pannelli solari, batterie, inverter ed elettrolizzatori, ossia gli strumenti con cui pensiamo di liberarci dai combustibili fossili, dipendono da filiere concentrate soprattutto in Cina. Queste macchine, importate nell’Unione, diventano parte della rete elettrica e a quanto pare sono in grado di raccogliere dati ed essere controllate a distanza. È così che la dipendenza si trasforma in coercizione. I contorni della vicenda rimangono nebulosi, ma la radice del problema è a noi ben nota.
Per anni abbiamo discusso della dipendenza energetica europea interrogandoci sulla provenienza del petrolio e del gas. Oggi, mentre le nostre ambizioni mutano, dobbiamo innalzare i nostri sospetti. L’Europa sa già cosa succede quando si preferisce scegliere il prezzo più conveniente, la via più breve. Per anni il gas russo è stato abbondante e relativamente economico, poi nel ’22 è arrivata la guerra e la concentrazione delle forniture è diventata una vulnerabilità. Il costo che non avevamo pagato fino a quel momento è arrivato tutto insieme, strozzandoci. Ora rischiamo di ripetere lo stesso errore con le tecnologie che dovrebbero aiutarci a combattere il cambiamento climatico. Hoekstra lo ammette con una franchezza abbastanza rara a Bruxelles.
L’Europa avrebbe dovuto affrontare la propria dipendenza dalla Cina cinque o dieci anni fa. Farlo oggi sarà più costoso, ma aspettare altri cinque o dieci anni lo sarà ancora di più. Le imprese cinesi controllano oltre l’ottanta per cento del mercato europeo dell’accumulo elettrico residenziale e quasi l’ottantotto per cento delle importazioni di batterie agli ioni di litio. Nel 2025 il disavanzo commerciale dell’Unione con la Cina ha raggiunto circa 360 miliardi di euro, quasi un miliardo al giorno. Ma sarebbe sbagliato concludere che la risposta sia smettere di commerciare con Pechino. Piuttosto, continuare a commerciare senza lasciare che una posizione dominante possa trasformarsi in una capacità di pressione sull’Europa. In altre parole, impedire che le dipendenze diventino armi.
Ed è su questa distinzione che Bruxelles sta costruendo la propria risposta. Maroš Šefčovič, Commissario europeo al commercio, si recherà a Pechino a ottobre per proseguire i negoziati su commercio e investimenti, controlli all’export e tutela della proprietà intellettuale. Ottobre è anche una data simbolo, poiché segna la fine della tregua di un anno sulle licenze cinesi per l’export di terre rare. Nel frattempo, dal 1° maggio, i fondi europei non finanziano più i progetti solari, eolici e di accumulo che utilizzano inverter o sistemi di conversione provenienti da Cina, Russia, Iran e Corea del Nord.
Il problema però è più profondo. Un inverter così come un elettrolizzatore contiene semiconduttori, sensori, moduli di comunicazione che potrebbero essere assemblati in Europa ma essere realizzati in Cina. Iniziare a produrre queste componenti implica un costo. Significa finanziare fabbriche europee che inizialmente potrebbero produrre a prezzi più alti, oppure accettare che una batteria o un elettrolizzatore prodotto in Europa non battano immediatamente il prezzo cinese. Per anni abbiamo confuso il prezzo più basso con il costo più basso, ma ora capiamo che non sono la stessa cosa e che forse vale la pena spendere qualcosa in più.
Forse, alla fine della fiera, importa solo quali sono gli obiettivi che ci diamo: per essere carbon-neutral dobbiamo inondare il mercato Europeo di tecnologia cinese. Per essere competitivi e “sicuri” dobbiamo in parte rinunciare agli obiettivi climatici, almeno per ora, e spendere di più per cercare tecnologie alternative. Il concetto di autonomia energetica potrebbe indurci a pensare che la soluzione migliore sia produrre tutto in casa nostra. Questo è impossibile, almeno contemporaneamente. Raggiungere l’autonomia implica innanzitutto conoscere le nostre dipendenze. Poi decidere quali possiamo permetterci. Infine costruire un’alternativa prima che qualcun altro decida di danneggiarci. Tertium non datur. La dicotomia reale non è tra protezionismo e libero mercato, ma tra la strada breve ma pericolosa e quella più sicura, che è anche la più lunga.
(Europea - Linkiesta)

Quanti di coloro che hanno surfato l’onda dell’indignazione per la decisione della gip di Torino di non convalidare il fermo dell’uomo accusato di violenza nei confronti di una ragazza di 13 anni hanno letto integralmente l’ordinanza e non hanno invece appoggiato lo sdegno sulle parole chiave estratte dai giornali e su titoli che, secondo il costume cui siamo abituati in questi casi, procedono a emettere la condanna? La gravità del fatto contestato è indubbia, tutto il resto no.
Tocca, come spesso accade, a Gian Domenico Caiazza ricordare i fondamentali. La decisione si può certamente discutere, ma è la stessa legge a distinguere gradi diversi di gravità del fatto ed è appunto mestiere di un giudice indipendente graduare la misura in rapporto alla situazione concreta, alla personalità dell’indagato e alle esigenze cautelari.
E c’è sempre da ricordare che, nonostante quello che la stampa e chi legge dimentica quotidianamente, la custodia cautelare non è un’anticipazione della pena.
Emilia Rossi ricorda a Giorgia Meloni che è proprio il rafforzamento dell’indipendenza del giudice rispetto al pubblico ministero il cuore della riforma per cui ha chiesto di votare Sì al recente referendum.
La premier oggi parla invece di una catena - forze dell’ordine, parte pubblica d’accusa, giudice - che si è inceppata nell’ultimo anello, con buona pace della terzietà e con un argomento che forse rivela il sentire comune (e assai popolare) più profondo rispetto al modello di giustizia e di ordine pubblico.
Il feedback tra dichiarazione pubblica e consenso in questo caso funziona a meraviglia. E il ministro della Giustizia, in conformità, manda gli ispettori. Vedremo l’esito.
Resta un fenomeno che a me pare evidente e dà da pensare: la discrezionalità del giudice nell’applicare la legge fa rumore quando la decisione porta alla liberazione; quando invece il convincimento spedisce in galera, allora non solo non c’è scandalo ma, come dice Meloni, l’automatismo ha funzionato.
Il problema si pone naturalmente al momento della condanna o dell’assoluzione nel merito, al termine del processo, ma è particolarmente delicato nella fase cautelare perché - lo so, è indigeribile e indigesta alla vox populi, specie in certi casi, ma tocca farsene una ragione - vale la presunzione di innocenza, anche di fronte a quella che viene presentata come una confessione.
Ci sono casi in cui invece scandali di tali dimensioni non scoppiano. Sono quelli dove, a valle di un tragico fatto di cronaca, le ordinanze di custodia cautelare in carcere e la "catena" non finiscono in modo tanto clamoroso nel mirino della stampa, dell’«opinione pubblica», del governo e della politica.
Ecco qualche esempio recente:
Il 29 dicembre 2025 un uomo di 38 anni si è tolto la vita nella sezione circondariale del carcere di Asti. Con una storia pregressa di dipendenza da sostanze stupefacenti, in preda a una crisi di astinenza, l’uomo è stato arrestato in casa dei genitori per resistenza a pubblico ufficiale. Dopo tre giorni, l’udienza di convalida si è tenuta in videoconferenza. L’uomo, si legge nelle cronache, sembrava essersi calmato. Il gip ha convalidato l’arresto e disposto la custodia cautelare in carcere. Poche ore dopo, ha usato un lenzuolo per evadere.
Il 30 aprile 2026 un detenuto di 27 anni in custodia cautelare si è impiccato in una cella del padiglione di media sicurezza del carcere di Parma ed è morto in ospedale dopo tre giorni di agonia. Dopo aver scontato una pena per un reato precedente, l’uomo era uscito di galera ma in seguito ad un altro reato era stato nuovamente arrestato: il gip del Tribunale di Parma aveva disposto per lui la custodia cautelare in carcere in attesa di giudizio. Motivo: non aver ottemperato all’ordine di allontanamento dalla città.
La lista dei suicidi e dei decessi in carcere di detenuti in attesa di giudizio è lunga, come emerge anche nell’ultimo rapporto di Antigone.
Naturalmente, non si tratta di stabilire una correlazione tra pronuncia del giudice ed epilogo tragico. Ci mancherebbe. Considerare, però, i casi in cui l’inanellarsi delle decisioni e delle discrezionalità sulla libertà personale non fa fremere di rabbia l’«opinione pubblica» e la politica, praticamente all’unisono, credo che non faccia un soldo di danno.

Focus Europe Italia ha intervistato a Ventotene l’on. Benedetta Scuderi, eurodeputata del gruppo dei Verdi e membro del Board del Gruppo Spinelli, che riunisce i parlamentari europei favorevoli a una riforma dell’Unione in senso federale, a margine del seminario sulle sfide alla democrazia europea organizzato congiuntamente dal Centro d’Eccellenza Jean Monnet fEUture dell’Università eCampus e dal Comitato d’Azione per gli Stati Uniti d’Europa. Nell’intervista, Scuderi indica nel cambiamento climatico e nella transizione energetica alcune delle principali sfide per l’Europa, sottolineando la necessità di aumentare gli investimenti comuni in mitigazione, adattamento, rinnovabili, efficienza e nuove tecnologie. Secondo l’eurodeputata, l’attuale bilancio europeo, pari a poco più dell’1% del reddito nazionale lordo dell’UE, non è sufficiente per finanziare contemporaneamente politiche climatiche, sicurezza, difesa, politica estera e giustizia sociale. Per questo, sostiene, occorre superare l’attuale modello di “Unione delle nazioni” e procedere verso un’Europa federale, dotata di maggiori risorse proprie, della possibilità di ricorrere al debito comune per finanziare investimenti europei e di maggiori poteri di bilancio per il Parlamento europeo. Sul fronte della politica estera e della sicurezza, Scuderi chiede inoltre di superare il diritto di veto degli Stati membri, considerato uno dei principali ostacoli alla capacità dell’UE di agire come soggetto geopolitico. Una debolezza che, secondo l’eurodeputata, consente alle altre grandi potenze, a partire dagli Stati Uniti di Donald Trump, di trattare con i singoli governi europei anziché confrontarsi con un’Unione capace di parlare con una sola voce. Il risultato, sostiene Scuderi, è un’Europa più vulnerabile alle pressioni esterne, dai rapporti commerciali alle scelte in materia di difesa e sicurezza internazionale.
Sicuramente il collasso climatico è una sfida che non ha solo l’Unione Europea, ma le cui conseguenze si stanno sentendo moltissimo sui territori europei, dei Paesi dell’Unione e non dell’Unione. E che sta avendo delle conseguenze enormi sulla sicurezza delle persone, sulla salute, ma anche sulla sicurezza alimentare, sulla possibilità di mantenere uno stile di vita dignitoso, soprattutto dei ceti economicamente più svantaggiati.
Questa cosa deve essere risolta ovviamente a livello globale, ma non può essere sicuramente risolta a livello degli Stati nazionali. L’Unione Europea deve unirsi sul clima, come ha già fatto, aumentare le misure che sono state prese, sia in termini di mitigazione e di adattamento. Ma anche e soprattutto finanziare di più, investire di più del suo bilancio per tutto quello che riguarda la mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici. Chiaramente dovrebbe avere un ruolo a livello internazionale molto più forte e cercare di far ricominciare le negoziazioni internazionali, che purtroppo, soprattutto per via della fuoriuscita degli Stati Uniti con Trump, sono diventate sempre più deboli. Così come dovrebbe anche utilizzare la sua forza commerciale e di grande consumatore come strumento per poter influenzare le altre grandi potenze.
All’interno della questione climatica sicuramente c’è la questione energetica, che è una parte dell’adattamento e della mitigazione dei cambiamenti climatici, ma è anche un grandissimo driver per la nostra economia e per la nostra industria.
Noi dobbiamo accelerare sulle rinnovabili, e su tutta una transizione energetica, che non significa solo energie rinnovabili, ma anche efficienza e nuove tecnologie. Significa voler veramente creare un modello energetico diverso da quello attuale, che è basato sul fossile e sullo sfruttamento. E su questo l’Europa deve accelerare, soprattutto perché il nostro essere rimasti indietro nella transizione energetica, ha fatto sì che abbiamo dei prezzi energetici estremamente alti. Questo ha un impatto sulle nostre economie, sulla nostra industria, sulle persone e lo avrà sempre di più.
Lei chiede più investimenti da parte dell’Unione, ma il bilancio europeo è all’1%. Tutti chiedono sempre di più all’Unione, e quindi al suo bilancio, però nessuno vuole aumentarlo. Come se ne esce?
Le priorità ovviamente per l’Europa sono tante. Ne abbiamo nominate due, ma c’è sicuramente anche la priorità della costruzione di una politica estera, di difesa comune, della giustizia sociale. Sono veramente tante e in un bilancio così risicato come quello europeo non si riesce a portare avanti niente.
Il punto è che per uscire da questo impasse noi dovremmo ripensare proprio l’idea di Unione, che è quello che stiamo facendo qui a Ventotene, nel quadro del Comitato d’Azione per gli Stati Uniti d’Europa. Dobbiamo emanciparci da un’idea di Unione delle Nazioni ed andare invece verso l’idea di un’Unione federale. Perché è soltanto così che si può avere un bilancio che sia efficace e sufficiente a rispondere alle nostre sfide. Quindi iniziare a credere in un bilancio che veda dei contributi nazionali molto più alti rispetto al mero 1%, che aumenti le risorse proprie, che dia la forza e il potere al Parlamento, che è l’unica istituzione democraticamente eletta, di poter decidere effettivamente del bilancio, e che preveda anche la possibilità di debito comune, che deve voler dire investimenti comuni, quindi a livello europeo, su quello che ci serve per affrontare le sfide del futuro, che sono quelle che abbiamo menzionato.
Ovviamente abbandonare l’idea del veto, che è la cosa meno sensata che si possa fare nel momento in cui dobbiamo unirci, ma ogni decisione europea può essere bloccata da un veto di qualsiasi Stato. Questo fa sì che l’Europa non venga presa seriamente. Ed è la cosa migliore per tutte le altre potenze che ci vogliono divisi, perché divisi siamo più deboli, soprattutto in politica estera, di sicurezza e di difesa. E noi continuiamo a dar adito a questo tipo di narrazione che poi ci porta a indebolirci.
Prendiamo il caso Trump. È chiaro che Trump dice: io non parlo con l’Europa perché non so con chi parlare dell’Europa.
La verità è che lui non parla con l’Europa perché se parlasse con l’Europa dovrebbe avere un interlocutore che ha il suo stesso peso. Se parla soltanto con la Germania, con la Francia, con l’Italia parla con degli interlocutori piccoli che non hanno questo stesso peso. Ma è anche vero che lui non sa con chi parlare, perché se parla con Kaja Kallas o con von der Leyen, è molto probabile che quello che loro dicono poi non venga portato a termine per il veto di quello o dell’altro Stato.
Quindi questa Europa monca ci indebolisce davanti a chi vuole usare questa nostra debolezza a proprio vantaggio, che è quello che Trump continua a fare nelle politiche di difesa, chiedendoci delle cose impossibili e ottenendole, nelle politiche imperialiste che sta portando avanti, nelle politiche di distruzione del diritto internazionale e nelle politiche commerciali, mettendoci davanti a dei dazi assurdi su cui noi dobbiamo soltanto soccombere e cercare di non farlo arrabbiare troppo perché non abbiamo la forza politica di poter reagire, perché non decidiamo di stare insieme.

Mentre il magnate del fast fashion fa un deludente debutto in borsa, Olivia Petter si chiede se questo segni un cambiamento epocale in una parte del settore che è diventata sempre più dannosa per l'ambiente.
Per un certo periodo, sembrava che Shein fosse destinata a dominare il mondo. L' azienda fondata in Cina ha inaugurato una nuova era per il fast fashion , un'era in cui nuovi articoli venivano caricati nel giro di poche ore e interi outfit potevano essere acquistati per meno di 5 sterline . Era fast fashion sotto l'effetto di droghe, e l'euforia creava dipendenza. Nell'anno conclusosi a fine marzo, Shein contava oltre 273 milioni di clienti attivi che avevano effettuato più di un miliardo di ordini.
Ora, sembra che l'età dell'oro stia perdendo il suo splendore. Martedì, le azioni di Shein sono crollate del 6%, un calo sorprendente per un'azienda che un tempo valeva 100 miliardi di dollari (73 miliardi di sterline); ora, dopo la quotazione alla borsa di Hong Kong , il suo valore è solo un quarto di quella cifra. La performance alquanto deludente arriva dopo i tentativi falliti di Shein di quotarsi a New York e Londra, con la prima bloccata dalle autorità di regolamentazione per timori riguardanti il lavoro forzato. Analogamente, nel Regno Unito , una quotazione da 50 miliardi di sterline è stata ostacolata da dubbi sulla catena di approvvigionamento dell'azienda.
Il risultato è un persistente punto interrogativo sul futuro dell'attività di Shein e sulla reale possibilità che la moda possa essere sostenuta a questo ritmo accelerato, ora che i governi stanno finalmente prendendo coscienza delle conseguenze ambientali ed etiche dei modelli di vendita al dettaglio a basso costo e ad alta velocità.
Ad esempio, questa settimana Oxfam lancia la sua campagna annuale Second Hand September per incoraggiare le persone ad acquistare esclusivamente abiti di seconda mano per 30 giorni o più. Migliaia di persone partecipano ogni anno e la campagna del 2026 ha come testimonial Richard E Grant.
Ciononostante, Shein rimane una delle più grandi aziende di moda quotate in borsa, con una valutazione paragonabile a quella di H&M. Ma questo ritardo suggerisce forse che il fast fashion stia finalmente perdendo il primato che un tempo deteneva? I consumatori stanno forse dando priorità a modalità di acquisto più sostenibili? E questo rappresenterà il risultato positivo che il settore attendeva da tempo?
La risposta è complessa. Fondata in Cina nel 2008 da Chris Xu, Shein ha iniziato come una piccola attività online di vendita di abiti da sposa. Dopo essersi affermata come un marchio di vendita al dettaglio di successo, è rimasta relativamente sconosciuta fino alla pandemia, quando lo shopping online ha registrato un boom; il suo fatturato è balzato da 2 miliardi di dollari nel 2018 a 15,7 miliardi di dollari nel 2021. Seguendo un modello di "test e ripetizione" utilizzato da Inditex e H&M, Shein è diventata famosa per mantenere in magazzino solo il 6% del suo inventario per più di 90 giorni.
Si trattava di un'azienda costruita sulla velocità, spesso a scapito delle pratiche sociali e ambientali, accusata anche di plagiare marchi più piccoli e persino, a un certo punto nel 2020, di vendere collane con la svastica – si è scusata prontamente e ha rimosso le collane dal suo sito web. Un altro duro colpo per l'azienda, più recente, è stata la sconfitta di Shein in una causa per violazione del copyright contro la sua acerrima rivale, Temu, dopo aver tentato di dimostrare che quest'ultima aveva perpetrato violazioni "su scala industriale" consentendo ai venditori sulla sua piattaforma di pubblicizzare abbigliamento utilizzando foto provenienti dal sito web di Shein.
Oltretutto, la fine delle esenzioni tariffarie sui prodotti a basso costo negli Stati Uniti e in Europa ha complicato ulteriormente le cose, costringendo Shein ad aumentare i prezzi. Nei primi tre mesi di quest'anno, Shein ha registrato una perdita di 99 milioni di dollari, a fronte di un utile di 395 milioni di dollari nello stesso periodo dell'anno precedente.
"Questo potrebbe indicare un cambiamento nelle abitudini di acquisto della Generazione Z", afferma la Dott.ssa Rose Marroncelli, docente senior di moda presso la Nottingham Trent University. "Considerato il loro reddito disponibile spesso limitato, dovuto alla fase della vita in cui si trovano, i prezzi bassi offerti da marchi come Shein sono particolarmente attraenti. Ma le ricerche indicano che la Generazione Z sta diventando più attenta alle tematiche ambientali. Nel frattempo, i governi statunitensi ed europei stanno prestando maggiore attenzione alla moda ultraveloce e, nel Regno Unito, la Competition and Markets Authority (CMA) ha ottenuto poteri di controllo notevolmente rafforzati nel 2025 , dotandola della capacità di imporre sanzioni severe alle aziende ritenute colpevoli di dichiarazioni ambientali fuorvianti."
Questo ha successivamente inasprito le sanzioni per le aziende che si macchiano di "greenwashing", ovvero che si presentano come ecologicamente responsabili pur mantenendo altre pratiche dannose per l'ambiente. "Le aziende ritenute colpevoli di pratiche ingannevoli rischiano non solo sanzioni finanziarie, ma anche danni reputazionali duraturi", aggiunge il Dott. Marroncelli. "Pertanto, Shein deve prestare molta attenzione all'impatto ambientale del suo modello di business e a come lo comunicherà ai consumatori in futuro".
La dottoressa Rose Marroncelli, docente senior di moda presso la Nottingham Trent University.
C'è poi il fatto che acquistare abiti da rivenditori come Shein non sembra in linea con le tendenze attuali, che appaiono più che mai incentrate sullo shopping sostenibile. Nel Regno Unito, due terzi dei consumatori hanno acquistato articoli di seconda mano online nel 2024. Piattaforme come Vinted e Depop sono più popolari che mai, con la prima che ha superato il miliardo di euro di fatturato lo scorso anno. Anche i beni di lusso vengono ora acquistati più spesso di seconda mano su piattaforme più accessibili come Vestiaire Collective, dato il valore aumentato degli articoli rari e vintage rispetto ai capi firmati nuovi.
"La Generazione Z predilige sempre più i marchi onesti e trasparenti", aggiunge la Dott.ssa Marroncelli. "Sono generalmente considerati un gruppo che apprezza l'autenticità e la responsabilità aziendale, mostrando una maggiore preferenza per i marchi che forniscono informazioni chiare sulle proprie pratiche ambientali e sociali."
Infatti, uno dei marchi più amati della generazione è Reformation, che pone la sostenibilità al centro della propria attività e del proprio marketing, pubblicando regolarmente report dettagliati sulle emissioni di carbonio e sul consumo idrico. Utilizza inoltre un'ampia gamma di tessuti di recupero e naturali nelle sue collezioni, tra cui lino, cotone biologico e TENCEL™ Lyocell, una fibra semisintetica ricavata da polpa di legno proveniente da fonti sostenibili.
Nel frattempo, nel 2025, Shein è stata multata di 1 milione di euro in Italia per affermazioni ambientali fuorvianti sui propri prodotti. Questo è avvenuto un mese dopo che l'autorità francese per la tutela dei consumatori aveva inflitto all'azienda una multa di 40 milioni di euro .
Sempre più persone fanno riparare i vecchi vestiti invece di sostituirli, e i servizi di restauro stanno diventando sempre più popolari: secondo Vogue Business, l'impresa sociale olandese United Repair Centre (URC) ripara circa 55.000 capi all'anno per oltre 35 marchi di abbigliamento tecnico, tra cui Patagonia e Decathlon.
Forse, dopo un'estate di devastanti incendi e disastri naturali legati alla crisi climatica , le conseguenze ambientali delle nostre abitudini di acquisto appaiono più rilevanti che mai, soprattutto se si considerano le statistiche: secondo Oxfam, l'acqua utilizzata per produrre gli abiti nuovi del Paese equivale al fabbisogno idrico di un milione di persone per tutta la vita. Si stima inoltre che il Regno Unito smaltisca in discarica 300.000 tonnellate di abiti ogni anno. Se non cambierà nulla entro il 2050, la Fondazione Ellen MacArthur stima che l'industria della moda sarà responsabile del 26% delle emissioni globali di carbonio.
Ma non tutto va necessariamente nella giusta direzione. Prendiamo ad esempio Lefties, la catena di negozi a basso costo lanciata dal proprietario di Zara come diretta concorrente di Primark e Shein. Il suo primo negozio nel Regno Unito ha aperto la scorsa settimana a Liverpool, impiegando la robotica per ridurre i costi del personale: le casse automatiche scansionano interi carrelli contemporaneamente. Altri due negozi apriranno il prossimo anno nel centro commerciale Lakeside nell'Essex e nel Metrocentre vicino a Newcastle.
Tuttavia, il debutto in borsa di Shein segna un cambiamento chiaro e significativo, considerando la sua precedente ascesa fulminea e apparentemente inarrestabile, e suggerisce che il futuro della moda potrebbe essere in fase di trasformazione. "Con il crescente interesse per la sostenibilità, marchi come Shein dovranno ripensare le proprie pratiche etiche e sostenibili per rimanere rilevanti e redditizi", afferma la Dott.ssa Marroncelli. "La domanda di abbigliamento alla moda e a prezzi accessibili rimane elevata, ma Shein dovrà trovare un equilibrio tra basso costo, trasparenza e qualità per soddisfare le mutevoli aspettative dei consumatori e conquistare la loro fiducia."
(The Independent del 01/09/2026)

Con la stima dell’inflazione a +3,3%, pur se qualcuno cantava vittoria per il contenimento dei nostri prezzi, è tornata di attualità una dinamica che le scelte economiche in corso, italiane ed europee, non riescono a far sì che non sia deleteria per la nostra quotidianità.
E mentre in Italia si discute di una molto improbabile tassazione dei cosiddetti extra-profitti di compagnie energetiche e istituti di credito (comunque i più eclatanti incassatori di utili nella situazione attuale), ecco che dal nord Europa ci arrivano due segnali da prendere in grande considerazione.
Entrambi vengono dalla Svezia.
Il primo è un’azienda mega, Ikea. Il secondo è il governo del Paese scandinavo.
Privato e pubblico, senza apparentemente essersi messi d’accordo, hanno così inflitto un duro colpo al carovita.
La mega azienda svedese i cui prodotti sono in tutte le nostre case, con l'obiettivo di alleggerire il peso del carovita sulle famiglie, ha deciso di ridurre i prezzi per un valore complessivo di 1,2 miliardi di euro. L'intervento riguarda circa 1.500 prodotti, con ribassi che vanno dal 15 al 25%, e in alcuni casi fino al 28-29% a seconda del mercato. La riduzione dei prezzi, in vigore dal 1 settembre, coinvolge oltre 20 Paesi europei
Il secondo è il governo svedese che, in questi giorni preelettorali, ha rivendicato un successo della propria politica economica: il taglio dell'IVA sui generi alimentari avrebbe effettivamente prodotto prezzi più bassi per i consumatori. La misura era entrata in vigore il 1 aprile 2026, dimezzando l'IVA sui prodotti alimentari dal 12% al 6%. I prezzi sono scesi del 5,5%, un dato che corrisponde a quanto era stato previsto. Il taglio dell'IVA, che resterà in vigore fino al 31 dicembre 2027, ha un costo stimato attorno ai 37 miliardi di corone svedesi, circa 3,36 miliardi di euro, spalmati sui due anni di applicazione. La riduzione fiscale sul cibo non è una misura isolata, ma rientra in un pacchetto economico più ampio varato dal governo in vista del voto: comprende anche sgravi sulle tasse relative al carburante e un aumento dei crediti d'imposta sul lavoro, tutte misure pensate per sostenere il potere d'acquisto delle famiglie.
Italia. "Grandi" discussioni? Lotte all’ultimo coltello come quella sugli extraprofitti che, se fossero messi in atto, sconvolgerebbe le basi del nostro sistema economico? Niente di tutto questo. “Solo” la lungimiranza di un’azienda e di uno Stato. Ikea ha pensato che i profitti non sono necessariamente legati alla quantità immediata, ma alla “confidenza coi consumatori” che riesce a stabilire nel tempo. Il governo ha pensato di intervenire, alla radice, su uno dei meccanismi fiscali del rincaro dei prezzi… altro che bonus a mitraglia.
Interessante rilevare che il governo svedese è di cosiddetto centrodestra: Governo di minoranza di coalizione guidato da Ulf Kristersson.
Ma crediamo che - Ikea da una parte, governo svedese dall'altra - non sia questione di destra, sinistra o centro, ma solo di buon senso che, quando c'è e non è condizionato da ideologie, fa il bene comune.

La famiglia resta un terreno di scontro dove diritti formali e realtà si incontrano raramente. Nel frattempo il paese invecchia e si svuota, le città soffrono di inquinamento e mancanza di verde, le droghe continuano a fare strage mentre la proibizione arricchisce solo i narcotrafficanti. L'intelligenza artificiale promette miracoli ma rappresenta rischi concreti. E la politica, distratta da sovranismi e narrazione, non affronta i veri problemi: clima, welfare, redistribuzione, lotta alla criminalità organizzata.
In questo numero
→ Affidamento condiviso dei figli: la parità dei tempi non è un diritto automatico
→ Contrasto sulla scelta scolastica? Il Giudice deve valutare le posizioni di entrambi i genitori
→ Le offese reciproche non escludono i maltrattamenti in famiglia
→ Inflazione in crescita: specchio del governo e del sovranismo della politica
→ Droghe. La newsletter settimanale di Aduc. 01/09/2026
→ Lettera mensile ADUC — Settembre 2026
→ Popolazione. Siamo in calo ma se fossimo di più staremmo male lo stesso
→ Droghe. Non se ne può più dell’illegalità. Colpe di tutti i decisori politici
→ Il prezzo del proibizionismo sulle droghe. Settimana da 25 a 31 Agosto 2026
→ Cosa accadrebbe se l'Intelligenza Artificiale affermasse con assoluta certezza che Dio esiste?
→ Rientro scuole. Rincari e risparmi
→ Il boom dell’intelligenza artificiale è un’arma a doppio taglio per l’economia
→ L’estrazione mineraria dai fondali marini è troppo rischiosa anche per gli investitori
→ Aumentano le sparatorie a Bruxelles, dove le bande di narcotrafficanti terrorizzano la regione
→ Firenze respira poco e sembra che morirà di asfissia
→ La città respira anche dagli alberi: viaggio narrativo nel verde urbano che cambia l’aria del mondo
→ Dopo l'accordo Usa, l'UE chiede a Meta stesse tutele per i minori
→ Mercato libero, catallassi e IA: la sfida di Bill Gates
→ Overdose droghe. Giornata internazionale per uscire da impasse e ipocrisia
→ Assegno divorzile: quando è dovuto?
→ Perché in Europa si fanno sempre meno figli anche con un welfare generoso
→ Firenze. La schiacciata non politicamente corretta
→ Ceuta e Melilla: dopo la strage dei migranti, i muri non bastano più
→ Ecuador, snodo globale della cocaina tra porti, banane e sanzioni USA
→ Risiko bancario, risiki aziendali. Verso un nuovo non mercato?
→ 'Sei pienamente accettato': essere nudi in pubblico può farci sentire meglio con il nostro corpo
→ L'utilizzo dell'AI sta portando a un numero sempre maggiore di scoperte determinanti e trasformative
→ Carburanti. Navigare a vista aumentando il debito pubblico
→ Salute. La newsletter settimanale di Aduc. 27/08/2026
→ Investire Informati. Newsletter settimanale di Aduc. 27/08/2026
→ Patrioti/partigiani e nemici. L’umanità della memoria
→ L'ossessione dell'Europa per i centri di rimpatrio rischia di deludere
→ Fentanyl dalla Cina: trattarlo come la guerra dell'oppio
→ Informazione-educazione sessuale. Reagire alle fobie omofobe del ministro
→ Avvertenze. Newsletter generalista di Aduc. 26/08/2026
→ Ue - Islanda. Sottovalutazione dell’adesione. Un po’ di geografia politica per capire
→ Islanda. I negoziati per l'adesione all'Ue respinti con il 52,8%
→ Draghi e Collison (Stripe) lanciano il Rhine Group per l'Europa
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Come non avrebbe potuto essere altrimenti, le stime Istat per l’inflazione di agosto indicano una crescita del 3,3% rispetto all’anno scorso, uno 0,4 in più rispetto al +2,9% di luglio. Ed ovviamente il motivo dominante è quello dei prezzi energetici (+17%).
Non arriviamo in generale a numeri a due cifre perché I prezzi alimentari crescono sempre della medesima percentuale, 1,1 come i servizi ricreativi, culturali, cura della persona e trasporti, che continuano a crescere “solo” di un punto, così come il carrello della spesa.
Insomma tutto costa più caro e dobbiamo alla “magnanimità” degli altri comparti se non siamo travolti dalle conseguenze delle tensioni internazionali. Magnanimità - sia chiaro - è un comportamento che in economia non esiste. Lo usiamo provocatoriamente per stigmatizzare le incertezze di tutti gli operatori economici di fronte ad una situazione che non si sa se e come durerà e, soprattutto, di fronte alla quale i decisori politici non solo navigano a vista, ma sembra che si impegnino per peggiorare la situazione.
Di fronte al Pil in calo e all’aumento del debito pubblico, infatti, saputo e risaputo che in parte è dovuto ad un calo demografico e all’invecchiamento della popolazione, cosa fanno i nostri decisori? Decidono di continuare con i bonus per far fare più figli (che pochi prendono in considerazione perché non sono importi tali per compensare quanto necessità per una famiglia con figli); rendono più difficile l’ingresso di migranti che, nonostante diversi tromboni stonati soprattutto nel governo, sono desiderosi di venire in Italia ed Europa per lavorare, anche e soprattutto per lavori che gli indigeni disdegnano; restringono le libertà economiche creando monopoli; aumentano le imposte rendendo difficile le nuove attività economiche e l’arrivo di capitali dall’estero; fiaccano, anche burocraticamente, le energie rinnovabili puntando ancora sul fossile; etc…
Insomma, un po’ di buon governo senza ideologie e con libertà e lungimiranza non guasterebbe. Quanto meno per farsi meno male, ché per i prodotti energetici, l’Italia da sola conta quanto il due di picche.

Il turismo è una fonte di reddito significativa per gli Stati europei. Nel 2024 rappresentava il 7,2% del valore aggiunto dell’Unione e dava lavoro a 20,6 milioni di persone. Nello stesso anno, il numero totale di pernottamenti in strutture ricettive ha superato per la prima volta la soglia dei tre miliardi.
Tuttavia, non tutti i paesi sono interessati dal turismo in modo uniforme. Il settore turistico deve inoltre affrontare ulteriori sfide legate alla politica climatica. L’UE sta quindi elaborando una strategia che dovrebbe contribuire a una maggiore competitività e sostenibilità del turismo.
Il primo degli eccessi contro cui l’UE intende combattere è il cosiddetto «sovraturismo», ovvero il turismo eccessivo. In questo caso, l’afflusso di turisti verso alcune destinazioni famose è talmente elevato da provocare conseguenze indesiderate. Nelle città ciò può tradursi in un sovraccarico delle infrastrutture di trasporto e in una minore disponibilità di alloggi permanenti, mentre l’aumento dell’attività umana può avere ripercussioni anche sulla natura.
Negli ultimi anni Barcellona è diventata il simbolo del turismo eccessivo. Nel 2025, la metropoli catalana, che conta 1,6 milioni di abitanti, ha accolto 26,1 milioni di turisti. Si tratta di 16 turisti per ogni abitante.
La situazione ha raggiunto il culmine tra il 2024 e il 2025, quando le conseguenze del sovraffollamento turistico hanno scatenato proteste anche in altre destinazioni spagnole sovraffollate, come le Isole Canarie e le Baleari. A Barcellona circolavano allora slogan come «turisti, tornate a casa» o «il vostro Airbnb era la mia casa», come riportato ad esempio dalla BBC.
Il secondo slogan fa riferimento alla piattaforma online che media affitti a breve termine di appartamenti. Piattaforme simili, tra cui rientra ad esempio la rete Booking.com, hanno registrato un boom dopo la pandemia di COVID-19. Entro il 2025, il numero totale di pernottamenti prenotati tramite queste piattaforme nell’UE è più che raddoppiato rispetto ai livelli pre-pandemia, passando da poco meno di 430 milioni a oltre 950 milioni, secondo Eurostat.
La diffusione degli alloggi a breve termine è qui collegata alla crisi abitativa. Barcellona è oggi una delle città europee più costose in cui vivere e le famiglie vi spendono abitualmente più del 70% del proprio reddito complessivo per le spese legate all’alloggio.
L’impatto del turismo sul mercato immobiliare e l’insoddisfazione della popolazione locale hanno spinto l’amministrazione comunale a compiere un passo radicale. Ha smesso di rilasciare licenze agli appartamenti destinati a soggiorni di breve durata e ha revocato molte delle autorizzazioni in essere, vietandone di fatto l’affitto ai turisti. Ai viaggiatori rimarranno quindi solo le opzioni di alloggio «tradizionali», come gli hotel. Questa misura è stata avallata anche dalla Corte costituzionale spagnola.
La lotta della metropoli catalana contro il sovraffollamento turistico non finisce qui. A febbraio la città ha raddoppiato la tassa di soggiorno e a maggio ha nominato un commissario per il turismo sostenibile, José Antonio Donaire.
«Siamo giunti al capolinea: Barcellona ha raggiunto il numero massimo di turisti che può ospitare. Non vogliamo altri turisti, nemmeno uno in più; dobbiamo gestire quelli che già abbiamo». È con questo messaggio che Donaire ha assunto l’incarico.
Barcellona non è l’unica città europea a ricorrere a strumenti di limitazione del turismo. Venezia, in Italia, dal 2024 riscuote una tassa di ingresso per i turisti in determinati giorni, a condizione che non abbiano un alloggio in città e non paghino quindi la tassa di soggiorno. Quest’anno l’importo era di 5 euro in caso di pagamento effettuato almeno 4 giorni prima dell’arrivo e di 10 euro in caso di pagamento successivo. La misura si applicava a 60 giorni selezionati tra aprile e luglio.
Dopo le elezioni, l’amministrazione comunale si trova di fronte alla questione di come gestire la tassa di ingresso in futuro: il nuovo sindaco Simone Venturini intende infatti aumentarla a un importo compreso tra 30 e 50 euro a seconda dell’affluenza.
Secondo la portavoce dell’Ente Nazionale per il Turismo della Repubblica Ceca (CzechTourism), Katarína Baránková, il sovra-turismo nella Repubblica Ceca non si manifesta in modo generalizzato né per tutto l’anno, ma si tratta piuttosto di picchi limitati a determinate località e periodi.
«Oltre al centro di Praga o a Český Krumlov, in determinati periodi ciò riguarda, ad esempio, Svätý kopček presso Mikulov, le rocce di Prachov o i dintorni di Veľká Amerika. L’aumento delle visite può complicare temporaneamente la circolazione e la sosta o gravare sugli spazi pubblici e sulla natura», ha dichiarato alla redazione di Update EU.
Aggiunge tuttavia che il rapporto dei residenti di queste località con il turismo rimane equilibrato. A tal proposito fa riferimento a un’indagine di CzechTurizmus del 2025.
«Molte destinazioni dimostrano al contempo che l’aumento delle presenze può essere gestito bene. Adršpach utilizza la prenotazione a orari prestabiliti sia per l’ingresso che per il parcheggio, Český Krumlov dispone di un terminal a pagamento BUS STOP per gli autobus turistici con prenotazione dell’arrivo e l’ossario di Sedlec vende biglietti per una data e un orario specifici», ha proseguito.
Nel caso di Praga, ha menzionato l’orientamento dei visitatori anche al di fuori del centro storico e la campagna «enjoy respect prague», che promuove un comportamento rispettoso.
La gestione della destinazione (DMO) della catena montuosa ceca più visitata, i Monti dei Giganti, sta ora iniziando a monitorare i propri indicatori di sostenibilità sulla base del sistema europeo unificato ETIS. Sulla base di questi indicatori, il turismo dovrebbe poter essere gestito in modo più efficiente; senza di essi, secondo la società TravelBakers, che sta collaborando con la DMO dei Krkonoše al concetto di gestione sostenibile, la catena montuosa raggiungerebbe presto i limiti di affluenza.
I primi segnali sono già visibili. Il portavoce del Parco Nazionale dei Krkonoše, Radek Drahný, in un’intervista rilasciata ad agosto a Seznam Zprávy, ha richiamato l’attenzione sul fenomeno dell’osservazione dell’alba dalla Sněžka. Secondo lui, i visitatori disturbano la natura in un momento in cui meriterebbe di riposare.
L’Europa, tuttavia, non deve affrontare solo il turismo eccessivo. Gran parte dell’Europa orientale sta vivendo ora l’esatto contrario e il settore turistico locale non è riuscito a riprendersi completamente dopo la pandemia, soprattutto a causa della guerra in Ucraina.
Ha infatti perso i visitatori abituali provenienti dalla Russia e dall’Ucraina, mentre i turisti provenienti da altre parti del mondo evitano di recarsi in questa regione per motivi di sicurezza.
A alimentare i timori sono i numerosi incidenti con i droni che, secondo quanto dichiarato a Euronews da Jurģis Miezainis, segretario parlamentare del Ministero dell’Economia lettone, provocano sempre un’ondata di cancellazioni di prenotazioni alberghiere e di eventi.
L’esodo dei turisti ha spinto gli Stati colpiti a chiedere alla Commissione europea un sostegno nell’ambito del quadro finanziario pluriennale (QFP) in fase di elaborazione per il periodo 2028-2034, ha inoltre sottolineato Euronews.
Il gruppo di sette Stati, in una lettera indirizzata a Tzitzikostas e al commissario per la coesione Raffaele Fitto, chiede inoltre che le esigenze dei paesi colpiti dalla vicinanza a conflitti armati siano prese in considerazione anche nella strategia dell’UE per il turismo sostenibile attualmente in fase di elaborazione.
La Commissione europea aveva inizialmente previsto di presentare la strategia nel secondo trimestre di quest’anno, ma ciò non è avvenuto. Successivamente se ne prevedeva la pubblicazione entro l’estate, ma la data prevista sarà nota, a quanto pare, solo dopo la fine della pausa estiva delle istituzioni dell’UE. È possibile che le nuove richieste del gruppo di Stati dell’Europa orientale ne ritardino nuovamente la pubblicazione.
L’UE non ha la competenza di presentare proposte legislative proprie in materia di turismo, ma può coordinare l’azione degli Stati membri. L’attuazione finale della strategia dipenderà quindi da loro.
(Luděk Májek su Focus Europe del 01/09/2026)

Il proibizionismo non funziona. Lo dimostra l'aumento di violenze, overdose e traffici che percorrono il pianeta, mentre istituzioni continuano a inseguire fallimenti noti. Dalla cocaina ecuadoregna al fentanyl cinese, passando per i cartelli messicani e le sparatorie a Bruxelles, la guerra alla droga genera devastazione senza ridurre consumi. Intanto alcuni paesi sperimentano modelli alternativi con risultati migliori. È tempo che i decisori politici italiani e globali ammettano l'impasse e cambino rotta.
In questo numero
→ Droghe. Non se ne può più dell’illegalità. Colpe di tutti i decisori politici
→ Il prezzo del proibizionismo sulle droghe. Settimana da 25 a 31 Agosto 2026
→ Aumentano le sparatorie a Bruxelles, dove le bande di narcotrafficanti terrorizzano la regione
→ Overdose droghe. Giornata internazionale per uscire da impasse e ipocrisia
→ Ecuador, snodo globale della cocaina tra porti, banane e sanzioni USA
→ Fentanyl dalla Cina: trattarlo come la guerra dell'oppio
→ Avvertenze. Newsletter generalista di Aduc. 26/08/2026
→ Droghe. La newsletter settimanale di Aduc. 25/08/2026
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Un mese al fianco dei consumatori.
Inizia Settembre con niente di nuovo, se non che stiamo peggio di prima. Le criticità che avevamo sono diventate maggiori. A partire da quella dell'aumento del debito pubblico, il calo del Pil, l’aumento del carrello della spesa, aumento di tutti i prezzi possibili ed immaginabili, clima rovente per un cambiamento climatico che i decisori sembrano ancora snobbare (mentre stiamo ancora contando i morti in Nepal-Tibet), prezzi dei carburanti alle stelle e senza un briciolo di politica che faccia intravedere una riduzione del danno per le settimane e i mesi a venire.
Certo, non è tutta colpa dell’Italia e della sua politica ed amministrazione, ma diciamo che sembra che governo ed opposizione facciano a gara a sembrare, essere e divenire i peggiori a livello europeo…. che anche questo, dopo il no dell’Islanda alle trattative per l’ingresso in Unione, non è messa tanto bene, dovendo capire perché non è attrattiva per un Paese ricco come l’isola di 400mila abitanti vicina agli Usa.
Aduc fa il possibile per aiutare i cittadini-consumatori a farsi meno male. Ovviamente abbiamo dei limiti e per questo non facciamo altro che chiedere iscrizioni e donazioni ricordando che siamo no-profit, senza finanziamenti pubblici per scelta e basati sul volontariato. Ma giustamente questo, a chi ci legge, potrebbe anche interessare poco. Mentre crediamo possa più interessare che abbiamo in questi ultimi mesi migliorato il nostro servizio web e di assistenza e, dopo il rodaggio degli ultimi mesi, abbiamo intenzione di mettercela tutta, anche perché, nonostante agosto e l’estate non siano i mesi ideali per capirlo, stiamo già registrando i primi risultati. Per cui: che ognuno valuti se ne vale la pena sostenere e usare questa associazione che esiste dal 1990 e che ha intenzione di continuare ad esserci... non tanto perché si ritiene indispensabile, ma il consiglio di un amico un po' più esperto può sempre fare bene.
A agosto il sito ADUC ha registrato 719.200 visitatori unici e 1.811.475 pagine visitate, gestendo 233 richieste di assistenza e accogliendo 78 nuovi iscritti, per un totale di 58.905 sostenitori.
Scrivono su ADUC: François-Marie Arouet, Sara Astorino, Giulia Barsotti, Elisabetta Bavasso, Emmanuela Bertucci, Smeralda Cappetti, Roberto Cappiello, Grazia Carifi, Gian Luigi Corinto, Anna D'Antuono, Vincenzo Donvito Maxia, Stefano Fabbri, Anna Maria Fasulo, Chiara Focardi, Libero Giulietti, Sandro Gozi, Riccardo Innocenti, Annapaola Laldi, Alessandro Lozzi, Primo Mastrantoni, Marco Mayer, Claudia Moretti, Massimo Moretti, Pietro Moretti, Alessandro Pedone, Marco Perduca, Donatella Poretti, Carlo Romeo, Marco Solferini, Lorenzo Somigli, Giulio Terzi di Sant'Agata, Alessio Vannucci.

Con il progetto “Previsioni della popolazione e delle famiglie”, Istat esplicita che la popolazione residente continuerà a diminuire nel periodo 2025-2080. L’invecchiamento della popolazione è la prospettiva più certa. Il saldo migratorio con l’estero resterà positivo, ma non dovrebbe essere sufficiente a compensare il divario nascite/decessi. I centri urbani cresceranno a dispetto delle aree interne. Ci saranno più famiglie, ma con sempre meno componenti, quindi invecchiamento popolazione e diffusione persone sole. Dovrebbe diminuire la disponibilità di forza lavoro.
Insomma una bella sfida al sistema economico e al welfare. Dove, se fotografiamo la situazione attuale, non ci riesce essere positivi.
Le uniche iniziative istituzionali per il calo della fecondità sono i bonus per chi fa più figli. Che ci sono da anni, ma donne e famiglie continuano a fare sempre meno figli. inadeguati e non all’altezza di un costo della vita incontrollato.
Invecchiamento popolazione, con crescita di soggetti soli, bisticcia con un sistema sanitario inadeguato, non solo per mancanza di fondi ma di organizzazione e capacità. Eclatanti le crisi per le liste d’attesa; la mancanza di personale (talvolta rimpiazzato con medici cubani); le Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA) tanto insufficienti quanto ingiustamente costose; politiche sui migranti (accoglienza e forza lavoro) soggette a razzismo e sostituzione etnica.
Tutto questo in un'economia dove la produzione di reddito è molto bassa e si basa sull’aumento del debito pubblico, complici le mancanze di politiche liberalizzatorie, contrastate dalla crescita di monopoli e controlli statali.
Sicuramente responsabilità del governo in carica, ma con chi si candida a sostituirlo che sullo specifico non sembra brillare in modo diverso.

Anche questo ultimo fine settimana è stato caratterizzato da decine e decine di arresti e chili e chili di droghe illegali sequestrate. Con utilizzo di forze dell’ordine distratte da compiti, a nostro avviso, molto più importanti come il controllo stradale per evitare morti, feriti e incidenti del ritorno dalle vacanze. Non perché le forze dell'ordine non dovrebbero applicare le leggi in vigore, ma perché sarebbe meglio che le le droghe fossero legali e loro si dedicassero ai drammi e problemi che contano.
Un fine settimana in cui buona parte dei decisori politici si sono ritrovati nei loro festival a decantare tra loro le proprie bellezze e le bruttezze altrui, senza che nessuno abbia mai posto il problema dei danni del proibizionismo sulle droghe. Complici anche coloro che, quando se lo ricordano e in occasioni ad hoc per fare propaganda, sostengono di essere per la legalizzazione.
Uno dei maggiori mercati criminali italiano e mondiale, il narcotraffico, è relegato ai margini del nulla e delegato a chi ne fa uso politico contro i propri avversari. Ormai è un’abitudine che gli Usa di Trump ammazzino qualcuno perché hanno idea che sia un narcotrafficante, quindi senza processi. Così come i nuovi vassalli di Trump che hanno conquistato il potere in alcuni Paesi del centro e sud America, che bollano di narco terroristi tutti coloro che si oppongono alle loro politiche liberticide, mentre affamano le loro popolazioni istruendole a delinquenza.
Le cosiddette ragioni di Stato e di botteghe sono sempre utilizzate per stimolare milioni di persone, anche in Italia, a fregare la legge per godersi uno spinello, quello che nei film anche i poliziotti fumano per rilassarsi.
Fino a quando avremo decisori politici che ci fanno delle pippe ideologiche quanto inutili e pericolose per continuare a non convincere che il miglior metodo per combattere le droghe è vietarle, la situazione non potrà che degenerare.
Oggi è la giornata internazionale sulle overdose da droghe, dove un mix di benintenzionati e furbetti che speculano sulle debolezze umane e sociali, “festeggia” il proprio impegno in materia. Bene che ci sia, per carità, ma consapevoli che non solo non può esimersi dal contesto legislativo proibizionista ma deve anche lottare contro istituzioni che decidono pene alternative per i carcerati tossicodipendenti, ma solo per il 2% di essi.
Ogni settimana, il lunedì, Aduc pubblica i dati su sequestri e vittime delle droghe illegali, oltre ad un riepilogo dall'inizio dell'anno.
La raccolta è frutto di un'indagine mediatica, soprattutto locale. Uno spaccato di come l'opinione pubblica può percepire i risultati di fatti e misfatti delle leggi proibizioniste sulle droghe.
E' possibile che tutto questo non accadrebbe, o sarebbe notevolmente ridimensionato, se invece di divieti e punizioni ci fossero leggi che regolamentassero questo mercato (oggi solo nero e gestito dalla delinquenza grossa e piccola) al pari di tabacco e alcol.
Aduc edita un quotidiano online sulle droghe illegali in Italia e nel mondo.
Il prezzo del proibizionismo
dalle cronache locali
gli effetti della legge vigente
Anno in corso
| sequestri | |
| droghe leggere (kg) | 240.020 |
| droghe pesanti (kg) | 411.800 |
| dosi droghe sintetiche | 92.100 |
| piante di cannabis | 46.800 |
| vittime | |
| morti | 3 |
| arresti | 1.853 |
| giorni di reclusione | 786 |
Settimana da 25 a 31 Agosto 2026
| sequestri | |
| droghe leggere (kg) | 1.900 |
| droghe pesanti (kg) | 1.200 |
| dosi droghe sintetiche | 1.100 |
| piante di cannabis | 900 |
| vittime | |
| morti | 0 |
| arresti | 10 |
| giorni di reclusione | 6 |
Ogni lunedì Aduc rende noti i dati dei disservizi, nel privato e nel pubblico, segnalati da utenti e consumatori che si sono rivolti all'associazione nella settimana precedente.
Uno spaccato dell'Italia che non funziona.
Da 25 a 31 Agosto 2026
Pubblica Amministrazione 25,50%
Telecomunicazioni 13,40%
Energia 12,20%
Salute 11,20%
Viaggi 10,20%
Banca 9,10%
Prodotti finanziari 07,40%
Acquisti 05,30%
Diritti immigrati 02,40%
Condominio 02,00%
Assicurazioni 01,30%

Nella scena iniziale di "Il Ministero per il Futuro", romanzo dello scrittore americano Kim Stanley Robinson, un'ondata di calore combinata con un collasso della rete elettrica in India provoca la morte di 20 milioni di persone. La devastazione spinge le nazioni del mondo a unirsi per combattere il cambiamento climatico.
Gli scienziati avvertono da tempo che il mondo dovrà affrontare eventi meteorologici estremi più intensi, come ondate di calore, tempeste, inondazioni e siccità. Ma ciò che un tempo sembrava fantascienza è ora considerato una possibilità, se non addirittura un'inevitabilità.
Avvertire di un "evento estremo" o del "Grande Terremoto" (un gioco di parole che richiama il riferimento alla California a un futuro terremoto di grande portata) può essere rischioso. Dopotutto, nessuno può dire con certezza quando si verificherà una catastrofe meteorologica. Ma negli ultimi anni, si sono accumulati gli elementi planetari necessari per un evento di tale portata. E la preoccupazione sta crescendo.
"Il rischio è che la gente pensi che tu stia esagerando", ha affermato Daniel Swain, climatologo del California Institute for Water Resources. "È il problema della fiaba 'Al lupo!'. A volte i lupi esistono davvero. Se sono fuori dalla porta, non vorresti saperlo?"
Negli anni Cinquanta dell'Ottocento, mentre viveva a Seneca Falls, nello stato di New York, la scienziata dilettante Eunice Newton Foote condusse una serie di esperimenti inserendo diverse sostanze, tra cui anidride carbonica e aria umida, all'interno di cilindri di vetro e lasciandoli esposti al sole. Ciò che scoprì fu straordinario: i cilindri contenenti anidride carbonica, un gas serra rilasciato dalla combustione di carbone, gas o petrolio, si riscaldavano più rapidamente e impiegavano più tempo a raffreddarsi dopo il tramonto.
Andando avanti nel tempo: oggi la Terra viene riscaldata da enormi quantità di gas serra immesse nell'atmosfera, il che porta a un graduale aumento della temperatura media globale. Questo aumento, pari a 1,44 gradi Celsius (2,59 gradi Fahrenheit) in più nel 2025 rispetto ai primi anni del 1800, comporta eventi meteorologici estremi più frequenti e più intensi.
Il Paese che ha emesso la maggiore quantità di gas serra , e che quindi ha contribuito maggiormente al cambiamento climatico, sono gli Stati Uniti. Ma non aspettatevi che questo venga riconosciuto, né tantomeno che il governo intraprenda azioni concrete per contrastarlo, proprio mentre il Paese celebra il suo 250° anniversario. Il presidente Donald Trump ha definito il cambiamento climatico "la più grande truffa di sempre", ha definito le politiche climatiche una "Green New Scam" e ha affermato che le previsioni climatiche delle Nazioni Unite sono state fatte da "persone stupide".
In qualsiasi momento, si verificano numerosi eventi meteorologici estremi in tutto il mondo. Alcuni di questi sono stati talmente intensi da poter affermare che siamo entrati in un'era di eventi estremi.
Si pensi alla "Black Summer" australiana del 2019 e del 2020, quando gli incendi devastarono 19 milioni di ettari (oltre 46 milioni di acri). O al Pakistan nel 2022, quando le inondazioni sommersero un terzo del paese . O ancora agli uragani Milton ed Helene nel 2024, che devastarono alcune zone del sud degli Stati Uniti. Senza contare i disastri minori che si verificano periodicamente, come le inondazioni in Texas dello scorso anno che travolsero dei giovani campeggiatori ; gli incendi di Los Angeles che divorarono interi quartieri; e il tifone Kalmaegi , che si abbatté sul Vietnam e sulle Filippine.
Sarah Perkins-Kirkpatrick, climatologa presso l'Australian National University, afferma di aver avuto un'illuminazione quando ha capito che i continui eventi meteorologici estremi non si fermerebbero nemmeno se il mondo raggiungesse immediatamente le emissioni nette zero, ovvero il punto in cui la quantità di gas serra rimossa dall'atmosfera è pari a quella rilasciata. Molti paesi e grandi aziende si sono posti obiettivi di emissioni nette zero per il 2050 o oltre.
Poiché l'anidride carbonica può rimanere nell'atmosfera per centinaia di anni, e se ne è già accumulata una quantità enorme, potrebbero volerci secoli per riparare i danni. E continuiamo ad aggiungerne altra.
"È come la rana nell'acqua bollente", ha detto Perkins-Kirkpatrick. "Se ci abituiamo a prepararci, ce ne accorgeremo?"
Quel che è certo è che nessun Paese è realmente preparato ad affrontare una grave catastrofe climatica, e i rischi sono in continua evoluzione.
Robinson, il cui libro è stato pubblicato nel 2020, afferma che se scrivesse oggi includerebbe un capitolo sugli incendi boschivi, che sono diventati più estesi e distruttivi. E sebbene il potenziale disastro termico di cui parla in India sia probabilmente meno probabile oggi, grazie alla minore dipendenza dalla rete elettrica e all'utilizzo dell'energia solare, Robinson ritiene che i rischi di una catastrofe siano aumentati.
Il libro, dice, "ha ancora uno scopo".
È una regola fondamentale della psicologia evitare di parlare di argomenti scomodi. Il cambiamento climatico, deprimente e opprimente, rientra in questa categoria.
Invece di agire riducendo drasticamente le emissioni di gas serra o modernizzando le nostre infrastrutture per vivere in un mondo alterato da eventi meteorologici estremi, la risposta comune, dai governi ai singoli individui, è stata in gran parte quella di ignorare il problema. Parte della difficoltà risiede nella cautela che gli scienziati devono adottare quando discutono di eventi estremi.
È impossibile affermare, ad esempio, che un disastro si verificherà in un determinato anno o persino in un determinato decennio. Tuttavia, i modelli predittivi migliorano di anno in anno e l'intervallo di tempo tra eventi estremi si sta riducendo.
Sonia Seneviratne è una climatologa svizzera che presiede un gruppo di lavoro del Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC), il principale organismo scientifico delle Nazioni Unite in materia di clima. Seneviratne paragona il rischio al fumo e al cancro ai polmoni. Chi fuma non necessariamente sviluppa il cancro ai polmoni, ma le probabilità sono maggiori e i medici dovrebbero informarlo. Allo stesso modo, il rischio di eventi estremi di vasta portata aumenta per ogni decimo di grado.
"Se un evento del genere si verificasse, potrei già immaginare le critiche di chi direbbe: 'Gli scienziati del clima non ce l'avevano detto'", ha affermato Seneviratne. "Ma lo avevamo fatto."
Sebbene i terremoti non siano collegati ai cambiamenti climatici, il modo in cui molte città della California, zona sismica, si sono preparate a un potenziale terremoto di grande magnitudo, rappresenta un esempio di ciò che è possibile realizzare. Una figura centrale in questo sforzo è stata Lucy Jones, sismologa e autrice di "The Big Ones: How Natural Disasters Have Shaped Us (and What We Can Do About Them)".
Nel 2014, Jones, all'epoca in servizio presso l'US Geological Survey, collaborò con l'amministrazione del sindaco di Los Angeles Eric Garcetti allo sviluppo di un'iniziativa che portò a un'ampia diffusione di interventi di adeguamento sismico e preparazione ai terremoti a Los Angeles, e successivamente in altre città della California. Due anni dopo, fondò un'organizzazione no-profit che offre consulenza sulla preparazione ai terremoti e ad altri disastri.
Jones afferma che le persone apporteranno dei cambiamenti se crederanno che i rischi siano reali e che le soluzioni siano possibili. Senza questa convinzione, la reazione più probabile sarà quella di ignorare il problema.
"Negare il cambiamento climatico è un modo per affrontare la situazione", ha affermato Jones. Ha spiegato che le persone razionalizzano pensando: "Non ci crederò, così mi sentirò più al sicuro".
Negli ultimi venticinque anni, molti film si sono concentrati su eventi meteorologici estremi, che forniscono azione e pericolo a qualsiasi trama. Le rappresentazioni cinematografiche di solito hanno uno di questi due finali: tutto andrà bene oppure siamo condannati.
Consideriamo due film di successo sul clima usciti a 15 anni di distanza l'uno dall'altro. In "The Day After Tomorrow" del 2004, Jack Hall, interpretato da Dennis Quaid, è uno scienziato del clima che, intervenendo a una conferenza delle Nazioni Unite sul clima a Delhi, sollecita una drastica riduzione delle emissioni di gas serra, avvertendo che il mancato raggiungimento di tale obiettivo porterà a eventi meteorologici estremi di grande portata.
"Il clima è fragile", afferma Hall.
"L'economia è fragile", risponde il vicepresidente degli Stati Uniti.
Poco dopo, si verifica il disastro preannunciato da Hall. Lo scioglimento dei ghiacci polari blocca la Corrente del Nord Atlantico, che trasporta calde correnti oceaniche verso nord-est attraverso l'Atlantico. Si scatenano cicloni giganteschi, grandinate enormi, gravi inondazioni e tornado, prima che arrivi una gelata così intensa da uccidere chiunque si trovi all'aperto.
Alla fine, il vicepresidente, ormai diventato presidente, si scusa con la nazione per aver sfruttato la natura.
"Ci sbagliavamo", dice.
Nella satira del 2021 "Don't Look Up", due astronomi interpretati da Leonardo DiCaprio e Jennifer Lawrence scoprono una cometa gigante diretta verso la Terra. Cercano di intervenire per evitare l'annientamento. La presidente degli Stati Uniti, interpretata da Meryl Streep, non è interessata.
"In questo preciso istante, credo che dobbiamo aspettare e valutare la situazione", ha detto Streep dopo aver appreso che la cometa si sta dirigendo dritta verso la Terra.
"Quanto è grande questa cosa? Può distruggere la casa della mia ex moglie?" scherza un conduttore di telegiornale.
Alla fine, quasi tutti muoiono, uno scenario che nemmeno le peggiori previsioni sugli impatti climatici riescono a immaginare.
Per quanto potenti siano già diventati gli eventi meteorologici estremi, è probabile che il peggio debba ancora venire. È una questione di fisica elementare.
Negli ultimi 50 anni, oltre la metà di tutti i gas serra prodotti dall'uomo nel corso della storia è stata rilasciata nell'atmosfera. Questi gas generano calore, che a sua volta sconvolge i modelli meteorologici e gli ecosistemi.
Non è possibile prevedere con certezza quando si verificherà un evento climatico di grande portata, o più probabilmente diversi eventi in diverse parti del mondo. Un evento catastrofico in una determinata area potrebbe verificarsi tra 50 anni, tra 10 anni o anche prima.
Chi nega l'esistenza del cambiamento climatico fa notare che gli scienziati sbagliano le proiezioni, ed è vero che non tutti i modelli climatici si sono rivelati corretti. Tuttavia, negli ultimi decenni, semmai, gli scienziati del clima sono stati fin troppo prudenti. Gli impatti climatici si stanno verificando molto più rapidamente del previsto.
Un esempio tra i tanti: nel gennaio 2022, la Valutazione del rischio climatico del Regno Unito indicava una probabilità dello 0,02% di raggiungere o superare i 40°C (104°F) prima del 2040. Quell'estate, in alcune zone del Regno Unito si registrarono temperature superiori ai 40°C.
Abbiamo inoltre raggiunto un momento in cui i “punti di non ritorno” – ovvero quando il deterioramento di un determinato sistema planetario ha superato una soglia oltre la quale non è più possibile riprendersi – non sono più considerati concetti teorici o futuristici.
Il caso più citato è quello dei coralli . Secondo la National Oceanic and Atmospheric Administration, tra il 2023 e il 2025, l'84% dei coralli del mondo ha subito l'espulsione di alghe microscopiche in risposta allo stress termico, che spesso ne causa la morte. Anche se le temperature dovessero calare drasticamente, la ripresa della maggior parte dei coralli è improbabile.
La foresta amazzonica, che immagazzina enormi quantità di anidride carbonica e contribuisce a regolare il clima, rischia anch'essa di raggiungere un punto di non ritorno. La siccità persistente, i vasti incendi e la deforestazione per far spazio al bestiame hanno degradato ampie zone di foresta negli ultimi decenni. Il dibattito odierno non verte sul "se", ma sul "quando" l'Amazzonia rilascerà più anidride carbonica di quanta ne possa immagazzinare, ma sul "quando".
Quest'anno, El Niño, un ciclo di riscaldamento naturale e periodico, dovrebbe essere il più intenso mai registrato , il che potrebbe spingere le temperature ancora più in alto, battendo i record e causando danni.
Nel complesso, la Terra si trova su una traiettoria pericolosa.
"Dobbiamo parlare di alcuni degli scenari peggiori che potrebbero verificarsi", ha affermato Tim Lenton, professore di scienze climatiche all'Università di Exeter. "È naturale pensare che ci attendano shock ancora più gravi."
(PETER PRENGAMAN su Associated Press del 24/08/2026)

Durante l’ultima sessione che si è tenuta dal 13 al 24 luglio 2026, l’Autorità internazionale dei fondali marini (Isa) ancora una volta non è riuscita a finalizzare il codice minerario, con le regole per le estrazioni dai fondali profondi. Nel frattempo, ha prolungato di cinque anni il contratto di esplorazione di una sussidiaria di The Metals Company. Lo stesso gruppo canadese che, nel frattempo, aveva aggirato la sua autorità rivolgendosi – sempre per le acque internazionali – direttamente all’amministrazione di Donald Trump.
Lo scontro, insomma, è acceso. Tant’è che rischia di far passare in secondo piano un tema fondamentale: dell’estrazione mineraria nei fondali marini non si sa quasi nulla. Trattandosi di ambienti in larga parte inesplorati, la stessa fattibilità delle operazioni è un punto di domanda. Lo sono ancor più le conseguenze sugli ecosistemi. Il Wwf, attraverso una guida pubblicata mentre erano in corso i lavori dell’Isa, mette in guardia anche gli investitori. Anche mettendo da parte gli impatti ambientali, sottolinea, il deep seabed mining resta un business troppo incerto. E, quindi, troppo rischioso.
Chi investe in un’impresa lo fa perché si aspetta prospettive credibili di redditività. Nel caso dell’estrazione mineraria dai fondali marini, queste prospettive non esistono. Le poche aziende specializzate stanno ancora raccogliendo finanziamenti, ma non esercitano attività commerciali e non generano ricavi. I loro business plan si basano su ipotesi, ancora aleatorie, sulla domanda e sui prezzi delle materie prime critiche. Si registrano già i primi fallimenti, come la canadese Nautilus Minerals nel 2019 e la norvegese Loke Marine Minerals nel 2025.
La maggior parte delle esplorazioni oggi riguarda i noduli polimetallici ricchi di nichel, rame, manganese e cobalto. Ma, avverte il Wwf, nichel e cobalto attualmente soffrono di un eccesso di offerta che ha reso i prezzi molto volatili, a tal punto che Indonesia e Repubblica Democratica del Congo hanno limitato, rispettivamente, la produzione del primo e le esportazioni del secondo. Rame e manganese sono abbondanti anche nei giacimenti terrestri, dove l’estrazione è molto meno costosa. Le terre rare sono presenti nei fondali in quantità limitate e la loro separazione è particolarmente complessa.
Tutto questo sempre supponendo che prima o poi arrivi una regolamentazione ad hoc. Risultato tutt’altro che scontato, viste le enormi difficoltà che sta incontrando dall’Autorità internazionale dei fondali marini. Senza contare che le future regole dovranno comunque confrontarsi con altri strumenti del diritto internazionale dedicati alla tutela della biodiversità marina.
La transizione energetica non è una giustificazione per il deep seabed mining
I sostenitori dell’estrazione mineraria dai fondali marini la descrivono come una strada irrinunciabile per reperire le materie prime critiche indispensabili per la transizione ecologica. E, quindi, per raggiungere gli obiettivi climatici. Una narrazione che l’European Academies Science Advisory Council (Easac) descrive come «fuorviante», perché uno sviluppo sostenibile dovrebbe puntare a ridurre la domanda complessiva di risorse naturali, con un approccio di economia circolare. Attraverso il riciclo, l’Europa potrebbe coprire metà del suo attuale fabbisogno.
Tanto più perché, nel frattempo, le tecnologie si evolvono. Le batterie al litio-ferro-fosfato (Lfp), per cui non servono i principali minerali da estrarre dai fondali, sono passate da una quota di mercato del 17% nel 2021 fino a sfiorare il 50% nel 2025. E all’orizzonte ci sono le batterie agli ioni di sodio, basate su uno degli elementi più abbondanti che abbiamo a disposizione in natura.
E non è nemmeno del tutto vero – continua il Wwf – che estrarre le materie prime critiche dai fondali significhi svincolarsi dalla dipendenza dalla Cina, che da decenni domina la filiera. Perché il gigante asiatico continua comunque a controllare la raffinazione di 19 su 20 minerali considerati critici, con una quota di mercato vicina al 70%. Per le terre rare usate nei magneti permanenti, la percentuale sale al 91%.
L’invito del Wwf agli investitori, dunque, è chiaro: tenersi alla larga dal business dell’estrazione mineraria dai fondali marini. Significa, innanzitutto, impegnarsi pubblicamente a non sostenere né le pure-play companies, cioè le aziende interamente dedicate a questa attività, né quelle che ne ricavano una quota rilevante dei propri introiti. La definizione di sostegno finanziario è piuttosto vasta e include prestiti, investimenti azionari, obbligazioni e assicurazioni.
Altrettanto importante, secondo l’organizzazione ambientalista, è l’engagement. Gli investitori dovrebbero dialogare sia con le società minerarie, sia con i potenziali clienti di queste materie prime (come i marchi dell’elettronica di consumo e delle tecnologie energetiche), sia con gli altri istituti finanziari. Così facendo, anche la finanza può aiutare ad allargare la Business Coalition for a Pause on Deep Seabed Mining, una coalizione di imprese che si impegnano a non utilizzare minerali provenienti dai fondali marini e chiedono una moratoria sul settore. Ne fanno già parte una settantina di aziende, tra cui Google, Philips, Samsung, Volvo e BMW.
Secondo il Wwf, sono 82 le società finanziarie – per un totale di circa 24mila miliardi di euro di asset gestiti – che hanno adottato policy o espresso preoccupazioni sul settore. 39 ne escludono il finanziamento. È un dibattito che sta prendendo slancio: quasi la metà delle policy è stata adottata nel 2025. Ma alcuni investitori avevano preso posizione sull’estrazione mineraria dai fondali marini già negli anni precedenti. È il caso di Etica Sgr, la società di gestione del risparmio del gruppo Banca Etica, che aveva sottoscritto un investor statement già nel 2023.
«I portafogli di Etica Sgr presentano un’esposizione sostanzialmente nulla ai rischi legati al deep seabed mining e alle società individuate dal Wwf come attive nel settore», chiarisce Aldo Bonati, Stewardship and Esg Networks Manager di Etica Sgr. «Pur trattandosi oggi di un tema meno concreto rispetto ad altri rischi di biodiversità, la Sgr sostiene un approccio prudenziale e favorevole a una moratoria. In quest’ottica, promuove attività di advocacy e sensibilizzazione verso istituzioni e regolatori. Etica Sgr ritiene inoltre importante valutare i rischi non solo delle società minerarie, ma anche dei potenziali utilizzatori dei minerali estratti dai fondali. Continueremo quindi a supportare iniziative collaborative e opportunità di engagement sul tema proposte dai network con cui collaboriamo».
(Valentina Neri su Valori.it del 24/08/2026)

“Figlio mio, per lavorare è meglio che fai un concorso pubblico, anche se lo stipendio non è un granché, se ti prendono sei garantito a vita”. Chissà se è quanto avranno detto i genitori al Sigfrido nazionale quando ha fatto il concorso per entrare in Rai, con la variante che nella tv di Stato, almeno per certe mansioni, gli stipendi sono altini (240mila nel nostro caso, con l’aggiunta di annessi e connessi per il fatto di essere riconosciuti per strada).
E infatti, anche se il conduttore di Report l’ha fatta grossa, e ora gli hanno dato il “ben servito”, gli fanno scegliere altre mansioni/trasmissioni,,, non sappiamo se con l'impegno di non fare come faceva con Report. Ci immaginiamo un dirigente di un’app, di quelli che fanno cose straordinarie per visibilità e guadagni dell’azienda, che - fatto qualcosa di storto - viene dalla mattina alla sera buttato fuori. O anche un operaio “cipputi” qualunque che ha creato problemi alla catena di montaggio, diritti sindacali rispettati, non ci pensano due volte prima di buttarlo fuori. No. quando sei in Rai sei come quei politici che fanno anche crollare i ponti, ma poi continuano ad amministrare. E puoi avere anche amici che, a tua insaputa, pensano a farti diventare più importante/determinante.
Si dice “mamma Rai” al pari di “Stato mamma o babbo”. Ed è proprio così. Puoi fare le cose più terribili, e anche se qualche volta ti buttano fuori poi ti riprendono pagando anche di più… “I figli... so' pezzi 'e core”.
Tutto questo lo paghiamo col canone, l’imposta obbligatoria per chi possiede un tv collegato al digitale terrestre.
Indipendentemente dalla valutazione che ognuno possa fare del servizio pubblico che faceva Sigfrido nazionale, forse è il caso che ognuno rifletta sul proprio apporto a questa macchina di informazione ed intrattenimento. Ci rendiamo conto che quelli che reputano questo servizio eccellente sarebbero meno disposti a fare queste valutazioni, ma il caso, oltre a fare l’uomo ladro, potrebbe farlo anche saggio.
Tanto, le vicende su Sigfrido nazionale, nonchè le trasmissioni e la pubblicità dei colleghi del nostro, sono ovunque, anche sulla stessa Rai che trasmette in streaming in Internet.
Sarebbe una sorta di operazione di pulizia personale, ché soldi di ognuno o meno, quelli per pagare queste vicende non verrebbero a mancare. Ma forse, sentirsi più liberi e meno coinvolti (e il portafogli coinvolge, sempre), aiuterebbe a stare meglio.

Ovunque nel mondo, Firenze inclusa, si parla dell’importanza degli alberi in città. Un‘importanza che potremmo sintetizzare in una frase:
Gli alberi sono la politica che non si vede, ma si respira
Il problema è nel passare dalle parole ai fatti. Nel rimediare quanto è stato fatto di sbagliato e di fare il nuovo considerando gli alberi non un arredo urbano ma infrastruttura, anche sociale.
A Firenze c’è molto da lavorare in merito, a partire dai luoghi più conosciuti come piazza Annigoni, piazza del Carmine, i ridicoli aranceti (alberi non indicati per far vivere una città) di via Cavour, etc. Per la Fortezza da Basso, il futuro giardino Fallaci dovrebbe porre fino all’attuale scempio che vede un terzo del giardino con lavori in corso (fermi) da anni ed anni. E poi ci sarebbero tutte le nuove vie del tram per cui hanno dovuto abbattere molti alberi e che dovrebbero essere ripiantati in un contesto di verde urbano che eviti l’impatto “ferraglia” di questa infrastruttura.
Colpisce - quartiere Rifredi - piazza Leopoldo: l’avanzare dei lavori davanti al supermercato Coop: una grande gettata di cemento. Contesto in cui, al momento, sono stati penalizzati solo pedoni e biciclette (che si è costretti a legare - fuorilegge - ai pochi pali presenti nelle vie adiacenti). La ristrutturazione del vecchio giardino (che era molto degradato) non sembra proprio seguire le parole ecologiche dell’amministrazione cittadina, ma in continuità con quanto di cementificato sia stato già fatto.
Certo, abbiamo il parco delle Cascine che - dicono - sia in via di guarigione da problemi di ordine pubblico. Ma è un parco bellissimo che, per la sua esistenza, non giustifica che altri luoghi debbanno indurre ad inquinamento ed asfissia. Le Cascine sono parco pubblico dall'inizio del 1800, in un contesto edificato ben diverso da quello attuale Cioé: non ne facciamo un alibi da usare in percentuale per dire che a Firenze il verde c'è. E il problema non è avere parchi in alcune zone, ma far respirare tutta la città.
La nostra preoccupazione è che, visto l’andazzo di lavori che sconvolgono la città, la sua economia e la sua socialità (tramvia docet, con tutti i tempi di realizzazione sforati), non si proceda per l’umanizzazione/naturalizzazione degli spazi urbani con lo stesso andazzo e pressapochismo.

Le città non respirano da sole. Respirano attraverso ciò che decidiamo di piantare.
In ogni metropoli del pianeta — da Milano a Tokyo, da Nairobi a Buenos Aires — la scelta degli alberi non è un dettaglio botanico: è una decisione politica, sanitaria, culturale. È il modo in cui una comunità decide che aria vuole respirare, che futuro vuole costruire, che tipo di città vuole diventare.
All’alba, le foglie sono ancora umide. Le strade sono vuote, ma gli alberi lavorano già: assorbono particolato, catturano ozono, filtrano ciò che la notte ha lasciato sospeso.
In certe città il mattino profuma di tiglio, in altre di jacaranda, in altre ancora di pino domestico. Non è solo estetica: ogni specie rilascia composti diversi, attira insetti diversi, crea microclimi diversi. La qualità dell’aria comincia qui, nel silenzio del mattino, nelle scelte fatte anni prima.
A mezzogiorno la città diventa un campo di battaglia. Il traffico esplode, l’asfalto ribolle, i livelli di inquinamento salgono. È qui che si vede la differenza tra un albero scelto bene e uno piantato “perché c’era”.
* Il platano resiste, ma rilascia pollini che possono peggiorare le allergie.
* Il bagolaro filtra bene il particolato e non soffoca i marciapiedi.
* Il tiglio profuma, ma attira insetti che in certe zone diventano un problema.
* Il leccio è un soldato: sempreverde, resistente, instancabile.
Ogni specie è una strategia. Ogni foglia è una decisione amministrativa che si traduce in salute pubblica.
Nel pomeriggio, quando il sole picchia e la città si arroventa, l’ombra non è più un conforto: è un diritto. Le città che hanno scelto alberi con chiome ampie — querce, olmi, ficus, frassini — diventano vivibili. Le altre diventano ostili.
L’ombra abbassa la temperatura fino a 8–10°C rispetto alle zone senza alberi. Riduce l’uso dell’auto. Invita a camminare. Cambia il comportamento umano.
Un albero può trasformare un quartiere in un luogo dove si vive, non solo dove si passa.
La sera è il momento in cui gli alberi fanno il lavoro più silenzioso. La temperatura scende, l’aria si stabilizza, e le foglie continuano a filtrare ciò che il giorno ha sollevato.
In certe città, la sera profuma di eucalipto. In altre, di pino marittimo. In altre ancora, di nulla: perché il verde è stato scelto male, o non è stato scelto affatto.
La qualità dell’aria notturna è il risultato di scelte fatte anni prima, spesso ignorate, spesso sottovalutate.
Le città del mondo stanno capendo una verità semplice: gli alberi non sono arredo urbano, sono infrastrutture ambientali, scrive la rivista scientifica Science.
Scegliere una specie significa decidere:
* quanto caldo farà in estate
* quanto particolato respireranno i bambini
* quanto vivibile sarà un quartiere
* quanto costerà la manutenzione
* quanto la città sarà resiliente ai cambiamenti climatici
Gli alberi sono la politica che non si vede, ma si respira.

La Commissione Europea ha fatto sapere di aspettarsi che Meta introduca in Europa le stesse misure di protezione per i minori concordate negli Stati Uniti, dove l'azienda ha appena chiuso un accordo con 52 procuratori generali statali per porre fine a una causa sulla presunta natura "additiva" di Facebook e Instagram.
Come riporta Techxplore, l'intesa raggiunta negli Stati Uniti prevede per Meta il pagamento di una cifra fino a 16,7 miliardi di dollari e l'introduzione di una serie di restrizioni per gli utenti minorenni di Facebook e Instagram: un tetto massimo di due ore di utilizzo cumulativo giornaliero, un blocco automatico notturno delle applicazioni e controlli di verifica dell'età più stringenti, pensati per individuare e allontanare dalle piattaforme gli utenti sotto i 13 anni. L'accordo, che dovrà ancora ricevere l'approvazione definitiva di un giudice federale a Oakland, in California, nasce da una causa promossa nel 2023 da una coalizione di procuratori generali statali guidata dalla California, che accusava Meta di aver progettato deliberatamente le sue piattaforme per creare dipendenza nei più giovani, di aver ingannato il pubblico sui rischi reali e di aver raccolto illegalmente dati di minori di 13 anni.
A Bruxelles, il portavoce della Commissione Europea per le questioni tecnologiche, Thomas Regnier, ha dichiarato che l'esecutivo comunitario sta seguendo "molto da vicino" la vicenda statunitense e che sono già in corso nuovi contatti con l'azienda. "La palla è nel campo di Meta", ha detto Regnier ai giornalisti, spiegando che "Meta sa cosa ci aspettiamo da loro" e che ora tocca alla società proporre impegni concreti per proteggere anche i minori europei.
Il portavoce ha inoltre sottolineato che l'indagine europea riguarda "esattamente gli stessi sospetti" sollevati nel procedimento americano, e che la Commissione è in dialogo con Meta per garantire "una protezione almeno altrettanto buona per i nostri bambini qui nell'Unione Europea". Bruxelles ha già individuato rischi per i minori legati a funzionalità come lo scorrimento infinito dei contenuti, i feed fortemente personalizzati e la riproduzione automatica dei video. "Ci aspettiamo una corretta gestione del tempo di utilizzo e un adeguato controllo parentale su queste piattaforme", ha aggiunto Regnier.
La richiesta europea arriva dopo che, lo scorso luglio, la Commissione aveva già rilevato una violazione preliminare del Digital Services Act (DSA) da parte di Meta, imputandole di non aver adeguatamente identificato, valutato e mitigato i rischi legati alla progettazione "addictive" di Facebook e Instagram, ordinandole di proporre modifiche per rendere le piattaforme più sicure per i minori.
Nel caso in cui Meta non risponda in modo soddisfacente alle richieste di Bruxelles, la normativa europea prevede la possibilità, almeno in teoria, di infliggere una multa fino al 6% del fatturato mondiale complessivo annuo dell'azienda. Da parte sua, Meta ha dichiarato di non condividere le conclusioni della Commissione, ma di essere disponibile a collaborare "in modo costruttivo" sulla questione.

Il 31 agosto si celebra la Giornata Internazionale di Sensibilizzazione sulle Overdose. Esperti ed associazioni di tutto il mondo sono mobilitati per informare sulla situazione molto tragica la cui caratteristica è una sola: dove le droghe sono legali i pericoli sono minori, al contrario dove le droghe sono illegali.
La legalità consente di affrontare studi e provvedimenti come ordinaria amministrazione.
L’illegalità mette tutto ai confini di zone nere e grigie. Dove, per i pionieri che intendono approfondire il problema scientificamente, socialmente ed economicamente c’è il muro della diffidenza e della burocrazia.
Il mondo è ancora diviso, con prevalenza di proibizionisti, ché non potrebbe essere altrimenti visto che tutte le nazioni, in un modo o nell’altro, sono sotto l’egida di qualche religione che, di fronte alla libertà di un individuo di fare come crede su se stesso, hanno sempre l’ispirazione divina che li guida per dire cosa e come ognuno dovrebbe essere, altrimenti “kaput”.
Tra i proibizionisti ci sono anche molte persone che, pur operando dietro un qualche stimolo religioso, rispettano le diversità. Ma è un rispetto che si ferma ai limiti della sussistenza assistenziale, curando gli effetti dell’overdose e, mediamente, fallendo sui molti tentativi di intervenire sulle cause.
Mentre antiproibizionisti (tra cui non pochi hanno un approccio dogmatico) e proibizionisti cercano strade per avere consensi tra overdosi, malati e consensi, il principio base della tragedia delle overdosi rimane ancorato a qualcosa che per ora nessuno si sogna di scalfire: i trattati internazionali che - tutti - mettono all’indice consumi e produzioni di droghe. Se intanto qualche Stato è riuscito a legalizzare qualche sostanza (essenzialmente cannabis e molto meno psichedelici), lo fa in violazione di questi accordi, curando sul fatto che chi dovrebbe vigilare non lo fa o fa finta di non sapere.
In questo contesto di ipocrisia, dove per fortuna ci sono meritevoli iniziative di disobbedienti per la riduzione del danno, continuano ad essere molto pochi coloro che vanno alla radice del problema, cioè legalizzare tutte le sostanze.
Questa e non altra, è la semplice proposta per uscire da questa impasse in cui decenni di recente storia ci hanno infilato al solo fine di controllo degli individui.

Quando un ciclone distrusse la casa di Chompa Munda sulla costa del Bangladesh nel 2019, lei e suo figlio rimasero senza cibo per giorni. Quando il ciclone successivo arrivò nel 2024, il suo telefono si illuminò ore prima che toccasse terra.
Un bonifico di 43 dollari (31 sterline) è stato inviato direttamente sul suo conto bancario perché le previsioni del tempo avevano superato una soglia concordata. Ha comprato cibo, acqua potabile e candele e si è diretta verso un rifugio antitempesta.
Il ciclone Remal ha comunque allagato la sua casa, ma i soldi erano già arrivati. I fondi rimanenti l'hanno aiutata a ricostruire. I finanziamenti sono stati sbloccati un giorno prima dell'arrivo della tempesta, il che significa che 150.000 persone avevano denaro contante a disposizione. Nessun ricorso, nessuna valutazione, nessuna attesa per una decisione.
La stessa idea viene ora applicata a interi bilanci nazionali .
La Giamaica ha vissuto la stessa sequenza di due tempeste . L'uragano Beryl si è abbattuto sull'isola nel luglio 2024, causando danni pari all'1,9% del PIL. È stata la terza tempesta più distruttiva a colpire l'isola negli ultimi 25 anni. Il Paese si era preparato con un'obbligazione catastrofale, assicurazioni e prestiti. L'assicurazione ha erogato 26,9 milioni di dollari . L'obbligazione non ha erogato nulla. Se Beryl si fosse spostato di 15 km più a nord, avrebbe liberato 45 milioni di dollari in obbligazioni, ma la tempesta è passata appena a sud e la soglia non è stata raggiunta.
Sedici mesi dopo arrivò l'uragano Melissa, il più forte mai registrato a colpire la Giamaica, con danni pari a oltre il 40% del PIL. Nel giro di pochi giorni, il governo mobilitò 662 milioni di dollari di liquidità dai fondi di riserva nazionali, dall'assicurazione parametrica caraibica, da un'obbligazione catastrofale e da finanziamenti contingenti della Banca Mondiale e della Banca Interamericana di Sviluppo, concordati con largo anticipo. La differenza tra Beryl e Melissa risiedeva nel fatto che la gestione del rischio di catastrofi operava su larga scala all'interno di un sistema integrato. Melissa fu sufficientemente grave da attivare tutti questi meccanismi contemporaneamente.
Perché i disastri diventano più costosi
I danni climatici distruggono il capitale e riducono la produttività del lavoro, quindi le entrate fiscali diminuiscono proprio nel momento in cui aumentano le spese per la ripresa. Ciò minaccia la sostenibilità del debito. Gli istituti di credito reagiscono come le banche con qualsiasi debitore ad alto rischio, applicando tassi di interesse più elevati.
Utilizzando indici di vulnerabilità come quelli che ho contribuito a sviluppare con Jeff Schlegelmilch, direttore del Centro nazionale statunitense per la preparazione alle catastrofi, i ricercatori hanno scoperto che all'aumentare dell'esposizione di un Paese, aumentano anche gli interessi che esso paga. Investire nella resilienza permette di ridurre tali costi.
L'ostacolo è la politica. Come hanno spiegato gli economisti dell'Università di Oxford in un libro del 2016 , i ministri che pianificano in anticipo non ne traggono alcun beneficio. C'è anche un compromesso: le soglie sono assolute, quindi una tempesta che si ferma appena al di sotto della soglia non genera alcun vantaggio. E funziona molto meglio per alluvioni e cicloni, che arrivano secondo una tempistica precisa, che per la siccità.
Le recenti inondazioni improvvise al confine tra Nepal e Tibet , che hanno causato decine di morti e centinaia di dispersi, sembrano essere state innescate da una valanga di ghiaccio e rocce piuttosto che dalla pioggia. Un ciclone può essere previsto. Per una frana o un crollo glaciale su un versante montuoso, la previsione è più complessa; è difficile definire una soglia per consentire un rapido stanziamento di fondi. Tuttavia, sono state avanzate richieste per sistemi di allerta precoce più efficaci.
Dopo l'uragano Melissa, la Giamaica ha ottenuto 6,7 miliardi di dollari per la ricostruzione a condizioni agevolate. La Croce Rossa giamaicana è diventata la prima organizzazione nazionale delle Americhe a erogare fondi prima dell'arrivo dell'uragano, attraverso un fondo per le calamità. Moody's (società globale di valutazione finanziaria e del rischio) ha migliorato il rating sovrano della Giamaica nei mesi successivi all'uragano, citando la solidità istituzionale del paese e il suo sistema di finanziamento per le emergenze. Il debito pubblico nei piccoli stati in genere aumenta del 6% del PIL dopo una calamità; la Giamaica ha seguito la tendenza opposta.
Le Filippine sono il Paese più esposto al mondo ai disastri naturali . Alla fine del 2024, sei cicloni si sono abbattuti sul Paese nell'arco di un mese. Questo ha innescato la prima attivazione del sistema di finanziamento basato sulle previsioni, che ha erogato fondi entro pochi minuti dal raggiungimento delle soglie di allarme e 72 ore prima dell'approdo del ciclone. Tale sistema è stato sancito per legge.
Nel settembre 2025, le Filippine hanno approvato una legge sullo stato di calamità imminente , una novità assoluta a livello mondiale per quanto riguarda le misure preventive. Due mesi dopo, tre giorni prima che il tifone Uwan toccasse terra, la soglia di allerta è stata raggiunta e il sistema ha funzionato. La decisione non è stata di natura politica. Non è dipesa dal giudizio di un ministro all'avvicinarsi della tempesta. Un totale di 42.100 famiglie ha ricevuto un sussidio in denaro prima dell'arrivo del tifone e il numero delle vittime è rimasto basso .
I danni vengono quantificati direttamente. Dopo l'uragano Melissa, i periti hanno contato i tetti, gli ospedali e i terreni agricoli distrutti. I danni sono facili da quantificare. Le perdite evitate, invece, non lo sono. Rappresentano la differenza tra ciò che è accaduto e ciò che sarebbe accaduto se i fondi fossero arrivati in seguito, o non fossero arrivati affatto. Gli economisti definiscono questo confronto mancante "controfattuale". Si tratta di un problema centrale in economia.
Quando il Bangladesh è passato da un intervento che avveniva 100 giorni dopo un'alluvione a un intervento che avveniva 48 ore prima, a metà del costo, si è trattato di un confronto paragonabile. Il controfattuale dal punto di vista fiscale e finanziario è molto più complesso, perché nessun Paese viene colpito due volte dalla stessa tempesta.
Il miglioramento del rating creditizio della Giamaica è indicativo, non conclusivo. Beryl e Melissa sono state tempeste diverse, avvenute a 16 mesi di distanza l'una dall'altra. La maggior parte delle cifre relative alle perdite evitate sono basate su modelli, non su dati osservati. Il meglio che abbiamo a disposizione è il calcolo dei rendimenti degli investimenti per l'adattamento. L'adattamento, in parole semplici, consiste nel prepararsi e adattarsi agli impatti previsti dei cambiamenti climatici. Secondo una ricerca della London School of Economics, questo approccio è più conveniente , con un costo di circa cinque dollari per ogni dollaro speso nei paesi a basso reddito.
Le prove a nostra disposizione si fermano troppo presto. Gli studi sulle azioni preventive a livello familiare sono rigorosi ma brevi: la più ampia revisione ha rilevato che nessuno studio ha seguito le famiglie oltre i sei mesi. I benefici fiscali impiegano più tempo a manifestarsi. Possono passare anche tre anni prima che i benefici superino i costi, con effetti sul debito che si protraggono fino al 2050. Tra le azioni preventive e l'analisi fiscale si cela una finestra di opportunità per la resilienza climatica che nessuno misura. Questo è il fulcro del mio lavoro e dei miei studi di dottorato.
Questo spiega perché, secondo il Centro per la Protezione dalle Catastrofi , nel 2023 i finanziamenti pre-concordati (finanziamenti versati in anticipo) rappresentavano solo l'1,2% di tutti i finanziamenti per le emergenze .
La Piattaforma d'azione di Siviglia è una campagna per riformare il modo in cui gli istituti di credito trattano i paesi vulnerabili ai cambiamenti climatici e mira ad aumentare i finanziamenti concordati in anticipo fino al 20% del totale dei finanziamenti per le calamità naturali entro il 2035.
Quando i governi si riuniranno al vertice sul clima delle Nazioni Unite in Turchia questo novembre, un tema centrale del dibattito sarà l'entità dei finanziamenti per il clima e le tempistiche di erogazione di tali fondi.
(Amy Campbell - Dottoranda in Economia dei disastri climatici presso la SOAS, Università di Londra - su The Conversation del 27/08/2026)

Congedi, asili e trasferimenti aiutano soprattutto chi ha già una prole. Chi deve ancora diventare genitore è frenato da stipendi bassi, case costose, lavori precari e relazioni personali indebolite dall’uso dello smartphone. Così una scelta rinviata diventa un problema collettivo
Lo scorso giugno il Financial Times ha pubblicato un articolo dal titolo sorprendente: “Nordic fertility support measures are not working”. Sorprendente perché riguarda proprio quei paesi del Nord Europa che per decenni abbiamo indicato come modello: congedi parentali generosi, asili fortemente sovvenzionati, elevata occupazione femminile, welfare efficiente e una divisione dei compiti familiari assai più equilibrata di quella mediterranea. Eppure anche nel Nord Europa la natalità continua a diminuire. È un paradosso che ci impone, dati alla mano, di riflettere con la dovuta calma per comporre un quadro assai articolato, nel quale più fattori concorrono allo stesso tempo. Gli studi più recenti indicano, con sufficiente chiarezza, che a monte esiste innanzitutto una questione di sicurezza economica.
Nel rapporto “The Real Fertility Crisis”, pubblicato nel giugno 2025, il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (Unfpa) ha rilevato che gli ostacoli economici costituiscono di gran lunga il principale impedimento dichiarato da chi non riesce ad avere il numero di figli desiderato. Dentro questa categoria stanno il reddito disponibile, la stabilità lavorativa, l’abitazione, il costo dei servizi per l’infanzia e, più in generale, la percezione di poter o meno sostenere nel tempo una famiglia. Manca un senso di sicurezza nel futuro lavorativo per traguardare un impegno economico personale ultradecennale rivolto alla vita almeno pre-adulta del nascituro o della nascitura.
L’Ocse arriva sostanzialmente alla stessa conclusione. Il rapporto “Society at a Glance 2024” individua fra i principali fattori associati alle scelte di fertilità l’occupazione, la disoccupazione, il sostegno economico alle famiglie e, soprattutto, il costo dell’abitazione. Sottolinea inoltre che, in molti paesi, il tentativo di consolidare prima la propria posizione nel mercato del lavoro e della casa contribuisce direttamente al rinvio della nascita dei figli.
In Italia, nel 2025, siamo scesi a 1,14 figli per donna, contro 1,18 dell’anno precedente (dati Istat). Sono nati circa 355 mila bambini, 15 mila in meno rispetto al 2024. L’età media delle madri al parto ha raggiunto 32,7 anni (Istat). L’Ocse osserva che in Italia l’età media alla maternità era già salita da 30,4 anni nel 2000 a 32,4 nel 2022, circa un anno e mezzo sopra la media Ocse. E la quota di donne definitivamente senza figli è raddoppiata: dall’11 per cento della generazione nata nel 1951 al 22 per cento di quella nata nel 1978.
Dietro questi numeri c’è un percorso riconoscibile. Si studia più a lungo, si entra più tardi in un lavoro stabile, gli stipendi iniziali consentono meno facilmente di sostenere un affitto o acquistare una casa, si rimane quindi più a lungo nella famiglia di origine. Il desiderio di avere figli viene quindi posticipato. Non ancora a 27 anni, perché il lavoro è precario; non ancora a 30, perché manca la casa; non ancora a 32, perché bisogna consolidare il reddito; e non ancora a 34, perché forse conviene aspettare un altro anno. È così che una scelta temporanea può diventare una condizione definitiva.
Il caso italiano è particolarmente severo, ma non unico. Spagna e Italia rimangono stabilmente fra i paesi europei a più bassa fertilità. La Francia, pur essendo a sua volta in diminuzione, ha resistito più a lungo grazie a un sistema di servizi per l’infanzia, trasferimenti e politiche familiari storicamente più strutturati. I paesi nordici hanno fatto ancora di più sul versante della conciliazione fra lavoro e famiglia. Eppure oggi scendono anch’essi.
È proprio questa convergenza a rendere interessante l’articolo del Financial Times. Perché suggerisce che le politiche familiari riescono abbastanza bene ad aiutare chi un figlio lo ha già avuto, ma molto meno a convincere chi non è ancora diventato genitore. Il problema, quindi, ha almeno due livelli. Il primo rimane la situazione presente e prospettica legata alla disponibilità economica: reddito, casa, stabilità lavorativa, costo della vita. Il secondo comincia quando quelle condizioni sono almeno parzialmente soddisfatte.
Melissa Schettini Kearney e Phillip B. Levine, nel paper “Why Is Fertility So Low in High Income Countries?”, pubblicato nel 2025 dall’autorevole National Bureau of Economic Research (Nber), parlano di shifting priorities, priorità che stanno cambiando. In società più libere rispetto al passato e con una nuova cultura sociale, famiglia e figli non rappresentano più il percorso obbligato verso l’età adulta. Competono con carriera, mobilità, tempo libero, esperienze, autonomia e realizzazione personale.
C’è poi un ulteriore fattore che pare giochi un ruolo: l’uso del tempo disponibile. Due studi usciti proprio in queste ultime settimane hanno provato a misurarlo. Gli statunitensi Caitlin K. Myers ed Ezekiel Hooper, anch’essi ricercatori del Nber, hanno sfruttato un esperimento naturale – la vendita esclusiva dell’iPhone tramite AT&T fra il 2007 e il 2011 – per stimare quanto la diffusione e l’utilizzo dello smartphone abbiano concorso al calo della fecondità generale delle donne americane tra i 15 e i 44 anni: un calo che, secondo la fascia di età, varia dal 33 per cento al 52 per cento, a causa delle minori interazioni di persona e della diminuzione dei rapporti sessuali.
Molto interessante è lo studio “The Collapse of Teen Fertility in the Digital Era” dei ricercatori Nathan Hudson e Hernan J. Moscoso Boedo dell’Università di Cincinnati, che hanno trovato lo stesso schema in 128 paesi: ovunque arrivi lo smartphone, la fecondità crolla, a prescindere dal sistema sanitario o dalla religione. Hanno utilizzato un trucco statistico elegante e non scontato: la terrain ruggedness, le asperità del terreno. Le aree più accidentate, infatti, ricevono la copertura 4G e 5G più tardi, perché tirare i cavi e piazzare le antenne in montagna o in terreni con diverse asperità costa di più. Quel ritardo, casuale rispetto alla voglia di fare figli, diventa una specie di esperimento naturale. Risultato: dove il 4G e il 5G arrivano prima, le nascite scendono prima e più in fretta. La socialità di persona fra adolescenti più o meno si dimezza, mentre lo svago digitale viene quasi triplicato. Non è solo una questione di soldi: le relazioni profonde da cui nasce una famiglia richiedono un tempo che i vari device assorbono altrove. Ma non confondiamo causa ed effetto.
È più facile attribuire la bassa natalità a un generico individualismo che affrontare questioni assai più concrete, come il prezzo delle abitazioni, i salari che crescono lentamente, la precarietà professionale e il costo dei servizi. Una giovane coppia può anche desiderare fortemente di avere figli, ma rimane il fatto che mettere al mondo una creatura è diventata una decisione che molte persone sentono di poter prendere soltanto quando una serie di condizioni sono finalmente allineate.
Il problema è che quel momento perfetto spesso non arriva o arriva non secondo le aspettative e le previsioni. E l’Italia presenta un’ulteriore complicazione. La denatalità si autoalimenta. Le generazioni che oggi entrano nell’età riproduttiva sono già meno numerose di quelle precedenti. Anche a parità di comportamento individuale, quindi, avremmo meno nascite. L’Istat parla esplicitamente di una struttura demografica che amplifica la caduta della natalità. Il problema è assai serio perché riguarda chi lavorerà in futuro, chi finanzierà il sistema pensionistico, chi assisterà una popolazione sempre più anziana, quali territori riusciranno a mantenere scuole, servizi, negozi e infrastrutture.
Nel loro libro del 2025 “After the Spike: Population, Progress, and the Case for People”, gli economisti americani Dean Spears e Michael Geruso (Università del Texas) mettono chiaramente in luce i tanti rischi di una natalità sempre più bassa. Meno nascite significano anche meno lavoratori e imprenditori e meno contribuenti. L’IA, la robotica e l’aumento della produttività potranno compensare una parte di questo squilibrio, e l’immigrazione potrà compensarne un’altra. Ma nessuna delle due elimina completamente una questione fondamentale: le persone hanno bisogno di una qualche fiducia nella società, nel suo futuro e nella sua capacità di generare continuità. Ed è forse qui che economia e cultura finalmente si incontrano. Per decidere di avere un figlio, bisogna avere sufficiente denaro, certamente. Ma soprattutto bisogna pensare che quel reddito potrà continuare ad esserci.
In altre parole, fare figli richiede una particolare forma di fiducia nel futuro: la disponibilità a impegnare oggi risorse, tempo e libertà personale, confidando in un domani che non possiamo conoscere, in una società della quale, guardando in avanti, poco ci fidiamo. Forse è questo che racconta davvero la bassa natalità occidentale. Non tanto una società che ha definitivamente deciso di non avere figli, ma una società che continua ad aspettare le condizioni giuste per averli e che mostra scarsa fiducia nel suo futuro. Una società del non ancora. Il problema è che, in demografia, il non ancora, prima o poi, può diventare troppo tardi.
(Danilo Broggi su Linkiesta del 28/08/2026)

Un certo ambiente politico-culturale è in subbuglio in questi giorni a Firenze. Uno dei paninai (ex vinai) più noti del fast-food indigeno - Antico Vinaio - aprirà un suo negozio all’interno di Palazzo Strozzi. Dopo i molti negozi diffusi a Firenze, in Europa e nel mondo, partendo da via de’ Neri (che taluni chiamano Borgunto), strada simbolo di overtourism “mordi (è proprio il caso di dirlo) e fuggi” non certo per colpa dei proprietari di questo negozio, ma dell’amministrazione comunale che non ha fatto e non fa nulla per un diverso sviluppo.
Ora, immaginiamo coi crismi di legge a posto, approda in palazzo Strozzi, non sappiamo se in aggiunta o sostituzione del baretto già esistente dove, ad oggi prendersi un caffè con dolce o salato, mediamente occorre fare un mutuo ed essere tolleranti sulla qualità.
Le focacce del nostro ex-vinaio sono note, per l’appunto, per essere molto unte, ma dicono che nel Palazzo dell'omonima strada offriranno una versione più “raffinata”. Valuteranno loro, e noi consumatori, questo business.
Alcuni intellettuali e politici si scandalizzano senza prima aver visto l’ex-vinaio all’opera, probabilmente perché non “digeriscono” la sola idea di veder sgranocchiare una focaccina all’ingresso delle belle mostre che il palazzo offre o ammirando le installazioni spesso al centro del cortile dove si affaccerebbe l’ex-vinaio… mentre mai nulla hanno detto dei bar che ci sono stati fino ad oggi. Probabilmente il presunto unto è più deleterio dello svuotamento del portafoglio. Crediamo siano gli stessi che hanno fatto opposizione con successo, per anni ed anni, quando al posto di un bar-ristorante in piazza Duomo angolo Martelli si prospettava l’apertura di un McDonald's che, pur se avrebbe dovuto avere un’estetica raffinata al pari di piazza di Spagna a Roma, fu bocciato preferendo ad esso macedonie di frutta e panini entrambi da incubo gastronomico ed economico. Come si dice, il lupo perde il pelo, ma non il vizio.
Ora, bottegai dell’ex-vinaio che portate l’icona Firenze anche oltre Atlantico e oltre gli Urali (business per cui tutti a Firenze si vantano). mi raccomando, non strafate. Dimostrate che l’intelligenza economica può essere migliore di quella di chi scambia per cultura la propria puzza sotto il naso.

Le ricerche suggeriscono che il naturismo, la pratica della nudità sociale non sessuale, può aiutare le persone a migliorare la propria immagine corporea. Naturisti ed esperti spiegano alla BBC come funziona.
Helen Berriman ritiene che avrebbe avuto una "comprensione molto migliore" del suo corpo se avesse scoperto il naturismo, la pratica della nudità sociale non sessuale, prima nella sua vita.
Nell'estate del 2020, Berriman si comprò un bikini da indossare durante un'ondata di caldo. Non ne indossava uno da 20 anni, avendo lottato per gran parte della sua vita con la dismorfofobia (una condizione in cui una persona si fissa su presunti difetti del proprio aspetto). Circa un anno dopo, suo marito la introdusse al naturismo.
"Il naturismo consiste nel praticare la nudità in un contesto sociale, senza aspettative né stimolazione sessuale", afferma Kerem Soylemez, professore associato di psicologia presso la Regent's University di Londra.
Le ricerche suggeriscono che stare a contatto con altri corpi nudi può aiutare le persone a migliorare la propria immagine corporea. Naturisti e psicologi spiegano perché può essere un modo efficace per ridefinire il nostro rapporto con il corpo.
Martha Vickery "odiava sinceramente" ogni singola parte del suo corpo prima di partecipare al suo primo evento naturista.
Una scarsa immagine corporea – un problema diffuso a livello globale – comporta preoccupazione e insoddisfazione per il proprio corpo, in genere riguardo alla forma, al peso o a caratteristiche specifiche. Negli Stati Uniti, circa il 51% degli adulti sente la pressione di conformarsi a un determinato tipo di corpo. Nel Regno Unito, circa 1 adulto su 8 ha avuto pensieri o sentimenti suicidi a causa di problemi legati all'immagine corporea.
Una scarsa immagine corporea può influenzare il comportamento di un individuo a causa di queste preoccupazioni: ad esempio, non riuscire a raggiungere un corpo ideale può portare le persone a evitare le situazioni sociali, ad allenarsi in modo ossessivo o persino a ricorrere alla chirurgia estetica .
Promuovere un'immagine corporea positiva è importante per una serie di motivi , tra cui l'autostima, l'ottimismo, il sesso sicuro e la salute generale.
Ma l'immagine corporea è complessa e il suo impatto sulle persone può variare; ad esempio, le persone della comunità LGBTQ+ potrebbero avere maggiori preoccupazioni riguardo alla propria immagine corporea a causa della discriminazione o della loro identità di genere .
• Alcune culture e tribù indigene hanno forse la storia più lunga di indossare pochissimi vestiti o addirittura nessuno.
• Nel mondo occidentale, gli atleti gareggiavano spesso nudi nelle Olimpiadi dell'antica Grecia
• Nell'India britannica di fine XIX secolo, emersero i moderni club naturisti
• Negli Stati Uniti, il naturismo organizzato trae le sue origini dal 1929, quando tre residenti tedeschi di New York si incontrarono al Micholob Café per discutere la fondazione di un'associazione nudista.
• Nel 1974, il New York Times riportò che la nudità sociale stava vivendo un'ondata di popolarità negli Stati Uniti.
• Negli anni '20 e '30 , il naturismo guadagna popolarità nel Regno Unito
Il naturismo, tuttavia, sembra ribaltare alcune delle aspettative relative a quello che viene considerato un tipo di corpo desiderabile.
Vickery afferma che il naturismo è stato il "catalizzatore" del miglioramento della sua immagine corporea. "Ci sono andata e ho capito che, nonostante il mio corpo fosse più grande di quanto volessi o di quanto la società imponesse, non importava", dice.
Il naturismo ha aiutato Vickery a vedere il suo corpo come neutro e l'ha incoraggiata a smettere di criticarlo. "[Ho capito] che il mio corpo è il motivo per cui mi sveglio ogni mattina, abbraccio i miei amici, bevo il caffè e sento il sole sulla pelle", afferma.
Soylemez, che non è una naturista ma ha dedicato anni alla ricerca sullo stigma che i naturisti devono affrontare e sulla percezione pubblica del naturismo, afferma che la distorsione dell'immagine corporea causata dai media può essere contrastata "stando a contatto con corpi veri, esseri umani veri".
"Non si tratta solo di essere accettati dagli altri, ma di imparare ad accettare se stessi", aggiunge.
Marina Rachitskiy, docente di psicologia presso l'Università di Roehampton a Londra, concorda. La società detta cosa sia la "normalità", afferma. "I social media e il nostro ambiente ci spingono a conformarci a questa idea di normalità, che non corrisponde necessariamente alla realtà media."
Numerose ricerche suggeriscono che i social media abbiano esacerbato la percezione negativa dell'immagine corporea, influenzando ciò che viene considerato attraente o desiderabile . Questo ha un effetto deleterio sugli utenti, poiché per molti la pressione di raggiungere un corpo " idealizzato " è spesso un fattore predittivo di disturbi alimentari e ansia, oltre ad alimentare sentimenti di vergogna.
Le moderne tecnologie, come i bot basati sull'intelligenza artificiale e i filtri di bellezza per smartphone , possono incoraggiare il confronto con gli altri e persino la dismorfofobia. Uno studio ha dimostrato che, quando gli adolescenti hanno ridotto l'utilizzo dei social media per un periodo di tre settimane, il loro atteggiamento nei confronti del proprio aspetto e la percezione del proprio peso sono migliorati .
"Essere esposti a corpi comuni, a esseri umani comuni, ti porta a riadattare la tua prospettiva su ciò che è normale, ciò che è accettabile e ciò che è bello", afferma Rachitskiy.
Finora, la relazione tra nudità sociale e immagine corporea è stata relativamente poco studiata, ma i primi studi controllati condotti nell'ultimo decennio circa hanno fornito risultati promettenti e incoraggianti .
Uno studio condotto su 849 persone ha rilevato che i partecipanti che praticavano attività naturiste riportavano una maggiore soddisfazione di vita, mediata da un'immagine corporea più positiva e da una maggiore autostima. Tra i partecipanti ad attività naturiste, vedere altre persone nude sembrava essere un "importante predittore" di un'immagine corporea positiva.
In un altro studio di dimensioni più ridotte , i partecipanti sono stati assegnati a uno dei due gruppi – uno "vestito" e l'altro "nudo" – per cercare di capire come la nudità influisca sull'apprezzamento del proprio corpo. I partecipanti nella condizione "nudo" hanno riportato un maggiore apprezzamento del proprio corpo, un effetto mediato dalla riduzione dell'ansia sociale legata all'aspetto fisico (la preoccupazione che il proprio corpo venga giudicato dagli altri).
"Più ci copriamo", afferma Rachitskiy, "più iniziamo a sentirci a disagio con noi stessi, perché psicologicamente pensiamo: 'Se ho bisogno di coprirlo, significa che c'è qualcosa che non va'".
Berriman, che ora è responsabile del settore femminile presso British Naturism, l'organizzazione naturista nazionale del Regno Unito, suggerisce che il naturismo potrebbe essere d'aiuto anche contro la cultura del confronto (l'idea che i social media incoraggino le persone a confrontarsi con gli altri, spesso in modo negativo).
"Sui social media... [le persone] cercano di apparire in un certo modo [e] spendono un sacco di soldi per cercare di apparire al meglio. Noi naturisti, invece, contrastiamo tutto questo: se vuoi, non c'è bisogno di spendere un sacco di soldi. Non devi avere un aspetto particolare. Ogni corpo è bello."
Berriman ha delle cicatrici sul corpo, di cui dice di non vergognarsi più. "Fanno parte di una storia, fanno parte della vita".
Agli eventi naturisti, dice, c'è un'enorme diversità di corpi: da corpi considerati normali a persone sopravvissute al cancro, a persone con una stomia, a persone con amputazioni o altre differenze fisiche.
Linda Ashmore può testimoniare i benefici derivanti dalla partecipazione a eventi di questo tipo. Descrive la sua immagine corporea come problematica fin dall'età di 12 anni, una situazione poi aggravata da una serie di complicazioni di salute. A seguito di un'infezione incurabile, ha dovuto subire l'amputazione di due dita dei piedi. Le è stato anche diagnosticato il diabete di tipo 1 e ha dovuto iniettarsi l'insulina nello stomaco. Descrive un periodo in cui si sentiva incredibilmente a disagio. Ma nel 2019, a 50 anni, si è avvicinata al naturismo, che l'ha "trasformata".
È stata un'esperienza "assolutamente fantastica... stare seduti a parlare con la gente senza vestiti. È stato semplicemente normale."
Riflettendo sul suo corpo ora, dice: "La pelle ti si adatta perfettamente. Magari è un po' flaccida qua e là... ma ognuno ha una forma e una taglia diverse."
Nonostante i benefici che molti naturisti riportano, la pratica viene solitamente demonizzata dai media, afferma Soylemez, essendo da tempo considerata un comportamento controverso . Lo stigma è in gran parte radicato nel presupposto di una devianza sessuale e spesso deriva da valori culturali, religiosi e morali.
La legalità del naturismo negli Stati Uniti è complessa, con leggi sulla nudità sociale che variano da stato a stato, sebbene esistano numerose organizzazioni naturiste, come la Naturist Society Foundation e l' American Association for Nude Recreation . Oggi, la pratica è legale nel Regno Unito a meno che una persona non si spogli con l'intento di turbare o scioccare . In altri paesi europei, il naturismo è popolare, in particolare in Danimarca, Germania, Francia e Spagna .
Finora, la ricerca ha riscontrato pochi impatti negativi del naturismo su adulti o bambini, e questi spesso dipendono da percezioni esterne.
"È piuttosto raro avere esperienze negative. Nella maggior parte dei casi, [se qualcuno ha avuto un'esperienza negativa], non è necessariamente a causa del naturismo in sé, ma a causa delle costrizioni – quella pressione della vergogna", afferma Rachitskiy. Tuttavia, aggiunge Rachitskiy, quando vengono pubblicizzati studi, di solito sono persone che apprezzano il naturismo a farsi avanti.
Sebbene gli eventi naturisti organizzati prevedano misure di sicurezza e linee guida rigorose, le organizzazioni naturiste non sono in grado di controllare chi frequenta gli spazi nudisti pubblici come le spiagge.
Certo, il naturismo non significa solo togliersi i vestiti, ma anche entrare in contatto con la natura e trovare una comunità. "Il naturismo significa cose diverse per persone diverse", afferma Berriman. "Alcune persone non sopportano letteralmente la sensazione dei vestiti sulla pelle". Per altri, aggiunge, è più importante la comunità che l'aspetto fisico.
È inoltre importante notare che, oltre al naturismo, altre attività che coinvolgono corpi nudi potrebbero contribuire a migliorare l'immagine corporea: ad esempio, esistono numerose ricerche sul disegno dal vero , in cui una persona disegna una figura osservando un modello nudo dal vivo, e su come questa attività possa migliorare l'immagine corporea, soprattutto per le donne.
Spesso le persone sono un po' titubanti quando partecipano per la prima volta a un evento naturista, afferma Terry Lane, membro del comitato di British Naturism. Ma dopo una decina di minuti, si vede che si rilassano. Anche lui ha provato la stessa sensazione al suo primo evento, essendo stato in precedenza solo in spiagge per nudisti.
Da giovane si definiva un "ragazzo magrolino", ma a trent'anni aveva messo su peso e si sentiva a disagio per la sua pancia; tuttavia, il naturismo lo ha aiutato a sfidare i pensieri negativi sul suo corpo e ad acquisire maggiore fiducia in se stesso. "È un modo per scoprire chi sei veramente", afferma.
"Non ti nascondi dietro etichette o vestiti", dice. "Quando ti spogli di tutto, è davvero liberatorio... pensi: 'Questo sono io'."
(Molly Gorman su BBC del 23/08/2026)

Due sentenze del TAR Lombardia (agosto 2026) impongono alla Regione di decidere, entro 90 giorni, sulla richiesta di coprire al 100% con fondi SSN l'assistenza ai malati di Alzheimer più gravi. Il principio, quando viene disatteso, non pesa solo sulle famiglie: spinge le RSA a pratiche ai limiti della legalità, e i Comuni a criteri di calcolo già bocciati dai giudici.
Con le sentenze n. 4102/2026 e n. 4110/2026, pubblicate il 14 e il 17 agosto, il TAR Lombardia ha accolto due ricorsi, promossi da una ventina di enti gestori di RSA lombarde contro il silenzio di Regione Lombardia su una diffida che chiedeva, fra l'altro, tariffe che pongano il 100% del costo assistenziale a carico del SSN per i pazienti Alzheimer più compromessi.
Così motivavano le ricorrenti, secondo quanto riportato nella sentenza:
«[Le ricorrenti hanno rilevato che le tariffe regionali sarebbero] non coerenti con la più recente giurisprudenza della Corte di Cassazione, per la quale, ove la prestazione socio-assistenziale risulti inscindibilmente legata a quella sanitaria (ossia, fra gli altri, nei casi più avanzati di Alzheimer, nonché in ipotesi assimilabili di grave non autosufficienza), il costo di assistenza dovrebbe essere posto integralmente a carico del SSN, con conseguente inapplicabilità del regime di cd. compartecipazione.»
Il TAR non entra nel merito di questa specifica richiesta, e non stabilisce da sé che l'Alzheimer avanzato vada coperto al 100%. Ordina però alla Regione di rispondere in modo esplicito e motivato proprio su questo punto entro 90 giorni, pena la nomina di un commissario che decida al suo posto. È un passaggio procedurale, ma con conseguenze concrete: la Regione non potrà più eludere la domanda con il silenzio o con promesse generiche.
Quando questo principio — le prestazioni sanitarie e sociali inscindibili vanno interamente a carico del SSN — resta lettera morta, il costo non sparisce: si sposta su chi ha meno strumenti per opporsi.
Due esempi, entrambi già bocciati dalla giurisprudenza, mostrano quanto il problema attraversi l'intera catena dell'assistenza.
Le RSA che fanno firmare accordi fideiussori ai familiari. Molte strutture, per tutelarsi dal mancato riconoscimento della quota sanitaria, fanno firmare ai parenti, al momento dell'ingresso, impegni di pagamento o vere e proprie fideiussioni per l'intera retta. Le corti hanno più volte dichiarato nullo l'impegno contrattuale assunto dai familiari proprio quando la prestazione erogata è "ad elevata integrazione sanitaria" ai sensi del Dlgs 502/92 e del DPCM 14 febbraio 2001: se il costo compete per legge al SSN, nessuna clausola privata può spostarlo sulla famiglia. Un principio coerente con l'orientamento ormai consolidato della Cassazione che ha riconosciuto la copertura integrale SSN per una paziente Alzheimer in nucleo specializzato.
I Comuni che violano l'unico strumento per il computo della compartecipazione: l'ISEE sociosanitario. Il regolamento zonale o comunale non può reintrodurre l'indennità di accompagnamento. La mancata corretta definizione della quota sanitaria, comporta un illegittimo riversamento di oneri sanitari sulla componente socioassistenziale del servizio e un conseguente aumento dei costi per Comuni e utenti.
Sennonché, anziché farsi parte diligente per conseguire un corretto riparto degli oneri tra sanità ed assistenza come pure rilevato in sempre più numerose pronunce, a loro volta scaricano sull’utenza anche tali oneri.
Sono, invero, del resto, ancora numerosissimi i Comuni che per calcolare quanto un ospite deve versare come quota sociale, continuano ad ignorare che l’ISEE rappresenta l’unica misura della capacità contributiva delle prestazioni sociali e come tale che non può essere richiesta una compartecipazione eccedente la ricchezza evidenziata dall’attestazione ISEE, ignorando esclusioni, franchigie proporzioni dettati dal DPCM 159/2013, nonostante tale disciplina costituisca livello essenziale delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che l’art. 117 co.2 lett m) Cost. richiede siano garantiti su tutto il territorio nazionale.
Continua così ad essere considerata come "risorsa" anche l'indennità di accompagnamento — una prestazione che per legge non è reddito e serve a finanziare l'assistenza, non a ripagarla due volte. Già nel 2016 il Consiglio di Stato (sentt. nn. 838, 841 e 842 del 29 febbraio) aveva escluso indennità e trattamenti assistenziali dal calcolo ISEE; principi che sono divenuti legge con la modifica art. 2-sexies d.l. 42/2016 e, da ultimo ripresi nell’ultima organica riforma dell’ISEE di cui al DPCM 13/2025. Uamento nel calcolo ISEE.
Tariffe regionali ferme da anni, RSA che si tutelano facendo firmare fideiussioni ai parenti, Comuni che calcolano la compartecipazione includendo l'accompagnamento: sono tre facce dello stesso problema. Quando l'ente pubblico non stabilisce (o non applica) con chiarezza chi paga cosa, il conto viene comunque presentato a chi non ha spesso modo di rifiutarlo.
Le sentenze lombarde sono importanti proprio perché spostano l'attenzione a monte: prima ancora del singolo caso, è la mancata programmazione regionale a generare, a cascata, tutte queste storture. Cons. Stato, sentt. 4.6.2026 n. 4465, 10.6.2021 n. 4481, 10.1.2021 n. 316, 16.3.2018 n. 1623, TAR Lombardia-Milano, sentt. 25.7.2025 n. 2762, 21.11.2024 n. 3291, 4.7.2024 n. 2069, TAR Lombardia-Brescia, sentt. 19.5.2026 n. 691, 29.12.2025 n. 1214, 17.4.2025 n. 337.
(co-autore Franco Trebeschi)
ITALIA. Quando il “senza” non basta più: il marketing alimentare cambia linguaggioPer anni è bastato eliminare un ingrediente ed evidenziarne l’assenza sulla confezione per trasformare il “senza” in un elemento distintivo. Oggi, però, qualcosa sta cambiando. I dati della nuova edizione dell’Osservatorio Immagino di GS1 Italy mostrano che, mentre il mondo dei prodotti “free from” continua complessivamente a crescere, non tutti i claim seguono lo stesso andamento. Non è la fine dei prodotti “senza”, ma il segnale che le assenze, da sole, non hanno più tutte lo stesso valore sul mercato.
La 19ª edizione dell’Osservatorio Immagino GS1 Italy esamina le abitudini di consumo degli italiani, analizzando le indicazioni presenti sulle confezioni di 151.203 prodotti di largo consumo e incrociandole con i dati di vendita NielsenIQ. Il quadro che emerge è chiaro: l’etichetta continua a orientare le scelte, ma acquista valore soprattutto quando comunica un beneficio riconoscibile.
Nel 2025 il mondo free from comprendeva 22.480 prodotti e generava circa 12,5 miliardi di euro di vendite, segnando un +3,2% a valore e dell’1,4% a volume. Dietro questo risultato, però, convivono dinamiche molto diverse.
A registrare i risultati migliori sono soprattutto i claim associati a esigenze concrete o a caratteristiche identificabili. Il “senza lattosio”, per esempio, compare su 3.170 prodotti, supera i 2,4 miliardi di euro di vendite e aumenta del 7,7% a valore e del 5,5% a volume. Nel paniere rich-in, “fermenti lattici” segna un +14,2% a valore e del 12,7% a volume, mentre il riferimento alle fibre avanza rispettivamente del 2,6% e del 2,7%.
La stessa dinamica riguarda alcune indicazioni legate alle garanzie del processo produttivo: “senza OGM” cresce del 10,3% a valore, “senza antibiotici” del 12,4% e “senza residui” del 14,3%.
Il punto, quindi, non è il successo o il declino della formula “senza” in sé. A fare la differenza sembra essere sempre più la capacità del claim di rispondere a domande precise: quale esigenza soddisfa? Quale caratteristica offre? Quale garanzia può dimostrare?
Nel 2025 il “senza olio di palma” compariva su 2.329 referenze alimentari, per circa 1,5 miliardi di euro di vendite. Il segmento resta rilevante, ma arretra del 2,5% a valore e del 4,1% a volume rispetto al 2024.
Il confronto storico rende ancora più evidente il cambio di direzione: dopo una crescita dell’8,3% nel 2023, le vendite sono diminuite del 5,2% nel 2024 e di un ulteriore 2,5% nel 2025. La flessione rallenta, ma prosegue per il secondo anno consecutivo.
I dati non consentono di individuare una causa unica: assortimenti, prezzi, disponibilità dei prodotti e strategie aziendali possono incidere sulle performance. La contrazione simultanea di valore e volumi mostra tuttavia che il claim sta attraversando una fase di ridimensionamento, dopo anni in cui aveva rappresentato un elemento distintivo particolarmente visibile.
Escludere un ingrediente racconta solo una parte del prodotto. Non spiega necessariamente con che cosa sia stato sostituito, quale sia il profilo nutrizionale complessivo o quali siano le implicazioni ambientali della scelta.
Il “senza lattosio” risponde, per esempio, a un’esigenza immediatamente comprensibile per chi deve o sceglie di evitare il lattosio. L’assenza dell’olio di palma, invece, non dice automaticamente quali grassi siano stati utilizzati in alternativa, da dove provengano le materie prime o quali garanzie offrano la filiera e il processo produttivo.
È qui che emerge una questione più ampia: un claim basato esclusivamente su ciò che manca può dire poco sul valore complessivo di ciò che rimane. Il mercato sembra quindi premiare sempre più una comunicazione capace di spiegare non soltanto ciò che un prodotto non contiene, ma anche che cosa contiene, come è stato realizzato e quali caratteristiche può dimostrare.
Una dinamica che si intreccia con l’evoluzione delle regole europee sulla comunicazione ambientale.
Il tema è particolarmente attuale anche alla luce delle nuove regole europee sulla comunicazione ambientale. La Direttiva (UE) 2024/825, Empowering Consumers for the Green Transition, recepita in Italia con il Decreto legislativo 20 febbraio 2026, n. 30, punta a rendere i green claims più chiari e trasparenti, limitando l’utilizzo di dichiarazioni ambientali generiche o non adeguatamente dimostrate.
Dal 27 settembre 2026 le nuove disposizioni saranno applicabili anche in Italia. Per le imprese, il messaggio è chiaro: non sarà sufficiente suggerire che un prodotto sia “più sostenibile” attraverso un’indicazione generica; le caratteristiche ambientali comunicate dovranno essere supportate da elementi concreti e verificabili.
Ma cosa significa concretamente per il “senza olio di palma”? Il claim non sarà automaticamente vietato, ma se utilizzato per suggerire che l’assenza dell’olio di palma renda il prodotto più sostenibile, il messaggio potrà rientrare nell’ambito delle nuove disposizioni. È proprio qui che mercato e regolamentazione sembrano incontrarsi: il futuro dei claim non sarà necessariamente quello di dire meno, ma di dimostrare di più.
La sfida per le imprese è passare dalla sottrazione alla trasparenza. Composizione, profilo nutrizionale, origine delle materie prime, metodi di produzione, tracciabilità, certificazioni e risultati ambientali misurabili permettono di valutare il prodotto nel suo insieme, andando oltre ciò che semplicemente non contiene.
Il futuro dell’etichetta non si gioca quindi sulla contrapposizione tra “con” e “senza”, ma sulla capacità di spiegare che cosa contiene un prodotto, da dove proviene, come viene realizzato e quali garanzie offre.
Il “senza olio di palma” resta (per ora) a scaffale. Ma, tra nuove preferenze e nuove regole, la conversazione è già andata oltre lo slogan.
(Carola Macagno su Competere)
SVIZZERA. Lenticchie simili alla carne sviluppate da scienziatiUna consistenza simile alla carne ottenuta da lenticchie e fagioli: i ricercatori dell'ETH di Zurigo, istituto federale di tecnologia, hanno sviluppato un nuovo metodo per conferire ai legumi interi una struttura fibrosa.
Per il procedimento, i ricercatori hanno immerso i legumi in acqua, li hanno frullati e hanno riscaldato la miscela a 90°C per 30 minuti, ha dichiarato martedì l'ETH di Zurigo. Questo ha prodotto un gel. Successivamente, hanno congelato selettivamente questo gel da un lato. Per fare ciò, hanno utilizzato uno stampo isolato su tutti i lati, tranne uno.
La crescita direzionale dei cristalli di ghiaccio ha creato strati paralleli all'interno della miscela, riferiscono i ricercatori sulla rivista NPJ Science of Food . Questa struttura fibrosa è rimasta intatta dopo lo scongelamento e ha conferito una consistenza particolare, simile a quella della carne o del pesce, ha spiegato il responsabile del progetto Patrick Rühs. L'obiettivo è quello di utilizzare il più possibile il prodotto raccolto nella sua interezza e di ridurre gli sprechi alimentari.
Secondo i ricercatori, il processo ha funzionato con un'ampia varietà di legumi, che rappresentano il 96% della produzione mondiale. A seconda della varietà e del contenuto di acqua, si sono ottenute consistenze di diversa consistenza. Ad esempio, le lenticchie rosse hanno prodotto una struttura più soda rispetto alla soia.
"Il nuovo metodo è così semplice che chiunque può utilizzarlo facilmente nella propria cucina", ha affermato la dottoranda Andrea Bach. Il gruppo di ricerca lascerà lo sviluppo di ricette specifiche agli chef professionisti. In seguito, gli scienziati intendono approfondire come sia possibile controllare in modo preciso le diverse consistenze.
(SwissInfo.ch)
ITALIA. Suicidio, oltre 4.200 richieste di aiuto a Telefono Amico nei primi sei mesi del 2026: +24% in un annoOltre 4.200 persone hanno chiesto aiuto a Telefono Amico Italia nei primi sei mesi del 2026 perché attraversate da pensieri suicidari o preoccupate per un proprio caro. Un dato in crescita del 24% rispetto allo stesso periodo del 2025, che restituisce la fotografia di un disagio sempre più difficile da ignorare. È questo uno dei dati diffusi da Telefono Amico Italia in vista della Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio, che si celebra il 10 settembre. E proprio alla luce dell’aumento delle richieste di sostegno, l’organizzazione ha deciso di estendere il proprio servizio di ascolto telefonico: dal 1° settembre è attivo 24 ore su 24, tutti i giorni dell’anno. Il numero da chiamare è 02 2327 2327.
Di notte la sofferenza può diventare più intensa
La scelta di garantire l’ascolto anche nelle ore notturne nasce anche dai risultati di una sperimentazione condotta nei mesi precedenti. In sei mesi sono state 345 le chiamate notturne relative a pensieri suicidari. “La notte è un momento molto delicato per chi vive un disagio emotivo o psicologico”, spiega Cristina Rigon, presidente di Telefono Amico Italia. Un elemento particolarmente rilevante riguarda il sonno. “L’insonnia è una condizione frequentemente associata al disagio psicologico e a un aumento del rischio suicidario, senza che ciò implichi necessariamente un rapporto causale diretto”, sottolinea Maurizio Pompili, professore ordinario di Psichiatria alla Sapienza Università di Roma e direttore dell’Unità operativa complessa di Psichiatria dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Sant’Andrea di Roma. Quando non si riesce a dormire e si sta vivendo un intenso dolore mentale, nelle ore notturne la sofferenza può apparire ancora più forte. La solitudine e l’assenza delle normali attività della giornata possono lasciare maggiore spazio ai pensieri negativi. “Poter chiedere aiuto e trovare un sostegno adeguato può fare la differenza nella prevenzione del suicidio”, aggiunge Pompili.
La fascia più giovane della popolazione è uno dei principali motivi di preoccupazione. Nei primi sei mesi dell’anno, il 53% delle richieste di aiuto legate al suicidio è arrivato da persone under 35. Le fasce maggiormente rappresentate sono quella tra i 19 e i 25 anni e quella tra i 26 e i 35 anni. Per i giovani, inoltre, la notte può rappresentare un momento particolarmente critico. “Mentre il giorno impone ritmi, attività e stimoli esterni, la notte elimina i fattori di distrazione, amplificando pensieri e stati d’animo negativi”, spiega Michela Gatta, direttrice dell’Unità operativa di Neuropsichiatria infantile dell’Azienda Ospedale-Università di Padova. La specialista richiama anche il ruolo dell’iperconnessione: smartphone e computer utilizzati durante la notte possono alterare i ritmi circadiani e aumentare l’esposizione a dinamiche di cyberbullismo, confronto sui social network e contenuti angoscianti o frustranti.
Il quadro che emerge dai servizi specialistici è particolarmente preoccupante. “Negli ultimi 5 anni stiamo assistendo, tra i giovani, a un chiaro aumento di manifestazioni di sofferenza psichica correlate alla suicidalità”, afferma Gatta, citando tra queste disregolazione emotiva, ansia, depressione, autolesionismo, ideazione suicidaria e tentativi di suicidio. Nelle strutture specialistiche, sottolinea la neuropsichiatra, gli accessi per ideazione suicidaria, autolesionismo e tentativi di suicidio sono aumentati fino a diventare una delle cause più frequenti di urgenza-emergenza in neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza. Tra i fattori che possono contribuire alla sofferenza dei più giovani vengono indicati isolamento e solitudine, conflitti familiari, fragilità emotiva, vissuti traumatici, depressione e ansia, uso disfunzionale dei social, pressione performativa, bullismo e cyberbullismo. “Molti giovani in questo momento storico parlano prima online che con un adulto e questo può ritardare l’intervento se la rete di prossimità non sa leggere i segnali”, osserva Gatta.
Per la neuropsichiatra la prevenzione passa soprattutto dalla capacità di intercettare precocemente il malessere. Questo significa costruire una rete che coinvolga famiglia, scuola, pediatria, neuropsichiatria infantile, servizi territoriali e pronto soccorso, con formazione degli adulti sui segnali d’allarme, sportelli di ascolto accessibili nelle scuole, percorsi rapidi di invio ai servizi e continuità assistenziale dopo un accesso urgente. Importante anche garantire “linee di ascolto anonime e attive anche nelle ore serali e notturne”.
Tra i segnali a cui prestare attenzione ci sono cambiamenti evidenti e persistenti sul piano emotivo, comportamentale e sociale: calo del rendimento, irritabilità o tristezza marcate, insonnia, perdita di interessi, autosvalutazione, ritiro sociale, autolesioni, abuso di alcol o sostanze e riferimenti, diretti o indiretti, alla morte. Anche comportamenti apparentemente insoliti, come la donazione o la sistemazione improvvisa di oggetti personali, possono rappresentare un campanello d’allarme. “Per genitori, insegnanti e coetanei il punto chiave è prendere sul serio ogni cambiamento improvviso, anche quando il ragazzo o la ragazza minimizzano”, sottolinea Gatta. Chiedere aiuto, aggiunge, può essere difficile per paura del giudizio, della punizione, dell’incomprensione o della derisione.
L’incremento delle richieste non rappresenta un fenomeno isolato. Nel 2025 Telefono Amico Italia ha registrato oltre 7.500 contatti relativi al suicidio, l’8% in più rispetto al 2024. Per la presidente Rigon, tuttavia, questi numeri possono essere letti in due direzioni: da una parte segnalano un aumento del disagio, dall’altra mostrano che “le persone sempre più trovano il coraggio di chiedere aiuto”. Nei primi sei mesi del 2026, il 77% delle persone si è rivolto al servizio attraverso il telefono, il 13% via email e il 10% attraverso WhatsApp. Le donne rappresentano il 55% delle richieste complessive.
L’estensione del servizio all’intera giornata rappresenta un passo importante, ma non può sostituire una strategia più ampia di prevenzione. “Da soli però non possiamo contrastare il fenomeno, servono azioni strutturate e coordinate che coinvolgano tutto il Paese”, afferma Rigon. In occasione della Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio, Telefono Amico Italia promuoverà inoltre la campagna “Non parlarne è 1 suicidio”. Domenica 13 settembre i circa 800 volontari dell’organizzazione saranno nelle piazze italiane per sensibilizzare sul tema della prevenzione.
(Sanità Informazione)
ITALIA. Vaccino Difterite. Più del 50% delle Regioni non raggiunge la soglia di sicurezzaDopo il drammatico caso della bimba di Palermo morta a 4 anni lo scorso 20 agosto, la difterite è sorvegliata speciale, e qualche preoccupazione è fondata. In Italia, infatti, oltre la metà delle Regioni non raggiunge la soglia di sicurezza del 95% di bambini vaccinati contro difterite e altre malattie, mettendo a rischio l’immunità collettiva. Diverse regioni del Sud mostrano coperture particolarmente basse, mentre al Nord si registrano generalmente dati più incoraggianti. Fanalini di cosa la Sicilia (85,88%) e la provincia autonoma di Bolzano (87,39%).
BULGARIA. La Corte Suprema riconosce il cambio di genere a quattro transUna sentenza storica arriva dalla Bulgaria per i diritti delle persone con varianza di genere. Come riporta Gay.it, la Corte Suprema di Cassazione bulgara ha accolto le richieste di quattro persone trans, autorizzando per la prima volta dal 2020 la modifica del genere anagrafico, del nome e del numero di identificazione personale nei documenti di stato civile.
Le sentenze, emesse a fine luglio da diversi collegi della Camera Civile della Corte, arrivano al termine di un percorso giudiziario segnato da anni di stallo e da una condanna europea. I quattro casi riguardano persone trans bulgare che da tempo attendevano il via libera ai cambi anagrafici. Tra questi c'è quello di P.M.M., in attesa dal 2022 di una decisione sul passaggio dei dati di stato civile da femmina a maschio: la Corte ha accolto la richiesta citando perizie psicologiche e forensi, oltre a testimonianze sulla natura permanente della sua identità di genere. C'è poi il caso di A.D.K., respinto in primo grado ma successivamente accolto dal Tribunale distrettuale di Plovdiv.
Per comprendere la portata della svolta occorre ricostruire una vicenda giudiziaria fatta di pronunciamenti contraddittori. Nel 2021 la Corte Costituzionale bulgara aveva stabilito che il termine "genere" nella Costituzione dovesse essere inteso in senso esclusivamente biologico, ammettendo il cambio di stato civile per autodeterminazione solo per le persone intersessuali. Nel febbraio 2023 la stessa Corte Suprema aveva poi adottato una decisione interpretativa vincolante che introduceva, di fatto, un divieto generale e automatico al riconoscimento legale del genere da parte dei tribunali bulgari.
Prima ancora, la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo aveva già condannato il Paese due volte: nel 2020 con il caso Y.T. e nel 2022 con il caso P.H., per il mancato accesso a procedure rapide, trasparenti e accessibili di riconoscimento legale del genere.
A cambiare gli equilibri è intervenuta la Corte di Giustizia dell'Unione Europea, che il 12 marzo 2026 si è pronunciata sul caso C-43/24, noto come Shipova. La vicenda riguardava una donna trans bulgara emigrata in Italia, alla quale le autorità del suo Paese di origine negavano da anni il riconoscimento giuridico dell'identità di genere femminile, nonostante lei avesse già iniziato la terapia ormonale sostitutiva e vivesse socialmente come donna nel nuovo Paese di residenza.
La Corte di Lussemburgo ha stabilito che il diritto UE impedisce agli Stati membri di bloccare le modifiche ai dati anagrafici legati al genere, quando questo confligge con i principi giuridici europei necessari a garantire la libertà di movimento dei cittadini. I giudici europei hanno inoltre chiarito che i tribunali nazionali non sono vincolati da interpretazioni delle corti supreme o costituzionali interne contrarie al diritto europeo, aprendo così la strada alle sentenze bulgare di fine luglio.
Sulla base di questo principio, la Cassazione bulgara ha quindi ribadito che il diritto europeo prevale sulle interpretazioni nazionali confliggenti, superando così il vincolo posto dalla propria stessa decisione del 2023. Il caso Shipova è citato anche nella Trans Rights Map 2026 dell'associazione TGEU (Trans Europe and Central Asia) come uno dei precedenti che stanno ridisegnando il quadro dei diritti delle persone trans nell'Unione Europea.
Ikea riduce i prezzi in Europa per un valore complessivo di 1,2 miliardi di euro, con l'obiettivo di alleggerire il peso del caro vita sulle famiglie. Come riporta il Financial Times, l'intervento riguarda circa 1.500 prodotti, tra cui alcuni dei più venduti come le librerie Billy e le strutture componibili Kallax, con ribassi che vanno dal 15 al 25%, e in alcuni casi fino al 28-29% a seconda del mercato.
La riduzione dei prezzi, in vigore dal 1° settembre, coinvolge oltre 20 paesi europei ed è finanziata da Ingka Group (il principale franchisee del marchio a livello mondiale), dagli altri franchising Ikea presenti sul continente e da Inter Ikea Group, la società che detiene marchio e concept del colosso svedese dell'arredamento.
Le percentuali di sconto variano da paese a paese. In Germania, il mercato più importante per fatturato, oltre 1.500 prodotti scenderanno in media del 20%, con il mobile porta-tv Bestå che perde il 27% e la linea da cucina Ikea 365+ scontata fino al 24%. Nel Regno Unito le riduzioni toccano il 28% sulla libreria Billy e il 24% sul contenitore Trofast. In Italia, dove l'intervento assume un peso particolare, i prezzi di centinaia di prodotti scendono in media del 22%: le strutture Kallax arrivano a un ribasso del 29%, mentre i moduli Bestå calano in media del 26%. Tra le variazioni già visibili sul mercato italiano, il divano a due posti Kivik passa da 399 a 299 euro, lo scaffale Kallax da 77x147 centimetri scende da 69,95 a 55 euro e la libreria Hemnes da 90x197 centimetri passa da 249 a 199 euro.
Juvencio Maeztu, amministratore delegato di Ingka Group, ha spiegato che si tratta del momento giusto per agire, sottolineando che l'azienda accetta un margine più basso perché il costo della vita continua a pesare sulle famiglie. Jakub Jankowski, amministratore delegato di Inter Ikea, ha definito la misura non un'iniziativa isolata ma un impegno di lungo periodo, precisando che la catena di fornitura integrata rende più economico intervenire sui prezzi in Europa rispetto ad altri continenti. Per questo motivo, altri 70 milioni di euro saranno destinati a contenere l'impatto dell'inflazione e delle oscillazioni valutarie sui mercati di Asia e Nord America.
La fiducia dei consumatori europei resta ai livelli più bassi degli ultimi tre anni, condizionata dai timori legati all'inflazione e ai costi energetici, aggravati dalla guerra in Iran. Non è la prima volta che Ikea interviene in questo modo: una mossa simile era già stata attuata in passato, dopo i rincari seguiti alla pandemia di Covid-19, quando l'azienda registrò il primo calo di fatturato in un decennio e un dimezzamento degli utili. Anche questa nuova tornata di ribassi, la seconda in due anni, avrà ripercussioni sui risultati finanziari del gruppo, che ha scelto comunque di privilegiare l'accessibilità dei prodotti rispetto alla tutela dei margini.
SVEZIA. Il taglio dell'IVA sul cibo ha davvero abbassato i prezziA pochi giorni dalle elezioni di settembre, il governo svedese rivendica un successo della propria politica economica: il taglio dell'IVA sui generi alimentari avrebbe effettivamente prodotto prezzi più bassi per i consumatori. Lo confermerebbe un rapporto preliminare dell'Agenzia svedese dei consumatori e dell'Istituto Nazionale di Ricerca Economica (KI).
La misura era entrata in vigore il 1° aprile 2026, dimezzando l'IVA sui prodotti alimentari dal 12% al 6%. Secondo il rapporto, i prezzi del cibo sono scesi del 5,5%, un dato che corrisponde esattamente all'effetto teorico atteso da una riduzione fiscale di quella portata. Un elemento che secondo le autorità rafforza la credibilità della misura è che il calo non ha riguardato solo alcuni prodotti selezionati, ma si è mantenuto stabile nel tempo ed è stato trasversale a tutta la gamma di generi alimentari. Lena Aronsson, direttrice generale dell'Agenzia svedese dei consumatori, ha sottolineato che questa ampiezza del ribasso dimostra come la riforma abbia influenzato l'intero comparto e non solo pochi articoli isolati. I risultati, viene precisato, sono coerenti con le rilevazioni indipendenti già effettuate da Statistics Sweden e dall'industria alimentare stessa.
Il taglio dell'IVA, che resterà in vigore fino al 31 dicembre 2027, ha un costo stimato attorno ai 37 miliardi di corone svedesi, circa 3,36 miliardi di euro, spalmati sui due anni di applicazione. La riduzione fiscale sul cibo non è una misura isolata, ma rientra in un pacchetto economico più ampio varato dal governo in vista del voto: comprende anche sgravi sulle tasse relative al carburante e un aumento dei crediti d'imposta sul lavoro, tutte misure pensate per sostenere il potere d'acquisto delle famiglie in un momento di difficoltà economica prolungata.
Per evitare che il risparmio fiscale restasse nelle tasche dei rivenditori invece di tradursi in prezzi più bassi sugli scaffali, l'esecutivo aveva istituito una commissione dedicata al monitoraggio dei prezzi alimentari, con il compito di verificare che la riduzione dell'IVA venisse effettivamente trasferita ai consumatori. Il timore, esplicitato più volte dal governo negli scorsi mesi, riguardava soprattutto la forte concentrazione del settore della grande distribuzione alimentare svedese, dominato da poche grandi catene di supermercati.
Il contesto politico in cui arriva questo rapporto non è secondario. Il governo, guidato dalla coalizione di centrodestra insieme ai Democratici Svedesi, si presenta alle elezioni del 13 settembre 2026 in una posizione di svantaggio nei sondaggi: le ultime rilevazioni indicano la coalizione di governo e i Democratici Svedesi attorno al 45,6% dei consensi, contro il 52,4% raccolto dalle opposizioni. In questo scenario, il taglio dell'IVA e gli altri interventi sul potere d'acquisto delle famiglie rappresentano una delle carte principali giocate dall'esecutivo uscente per convincere gli elettori della bontà della propria gestione economica, in un paese dove l'inflazione ha eroso a lungo i redditi reali delle famiglie.
ITALIA. Eurispes: 2 italiani su 3 hanno un rapporto problematico col digitaleDue italiani su tre considerano problematico il proprio rapporto con smartphone, computer e social network. È quanto emerge da un'indagine Eurispes su tecnologie digitali e salute mentale, condotta tra novembre e dicembre 2025 su un campione di oltre mille persone rappresentativo della popolazione italiana, come riporta Quotidiano Sanità.
Lo smartphone si conferma lo strumento più diffuso, usato regolarmente dal 94,3% degli intervistati, seguito da computer o laptop (65,2%), Smart Tv (61,2%), tablet (33,6%), smartwatch (28,4%) e console per videogiochi (17,5%). Nel complesso, il 65,8% del campione valuta in qualche misura problematico il proprio rapporto con le tecnologie digitali, con un'incidenza che sale al 41,9% tra i 18-24enni e al 30,2% tra i 25-34enni, per poi scendere nelle fasce d'età successive. Tuttavia, tra gli over 64 si registra la quota più alta di chi definisce il proprio rapporto con il digitale "molto problematico", pari al 10,2%, un dato che riflette probabilmente le difficoltà di adattamento sperimentate da parte della popolazione anziana.
I comportamenti considerati problematici riguardano quote molto ampie della popolazione, almeno in modo occasionale: l'83,9% ha usato lo smartphone più a lungo di quanto previsto, il 70,8% ha avuto la sensazione di sprecare troppo tempo online e il 65,3% ha provato ansia di fronte alla batteria del telefono scarica. Il 22,8% degli italiani utilizza il telefono anche alla guida, comportamento che tra i più giovani sale addirittura al 40%. Il 26,6% della popolazione ha tentato, senza riuscirci, di ridurre l'uso dello smartphone: una percentuale che supera il 40% nella fascia 18-34 anni, a segnalare uno scarto significativo tra l'intenzione di limitare l'uso del telefono e la reale capacità di mantenere il controllo.
Tra i più giovani prevale un utilizzo particolarmente intenso, sia in forma attiva che passiva: il 96,5% scorre contenuti sui social senza interagire attivamente, mentre il 98,8% osserva i profili altrui senza mai intervenire. Emergono inoltre esperienze negative vissute online: il 26% degli intervistati si è imbattuto involontariamente in contenuti violenti, mentre il 23,4% ha subito insulti o offese in rete. Questi episodi hanno un impatto misurabile sul benessere psicologico: il 45,9% dichiara ripercussioni sul proprio equilibrio emotivo e il 39,3% sull'autostima, con effetti più marcati proprio tra le fasce più giovani della popolazione.
Il quadro che emerge dall'indagine Eurispes è quello di una tecnologia ormai percepita come irrinunciabile nella vita quotidiana, ma che porta con sé automatismi, fatica e una crescente perdita di controllo, con criticità che si concentrano soprattutto tra le nuove generazioni.
MONDO. Cannabis legale: meno tabacco e oppioidi, più alcol tra i giovani. Studio
Uno studio guidato dalla McGill University ha passato al setaccio 176 ricerche condotte in trent'anni in Canada, Stati Uniti, Europa, Uruguay e Australia, per capire come la legalizzazione della cannabis abbia influenzato il consumo di altre sostanze come tabacco, alcol e oppioidi. Il lavoro, pubblicato sulla rivista The Milbank Quarterly, è tra le analisi più complete realizzate finora su questo tema.
La ricerca è stata guidata da Sarah Windle, dottoranda nel Dipartimento di Epidemiologia, Biostatistica e Salute Occupazionale della McGill. Come riporta la McGill University, Windle ha spiegato che la legalizzazione della cannabis può avere "effetti a catena sull'uso di altre sostanze, a volte in modi che possono ridurre i danni e a volte in modi che generano nuove preoccupazioni".
Il primo dato che emerge riguarda proprio la cannabis: sia la legalizzazione a scopo medico che quella ricreativa hanno fatto aumentare il numero di adulti che ne fanno uso, mentre gli effetti sui giovani sono risultati meno marcati. Allo stesso tempo, sono aumentate le visite in pronto soccorso e le segnalazioni ai centri antiveleni legate alla cannabis.
Diverso il quadro per l'alcol, che ha mostrato andamenti opposti a seconda del tipo di legalizzazione e della fascia di età osservata. La legalizzazione a scopo medico potrebbe aver ridotto il consumo di alcol sia tra i giovani che tra gli adulti, un dato che suggerisce un possibile effetto di sostituzione: chi ha accesso alla cannabis per motivi terapeutici tenderebbe a usarla al posto dell'alcol. La legalizzazione ricreativa, invece, è stata associata a un aumento del consumo di alcol e del binge drinking (le abbuffate alcoliche) tra i giovani adulti, un segnale che indicherebbe piuttosto un consumo combinato delle due sostanze.
Per quanto riguarda il tabacco, i ricercatori hanno osservato che l'uso è generalmente rimasto stabile o è diminuito dopo l'introduzione delle leggi sulla cannabis, indipendentemente dalla fascia d'età considerata.
Il dato forse più significativo riguarda gli oppioidi: la maggior parte degli studi analizzati non ha riscontrato alcun aumento nel loro uso dopo la legalizzazione della cannabis, e in molti casi sono state registrate vere e proprie diminuzioni in indicatori come le prescrizioni di oppioidi, le vendite e le visite sanitarie collegate al loro utilizzo.
I ricercatori sottolineano infine che pochi studi, ad oggi, hanno esaminato gli effetti della decriminalizzazione o della legalizzazione della cannabis sull'uso di altre droghe illecite, un'area che considerano una priorità per la ricerca futura.
USA. DEA lasciava circolare il fentanyl per indagini più grandi: bufera Usa
Negli Stati Uniti è esplosa una controversia sulla tattica investigativa adottata dalla DEA (l'agenzia federale antidroga) nella lotta al traffico di fentanyl, l'oppioide sintetico che ha causato decine di migliaia di morti per overdose negli ultimi anni. Come riporta il Texarkana Gazette, un'inchiesta dell'Associated Press ha rivelato che tra il 2023 e il 2025 gli agenti della DEA hanno ripetutamente monitorato, senza sequestrarle, importanti partite di fentanyl in transito nello stato del New Mexico, con l'obiettivo dichiarato di costruire casi giudiziari più solidi contro le organizzazioni di narcotrafficanti.
Secondo quanto ricostruito dai giornalisti dell'AP, in alcuni episodi documentati gli agenti hanno osservato corrieri della droga entrare in hotel e abitazioni con zaini che si stima contenessero fino a 100.000 pillole di fentanyl, senza intervenire per bloccarli. Un rapporto interno della DEA ha inoltre documentato un caso specifico: nel 2023 l'agenzia ha assistito, senza agire, alla consegna di 74.000 pillole in un parco di case mobili ad Albuquerque. Questa pratica, nota informalmente come lasciare che la droga "cammini" (walk), avrebbe permesso a quantità enormi di una sostanza letale anche in dosi minime di raggiungere le strade proprio mentre la stessa DEA conduceva una campagna di sensibilizzazione pubblica dal titolo "One Pill Can Kill" (una pillola può uccidere).
La vicenda è emersa grazie alle denunce di più whistleblower interni all'agenzia. Tra questi, l'agente speciale David Howell, che aveva già sollevato preoccupazioni formali nel 2023, sostenendo che la strategia violasse un protocollo del Dipartimento di Giustizia del 2019: quest'ultimo imporrebbe agli agenti, quando dispongono di elementi sufficienti per ritenere che il fentanyl sia in fase di distribuzione, di richiedere tempestivamente un mandato di perquisizione per sequestrare la sostanza o comunque impedirne la diffusione. Altri due agenti hanno successivamente raccontato episodi simili, incluso il mancato sequestro di 350.000 pillole intercettate tramite un'intercettazione telefonica nel 2024.
Di fronte alle accuse, la DEA ha chiesto formalmente all'organo di controllo interno del Dipartimento di Giustizia di avviare un'indagine sulle segnalazioni dei whistleblower. Un portavoce dell'agenzia ha respinto le ricostruzioni definendo false le descrizioni secondo cui la DEA avrebbe "consapevolmente permesso" al fentanyl di raggiungere le comunità, giudicandole una rappresentazione distorta dei fatti. La governatrice del New Mexico, Michelle Lujan Grisham, ha invece definito la pratica avventata e pericolosa, chiedendo al procuratore generale dello stato di verificare se le azioni dell'agenzia abbiano violato le norme pensate proprio per proteggere le comunità dalla diffusione del fentanyl, sostanza che la Casa Bianca ha classificato lo scorso anno come una vera e propria arma di distruzione di massa.
La controversia ha avuto sviluppi ulteriori: il procuratore generale del New Mexico ha successivamente presentato una causa contro il Dipartimento di Giustizia per ottenere l'accesso agli atti relativi alla vicenda, mentre anche la Camera dei Rappresentanti, attraverso la commissione Oversight guidata dal repubblicano James Comer, ha aperto un'indagine parlamentare chiedendo alle autorità federali di consegnare tutta la documentazione relativa alla strategia di monitoraggio senza sequestro. Il caso resta al centro del dibattito pubblico statunitense, sollevando un interrogativo di fondo: fino a che punto le forze dell'ordine possono tollerare un danno immediato e concreto per la collettività in nome di un beneficio investigativo futuro e incerto.
USA. Droghe sintetiche ultrapotenti: a Baltimore il tasso di overdose più alto degli USA
Negli Stati Uniti il mercato della droga sta diventando sempre più imprevedibile e letale, con nuove combinazioni di sostanze sintetiche ultrapotenti che raggiungono la strada quasi ogni giorno. È quanto denuncia un'inchiesta del New York Times firmata da Matt Richtel, che punta i riflettori su Baltimore, la città con il più alto tasso di morti per overdose tra i grandi centri urbani statunitensi.
Dall'inizio degli anni 2000 le overdose fatali negli Stati Uniti sono aumentate in modo drastico. Secondo un'analisi del San Francisco Chronicle citata dal New York Times, Baltimore registra 110 decessi ogni 100.000 residenti, il tasso più alto tra le città con oltre mezzo milione di abitanti. Un dato di poco superiore rispetto a quello più recente diffuso dal dipartimento sanitario statale, che parla di 96,1 morti ogni 100.000 abitanti nei dodici mesi conclusi lo scorso luglio: una cifra comunque enorme, anche se in calo rispetto al picco del 2021.
La crisi degli oppioidi ha attraversato diverse fasi: prima gli oppioidi da prescrizione medica, poi l'eroina, e infine, a partire da circa un decennio fa, gli oppioidi sintetici di nuova generazione, primo fra tutti il fentanyl. Oggi il problema si è ulteriormente aggravato perché il fentanyl viene mescolato con altre sostanze in modo casuale e imprevedibile, moltiplicando i rischi per chi consuma droghe.
Un esempio emblematico è quanto accaduto lo scorso anno a Baltimore, dove diverse overdose di massa nel quartiere di Penn North sono state collegate a un lotto di droga contenente fentanyl mescolato con N-metilclonazepam, un potente sedativo benzodiazepinico mai rilevato prima nelle strade della città. Secondo i ricercatori del National Institute of Standards and Technology (NIST), questa sostanza ha effetti sedativi e ipnotici particolarmente intensi, capaci di mantenere le persone incoscienti anche dopo la somministrazione di naloxone, il farmaco che normalmente contrasta gli effetti di un'overdose da oppioidi.
Il fenomeno non riguarda solo Baltimore. A livello nazionale, secondo i test condotti dal NIST, il 22% dei campioni di droga analizzati conteneva cinque o più composti chimici diversi, contro l'8,8% registrato nel 2022. Un incremento che testimonia quanto il mercato illegale delle sostanze stupefacenti si sia fatto sempre più caotico e pericoloso, rendendo ogni singola dose una sorta di incognita anche per i consumatori più esperti.
Come riporta il New York Times, questa continua evoluzione chimica della droga di strada rappresenta oggi una delle sfide più difficili per la sanità pubblica statunitense, complicando sia gli sforzi di prevenzione sia quelli di cura delle dipendenze.
ITALIA. Inflazione in crescita ad agosto. IstatSecondo le stime preliminari, nel mese di agosto 2026 l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, registra una variazione pari a +0,5% su base mensile e a +3,3% su base annua (da +2,9% del mese precedente).
L’aumento dell’inflazione riflette principalmente l’andamento dei prezzi degli Energetici, sia non regolamentati (da +11,4% a +16,9%) sia regolamentati (da +14,8% a +18,8%); di contro, decelerano i prezzi dei Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (da +3,0% a +2,6%) e dei Servizi relativi ai trasporti (da +1,6% a +0,9%).
Nel mese di agosto l’“inflazione di fondo”, calcolata al netto degli energetici e degli alimentari freschi, rallenta lievemente (da +1,6% a +1,5%) così come quella al netto dei soli beni energetici (da +1,8% a +1,7%).
Nel settore dei beni, i prezzi evidenziano un’accelerazione del loro ritmo di crescita (da +3,2% a +4,1%) a cui si contrappone il rallentamento di quelli dei servizi (da +2,7% a +2,4%). Si amplia il differenziale tra il comparto dei servizi e quello dei beni, che passa da -0,5 a -1,7 punti percentuali.
Il tasso di variazione tendenziale dei prezzi dei Beni alimentari, per la cura della casa e della persona si mantiene stabile (a +1,0%), mentre quello dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto aumenta (da +3,4% a +4,3%).
La variazione congiunturale dell’indice generale riflette soprattutto l’aumento dei prezzi degli Energetici regolamentati (+3,2%) e non regolamentati (+2,8%), dei Servizi relativi ai trasporti (+1,4%), degli Alimentari lavorati (+0,4%) e dei Beni durevoli (+0,3%).
L’inflazione acquisita per il 2026 è pari a +2,9% per l’indice generale e a +1,9% per la componente di fondo.
In base alle stime preliminari, l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) registra una variazione pari a +0,1% su base mensile, a causa dei saldi estivi di cui il NIC non tiene conto, e a +3,2% su base annua (da +2,9% del mese precedente).
Il commento
Ad agosto 2026 l’inflazione sale a +3,3% (da +2,9% di luglio), sostenuta dall’andamento dei prezzi dei beni energetici (da +11,6% a +17,0%), che risentono ancora delle tensioni internazionali. Nel settore alimentare la dinamica dei prezzi continua ad essere moderata (stabile a +1,1%), esercitando un freno alla crescita dell’indice generale. Un effetto di contenimento si deve inoltre ad alcune tipologie di servizi, tra cui quella dei servizi ricreativi, culturali, e per la cura della persona e dei servizi relativi ai trasporti. Il cosiddetto “carrello della spesa” rimane stabile (a +1,0%), mentre l’inflazione di fondo scende lievemente (da +1,6% a +1,5%). L’inflazione acquisita ad agosto, per il 2026, sale a +2,9%.
ITALIA. Presidente Regione Piemonte: un posto in Rsa dovrà garantirne cinque a domicilioIl presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio, ha annunciato una riforma del modello di assistenza agli anziani non autosufficienti basata su un nuovo criterio: per ogni posto letto convenzionato in una residenza sanitaria assistenziale (RSA), la struttura dovrebbe farsi carico anche dell'assistenza domiciliare di altri quattro o cinque anziani rimasti a casa. Come riporta La Stampa, Cirio ha dichiarato che le strutture che vogliono la convenzione per il letto fisso dovranno assistere non solo chi occupa quel posto, ma anche altri anziani ancora a domicilio, specificando che si tratterebbe di persone anziane in condizioni di salute non gravemente compromesse. L'annuncio è arrivato nell'ambito di un vertice tra il presidente piemontese e monsignor Vincenzo Paglia, dedicato a un piano regionale che punta a congelare l'apertura di nuovi posti letto nelle RSA per destinare risorse al potenziamento di task force di assistenza domiciliare, vincolate a quote fisse legate ai posti convenzionati già esistenti. All'interno di questo disegno, la Regione Piemonte ha rivendicato un potenziamento degli investimenti di oltre dieci milioni di euro all'anno, oltre all'orientamento dei futuri fondi europei verso questo obiettivo. La proposta ha immediatamente sollevato perplessità tra le associazioni che si occupano di diritti degli anziani non autosufficienti. Maria Grazia Breda, presidente della Fondazione promozione sociale, ha posto una domanda rimasta senza risposta da parte dell'assessorato alla Sanità: se la sanità piemontese sia disposta a mettere più risorse per garantire la convenzione anche ai malati che oggi pagano rette dai tremila ai quattromila euro al mese per il ricovero in struttura. Breda ha inoltre richiamato la definizione delle RSA come Centri Residenziali Multiservizi, ricordando che il decreto attuativo della legge 33 stabilisce che il Servizio sanitario nazionale deve garantire alle persone anziane non autosufficienti i trattamenti sanitari, di lungoassistenza e di recupero funzionale necessari, con la compartecipazione delle Asl secondo quanto previsto dai Livelli essenziali di assistenza (Lea). Secondo questa lettura, prima che una RSA possa attivare prestazioni domiciliari verso l'esterno, dovrebbe garantire una copertura assistenziale più ampia di quella attuale per chi già si trova ricoverato in struttura. La proposta di Cirio si inserisce in un dibattito più ampio sulla non autosufficienza in Italia, che vede da un lato regioni e amministrazioni cercare soluzioni per contenere la spesa e ridurre le liste d'attesa per l'ingresso nelle RSA, dall'altro associazioni e forze di opposizione denunciare la cronica carenza di risorse strutturali destinate sia alla residenzialità sia alla domiciliarità.
ITALIA. Anac, nuovo Catalogo dei rischi corruttivi in sanità: sotto esame liste d'attesa e appaltiL'Autorità Nazionale Anticorruzione ha approvato, con la delibera n. 318 del 29 luglio 2026, il nuovo "Catalogo dei rischi corruttivi e delle misure di prevenzione nel settore sanitario". Come riporta Quotidiano Sanità, si tratta di uno strumento operativo che aziende ed enti del Servizio sanitario nazionale dovranno inserire nel Piano integrato di attività e organizzazione (Piao), il documento con cui ogni amministrazione pubblica programma le proprie strategie di prevenzione della corruzione.
Il Catalogo individua rischi specifici in cinque grandi ambiti. Il primo riguarda le liste d'attesa e l'attività intramoenia, dove si annidano pratiche come l'allungamento artificioso dei tempi di attesa nel pubblico per spingere i pazienti verso il privato, le false dichiarazioni e il superamento dei volumi di prestazioni consentiti ai professionisti che esercitano attività libero-professionale. Il secondo ambito riguarda concorsi e nomine: qui i rischi individuati vanno dai requisiti costruiti su misura per candidati predeterminati, agli incarichi "facenti funzione" prolungati oltre il dovuto, fino alle commissioni di valutazione poco trasparenti.
Il terzo fronte è quello degli appalti pubblici, che nella sanità rappresentano una quota rilevante della spesa complessiva: qui il Catalogo segnala il rischio di frazionamenti artificiosi delle gare per eludere le soglie di legge, capitolati tecnici scritti su misura per un fornitore specifico e violazioni del principio di rotazione tra gli operatori economici. Il quarto ambito riguarda la ricerca clinica, con l'attenzione rivolta ai conflitti di interesse tra ricercatori e sponsor, al rischio di manipolazione dei dati e alla pratica del "ghost writing", cioè la redazione di studi scientifici firmati da autori diversi da chi li ha effettivamente scritti.
Il quinto ambito riguarda infine i rapporti con l'industria farmaceutica e dei dispositivi medici: regali, consulenze fittizie e incontri non tracciati con gli informatori scientifici del farmaco sono tra le criticità messe in evidenza dall'Autorità.
Il presidente Anac Giuseppe Busìa ha sottolineato che la sanità rappresenta circa il 25% della spesa complessiva dei contratti pubblici in Italia, una quota che rende il settore particolarmente esposto al rischio di cattiva gestione e opacità amministrativa. Un altro dato citato da Busìa riguarda le segnalazioni di whistleblowing: l'8% di quelle ricevute dall'Autorità riguarda proprio il comparto sanitario, con irregolarità che vanno dalla malagestione di reparti e strutture alle anomalie negli appalti, dalle irregolarità nelle liste d'attesa alle clientele nella distribuzione di incarichi, fino ai processi di accreditamento sospetti e ai concorsi pilotati.
Tra le misure di prevenzione proposte dal Catalogo figurano il rafforzamento della tracciabilità digitale delle procedure, l'introduzione di indicatori di rischio (Kri, Key Risk Indicators) per individuare precocemente le anomalie, l'attivazione di audit periodici, l'obbligo di dichiarazioni di conflitto d'interesse da aggiornare ogni anno e misure rafforzate di protezione per chi segnala illeciti all'interno delle strutture sanitarie.
SVIZZERA. Il modello di Zurigo contro le droghe messo alla prova dal crack
Da tre decenni Zurigo rappresenta un caso di studio internazionale nella gestione delle tossicodipendenze. Il cosiddetto "modello di Zurigo", nato dopo il fallimento delle politiche repressive degli anni Ottanta e Novanta, si fonda su quattro pilastri: prevenzione, terapia, riduzione del danno e repressione. Come riporta l'Irish Times, questo approccio ha contribuito a diffondere in Svizzera una percezione della dipendenza come malattia e non come scelta di vita, un cambiamento culturale che ha permesso di superare lo stigma sociale attorno ai consumatori di droghe. Il quotidiano irlandese ha visitato uno dei centri di consumo controllato attivi in città, strutture pubbliche dove i tossicodipendenti possono assumere sostanze sotto la supervisione di personale sanitario. Nella struttura visitata, aperta dalle 7.30 del mattino per tredici ore al giorno, lavorano in media otto operatori alla volta, per un totale di ventuno persone impiegate su tutti i centri cittadini attivi. In quell'occasione erano presenti anche alcuni allievi della polizia, in visita nell'ambito della formazione sul modello cittadino di riduzione del danno. Tra i frequentatori descritti dal giornale c'è un uomo di sessant'anni, dirigente nel settore assicurativo, che ha raccontato di aver iniziato a usare cannabis a diciassette anni, cocaina l'anno successivo ed eroina a venti. Dopo un decennio di astinenza ottenuto grazie a una terapia sostenuta dallo Stato, oggi assume una combinazione di Diaphin, l'eroina di sintesi fornita legalmente dalle autorità sanitarie svizzere, e crack acquistato per strada. Il locale, con pareti colorate e arredi essenziali, ospita al suo interno alcune stanze dove è possibile consumare crack in compagnia di altri utenti, sotto lo sguardo attento ma non giudicante del personale, che secondo quanto riportato conosce per nome molti dei visitatori abituali. Il modello, tuttavia, è oggi messo sotto pressione da un fenomeno relativamente nuovo: l'aumento del consumo di crack cocaina, che si sta diffondendo rapidamente in tutta Europa. Come emerso da altre inchieste giornalistiche sul tema, la cocaina economica sta inondando il mercato europeo, alimentando tensioni nelle scene aperte di consumo di droga in diverse città del continente, mentre Zurigo resta tra le poche realtà a mantenere una gestione relativamente ordinata della situazione grazie alla sua infrastruttura consolidata. Gli operatori dei centri di Zurigo hanno raccontato all'Irish Times di osservare in prima persona gli effetti positivi di un sistema stabile e strutturato: un'infermiera ha citato il caso di un paziente che in passato spendeva ogni disponibilità economica in cocaina, mentre oggi ha trovato in un nuovo hobby - il volo con i droni - un motivo per andare in vacanza due volte l'anno e per raccontare di essersi "ripreso una vita". Gli esperti interpellati dal quotidiano sottolineano che il modello di Zurigo, sviluppato a partire dagli anni Novanta per rispondere al collasso delle politiche repressive precedenti, si sta ora adattando alle nuove sfide poste dalla diffusione del crack. Secondo chi lavora sul campo, la chiave per affrontare un problema di dipendenza, tanto a livello individuale quanto collettivo, resta il riconoscimento della realtà dei fatti, evitando approcci ideologici o puramente punitivi. Tra gli addetti ai lavori è diffusa la convinzione che carcere e trattamenti coercitivi non risolvano il problema, ma sottraggano risorse pubbliche che potrebbero essere investite in prevenzione, cura e riduzione del danno. Un ulteriore elemento evidenziato riguarda il riconoscimento dei diritti delle persone che fanno uso di sostanze, spesso per ragioni complesse e non riconducibili a una scelta superficiale: la loro condizione di cittadini titolari di diritti, sottolineano gli esperti citati dal giornale, resta un tassello fondamentale di qualsiasi politica efficace in materia di droghe.
COLOMBIA. The Economist: il 70% della cocaina mondiale arriva dalla Colombia
Un'inchiesta fotografica di The Economist, realizzata con gli scatti del fotoreporter Mads Nissen, ricostruisce le dimensioni raggiunte dal narcotraffico in Colombia, paese che secondo il settimanale britannico produce circa il 70% della cocaina consumata nel mondo. Nel 2024 il commercio illecito della sostanza, stimato in circa 15 miliardi di dollari, avrebbe superato il petrolio come principale fonte di proventi da esportazione del paese sudamericano.
Il reportage descrive nel dettaglio la filiera produttiva: per ottenere un chilo di cocaina in polvere servono circa 600 chili di foglie di coca, e i contadini che le raccolgono guadagnano il doppio rispetto a quanto ricaverebbero coltivando caffè. Nei laboratori clandestini nella giungla, la pasta base viene lavorata con solventi industriali come la benzina fino a raggiungere una purezza che può toccare il 90%.
Secondo il fotografo Nissen, che ha seguito la catena produttiva dai laboratori nella foresta fino alle rotte internazionali, il fenomeno non riguarda solo produttori e consumatori abituali ma coinvolge ormai una fetta molto ampia della società: una vera e propria "democratizzazione della droga", che lega strettamente quanto accade in America Latina a quanto avviene in Europa, dove secondo le Nazioni Unite si concentra circa il 22% dei 25 milioni di consumatori di cocaina nel mondo.
La droga lascia il paese attraverso diversi canali: corrieri che nascondono la sostanza sul corpo o la ingeriscono in capsule nei controlli dell'aeroporto di Bogotá, ma anche sommergibili artigianali e imbarcazioni semisommerse ("narcosubmarinos") che partono dai porti sul Pacifico di Tumaco e Buenaventura, sempre più sofisticati nell'eludere i sistemi di rilevamento.
Il reportage documenta anche il costo sociale di questa economia illegale nei quartieri urbani come Potrero Grande, alla periferia di Cali, dove i figli di famiglie sfollate dalle zone rurali finiscono spesso reclutati dalle reti criminali per mancanza di alternative economiche.
Viene seguita da vicino anche l'unità antinarcotici d'élite della polizia colombiana, i Comandos Jungla, impegnata nel dipartimento del Putumayo in raid aerei che distruggono i laboratori clandestini con esplosivi. Nonostante l'alto costo operativo e i rischi delle missioni, la resilienza delle reti criminali resta pressoché intatta: un agente, esausto dopo aver distrutto un gruppo di sei laboratori, ha ammesso che entro il giorno successivo la produzione può facilmente ripartire.
Come riporta ColombiaOne.com, l'inchiesta di The Economist conferma un quadro già segnalato da altre fonti: secondo l'ultimo World Drug Report delle Nazioni Unite, la Colombia concentrava già nel 2023 oltre il 67% delle coltivazioni illecite di coca a livello mondiale, un dato che ha spinto la produzione globale di cocaina pura a livelli record.
ITALIA. Previsioni della popolazione residente, delle famiglie e delle forze di lavoro. IstatLe previsioni demografiche hanno lo scopo di tracciare il probabile futuro di una popolazione in termini di dimensione totale e di componenti strutturali, tenendo in debito conto l’incertezza sottostante nei confronti dei comportamenti demografici (fecondità, sopravvivenza, movimenti migratori). Questo genere di prodotto trova impiego tra i policy-maker sia come strumento di conoscenza per valutare le tendenze dell’invecchiamento della popolazione, sia come fonte per sviluppare ulteriori modelli previsivi. Gli usi possibili delle previsioni sono infatti molteplici e variano dal campo della programmazione sanitaria a quella previdenziale, dallo studio del fabbisogno urbanistico a quello energetico-ambientale, dall’organizzazione delle strutture scolastiche alla rete dei trasporti.
Con il progetto “Previsioni della popolazione e delle famiglie”, compreso nel Programma Statistico Nazionale (cod. PSN IST-01448), l’Istat risponde da oltre trent’anni a questo genere di esigenze con cadenza in origine occasionale, successivamente divenuta annuale (dal 2017). È opportuno ricordare che i dati messi a disposizione vanno trattati con cautela, soprattutto nel lungo termine. Le previsioni demografiche divengono, infatti, tanto più incerte quanto più ci si allontana dalla base di partenza, in particolar modo in piccole realtà geografiche. Va anche sottolineato che le previsioni demografiche rappresentano un esercizio di tipo what-if. Sono cioè elaborazioni nelle quali i calcoli effettuati mostrano una particolare evoluzione della popolazione che è frutto delle specifiche ipotesi adottate riguardo al comportamento demografico.
Le tipologie di output sono tre e precisamente:
Ciascuna tipologia di output, oltre a presentare i risultati dello scenario mediano, è corredata degli intervalli di confidenza al 50%, 80% e 90%. Le previsioni coprono l’arco temporale 2025-2080.
I dati sulle previsioni regionali della popolazione sono accessibili sia dalla banca dati IstatData (dal 2 settembre 2026) sia dalla piattaforma tematica Demo.
Le tipologie di output sono:
Ciascuna tipologia di output presenta i risultati del solo scenario mediano. Le previsioni coprono l’arco temporale 2025-2050.
I dati sulle previsioni regionali delle famiglie sono accessibili sia dalla banca dati IstatData (dal 2 settembre 2026) sia dalla piattaforma tematica Demo
Le tipologie di output sono
Ciascuna tipologia di output presenta i risultati del solo scenario mediano. Le previsioni coprono l’arco temporale 2025-2050.
I dati sono accessibili online per le province e per i soli comuni con popolazione superiore ai 5mila abitanti.
I dati sono accessibili sia dalla banca dati IstatData (dal 2 settembre 2026) sia dalla piattaforma tematica Demo.
I dati per i comuni al di sotto dei 5mila abitanti sono riservati ai soli enti Sistan. In questo caso, il Responsabile dell’ufficio Sistan, o un suo delegato, deve accedere al Contact Centre e selezionare il servizio “Rilascio di microdati/File per il Sistan”.
Per tutti gli utenti, invece, è possibile ottenere dati per aggregazioni sovracomunali di interesse a seguito di una elaborazione a pagamento. Alcune aggregazioni consolidate disponibili sono, a titolo di esempio: Degurba, Sistemi Locali del Lavoro, Aree interne, Comunità montane. Alternativamente, l’utente può indicare particolari aggregazioni sovracomunali purché rispettino i principi della riservatezza dei dati. La richiesta va fatta attraverso il Contact Centre, selezionando il servizio “Elaborazioni personalizzate”.
Le tipologie di output sono due e, precisamente, riguardano 1) la popolazione attiva e 2) i tassi di attività, per sesso, classi quinquennali di età e ripartizione geografica (Nord-Ovest, Nord-Est, Centro, Mezzogiorno);
Sono presentati i soli risultati dello scenario mediano. Le previsioni coprono l’arco temporale 2025-2050.
I dati sulle previsioni delle forze lavoro sono al momento accessibili dalla sola banca dati tematica Demo.
La popolazione residente continuerà a diminuire per tutto l’orizzonte previsivo (2025-2080), anche negli scenari più favorevoli.
L’invecchiamento della popolazione rappresenta la prospettiva più certa, trainato dall’ingresso nelle età anziane delle generazioni del baby boom.
Il saldo migratorio con l’estero resterà positivo ma non sarà sufficiente a compensare il persistente deficit tra nascite e decessi.
Le aree interne, soprattutto nel Mezzogiorno, continueranno a perdere popolazione più rapidamente dei centri urbani, ampliando i divari territoriali.
Le famiglie saranno più numerose ma di dimensioni sempre più ridotte, riflettendo l’invecchiamento della popolazione e la diffusione delle persone sole. La diminuzione della popolazione in età lavorativa ridurrà la disponibilità di forza lavoro, ponendo nuove sfide al sistema economico e al welfare.
Le nuove previsioni demografiche in base 1° gennaio 2025, rinnovate nel disegno degli scenari futuri 1, delineano un quadro di progressiva riduzione della popolazione residente in Italia. Secondo lo scenario mediano, la popolazione passa da 58,9 milioni di residenti al 1° gennaio 2025 a 58,7 milioni nel 2030, 55,0 milioni nel 2050 e 45,8 milioni nel 2080. Gli intervalli di confidenza al 90% (ossia gli estremi inferiore e superiore dell’intervallo che con confidenza pari al 90% conterrà il futuro valore reale della popolazione) indicano che la diminuzione della popolazione rappresenta un risultato praticamente certo: già nel medio periodo nessuno degli scenari considerati prospetta un ritorno agli attuali livelli di popolazione e, nel lungo termine, il calo risulta confermato in tutte le possibili evoluzioni demografiche.
Nel breve termine (2025-2030) la popolazione riscontra una lieve diminuzione con un tasso medio annuo di variazione pari a -0,1%. Nel medio termine (2030-2050) la contrazione si accentua, con un tasso medio annuo di -0,3%, mentre nel lungo termine (2050-2080) il declino si rafforza ulteriormente, a un ritmo di -0,6% in media annua. Nel complesso, nell’arco dei 55 anni di previsione l’Italia perderà oltre 13 milioni di residenti, 4 dei quali entro il 2050, indicando un percorso che soltanto nel lungo termine, sulla base delle ipotesi formulate, condurrà a una popolazione sensibilmente ridimensionata rispetto a oggi.
Le dinamiche territoriali risultano differenziate. Il Nord è la sola ripartizione con una crescita della popolazione nel breve periodo, passando da 27,5 milioni nel 2025 a 27,7 milioni nel 2030, con un incremento medio annuo dello 0,1%. Dal 2030 la tendenza si inverte: la popolazione scende a 27,2 milioni nel 2050 (-0,1% medio annuo) e a 24,2 milioni nel 2080 (-0,4% medio annuo). Pur in un contesto di diminuzione, il Nord mantiene una dinamica relativamente più favorevole rispetto al resto del Paese.
Nel Centro il calo è già presente nel breve periodo, anche se molto contenuto. La popolazione perde appena 40mila residenti tra il 2025 e il 2030, con un tasso medio annuo di -0,1%. Tra il 2030 e il 2050 il decremento si intensifica (-0,3% medio annuo), portando la popolazione a 11,0 milioni, mentre nel lungo periodo si scende a 9,3 milioni (-0,6% medio annuo).
Il Mezzogiorno presenta una dinamica meno favorevole. La popolazione diminuisce da 19,7 milioni nel 2025 a 19,4 milioni nel 2030, con un tasso medio annuo di -0,4%. Nel periodo 2030-2050 il ritmo del calo aumenta (-0,7% medio annuo), facendo scendere la popolazione a 16,7 milioni. Tra il 2050 e il 2080 la contrazione raggiunge l’1,0% medio annuo, andando a definire una popolazione di 12,3 milioni, ovvero oltre un terzo inferiore rispetto ai livelli iniziali. Nel complesso, le previsioni evidenziano un processo di contrazione demografica generalizzato ma con intensità differente sul territorio. Gli intervalli di confidenza indicano che nel Centro e nel Mezzogiorno la diminuzione della popolazione risulta confermata in tutte le traiettorie considerate, con effetti particolarmente pronunciati nel secondo (Prospetto 1). Nel Nord, invece, gli scenari più favorevoli prospettano l’eventualità di una popolazione in crescita.
L’evoluzione futura della popolazione sarà determinata dall’interazione tra una dinamica naturale strutturalmente negativa e un saldo migratorio con l’estero positivo ma insufficiente a compensarla.
Nello scenario mediano, le nascite si mantengono su livelli stabili fino al 2030 (355mila nati annui). Si scende poi a 335mila nel 2050 e a 281mila nel 2080. Sebbene l’incertezza associata alle nascite aumenti nel tempo, la futura natalità non riuscirà a riequilibrare la dinamica naturale. Infatti, i decessi aumenteranno significativamente, passando da 652mila nel 2025 a 708mila nel 2030 e raggiungendo un picco di 869mila nel 2058 (Figura 1). Tale evoluzione riflette i cambiamenti attesi nella struttura per età: le numerose generazioni oggi adulte entreranno via via nelle età anziane, determinando un incremento dei decessi anche in virtù degli ipotizzati miglioramenti nella sopravvivenza.
Il saldo naturale rimarrà negativo durante tutto il periodo. Si passa da circa -296mila nel 2025 a -353mila nel 2030, fino a raggiungere un livello apicale di -570mila nel 2059. In nessun caso le nascite eguaglieranno i decessi e gli intervalli di confidenza al 90% confermano tale risultato anche nelle traiettorie più favorevoli. Anche questo squilibrio dipende in larga misura dall’evoluzione della struttura per età: la popolazione futura sarà caratterizzata da generazioni in età riproduttiva meno consistenti, limitando il potenziale di nascite pure a fronte di ipotesi di recupero della fecondità.
Per quanto riguarda i movimenti migratori con l’estero, le previsioni indicano che gli immigrati passano da circa 432mila nel 2025 a 423mila nel 2030, per poi ridursi a 372 mila nel 2050 e risalire a 404mila nel 2080. Gli emigrati per l’estero si attestano invece intorno a 144mila nel 2025, 176mila nel 2030, 169mila nel 2050 e 183mila nel 2080. Il saldo migratorio estero rimane positivo lungo tutto l’orizzonte previsivo: da circa 296mila persone nel 2025 scende a 247mila nel 2030 e a 204mila nel 2050, per poi tornare a crescere fino a 221mila nel 2080. Tuttavia, il contributo migratorio non compensa le perdite derivanti dal saldo naturale negativo, neanche negli anni in cui il saldo migratorio raggiunge livelli più elevati.
Le previsioni evidenziano come l’incertezza associata alle varie componenti sia molto differenziata. I decessi sono la componente più prevedibile, poiché dipendono da popolazioni già nate e in larga misura osservabili. Le nascite hanno margini di incertezza maggiori, che crescono nel tempo in funzione delle ipotesi sulla fecondità. Ancora più elevata è l’incertezza che caratterizza i flussi migratori internazionali, influenzati da fattori economici, geopolitici e normativi meno facilmente prevedibili. Di conseguenza, il saldo migratorio estero mostra gli intervalli di confidenza più ampi, soprattutto nel lungo termine. Le differenze territoriali appaiono particolarmente marcate. Nel Nord il saldo migratorio estero rappresenta il principale fattore di sostegno demografico, ma non compensa le perdite naturali. Nel Centro emerge una situazione intermedia. Le nascite restano stabili fino alla metà del secolo, mentre i decessi aumentano sensibilmente per effetto dell’invecchiamento. Il saldo migratorio estero è previsto positivo ma in graduale riduzione. Nel Mezzogiorno si osservano le trasformazioni più profonde. Le nascite diminuiscono in modo continuo e, parallelamente, il saldo naturale registra valori molto negativi. Sebbene il saldo migratorio estero rimanga positivo, le sue dimensioni molto inferiori rispetto al deficit naturale favoriscono il progressivo ridimensionamento demografico dell’area.
Le previsioni delineano un quadro di generalizzato invecchiamento destinato a caratterizzare l’Italia in futuro. Alla base di questa evoluzione vi è il progressivo passaggio nelle età anziane delle generazioni nate durante il baby boom degli anni ‘60 e della prima metà degli anni ‘70. Le generazioni più giovani sono invece meno consistenti, in conseguenza della persistente bassa natalità degli ultimi decenni. L’effetto congiunto di questi due fenomeni modifica profondamente la struttura della popolazione.
Nel breve periodo (2025-2030), l’età media della popolazione aumenta da 46,9 a 48,0 anni, mentre la quota di persone con almeno 65 anni passa dal 24,7% al 27,2%. La popolazione di 15-64 anni scende dal 63,4% al 62,1%, mentre i giovani fino a 14 anni scendono dall’11,9% al 10,7%.
Nel medio periodo (2030-2050) il transito delle generazioni del baby boom nelle età anziane raggiunge la massima intensità. L’età media supera i 51 anni, gli ultrasessantacinquenni arrivano al 34,5% del totale e la quota di 15-64enni si riduce al 55,3%. È in questa fase che il riequilibrio tra le diverse classi di età appare più difficile, con un progressivo restringimento della base della popolazione in età attiva.
Nel lungo periodo (2050-2080) il processo di invecchiamento prosegue, ma con ritmi più contenuti. L’età media raggiunge 52,1 anni e la quota di ultrasessantacinquenni si stabilizza intorno al 36,8%. La popolazione in età lavorativa continua a diminuire, attestandosi al 53,2%, mentre i giovani sotto i 15 anni rimangono prossimi al 10% della popolazione complessiva.
L’invecchiamento della popolazione rappresenta uno dei risultati più sicuri: anche gli scenari più favorevoli conducono a una popolazione più anziana di quella attuale. Maggiore è invece l’incertezza sulla composizione futura delle età più giovani e della popolazione in età lavorativa, poiché tali indicatori risentono maggiormente dell’evoluzione della fecondità e, soprattutto, delle migrazioni internazionali.
Significativo è anche l’aumento dei grandi anziani. La popolazione di 85 anni e più passa dal 4,1% del 2025 al 4,4% nel 2030, supera il 7,0% nel 2050 e raggiunge l’8,4% nel 2080. Si tratta della componente più esposta a bisogni assistenziali e sanitari, il cui incremento rappresenta una delle principali sfide per il sistema di welfare e per l’organizzazione dei servizi sociosanitari.
Parallelamente, l’attesa riduzione della popolazione tra 15 e 64 anni costituisce uno degli aspetti più rilevanti per le possibili conseguenze sulla crescita economica, sulla sostenibilità del sistema pensionistico, sull’offerta di lavoro e sulla capacità del Paese di rispondere alla crescente domanda di assistenza generata dall’invecchiamento della popolazione. L’invecchiamento interessa tutte le ripartizioni, ma con intensità differenti. Nel 2025 il Mezzogiorno presenta ancora la popolazione più giovane, con un’età media di 46,1 anni rispetto ai 47,1 anni del Nord e ai 47,5 anni del Centro. Tale vantaggio tende però a ridursi rapidamente. Nel medio periodo (2030-2050), infatti, il processo di invecchiamento accelera soprattutto nel Mezzogiorno, dove l’età media cresce fino a 52,1 anni, superando sia il Nord (50,5 anni) sia il Centro (51,5 anni). Nel lungo periodo (2050-2080) le differenze territoriali rimangono marcate. Il Mezzogiorno si conferma la ripartizione più anziana del Paese (53,6 anni), seguito dal Centro (52,1 anni) e dal Nord (51,4 anni).
Le previsioni demografiche dei comuni, raggruppati secondo la classificazione SNAI 2021‑27, mostrano che, entro il 2050, la popolazione diminuirà sia nei centri sia nelle aree interne, ma con intensità diverse. Nel complesso del Paese, le aree interne risultano più esposte alla perdita di popolazione, mentre i centri mantengono una maggiore capacità di tenuta almeno nel breve periodo.
Nel 2025, i centri (poli, poli intercomunali e comuni di cintura) concentrano 45,6 milioni di residenti, contro 13,3 milioni nelle aree interne (intermedi, periferici e ultraperiferici). Entro il 2030, la popolazione dei centri rimane sostanzialmente stabile a 45,6 milioni, mentre le aree interne scendono a 13,1 milioni (−0,28% in media annua). Nel 2030‑2050 il divario si amplia: i centri si riducono a 43,2 milioni, con un calo del −0,27% annuo, mentre le aree interne scendono a 11,8 milioni, perdendo oltre 1,3 milioni di residenti e registrando un tasso del −0,51% annuo.
A livello di singole categorie, si rilevano maggiori difficoltà nei comuni periferici e ultraperiferici. I primi scendono da 4,6 milioni a 3,9 milioni (−0,65% annuo nel medio periodo) mentre i secondi potrebbero essere interessati da un calo più intenso: da 703mila residenti nel 2025 a 578mila nel 2050, con tassi medi annui pari a −0,63% nel breve periodo e −0,82% nel medio periodo.
La diminuzione della popolazione nelle aree interne implica una riduzione della forza lavoro disponibile, più difficoltà nel ricambio generazionale e un aumento del peso della popolazione anziana. Per contro, la maggiore tenuta dei centri accentua la domanda di infrastrutture e servizi nelle aree urbane, rendendo sempre più centrale il tema dell’equilibrio territoriale tra poli e aree interne. Le previsioni, quindi, indicano un progressivo rafforzamento della polarizzazione territoriale. Nei centri continueranno a concentrarsi popolazione, servizi e opportunità occupazionali, mentre molte aree interne vedranno ridursi la base demografica necessaria a sostenere scuole, sanità, trasporti e attività economiche locali.
A livello di ripartizioni geografiche, nel Nord i centri crescono da 23,6 milioni a 23,8 milioni entro il 2030 (+0,14% annuo), per poi ridursi a 23,5 milioni nel 2050 (−0,08%). Le aree interne mostrano una stabilità iniziale, con 3,9 milioni di residenti nel 2030 come nel 2025, seguita da una flessione fino a 3,7 milioni nel 2050 (−0,17%). Nel Centro, i centri passano da 9,4 milioni a 8,9 milioni nel 2050, con tassi medi annui pari a −0,03% nel breve periodo e −0,24% nel medio periodo. Le aree interne diminuiscono da 2,3 milioni a 2,1 milioni, con una contrazione più sostenuta (−0,24% e −0,40% nei due periodi). Il quadro più critico riguarda il Mezzogiorno. I centri scendono da 12,6 milioni nel 2025 a 12,4 milioni nel 2030 e a 10,8 milioni nel 2050, con tassi del −0,34% e −0,70%. Le aree interne diminuiscono ancora più rapidamente: da 7,1 milioni a 7,0 milioni nel 2030 (−0,45%) fino a 6,0 milioni nel 2050 (−0,76%).
La differenza tra le aree interne del Mezzogiorno e del Nord è particolarmente significativa. Nel 2025, le prime contano 7,1 milioni di residenti, oltre il doppio dei 3,9 milioni del Nord. Entro il 2050 il Mezzogiorno perde 1,1 milioni di abitanti nelle aree interne, mentre il Nord ne perde circa 122mila. Il calo medio annuo nel periodo 2030‑2050 è pari a −0,8% nel Mezzogiorno, con una velocità di riduzione quadrupla rispetto al −0,2% nel Nord. Ciò indica che le aree interne meridionali combinano bassa natalità, forte invecchiamento e persistente perdita migratoria, mentre quelle del Nord beneficiano maggiormente della prossimità ai sistemi urbani e delle opportunità economiche che questi offrono.
Nello scenario mediano, il numero di famiglie in Italia aumenta da 26,7 milioni nel 2025 fino a 27,9 nel 2043, quando raggiunge il suo massimo, per poi scendere fino a 27,6 milioni nel 2050, principalmente a causa della progressiva estinzione delle generazioni del baby boom che, come già osservato, comporta un calo della popolazione nel medio termine.
Il previsto aumento delle famiglie (+3,5% sull’intero periodo) è sostenuto soprattutto dalle famiglie senza nucleo, cioè senza la presenza di relazioni di coppia o di tipo genitore-figlio. Queste passano da 10,7 milioni nel 2025 a 12,3 milioni nel 2050 (+15,8%), arrivando a rappresentare il 44,7% del totale delle famiglie rispetto al 40,0% iniziale. Al contrario, le famiglie con almeno un nucleo diminuiscono del 4,6%, passando da 16,0 milioni nel 2025 a 15,3 milioni nel 2050; la loro incidenza sul totale scende così dal 60,0% al 55,3% (Prospetto 4). Tale contrazione riflette le principali trasformazioni socio-demografiche in atto: l’invecchiamento della popolazione e l’aumento della speranza di vita accrescono il numero di persone sole; il persistente calo della natalità aumenta la quota di individui senza figli; l’instabilità coniugale favorisce la diffusione di famiglie unipersonali e monogenitoriali. Parallelamente, la dimensione media delle famiglie scende da 2,20 componenti nel 2025 a 1,98 nel 2050, confermando la tendenza verso strutture familiari più piccole e frammentate. Considerando le sole famiglie con nucleo, il numero medio di componenti diminuisce da 2,90 a 2,66.
Tra il 2025 e il 2050 il numero delle persone che vivono sole aumenta da 10,0 a 11,6 milioni (+16%), cosicché la loro quota sul totale delle famiglie sale dal 37,5% al 42,0%. Tale dinamica spiega in misura rilevante l’aumento complessivo del numero di famiglie e, allo stesso tempo, la riduzione della loro dimensione media. La crescita sarà particolarmente marcata per le donne sole, che passeranno da 5,3 a 6,3 milioni (+20,3%). Più contenuto, invece, l’incremento degli uomini che vivono soli, da 4,7 a 5,2 milioni (+11,3%).
La crescita delle persone sole riguarda soprattutto le età più avanzate. Nel 2025, su 10 milioni di individui soli 4,6 milioni (il 46,3%) hanno almeno 65 anni; entro il 2050 potrebbero salire a 6,6 milioni su 11,6 arrivando a rappresentare il 57,0% delle persone sole. Per la loro maggiore longevità, le ultrasessantacinquenni sole passeranno da 3,2 a 4,5 milioni (salendo dal 60,2% al 71,0% delle donne sole), mentre gli uomini aumenteranno da 1,4 a 2,1 milioni (dal 30,7% al 40,0% degli uomini soli). Vivere soli può incidere sulla qualità della vita degli anziani soprattutto dopo i 75 anni, quando aumentano fragilità e bisogni assistenziali. Nel 2050 gli ultrasettantacinquenni soli raggiungeranno quota 4,7 milioni (dei quali 3,4 milioni donne), ben 1,7 milioni in più rispetto al 2025, e passeranno dal 29,5% al 40,3% delle persone sole.
In base alle ipotesi dello scenario mediano, il numero delle coppie con figli è destinato a diminuire: dagli attuali 7,5 milioni, pari al 28,1% del totale – meno di tre famiglie su 10 – scende a 5,8 milioni nel 2050 (-22,3%), quando arrivano a rappresentare appena il 21,1% delle famiglie, poco più di una su cinque. La riduzione interesserà sia le coppie con almeno un figlio di età fino a 19 anni, che perderanno oltre 1 milione di unità (-22,0%), sia di quelle in cui tutti i figli hanno dai 20 anni in su (-22,8%).
La futura contrazione delle coppie con figli dipende in parte dai previsti livelli di fecondità ma anche da elementi strutturali, come la progressiva riduzione delle generazioni in età riproduttiva, conseguenza della bassa natalità del passato, e il rinvio della formazione della famiglia e della nascita dei figli a età più avanzate. Si innesca così un processo cumulativo: generazioni meno numerose danno origine, a loro volta, a un numero più contenuto di nuove famiglie con figli, anche nell’ipotesi in cui la fecondità non dovesse diminuire.
Le coppie senza figli, al contrario, registrano un aumento, passando da 5,4 milioni nel 2025 a 5,9 milioni nel 2050 (+8,8%). La loro incidenza sul totale delle famiglie sale così al 21,4%. Un andamento che riflette sia la maggiore frequenza di coppie che non hanno figli o ne posticipano la nascita, sia l’invecchiamento della popolazione: con l’uscita dei figli dalla famiglia di origine, infatti, molte coppie anziane vanno a costituire il cosiddetto “nido vuoto”.
A livello nazionale, il sorpasso delle coppie senza figli su quelle con figli si verifica nel 2047, ma nel Nord e nel Centro avviene prima (rispettivamente, nel 2038 e nel 2044). Nel Mezzogiorno, invece, nonostante un sostanziale avvicinamento, le coppie con figli mantengono il primato in tutto il periodo.
Nell’ipotesi in cui l’instabilità delle unioni continuasse a crescere nei prossimi anni, questa contribuirà a far aumentare i nuclei formati da un solo genitore, che passerebbero da 2,8 a 3,3 milioni tra il 2025 e il 2050, per un’incidenza rispetto al totale delle famiglie dal 10,6% al 12,0%. Come avviene oggi, la maggior parte dei nuclei monogenitoriali continuerà a essere costituita da madri sole. Tuttavia, si prevede anche una crescita della componente paterna, per una quota di padri soli sul totale dei monogenitori che passa dal 19,3% al 24,1%. Un’evoluzione, qualora si avverasse, che segnalerebbe un’ulteriore trasformazione dei ruoli familiari, in relazione a una maggiore partecipazione dei padri all’accudimento dei figli al termine dell’unione.
Le differenze territoriali riflettono la diversa intensità dei processi demografici: nelle aree caratterizzate da una fecondità più bassa, da un invecchiamento più avanzato e da una maggiore diffusione di modelli familiari meno tradizionali, la trasformazione delle strutture familiari risulta più rapida. Negli ultimi decenni, tuttavia, tali differenze si sono progressivamente ridotte. La fecondità è diminuita in tutte le aree del Paese, mentre l’invecchiamento della popolazione e le trasformazioni familiari hanno interessato in misura crescente anche il Mezzogiorno.
In questo quadro evolutivo, le previsioni delle famiglie delineano una progressiva convergenza a livello territoriale. La quota di famiglie con almeno un nucleo è prevista in diminuzione in tutte le ripartizioni. Il calo risulta più accentuato nel Mezzogiorno, dove si passa dal 62,3% del 2025 al 57,2% del 2050, evidenziando un graduale indebolimento del modello familiare tradizionalmente più diffuso. Nonostante questa contrazione, nel 2050 il Mezzogiorno mantiene il primato della più alta concentrazione di famiglie nucleari rispetto al 54,8% del Nord e al 53,6% del Centro.
I cambiamenti più rilevanti riguardano le coppie con figli. Nel 2050 il Mezzogiorno ne conserverà la quota più alta, ma la loro incidenza diminuirà sensibilmente, passando dal 31,2% del 2025 al 22,4%. Nel Nord e nel Centro, invece, scenderanno rispettivamente dal 26,8% al 21,0% e dal 26,2% al 19,4%.
Le famiglie senza nucleo continueranno a essere maggiormente diffuse nel Nord e nel Centro, dove nel 2050 raggiungeranno rispettivamente il 45,2% e il 46,4% del totale. L’incremento più consistente si registrerà però nel Mezzogiorno, dove la quota dovrebbe salire dal 37,7% al 42,8%.
La convergenza territoriale emerge con particolare evidenza nell’andamento delle persone sole, legato in larga misura all’invecchiamento della popolazione e alla possibile crescita degli scioglimenti coniugali e delle separazioni. Nel Nord, l’incidenza delle persone sole sale al 42,7% nel 2050, con un aumento di 4,1 punti percentuali sul 2025. Nel Centro, che nell’anno base delle previsioni già presenta un livello più elevato, la quota di persone perviene al 43,8% con una crescita di 4,6 punti percentuali, che ne conferma il primato. L’incremento maggiore si ha, tuttavia, nel Mezzogiorno, dove le persone sole raggiungono il 39,6%, con una crescita di 4,9 punti percentuali. Le coppie senza figli presentano una crescita su tutto il territorio nazionale, ma continueranno a risultare maggiormente diffuse nel Nord, dove nel 2050 potrebbero rappresentare il 22,4% delle famiglie. Nel Mezzogiorno raggiungerebbero il 20,4% mentre nel Centro il 20,2%. Nel complesso, tali trasformazioni hanno il potenziale di determinare una riduzione generalizzata della dimensione media delle famiglie. Nel Nord e nel Centro il numero medio di componenti passa da 2,15 e 2,16, rispettivamente, a poco meno di due persone per famiglia. La diminuzione è più marcata nel Mezzogiorno, dove si transita da 2,29 a 2,00 componenti. Anche sotto questo aspetto, quindi, le differenze territoriali tendono a ridursi, evidenziando un Mezzogiorno con famiglie mediamente più numerose anche nel medio termine, ma con un divario con il resto del Paese decisamente più contenuto.
Il tasso di attività, che misura la quota delle forze di lavoro sulla popolazione tra i 15 e i 64 anni, è previsto in crescita lungo l’orizzonte considerato. Secondo le ipotesi contemplate nello scenario mediano passa dal 66,7% nel 2025 al 71,0% nel 2050, con un aumento di 4,3 punti percentuali.
Un‘evoluzione in continuità con la tendenza già in atto da diversi anni. Nel 2004, infatti, partecipava al mercato del lavoro il 62,5% della popolazione in età lavorativa. L’incremento atteso, quindi, riflette una progressiva maggiore partecipazione al lavoro, favorita soprattutto dall’aumento dell’attività femminile e dalla permanenza più prolungata delle persone nelle età lavorative più mature. Quale fattore di contrappeso, invece, il previsto aumento del livello di istruzione tra i giovani determinerà una progressiva posticipazione del loro ingresso nel mondo del lavoro,
Si prevede un aumento della partecipazione lavorativa più intenso tra le donne, potendo sfruttare margini di miglioramento maggiori rispetto agli uomini. Il tasso di attività femminile, oggi inferiore di circa 18 punti percentuali a quello maschile, sale dal 57,8% del 2025 al 64,2% nel 2050, con un incremento di 6,4 punti percentuali. Per gli uomini la crescita prevista è più contenuta, dal 75,6% al 77,2% (+1,6 punti). Di conseguenza, il divario di genere si riduce da 17,9 a 13,0 punti percentuali al termine dell’orizzonte previsivo, rimanendo comunque rilevante. Nel quadro così prospettato, la maggiore crescita dell’attività femminile riflette il progressivo consolidamento della presenza delle donne nel mercato del lavoro, sostenuto dall’aumento dei livelli di istruzione, che contribuisce a ridurre i divari occupazionali di genere. Tale dinamica può essere letta anche alla luce dei mutamenti nei percorsi familiari, pur permanendo rilevanti ostacoli alla conciliazione tra lavoro e responsabilità di cura, soprattutto per le madri con figli piccoli.
Il dato nazionale sulla partecipazione al mercato del lavoro nasconde forti differenze territoriali. Nel 2025, il tasso di attività è pari al 73,2% nel Nord-est, al 72,2% nel Nord-ovest e al 70,5% nel Centro, mentre nel Mezzogiorno si ferma al 56,4%, evidenziando un divario ampio rispetto al resto del Paese. Entro il 2050, il Nord-est nelle ipotesi mantiene il primato, con un tasso prossimo al 76% e un incremento di 2,8 punti percentuali. Anche il Nord-ovest e il Centro registrano una crescita, seppure più contenuta, fino a convergere al 2050 su valori assai vicini (rispettivamente, 74,9% e 74,7%). Nel Mezzogiorno il tasso sale al 61,4%, con un aumento pari a 5 punti percentuali, superiore alla crescita di 4,3 punti osservata in Italia. L’aumento, pur significativo, determina però solo una parziale riduzione del divario territoriale: nel 2050 la distanza rispetto alle ripartizioni del Centro-Nord rimarrebbe dell’ordine di circa 14 punti percentuali. Il divario territoriale tra Mezzogiorno e il resto del Paese è ancora più accentuato disaggregando il tasso di attività per genere: rispetto al tasso femminile nazionale, pari al 64,2% nel 2050, le donne del Mezzogiorno si fermano al 49,6%.
L’incremento dei tassi di attività attenuerà, pur senza una piena compensazione, l’effetto della progressiva contrazione della popolazione tra i 15 e i 64 anni, la cui incidenza sul totale dei residenti, come si è detto, è prevista passare dal 63,4% odierno al 55,3% nel 2050. In valori assoluti si tratta di quasi 7 milioni di 15-64enni in meno. Il calo risulta più marcato tra le donne, da 18,5 a 14,3 milioni, mentre per gli uomini si passa da 18,8 a 15,9 milioni, in relazione al fatto che nel lungo termine questi ultimi cumulano il vantaggio di un rapporto tra i sessi a loro favorevole sul piano delle immigrazioni dall’estero.
In virtù delle positive aspettative circa i futuri tassi di attività, le forze di lavoro diminuiscono in misura più contenuta rispetto alla popolazione complessiva. Gli uomini attivi passano da 14,1 a 12,2 milioni e le donne da 10,7 a 9,2 milioni, con una flessione pari al 13,5% per i primi e al 13,7% per le seconde (Figura 5). Nel complesso, la forza lavoro tra i 15 e i 64 anni scende da 24,8 a 21,4 milioni: circa 3,4 milioni di persone in meno. La maggiore partecipazione prevista, soprattutto femminile, svolgerebbe dunque una funzione di parziale compensazione, limitando la perdita di forza lavoro.
Molto più intensa sarebbe la diminuzione degli inattivi. Tra gli uomini si passa da 4,6 a 3,6 milioni (-20,8%), mentre tra le donne da 7,8 a 5,2 milioni (-34,2%). Per l’effetto congiunto del calo della popolazione e della crescita dei tassi di attività, gli inattivi di 15-64 anni si riducono da 12,4 a 8,8 milioni (-29,2%). Nelle ipotesi, la componente femminile continua a essere più numerosa, ma il divario rispetto agli uomini si restringe sensibilmente.
Le differenze territoriali restano ampie, riflettendo l’effetto combinato delle diverse ipotesi demografiche e dei livelli di partecipazione di partenza. Gli attivi diminuiscono meno nel Nord-ovest (-8,7%) e nel Nord-est (-9,9%), mentre la contrazione è maggiore nel Centro (-13,2%) e, soprattutto, nel Mezzogiorno (-21,5%). Anche gli inattivi diminuiscono ovunque, ma nel Centro e nel Mezzogiorno si prevedono livelli più elevati al pari di oggi, in particolare tra le donne. In uno scenario di calo demografico, in cui però la speranza di vita è prevista in aumento, l’analisi del tasso di attività fino a 74 anni rivela un quadro meno problematico per il mercato del lavoro. Mentre la popolazione di 15-64 anni è prevista in calo, quella dei 65-74enni risulta in crescita fino a tutto il 2039 (da 6,9 milioni nel 2025 a 9 milioni). In seguito, diminuisce fino a 7,5 milioni nel 2050, per l’entrata in questa fascia d’età delle generazioni meno numerose nate dalla metà degli anni Settanta. In un’ipotesi di crescita del tasso di attività dei 65-74enni dall’11,8% odierno al 16,5% nel 2050, supportata da aumentate condizioni di sopravvivenza (e salute) e dal previsto spostamento in avanti dell’età pensionabile, il numero di attivi passa da 817mila a 1,2 milioni in tale fascia di età. Cosicché, considerando l’intera popolazione di 15-74 anni, il tasso di attività aumenterebbe dal 58,1% nel 2025 al 60,2%. Nel complesso, rispetto a quanto accade tra i 15-64enni, dove la popolazione attiva scende di 3,4 milioni entro il 2050 subendo una riduzione del 13,6%, tra i 15-74enni il calo assoluto è di 2,9 milioni pari a una variazione dell’11,5%. Il contributo delle età mature e anziane, quindi, è in grado di compensare la riduzione subita nelle classi di età centrali per 419mila potenziali lavoratori.
ITALIA. Pisticci-Matera, la Rsa per anziani bloccata da 15 anni tra ricorsi e silenziA Marconia, frazione di Pisticci in provincia di Matera, un progetto per una struttura destinata ad accogliere anziani, pensata come mix tra ricettività alberghiera e residenza sanitaria assistenziale, resta bloccato da oltre un decennio. Come riporta il Corriere di Puglia e Lucania, la vicenda è diventata il simbolo di una burocrazia capace di trasformare un'opportunità in un'attesa interminabile.
Tutto comincia nel 2010-2011, quando una società presenta al Comune di Pisticci il progetto per la struttura. Il Comune respinge la richiesta e la vicenda finisce davanti al TAR. Secondo quanto contestato negli atti, l'amministrazione avrebbe motivato il diniego richiamando l'esistenza di norme di salvaguardia, una circostanza che sarebbe poi stata oggetto di contestazione nel giudizio amministrativo. Il tribunale amministrativo regionale impone infine al Comune di riprendere l'esame della pratica una volta venute meno le condizioni che avevano determinato il blocco iniziale.
Il progetto viene quindi ripresentato nel 2014 dall'architetto Francesco Mancini, con soluzioni che puntano sulla bioedilizia: materiali come argilla, legno, pietra e acciaio, con l'obiettivo di unire architettura, rispetto dell'ambiente e benessere degli ospiti. Nel 2016 arrivano anche i pareri favorevoli della Regione Basilicata, un passaggio che sembrava avvicinare la struttura alla realizzazione.
La svolta negativa arriva nel 2023, quando il Consiglio comunale di Pisticci adotta il nuovo Regolamento Urbanistico, dopo oltre vent'anni di attesa per l'intero strumento di pianificazione. Tra gli elaborati della documentazione ufficiale del Comune compare la Tavola P3 relativa a Marconia, aggiornata nel novembre 2023. Secondo la denuncia alla base della ricostruzione del quotidiano lucano, è proprio in questa fase che l'area destinata alla RSA sarebbe stata stralciata dalla previsione urbanistica, nonostante fossero state presentate le osservazioni nei termini previsti.
Da qui gli interrogativi che il giornale pone all'amministrazione comunale: che fine hanno fatto quelle osservazioni? Sono state esaminate, accolte o respinte? E soprattutto, quali motivazioni urbanistiche hanno portato a modificare la destinazione dell'area dopo una vicenda amministrativa durata più di dieci anni? Domande che, denuncia il Corriere di Puglia e Lucania, non possono essere liquidate con il silenzio, tanto più dopo la sentenza del TAR che aveva imposto un riesame della pratica.
Non si tratta solo di stabilire se costruire o meno un edificio: la questione riguarda anche la possibilità mancata di portare innovazione sul territorio. Gli anziani, si legge nella ricostruzione, non possono aspettare indefinitamente una risposta. La vicenda assume inevitabilmente anche un risvolto politico: durante le campagne elettorali si parla spesso di sviluppo, lavoro e servizi, ma poi arrivano le carte burocratiche e le attese si allungano. Pisticci continua intanto a confrontarsi con il problema dello spopolamento e con la necessità di creare nuove opportunità occupazionali e di assistenza, mentre la stessa programmazione comunale individua interventi di rigenerazione urbana e sviluppo anche per Marconia.
ITALIA. Rsa senza muri: il progetto lombardo con quattro sfide per il futuroUn progetto nato a Lecco nel 2024 sta cercando di ridisegnare il volto delle residenze sanitarie assistenziali, trasformandole da luoghi chiusi e separati dalla società in spazi aperti alla comunità. Come riporta UNEBA Nazionale, l'iniziativa si chiama "Rsa, dove le generazioni si incontrano. Insieme per un approccio di sistema" e coinvolge oggi 14 residenze per anziani della provincia di Lecco.
Il progetto è al centro di un approfondimento pubblicato sul numero 05/2026 della rivista Animazione Sociale, dal titolo "Sognare una diversa RSA. Quattro sfide per residenze senza muri". Il contributo porta la firma di Laura Formenti, docente universitaria, Elisabetta Lazzarotto, coordinatrice del progetto, Rosaria Bonacina del consiglio di amministrazione degli Istituti Airoldi e Muzzi, Virginio Brivio, presidente di Uneba Lecco, Andrea Millul, direttore sanitario degli stessi Istituti, e Gaia Del Negro, pedagogista e counselor.
L'obiettivo dichiarato è abbattere i muri, fisici e mentali, che ancora oggi separano le Rsa dalla vita quotidiana della comunità, e trasformarle in luoghi di formazione e relazione. Per farlo, l'approfondimento individua quattro sfide da affrontare. La prima riguarda l'integrazione delle residenze nella rete territoriale dei servizi, così da superare l'isolamento istituzionale che spesso le caratterizza. La seconda punta a trasformare le Rsa da strutture puramente assistenziali a vere e proprie piattaforme comunitarie di prossimità, radicate nel tessuto sociale del territorio in cui operano.
La terza sfida riguarda la costruzione di relazioni autentiche tra generazioni diverse: il progetto coinvolge giovani e adolescenti non in una logica caritatevole, ma come occasione di scambio formativo reciproco, in cui sia i ragazzi sia gli anziani hanno qualcosa da imparare e da offrire. La quarta sfida infine è quella di garantire dignità e autodeterminazione ai residenti, coinvolgendoli attivamente nel racconto della propria storia personale e formando il personale delle strutture affinché sappia sostenerne l'autonomia residua, invece di limitarsi a una logica puramente assistenziale.
Il progetto guarda anche a due categorie specifiche: i cosiddetti "giovani anziani", persone tra i 65 e i 74 anni a rischio di isolamento sociale, e le persone con storie di malattia psichiatrica nella fase dell'invecchiamento. L'obiettivo, in entrambi i casi, è avvicinarle progressivamente alla vita delle Rsa, così da rendere meno traumatico un eventuale futuro ricovero e favorire una maggiore familiarità con questi luoghi di cura.
Capofila dell'iniziativa sono gli Istituti Riuniti Airoldi e Muzzi di Lecco, a cui si affiancano altre tredici strutture del territorio: la Fondazione Casa di Riposo Brambilla-Nava di Civate, Villa dei Cedri di Merate, Borsieri-Colombo di Lecco, la Fondazione Sacra Famiglia di Regoledo di Perledo, la Casa di Riposo Enrico e Antonio Nobili di Viganò Brianza, La Madonnina di Vendrogno, la Casa di Riposo di Monticello Brianza, Casa Sant'Antonio di Barzio, l'Opera Pia Magistris di Valmadrera, Casa Del Cieco di Civate, Villa Serena di Introbio, Casa Madonna Della Neve di Premana e la Casa di Riposo di Mandello del Lario.
ITALIA. RSA in Piemonte, 15mila anziani rischiano il posto: rette fino a 3mila euroL'emergenza delle residenze sanitarie assistenziali (RSA) in Piemonte continua ad aggravarsi, colpendo migliaia di famiglie costrette a sostenere costi sempre più insostenibili per garantire assistenza ai propri anziani non autosufficienti. Come riporta Torino Cronaca, oltre 15mila anziani non autosufficienti della regione rischiano di restare esclusi dalle strutture a causa della mancata compartecipazione delle Asl alla quota sanitaria del ricovero.
Senza il riconoscimento di questa quota, le famiglie si trovano a dover pagare per intero rette private che si aggirano attorno ai 3mila euro al mese, una cifra difficilmente sostenibile per la maggior parte dei nuclei familiari. La denuncia arriva dalla Fondazione Promozione Sociale e dal Coordinamento Sanità e Assistenza, due realtà che riuniscono i movimenti di base impegnati sul fronte dei diritti degli anziani e delle persone non autosufficienti. Le due organizzazioni hanno rilanciato l'allarme in occasione della seduta di insediamento del Consiglio della Regione Piemonte, chiedendo al presidente Alberto Cirio e all'assessore alla Sanità Federico Riboldi Marrone di riaprire immediatamente il confronto sul piano sociosanitario regionale.
Secondo quanto dichiarato dalle due associazioni, la situazione configura una vera e propria emergenza sociale che riguarda persone gravemente malate, private di ogni riconoscimento della loro condizione. Le Asl, spiegano Fps e Csa, negano a più di 15mila anziani piemontesi la quota sanitaria del ricovero in RSA, costringendoli a sostenere rette private superiori ai 3mila euro mensili. La richiesta delle associazioni è che venga finalmente applicata la normativa nazionale vigente, in base alla quale le Asl dovrebbero riconoscere il 50% della retta complessiva: non si tratterebbe quindi di ricoveri gratuiti, dato che i pazienti sarebbero comunque tenuti a versare la restante metà, salvo eventuale intervento integrativo da parte dei Comuni.
Il nodo centrale, secondo chi denuncia la situazione, è che le convenzioni attive con le Asl sono di gran lunga inferiori rispetto al numero dei posti letto effettivamente disponibili nelle RSA piemontesi. Questo squilibrio fa sì che una parte consistente degli anziani ricoverati debba farsi carico dell'intero costo della retta, con oneri economici che in molti casi diventano proibitivi per le famiglie. La legge nazionale sui livelli essenziali di assistenza (i cosiddetti LEA) prevederebbe infatti che il servizio sanitario copra automaticamente il 50% della spesa per le RSA, allo stesso modo in cui copre integralmente i ricoveri ospedalieri o i percorsi di riabilitazione, ma nella pratica ciò non avviene per la carenza di convenzioni sufficienti.
Il fenomeno delle liste d'attesa resta legato a doppio filo a questa carenza di risorse convenzionate: chi non ottiene il riconoscimento della quota sanitaria da parte dell'Unità valutativa geriatrica delle Asl finisce in graduatoria, in attesa di un posto che garantisca condizioni economiche sostenibili. Le associazioni chiedono quindi alla nuova amministrazione regionale di riprendere senza ulteriori ritardi il confronto sul piano sociosanitario, per affrontare quella che definiscono una condizione di negazione delle cure nei confronti degli anziani malati non autosufficienti del Piemonte.
ITALIA. Rsa Padova, i Comuni: «Mancano fondi, serve l'Irpef regionale»I Comuni della provincia di Padova lanciano un allarme sulla mancanza di risorse per finanziare le residenze sanitarie assistenziali (Rsa), a fronte di una domanda in costante crescita da parte delle famiglie con anziani non autosufficienti. Come riporta Il Mattino di Padova, gli amministratori locali denunciano di aver ormai esaurito le proprie disponibilità di bilancio e chiedono alla Regione Veneto di intervenire utilizzando l'addizionale Irpef regionale per sostenere le strutture.
Il sindaco di Selvazzano Dentro, Piron, ha parlato di una tendenza destinata a diventare "esplosiva": il progressivo invecchiamento della popolazione sta facendo crescere in modo rapido il numero di richieste di ricovero, mentre le famiglie si trovano sempre più esasperate dai costi da sostenere per garantire assistenza ai propri anziani.
Sulla stessa linea l'assessora al sociale del Comune di Padova, Margherita Colonnello, che ha chiesto un intervento diretto della Regione attraverso l'Irpef regionale per garantire un finanziamento adeguato delle Rsa. Secondo l'assessora, l'attuale quota sanitaria riconosciuta dalla Regione, pari a 46 euro, non è sufficiente a coprire i costi reali delle strutture, lasciando sulle spalle dei Comuni e delle famiglie un onere sempre più difficile da sostenere.
I Comuni del Padovano lamentano di aver ormai "raschiato il fondo" delle proprie risorse economiche, senza più margini per intervenire ulteriormente a sostegno delle case di riposo. La questione arriva in un momento in cui la pressione demografica dell'invecchiamento della popolazione rende sempre più urgente una soluzione strutturale al problema del finanziamento della non autosufficienza, con il rischio che senza un intervento regionale le liste d'attesa per l'ingresso nelle Rsa continuino ad allungarsi e i costi a carico delle famiglie a crescere ulteriormente.
SUD AFRICA. Torna in Parlamento la legge sulla depenalizzazione del sesso a pagamentoIn Sudafrica riprende slancio la battaglia per la depenalizzazione del lavoro sessuale, portata avanti da anni da organizzazioni come SWEAT (Sex Workers Education and Advocacy Taskforce), Sisonke e la Asijiki Coalition for the Decriminalisation of Sex Work. Come riporta GroundUp, il disegno di legge che dovrebbe cambiare radicalmente lo status giuridico di chi vende sesso nel Paese sta per tornare in Parlamento, a distanza di anni dal suo ritiro.
Si tratta del Criminal Law (Sexual Offences and Related Matters) Amendment Bill del 2022, un testo che punta ad abrogare il Sexual Offences Act del 1957 (a sua volta erede del vecchio Immorality Act) e a depenalizzare la vendita e l'acquisto di servizi sessuali tra adulti consenzienti. Il disegno di legge era stato pubblicato per la consultazione pubblica già alla fine del 2022, sotto l'allora ministro della Giustizia Ronald Lamola, ma nel 2023 era stato ritirato per essere riscritto, dopo che i consulenti legali dello Stato avevano segnalato lacune nella regolamentazione prevista.
Ora, secondo quanto confermato dal portavoce del Dipartimento di Giustizia sudafricano, Samuel Modipane, il testo tornerà davanti al Consiglio dei ministri, che dovrà pronunciarsi sulle questioni di policy e autorizzare l'avvio di una nuova fase di consultazione pubblica. Il disegno di legge dovrebbe essere pubblicato in Gazzetta Ufficiale entro la fine dell'anno, mentre la sua introduzione formale in Parlamento è prevista per il 2027. A sollecitare un'accelerazione era stata proprio SWEAT, che nel giugno 2025 aveva chiesto al Dipartimento di Giustizia e Sviluppo Costituzionale di dare priorità a un provvedimento definito "da troppo tempo rinviato".
Parallelamente al percorso legislativo, è in corso presso la Western Cape High Court una causa che potrebbe avere un peso storico per i diritti delle sex worker sudafricane. Una lavoratrice del sesso, identificata con le iniziali S.H., insieme a SWEAT, ha citato in giudizio il ministro della Giustizia chiedendo che la normativa che criminalizza il lavoro sessuale venga dichiarata incostituzionale. La causa, avviata nel maggio 2024, gode del sostegno di organizzazioni internazionali per i diritti umani come Human Rights Watch e Amnesty International, che da tempo sostengono come la criminalizzazione del lavoro sessuale non solo comprometta i diritti fondamentali alla privacy e all'autodeterminazione del corpo, ma renda l'attività ancora più pericolosa per chi la esercita.
Nel frattempo, in attesa dell'esito del processo, la National Prosecuting Authority sudafricana ha disposto, con una direttiva emessa a settembre 2025, che nessuna nuova azione penale venga avviata nei confronti delle sex worker.
Attualmente, in Sudafrica, vendere o acquistare sesso, così come trarne profitto in qualsiasi forma, resta un reato: la vendita di prestazioni sessuali è illegale dal 1957, mentre dal 2007 è stato criminalizzato anche il pagamento per servizi sessuali e il trarne beneficio economico in altro modo. Il nuovo disegno di legge, se approvato, riguarderebbe esclusivamente i rapporti tra adulti consenzienti: resterebbe infatti reato, in ogni caso, offrire o ricevere prestazioni sessuali da minori o da persone con disabilità mentali.
OLANDA. "Allarme rosso" per pillole di ecstasy a forma di Trump potenzialmente letali
Un istituto olandese per la tossicodipendenza e la salute mentale ha messo in guardia venerdì i consumatori contro le pillole di ecstasy potenzialmente letali a forma di testa del presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
Il prestigioso Istituto Trimbos ha dichiarato che diverse pillole sono state consegnate di recente a una rete di centri che testano le sostanze stupefacenti prima che vengano assunte dai consumatori.
"Non usate assolutamente queste pillole", ha avvertito l'istituto.
È stata diffusa una foto delle pillole che presentano l'immagine del volto di Trump su un lato e le scritte "NL" e "Trump" sull'altro, ai lati di una linea verticale. Una delle pillole ha la faccia verde e un'altra gialla.
L'istituto ha lanciato un allarme rosso , pubblicato sul suo sito web e sui social media, avvertendo che i prodotti contengono un'alta concentrazione di una sostanza chimica chiamata PMMA, o para-metossimetamfetamina, simile all'MDMA, il principio attivo delle pastiglie di ecstasy.
Tuttavia, il PMMA agisce più lentamente dell'MDMA e questo potrebbe indurre gli utilizzatori ad assumerne di più perché pensano che la prima pillola non abbia funzionato, con conseguente rischio di overdose, ha affermato l'istituto, aggiungendo che l'uso delle pillole "può portare a un surriscaldamento con conseguenze potenzialmente mortali".
La portavoce Anniek Groothuis ha dichiarato che l'istituto non ha segnalato casi di malattie gravi o decessi tra le persone che potrebbero aver assunto il farmaco.
"Non siamo a conoscenza di alcuna vittima in cui sia stato trovato PMMA nel sangue", ha dichiarato all'Associated Press.
Nei Paesi Bassi la produzione, la vendita e il consumo di ecstasy sono illegali, ma la sostanza è ampiamente diffusa, soprattutto nei club e nei festival musicali. Un rapporto governativo del 2024 ha indicato che circa 550.000 persone ne hanno fatto uso in un anno.
Non è la prima volta che compaiono pillole di ecstasy a forma di testa di Trump. Nel 2017, la polizia tedesca ha sequestrato migliaia di compresse arancioni a forma di Trump .
(Associated Press)
ITALIA. 205 incidenti significativi con il coinvolgimento di animali. 14 morti e 238 feritiNel 2025 l’Osservatorio ASAPS – SAPIDATA ha registrato 205 incidenti significativi con il coinvolgimento di animali, in aumento rispetto ai 199 del 2024. Gli eventi hanno causato 14 morti e 238 feriti.
Il Report prende in esame i soli incidenti con animali che hanno determinato lesioni o decessi di persone.
La maggior parte dei sinistri ha coinvolto animali selvatici (187 casi, 91,2%) e si è verificata sulla rete ordinaria (200 episodi). Gli incidenti notturni sono stati 50, mentre 155 si sono verificati di giorno
Mezzi coinvolti
- Autovetture: 133
- Motocicli/ciclomotori: 74
- Autocarri/pullman: 1
- Biciclette/pedoni: 10
Distribuzione geografica
Le regioni più colpite risultano:
- Campania: 24 episodi
- Lombardia: 31 episodi
- Toscana: 20 episodi
- Piemonte / Emilia-Romagna / Abruzzo / Sardegna: 15 episodi ciascuna
- Lazio: 18 episodi
- Marche / Liguria: 14 episodi
- Puglia: 10 episodi
- Sicilia: 9 episodi
Confronto con il 2024
Nel 2024 erano stati registrati 199 incidenti, 14 morti e 254 feriti. Il 2025 mostra quindi un lieve aumento dei sinistri, un numero di vittime stabile e una riduzione dei feriti.
Il messaggio dell’ASAPS
Il fenomeno richiede interventi strutturali e misure preventive più efficaci, soprattutto nelle aree ad alta presenza di fauna selvatica. ASAPS rinnova i propri consigli per la sicurezza: progettazione di sottopassaggi, segnalazioni dei punti critici, installazione di reti ad alto impatto, prudenza nelle ore serali e attenzione ai mezzi impegnati nello sfalcio dell’erba.
ITALIA. Tossicodipendenza-overdose. Le richieste di Forum Droghe nella giornata internazionaleIn Italia almeno 249 persone sono morte per intossicazione acuta da sostanze nel 2025: quasi cinque ogni settimana e il 7,8% in più rispetto alle 231 vittime del 2024. Il 31 agosto, in occasione dell’International Overdose Awareness Day, Forum Droghe chiede che la prevenzione delle morti per overdose diventi un obiettivo misurabile delle politiche nazionali e regionali.
I dati provengono dalla Relazione annuale al Parlamento sulle dipendenze 2026 e riguardano i decessi direttamente accertati dalle forze dell’ordine. La cocaina è stata indicata come responsabile del 33% delle morti, confermandosi una delle sostanze di maggiore impatto sanitario: nel 2025 è risultata associata anche al 32% dei ricoveri droga-correlati. Nello stesso anno gli accessi ai pronto soccorso per condizioni direttamente connesse alle droghe sono stati 9.641, in crescita del 15%.
Per confrontare correttamente Italia ed Europa occorre utilizzare lo stesso anno e lo stesso indicatore. Nel 2024 il tasso italiano registrato dal Governo è stato di circa 0,6 morti ogni 100.000 abitanti tra i 15 e i 64 anni. La media dell’Unione europea stimata dall’EUDA per lo stesso anno è stata di 2,5 ogni 100.000. Nell’UE si sono verificate almeno 7.589 overdose mortali. Il dato italiano appare dunque quattro volte inferiore alla media europea: non era così all’inizio degli anni ’90, prima che fossero avviate le politiche di riduzione del danno nel nostro paese: allora, le morti oscillavamo tra 1.500 e 2.000.
«Il tasso italiano più basso rispetto alla media europea non è un regalo del proibizionismo. È il risultato del lavoro svolto dagli anni Novanta dalle unità di strada, dai servizi pubblici e del privato sociale, dai programmi con metadone e dalla distribuzione del naloxone alle persone che usano sostanze», dichiara Leonardo Fiorentini, segretario di Forum Droghe. «Quella spinta si è però fermata. La riduzione del danno è inserita nei Livelli essenziali di assistenza dal 2017, ma continua a non avere linee guida nazionali e così dipende dal codice postale: presente in alcuni territori, quasi inesistente in altri. 249 morti evitabili non sono un risultato di cui accontentarsi. Il Governo deve fissare l’obiettivo zero e finanziare gli strumenti necessari per raggiungerlo, che non sono i roboanti piani contro il fentanyl di Mantovano, che danno l’evidenza del fallimento al primo furto in ospedale. Sono Stanze dell’uso sicuro, Drug Checking, Naloxone e stabilizzazione dei servizi di riduzione del danno e a bassa soglia sul territorio nazionale».
«Le overdose non sono incidenti inevitabili e non si prevengono spaventando o punendo», afferma Susanna Ronconi di Forum Droghe. «Si prevengono costruendo una relazione con le persone nei luoghi in cui vivono e consumano. Una stanza dell’uso sicuro non incoraggia il consumo: impedisce che una persona muoia sola in strada e apre una porta verso la salute. Il drug checking non certifica la qualità delle droghe, ma rende visibile ciò che il mercato clandestino mette dentro una dose e permette di comunicare il rischio. Il naloxone non sostituisce i servizi: mantiene in vita le persone perché possano incontrarli. È questa la concretezza della riduzione del danno».
Forum Droghe chiede al Governo e alle Regioni:
Il 31 agosto ricordiamo le persone morte, ma soprattutto rivendichiamo il diritto di chi è vivo a non diventare il prossimo numero. Overdose, obiettivo zero.
GIAPPONE. Zoo e acquari ripensano il rapporto con gli animaliIn Giappone diversi zoo e acquari stanno rivedendo o eliminando del tutto le tradizionali esperienze a contatto diretto con gli animali, seguendo una tendenza internazionale che mette il benessere animale al centro delle scelte gestionali. Lo riporta il quotidiano Borneo Bulletin, che ha raccolto diversi casi concreti sul territorio nipponico.
Allo Zoorasia di Yokohama, uno dei parchi zoologici più grandi e conosciuti del Giappone, l'esperienza che permetteva ai visitatori di accarezzare cavie e topi è stata chiusa lo scorso marzo. Il motivo sono stati i problemi di salute legati al caldo estivo e alla scarsa areazione degli spazi dedicati al contatto ravvicinato. Gli animali sono stati trasferiti al Nogeyama Zoological Gardens, dove ora si svolgono sessioni prenotate della durata di 15 minuti, con gli animali protetti in ceste o teche trasparenti anziché maneggiati liberamente dai visitatori.
Cambiamenti ancora più netti si sono registrati al Marine World Uminonakamichi di Fukuoka, dove lo scorso ottobre è stata chiusa la vasca che permetteva il contatto diretto con le stelle marine. La decisione è arrivata dopo che manipolazioni scorrette da parte dei visitatori causavano il decesso di circa 300 esemplari all'anno, costringendo la struttura a sostituirli con regolarità per mantenere l'attrazione attiva.
Non tutte le strutture hanno scelto la via della chiusura totale delle esperienze interattive. Lo Zoo di Chiba, ad esempio, ha optato per una maggiore trasparenza informativa, spiegando ai visitatori tramite pannelli le modifiche apportate agli habitat degli animali. Un esempio citato è l'introduzione di piante nel recinto dei gorilla, avvenuta nel 2024, pensata per arricchire l'ambiente in cui vivono gli animali.
Particolarmente significativo il caso dello Omuta City Zoo di Fukuoka: dopo la morte del suo ultimo elefante nel 2013, la struttura ha deciso di non ospitare più questi animali, non disponendo di uno spazio adeguato a mantenere un intero branco, condizione ritenuta necessaria per il loro benessere. All'ingresso dello zoo è stato collocato un cartello con la scritta "No elephants here" (qui non ci sono elefanti), utilizzato a scopo educativo per spiegare ai visitatori le ragioni della scelta.
Secondo quanto riportato dal quotidiano, esperti come il professor Yoichi Sadotomo della Teikyo University of Science e Yuichi Mizoi della Kansai University collegano questi cambiamenti al movimento internazionale sul benessere animale, le cui origini risalgono a un libro britannico del 1964 sulle condizioni degli animali da allevamento, da cui derivano le cosiddette "cinque libertà" degli animali. Un ulteriore riferimento citato dagli esperti è la Animal Welfare Strategy adottata nel 2015 dalla World Association of Zoos and Aquariums (WAZA), l'organizzazione internazionale che riunisce zoo e acquari di tutto il mondo.
REGNO UNITO. Cambridge, 24 milioni per organi umani coltivati senza test su animaliL'Università di Cambridge guiderà un nuovo progetto di ricerca da oltre 24 milioni di euro (circa 20 milioni di sterline) per coltivare in laboratorio organi umani in miniatura, i cosiddetti organoidi, a partire da cellule donate dai pazienti del Servizio Sanitario Nazionale britannico (NHS). Come riporta la LAV (Lega AntiVivisezione) in un articolo firmato da Michela Kuan, l'iniziativa è finanziata dal Medical Research Council britannico e nasce con l'obiettivo dichiarato di ridurre progressivamente il ricorso alla sperimentazione animale nello sviluppo di nuovi farmaci.
Il cuore del progetto è lo UK Pre-clinical Translational Models Hub, che sarà ospitato presso il Cambridge Stem Cell Institute, all'interno del Jeffrey Cheah Biomedical Centre sul Cambridge Biomedical Campus. Il centro sarà co-diretto dal professor Matthias Zilbauer e dal professor Bertie Göttgens, entrambi dell'istituto di ricerca sulle cellule staminali dell'ateneo britannico. L'obiettivo è costruire una piattaforma nazionale che validi, standardizzi e renda disponibile su larga scala un catalogo di organoidi derivati da pazienti e di modelli computazionali avanzati.
Gli organoidi sono piccoli gruppi organizzati di cellule umane che riproducono le caratteristiche strutturali e funzionali di un organo reale, come l'intestino, il fegato o il cervello, e possono essere impiegati per studiare come una malattia si sviluppa e come un farmaco agisce su un determinato paziente. Il progetto integrerà anche sistemi organ-on-a-chip, dispositivi basati su tecnologie di microfluidica capaci di simulare funzioni fisiologiche complesse come il respiro, il battito cardiaco o il filtraggio renale, offrendo così un modello ancora più realistico della biologia umana rispetto alle colture cellulari tradizionali.
Uno dei nodi che il nuovo hub punta a risolvere è quello della riproducibilità: fino ad oggi, laboratori diversi che seguono protocolli apparentemente simili possono ottenere organoidi con comportamenti differenti, rendendo difficile confrontare i risultati o costruire set di dati standardizzati su cui le agenzie regolatorie e le aziende farmaceutiche possano fare affidamento. Il progetto prevede infatti di lavorare con la comunità scientifica di tutto il Regno Unito per creare una biblioteca di organoidi validati, distribuita ad accademici e industria farmaceutica, incluse aziende come AstraZeneca e GSK, con l'obiettivo di individuare cure più efficaci in tempi più rapidi. Le patologie indicate come prioritarie sono in particolare i tumori e le malattie infiammatorie intestinali.
L'iniziativa si inserisce nella più ampia strategia britannica sulle NAMs (New Approach Methodologies), le nuove metodologie che uniscono biotecnologie e intelligenza artificiale per sostituire i modelli animali. Il governo del Regno Unito ha inoltre annunciato l'intenzione di eliminare gradualmente i test sugli animali per irritazione cutanea e oculare entro la fine del 2026, i test di potenza del botox sui topi entro il 2027 e di ridurre in modo significativo, tra il 35 e il 50%, gli studi di farmacocinetica e sicurezza cardiovascolare condotti su cani e primati non umani entro il 2030, stanziando complessivamente 75 milioni di sterline per sostenere questa transizione.
Un contesto ben diverso, secondo quanto denuncia LAV, è quello italiano: nel nostro paese era stata proposta l'introduzione di un finanziamento di 10 milioni di euro l'anno per il triennio 2026-2028 destinato alla ricerca sulle NAMs, ma lo stanziamento non è stato approvato. L'associazione sottolinea come, mentre Regno Unito e Stati Uniti (dove il National Institutes of Health ha destinato 87 milioni di dollari alla creazione di un centro nazionale dedicato agli organoidi standardizzati) investono somme consistenti in questo ambito, in Italia i fondi pubblici destinati ai modelli di ricerca alternativi alla sperimentazione animale restano pari a zero.
ITALIA. Difterite a Palermo: il caso mostra i limiti dell'anagrafe vaccinaleLa morte di una bambina di 4 anni non vaccinata a Palermo per difterite ha riacceso il dibattito sulla sorveglianza sanitaria in Italia. Come sottolinea l'epidemiologa Stefania Salmaso su Scienza in Rete, l'eliminazione di una malattia grazie ai vaccini non equivale all'eradicazione del batterio che la provoca: il Corynebacterium diphtheriae continua a circolare e può ancora colpire chi non è protetto.
In Italia l'ultimo decesso per difterite autoctona risaliva al 1996: da allora, grazie all'obbligo vaccinale introdotto nel 1939, la malattia era scomparsa dalla cronaca sanitaria. Prima di quella data, agli inizi del Novecento, il Paese registrava ogni anno tra i 20mila e i 30mila casi tra i bambini, con circa 1.600 morti. Un progresso enorme, che però - avverte Salmaso - non deve essere confuso con la scomparsa definitiva del rischio: il batterio resta presente a livello globale e può rientrare in circolazione ovunque trovi persone non immunizzate.
I dati europei confermano che il fenomeno non è residuale. Nell'Unione Europea nel 2022 sono state registrate 359 infezioni da corinebatteri tossinogenici, di cui 318 sostenute da C. diphtheriae e 61 da C. ulcerans. Nel 2023 i casi sono scesi a 216 (155 da C. diphtheriae e 61 da C. ulcerans). Si tratta soprattutto di casi importati, provenienti da aree dell'Est Europa dove le coperture vaccinali risultano insufficienti, oppure da Paesi dove la malattia resta endemica, come India, Indonesia, Filippine, Malesia, Nepal, alcuni Stati africani e il Brasile.
Il punto centrale sollevato dall'autrice riguarda però un elemento specifico del caso siciliano: la bambina risultava inadempiente al ciclo vaccinale già da tre anni. Un dato che, se rilevato e comunicato tempestivamente agli operatori sanitari, avrebbe potuto orientare fin da subito il sospetto diagnostico verso la difterite, evitando probabilmente il ritardo che ha caratterizzato la vicenda.
Salmaso critica in particolare l'assenza di un'anagrafe vaccinale facilmente consultabile dal personale sanitario nel momento della visita. Sapere in tempo reale che un bambino non ha completato il ciclo vaccinale previsto non è solo un dato statistico: è un'informazione clinica che può fare la differenza nel riconoscere precocemente una malattia ormai rara e quindi difficile da diagnosticare per i medici, che nella pratica quotidiana non la incontrano quasi più.
Per l'epidemiologa il caso di Palermo rappresenta un fallimento della sanità pubblica, che non può limitarsi al rispetto formale delle procedure burocratiche - come l'invio di solleciti alle famiglie inadempienti o l'irrogazione di sanzioni pecuniarie - ma dovrebbe rafforzare concretamente gli strumenti di sorveglianza epidemiologica e di supporto alle famiglie. L'obiettivo, sottolinea Salmaso, è individuare per tempo i soggetti a rischio prima che si trasformino, come in questo caso, in tragedie evitabili.
U.E.. Tabacco, 80mila risposte alla consultazione UE: si ascolterà la scienza?La Commissione Europea si trova a dover gestire una mole di riscontri senza precedenti sulla revisione delle norme relative al tabacco. Come riporta Vaping Post, la seconda consultazione pubblica lanciata da Bruxelles il 22 maggio e chiusa lo scorso 14 agosto, sommata alla precedente call for evidence, ha raccolto oltre 80.000 contributi da cittadini, aziende, associazioni di consumatori e organizzazioni sanitarie. Questi dati confluiranno nella revisione della direttiva sui prodotti del tabacco e di quella sulla pubblicità del tabacco, attese entro la fine del 2026.
Il nodo centrale del dibattito riguarda il modo in cui l'Unione Europea intende regolamentare la nicotina: se trattarla come un'unica categoria di rischio, indipendentemente dal prodotto che la veicola, oppure se distinguere le normative in base al rischio effettivo di ciascun prodotto, separando le sigarette tradizionali dalle sigarette elettroniche, dal tabacco riscaldato e dalle bustine di nicotina.
Ancora prima che le risposte alla consultazione siano state analizzate nel dettaglio, le critiche si sono concentrate sul metodo con cui la Commissione ha raccolto i pareri. Il professor Riccardo Polosa, dell'Università di Catania, ha dichiarato all'agenzia Eunews che il questionario predisposto da Bruxelles solleva dubbi sia sulla trasparenza sia sulla qualità complessiva del processo. Secondo Polosa, il fatto di raggruppare in domande generiche prodotti alla nicotina profondamente diversi tra loro rischia di offuscare le differenze di rischio relativo tra le varie categorie. Il professore sostiene che l'obiettivo prioritario della futura legislazione dovrebbe restare la riduzione delle malattie e dei decessi legati al fumo, distinguendo con chiarezza le sigarette combuste dalle alternative non combuste.
Non si tratta di un dibattito puramente tecnico sulla struttura dei sondaggi: la futura normativa potrà incidere su centinaia di milioni di consumatori europei, dato che l'attuale direttiva sui prodotti del tabacco regolamenta già sigarette, tabacco senza combustione e sigarette elettroniche, tra le altre categorie.
Un ulteriore elemento chiamato in causa è il modello scandinavo. Il ricercatore norvegese Karl E. Lund ritiene che i responsabili politici dovrebbero guardare con maggiore attenzione ai paesi nordici, e in particolare alla Svezia, dove le sigarette sono state progressivamente sostituite da alternative senza combustione come lo snus e le bustine di nicotina. Secondo Lund, invece di puntare esclusivamente all'eliminazione del consumo di nicotina, la regolamentazione dovrebbe aiutare chi non può o non vuole smettere di usare nicotina ad allontanarsi dal fumo tradizionale. Lund descrive l'approccio scandinavo come un modello di regolazione proporzionata al rischio, in cui i prodotti non vengono automaticamente equiparati solo perché contengono nicotina.
Sul fronte della percezione del rischio, i dati dell'organizzazione britannica ASH mostrano che nel 2025 il 56% degli adulti britannici che conoscevano il vaping lo riteneva altrettanto o più dannoso delle sigarette tradizionali, mentre solo il 28% lo identificava correttamente come meno nocivo. Per chi sta valutando se passare dal fumo al vaping, questo tipo di percezione distorta non è un dettaglio trascurabile. Anche i dati sui più giovani raccontano una storia simile: nel 2024, il 58% degli adolescenti britannici tra gli 11 e i 17 anni che conoscevano il vaping lo riteneva altrettanto o più dannoso del fumo, un dato che tuttavia non sembra scoraggiarne la sperimentazione.
Sul piano commerciale, la Confederazione Europea dei Rivenditori di Tabacco ha avvertito che restrizioni sproporzionate rischiano di penalizzare le attività commerciali che rispettano le regole, favorendo al contrario i venditori illeciti. Anche Lund ha sollevato preoccupazioni analoghe, sostenendo che i regolatori devono tenere conto delle conseguenze reali che si producono quando le alternative legali diventano meno accessibili o meno attraenti per i consumatori.
Uno degli aspetti forse più trascurati dell'intera consultazione riguarda proprio il modo in cui l'Europa comunica il rischio relativo tra i diversi prodotti. La diffusa convinzione che il vaping sia pericoloso quanto il fumo tradizionale mostra cosa può accadere quando i messaggi di sanità pubblica insistono sull'incertezza scientifica senza spiegare adeguatamente l'entità reale del rischio.
L'Europa si trova quindi davanti a una scelta che va oltre il tema di aromi, pubblicità o packaging: decidere se regolare la nicotina in base alla sua semplice presenza in un prodotto, oppure regolare i prodotti in base al rischio che effettivamente comportano. Per chi sostiene le strategie di riduzione del danno da tabacco, la vera prova di credibilità della consultazione sarà stabilire se Bruxelles ascolterà davvero le prove che ha chiesto ai cittadini europei di fornire.
MONDO. Uso non medico della cannabis. Rapporto OMS
La cannabis è a livello globale la sostanza psicoattiva più comunemente utilizzata e soggetta a controllo internazionale. L'attenzione verso le conseguenze sanitarie e sociali dell'uso non medico di cannabis, compresi i disturbi correlati, è in costante aumento. Questo documento tecnico fornisce un aggiornamento delle evidenze scientifiche sull'impatto dell'uso non medico di cannabis sulla salute, basandosi sulla precedente pubblicazione del 2016.
REGNO UNITO. Il governo 'raccomanderà ai britannici di fare scorta di cibo in scatola' per prepararsi a condizioni meteorologiche estreme o attacchi informaticiStando a quanto riportato, il governo inviterà le famiglie a fare scorta di cibo in scatola e acqua in bottiglia per prepararsi a condizioni meteorologiche estreme o ad attacchi informatici contro il Paese.
Secondo il Financial Times , il governo di Andy Burnham si sta concentrando sulla resilienza nazionale a seguito delle minacce provenienti dalla Russia e delle ondate di calore di quest'estate.
La Russia ha affermato che ci sarebbero "conseguenze" se la Gran Bretagna fornisse all'Ucraina i progetti per i componenti britannici utilizzati nel missile Scalp di produzione francese, mentre Parigi sta valutando la possibilità di installare linee di assemblaggio per quest'arma in Ucraina.
Il ministro degli esteri del paese, Sergei Lavrov, ha affermato che il suo paese ha il diritto di considerare il "coinvolgimento diretto delle forze missilistiche britanniche" come "partecipazione alla guerra, con tutte le conseguenze che ne derivano".
Il governo di Andy Burnham si sta concentrando sulla resilienza nazionale a seguito delle minacce provenienti dalla Russia e delle ondate di calore di quest'estate ( AFP/Getty ).
Ma in un discorso tenuto lunedì fuori dalla cattedrale di Santa Sofia a Kiev, Burnham ha promesso che non si lascerà dissuadere dal fornire aiuti all'Ucraina.
Secondo il Financial Times , il governo sta accelerando i lavori sul suo "libro di guerra" – un manuale per la difesa della nazione contro le minacce esterne – e sta pianificando una campagna sui social media con consigli per aiutare le persone ad affrontare gli effetti di eventi meteorologici estremi, come le ondate di calore che hanno colpito il paese quest'estate .
Una fonte ha dichiarato al giornale: "Verranno forniti consigli pratici su come migliorare la resilienza domestica, come ad esempio avere a disposizione acqua in bottiglia e cibo in scatola. Si tratterà di buon senso, non di allarmismo."
Il registro nazionale dei rischi del governo è stato aggiornato il mese scorso, con l'aggiunta del rischio di interferenza nel processo democratico del Regno Unito.
Il registro nazionale dei rischi è la valutazione del governo sui rischi più significativi che il Regno Unito si trova ad affrontare. Si tratta di uno strumento di pianificazione concepito per aiutare i professionisti a prepararsi ai rischi e non ha lo scopo di prevedere eventi futuri.
All'inizio di questo mese, The Independent ha riportato che gli analisti hanno avvertito che il caldo estremo e la siccità persistente stanno mettendo la Gran Bretagna a rischio della "peggiore crisi di sicurezza alimentare degli ultimi decenni".
Secondo gli analisti della banca d'investimento Shore Capital, l'impatto a catena di cinque ondate di calore e di periodi prolungati di siccità potrebbe distruggere i raccolti degli agricoltori, portando a carenze alimentari entro la fine dell'anno e a una crescente dipendenza dalle importazioni estere.
La National Farmers Union (NFU) ha avvertito che la situazione è "sempre più preoccupante" e che gli allevatori di bestiame da latte stanno già utilizzando foraggio invernale perché l'erba ha smesso di crescere.
(The Independent)
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