Previsioni della popolazione residente, delle famiglie e delle forze di lavoro. Istat
Le previsioni demografiche hanno lo scopo di tracciare il probabile futuro di una popolazione in termini di dimensione totale e di componenti strutturali, tenendo in debito conto l’incertezza sottostante nei confronti dei comportamenti demografici (fecondità, sopravvivenza, movimenti migratori). Questo genere di prodotto trova impiego tra i policy-maker sia come strumento di conoscenza per valutare le tendenze dell’invecchiamento della popolazione, sia come fonte per sviluppare ulteriori modelli previsivi. Gli usi possibili delle previsioni sono infatti molteplici e variano dal campo della programmazione sanitaria a quella previdenziale, dallo studio del fabbisogno urbanistico a quello energetico-ambientale, dall’organizzazione delle strutture scolastiche alla rete dei trasporti.
Con il progetto “Previsioni della popolazione e delle famiglie”, compreso nel Programma Statistico Nazionale (cod. PSN IST-01448), l’Istat risponde da oltre trent’anni a questo genere di esigenze con cadenza in origine occasionale, successivamente divenuta annuale (dal 2017). È opportuno ricordare che i dati messi a disposizione vanno trattati con cautela, soprattutto nel lungo termine. Le previsioni demografiche divengono, infatti, tanto più incerte quanto più ci si allontana dalla base di partenza, in particolar modo in piccole realtà geografiche. Va anche sottolineato che le previsioni demografiche rappresentano un esercizio di tipo what-if. Sono cioè elaborazioni nelle quali i calcoli effettuati mostrano una particolare evoluzione della popolazione che è frutto delle specifiche ipotesi adottate riguardo al comportamento demografico.
Accesso ai dati delle previsioni regionali della popolazione
Le tipologie di output sono tre e precisamente:
- popolazione per regione, sesso e classi annuali di età;
- componenti aggregate del bilancio demografico per regione;
- principali indicatori demografici di riferimento per regione.
Ciascuna tipologia di output, oltre a presentare i risultati dello scenario mediano, è corredata degli intervalli di confidenza al 50%, 80% e 90%. Le previsioni coprono l’arco temporale 2025-2080.
I dati sulle previsioni regionali della popolazione sono accessibili sia dalla banca dati IstatData (dal 2 settembre 2026) sia dalla piattaforma tematica Demo.
Accesso ai dati delle previsioni regionali delle famiglie
Le tipologie di output sono:
- popolazione che vive in famiglia per posizione familiare, classi quinquennali di età e regione;
- famiglie per tipologia familiare e regione;
- numero medio di componenti familiari.
Ciascuna tipologia di output presenta i risultati del solo scenario mediano. Le previsioni coprono l’arco temporale 2025-2050.
I dati sulle previsioni regionali delle famiglie sono accessibili sia dalla banca dati IstatData (dal 2 settembre 2026) sia dalla piattaforma tematica Demo
Accesso ai dati delle previsioni comunali della popolazione
Le tipologie di output sono
- popolazione per comune (provincia), sesso e classi quinquennali di età;
- componenti aggregate del bilancio demografico per comune (provincia);
- principali indicatori demografici di riferimento per comune (provincia).
Ciascuna tipologia di output presenta i risultati del solo scenario mediano. Le previsioni coprono l’arco temporale 2025-2050.
I dati sono accessibili online per le province e per i soli comuni con popolazione superiore ai 5mila abitanti.
I dati sono accessibili sia dalla banca dati IstatData (dal 2 settembre 2026) sia dalla piattaforma tematica Demo.
I dati per i comuni al di sotto dei 5mila abitanti sono riservati ai soli enti Sistan. In questo caso, il Responsabile dell’ufficio Sistan, o un suo delegato, deve accedere al Contact Centre e selezionare il servizio “Rilascio di microdati/File per il Sistan”.
Per tutti gli utenti, invece, è possibile ottenere dati per aggregazioni sovracomunali di interesse a seguito di una elaborazione a pagamento. Alcune aggregazioni consolidate disponibili sono, a titolo di esempio: Degurba, Sistemi Locali del Lavoro, Aree interne, Comunità montane. Alternativamente, l’utente può indicare particolari aggregazioni sovracomunali purché rispettino i principi della riservatezza dei dati. La richiesta va fatta attraverso il Contact Centre, selezionando il servizio “Elaborazioni personalizzate”.
Accesso ai dati delle previsioni delle forze lavoro
Le tipologie di output sono due e, precisamente, riguardano 1) la popolazione attiva e 2) i tassi di attività, per sesso, classi quinquennali di età e ripartizione geografica (Nord-Ovest, Nord-Est, Centro, Mezzogiorno);
Sono presentati i soli risultati dello scenario mediano. Le previsioni coprono l’arco temporale 2025-2050.
I dati sulle previsioni delle forze lavoro sono al momento accessibili dalla sola banca dati tematica Demo.
Principali risultati
La popolazione residente continuerà a diminuire per tutto l’orizzonte previsivo (2025-2080), anche negli scenari più favorevoli.
L’invecchiamento della popolazione rappresenta la prospettiva più certa, trainato dall’ingresso nelle età anziane delle generazioni del baby boom.
Il saldo migratorio con l’estero resterà positivo ma non sarà sufficiente a compensare il persistente deficit tra nascite e decessi.
Le aree interne, soprattutto nel Mezzogiorno, continueranno a perdere popolazione più rapidamente dei centri urbani, ampliando i divari territoriali.
Le famiglie saranno più numerose ma di dimensioni sempre più ridotte, riflettendo l’invecchiamento della popolazione e la diffusione delle persone sole. La diminuzione della popolazione in età lavorativa ridurrà la disponibilità di forza lavoro, ponendo nuove sfide al sistema economico e al welfare.
Popolazione prevista in calo ma in misura diversa sul territorio
Le nuove previsioni demografiche in base 1° gennaio 2025, rinnovate nel disegno degli scenari futuri 1, delineano un quadro di progressiva riduzione della popolazione residente in Italia. Secondo lo scenario mediano, la popolazione passa da 58,9 milioni di residenti al 1° gennaio 2025 a 58,7 milioni nel 2030, 55,0 milioni nel 2050 e 45,8 milioni nel 2080. Gli intervalli di confidenza al 90% (ossia gli estremi inferiore e superiore dell’intervallo che con confidenza pari al 90% conterrà il futuro valore reale della popolazione) indicano che la diminuzione della popolazione rappresenta un risultato praticamente certo: già nel medio periodo nessuno degli scenari considerati prospetta un ritorno agli attuali livelli di popolazione e, nel lungo termine, il calo risulta confermato in tutte le possibili evoluzioni demografiche.
Nel breve termine (2025-2030) la popolazione riscontra una lieve diminuzione con un tasso medio annuo di variazione pari a -0,1%. Nel medio termine (2030-2050) la contrazione si accentua, con un tasso medio annuo di -0,3%, mentre nel lungo termine (2050-2080) il declino si rafforza ulteriormente, a un ritmo di -0,6% in media annua. Nel complesso, nell’arco dei 55 anni di previsione l’Italia perderà oltre 13 milioni di residenti, 4 dei quali entro il 2050, indicando un percorso che soltanto nel lungo termine, sulla base delle ipotesi formulate, condurrà a una popolazione sensibilmente ridimensionata rispetto a oggi.
Le dinamiche territoriali risultano differenziate. Il Nord è la sola ripartizione con una crescita della popolazione nel breve periodo, passando da 27,5 milioni nel 2025 a 27,7 milioni nel 2030, con un incremento medio annuo dello 0,1%. Dal 2030 la tendenza si inverte: la popolazione scende a 27,2 milioni nel 2050 (-0,1% medio annuo) e a 24,2 milioni nel 2080 (-0,4% medio annuo). Pur in un contesto di diminuzione, il Nord mantiene una dinamica relativamente più favorevole rispetto al resto del Paese.
Nel Centro il calo è già presente nel breve periodo, anche se molto contenuto. La popolazione perde appena 40mila residenti tra il 2025 e il 2030, con un tasso medio annuo di -0,1%. Tra il 2030 e il 2050 il decremento si intensifica (-0,3% medio annuo), portando la popolazione a 11,0 milioni, mentre nel lungo periodo si scende a 9,3 milioni (-0,6% medio annuo).
Il Mezzogiorno presenta una dinamica meno favorevole. La popolazione diminuisce da 19,7 milioni nel 2025 a 19,4 milioni nel 2030, con un tasso medio annuo di -0,4%. Nel periodo 2030-2050 il ritmo del calo aumenta (-0,7% medio annuo), facendo scendere la popolazione a 16,7 milioni. Tra il 2050 e il 2080 la contrazione raggiunge l’1,0% medio annuo, andando a definire una popolazione di 12,3 milioni, ovvero oltre un terzo inferiore rispetto ai livelli iniziali. Nel complesso, le previsioni evidenziano un processo di contrazione demografica generalizzato ma con intensità differente sul territorio. Gli intervalli di confidenza indicano che nel Centro e nel Mezzogiorno la diminuzione della popolazione risulta confermata in tutte le traiettorie considerate, con effetti particolarmente pronunciati nel secondo (Prospetto 1). Nel Nord, invece, gli scenari più favorevoli prospettano l’eventualità di una popolazione in crescita.
Il persistente squilibrio tra nascite e decessi alimenta il calo della popolazione
L’evoluzione futura della popolazione sarà determinata dall’interazione tra una dinamica naturale strutturalmente negativa e un saldo migratorio con l’estero positivo ma insufficiente a compensarla.
Nello scenario mediano, le nascite si mantengono su livelli stabili fino al 2030 (355mila nati annui). Si scende poi a 335mila nel 2050 e a 281mila nel 2080. Sebbene l’incertezza associata alle nascite aumenti nel tempo, la futura natalità non riuscirà a riequilibrare la dinamica naturale. Infatti, i decessi aumenteranno significativamente, passando da 652mila nel 2025 a 708mila nel 2030 e raggiungendo un picco di 869mila nel 2058 (Figura 1). Tale evoluzione riflette i cambiamenti attesi nella struttura per età: le numerose generazioni oggi adulte entreranno via via nelle età anziane, determinando un incremento dei decessi anche in virtù degli ipotizzati miglioramenti nella sopravvivenza.
Il saldo naturale rimarrà negativo durante tutto il periodo. Si passa da circa -296mila nel 2025 a -353mila nel 2030, fino a raggiungere un livello apicale di -570mila nel 2059. In nessun caso le nascite eguaglieranno i decessi e gli intervalli di confidenza al 90% confermano tale risultato anche nelle traiettorie più favorevoli. Anche questo squilibrio dipende in larga misura dall’evoluzione della struttura per età: la popolazione futura sarà caratterizzata da generazioni in età riproduttiva meno consistenti, limitando il potenziale di nascite pure a fronte di ipotesi di recupero della fecondità.
Per quanto riguarda i movimenti migratori con l’estero, le previsioni indicano che gli immigrati passano da circa 432mila nel 2025 a 423mila nel 2030, per poi ridursi a 372 mila nel 2050 e risalire a 404mila nel 2080. Gli emigrati per l’estero si attestano invece intorno a 144mila nel 2025, 176mila nel 2030, 169mila nel 2050 e 183mila nel 2080. Il saldo migratorio estero rimane positivo lungo tutto l’orizzonte previsivo: da circa 296mila persone nel 2025 scende a 247mila nel 2030 e a 204mila nel 2050, per poi tornare a crescere fino a 221mila nel 2080. Tuttavia, il contributo migratorio non compensa le perdite derivanti dal saldo naturale negativo, neanche negli anni in cui il saldo migratorio raggiunge livelli più elevati.
Le previsioni evidenziano come l’incertezza associata alle varie componenti sia molto differenziata. I decessi sono la componente più prevedibile, poiché dipendono da popolazioni già nate e in larga misura osservabili. Le nascite hanno margini di incertezza maggiori, che crescono nel tempo in funzione delle ipotesi sulla fecondità. Ancora più elevata è l’incertezza che caratterizza i flussi migratori internazionali, influenzati da fattori economici, geopolitici e normativi meno facilmente prevedibili. Di conseguenza, il saldo migratorio estero mostra gli intervalli di confidenza più ampi, soprattutto nel lungo termine. Le differenze territoriali appaiono particolarmente marcate. Nel Nord il saldo migratorio estero rappresenta il principale fattore di sostegno demografico, ma non compensa le perdite naturali. Nel Centro emerge una situazione intermedia. Le nascite restano stabili fino alla metà del secolo, mentre i decessi aumentano sensibilmente per effetto dell’invecchiamento. Il saldo migratorio estero è previsto positivo ma in graduale riduzione. Nel Mezzogiorno si osservano le trasformazioni più profonde. Le nascite diminuiscono in modo continuo e, parallelamente, il saldo naturale registra valori molto negativi. Sebbene il saldo migratorio estero rimanga positivo, le sue dimensioni molto inferiori rispetto al deficit naturale favoriscono il progressivo ridimensionamento demografico dell’area.
Il peso delle generazioni del baby boom ridisegna la struttura della popolazione
Le previsioni delineano un quadro di generalizzato invecchiamento destinato a caratterizzare l’Italia in futuro. Alla base di questa evoluzione vi è il progressivo passaggio nelle età anziane delle generazioni nate durante il baby boom degli anni ‘60 e della prima metà degli anni ‘70. Le generazioni più giovani sono invece meno consistenti, in conseguenza della persistente bassa natalità degli ultimi decenni. L’effetto congiunto di questi due fenomeni modifica profondamente la struttura della popolazione.
Nel breve periodo (2025-2030), l’età media della popolazione aumenta da 46,9 a 48,0 anni, mentre la quota di persone con almeno 65 anni passa dal 24,7% al 27,2%. La popolazione di 15-64 anni scende dal 63,4% al 62,1%, mentre i giovani fino a 14 anni scendono dall’11,9% al 10,7%.
Nel medio periodo (2030-2050) il transito delle generazioni del baby boom nelle età anziane raggiunge la massima intensità. L’età media supera i 51 anni, gli ultrasessantacinquenni arrivano al 34,5% del totale e la quota di 15-64enni si riduce al 55,3%. È in questa fase che il riequilibrio tra le diverse classi di età appare più difficile, con un progressivo restringimento della base della popolazione in età attiva.
Nel lungo periodo (2050-2080) il processo di invecchiamento prosegue, ma con ritmi più contenuti. L’età media raggiunge 52,1 anni e la quota di ultrasessantacinquenni si stabilizza intorno al 36,8%. La popolazione in età lavorativa continua a diminuire, attestandosi al 53,2%, mentre i giovani sotto i 15 anni rimangono prossimi al 10% della popolazione complessiva.
L’invecchiamento della popolazione rappresenta uno dei risultati più sicuri: anche gli scenari più favorevoli conducono a una popolazione più anziana di quella attuale. Maggiore è invece l’incertezza sulla composizione futura delle età più giovani e della popolazione in età lavorativa, poiché tali indicatori risentono maggiormente dell’evoluzione della fecondità e, soprattutto, delle migrazioni internazionali.
Significativo è anche l’aumento dei grandi anziani. La popolazione di 85 anni e più passa dal 4,1% del 2025 al 4,4% nel 2030, supera il 7,0% nel 2050 e raggiunge l’8,4% nel 2080. Si tratta della componente più esposta a bisogni assistenziali e sanitari, il cui incremento rappresenta una delle principali sfide per il sistema di welfare e per l’organizzazione dei servizi sociosanitari.
Parallelamente, l’attesa riduzione della popolazione tra 15 e 64 anni costituisce uno degli aspetti più rilevanti per le possibili conseguenze sulla crescita economica, sulla sostenibilità del sistema pensionistico, sull’offerta di lavoro e sulla capacità del Paese di rispondere alla crescente domanda di assistenza generata dall’invecchiamento della popolazione. L’invecchiamento interessa tutte le ripartizioni, ma con intensità differenti. Nel 2025 il Mezzogiorno presenta ancora la popolazione più giovane, con un’età media di 46,1 anni rispetto ai 47,1 anni del Nord e ai 47,5 anni del Centro. Tale vantaggio tende però a ridursi rapidamente. Nel medio periodo (2030-2050), infatti, il processo di invecchiamento accelera soprattutto nel Mezzogiorno, dove l’età media cresce fino a 52,1 anni, superando sia il Nord (50,5 anni) sia il Centro (51,5 anni). Nel lungo periodo (2050-2080) le differenze territoriali rimangono marcate. Il Mezzogiorno si conferma la ripartizione più anziana del Paese (53,6 anni), seguito dal Centro (52,1 anni) e dal Nord (51,4 anni).
Aree interne più fragili: cresce il divario con i centri
Le previsioni demografiche dei comuni, raggruppati secondo la classificazione SNAI 2021‑27, mostrano che, entro il 2050, la popolazione diminuirà sia nei centri sia nelle aree interne, ma con intensità diverse. Nel complesso del Paese, le aree interne risultano più esposte alla perdita di popolazione, mentre i centri mantengono una maggiore capacità di tenuta almeno nel breve periodo.
Nel 2025, i centri (poli, poli intercomunali e comuni di cintura) concentrano 45,6 milioni di residenti, contro 13,3 milioni nelle aree interne (intermedi, periferici e ultraperiferici). Entro il 2030, la popolazione dei centri rimane sostanzialmente stabile a 45,6 milioni, mentre le aree interne scendono a 13,1 milioni (−0,28% in media annua). Nel 2030‑2050 il divario si amplia: i centri si riducono a 43,2 milioni, con un calo del −0,27% annuo, mentre le aree interne scendono a 11,8 milioni, perdendo oltre 1,3 milioni di residenti e registrando un tasso del −0,51% annuo.
A livello di singole categorie, si rilevano maggiori difficoltà nei comuni periferici e ultraperiferici. I primi scendono da 4,6 milioni a 3,9 milioni (−0,65% annuo nel medio periodo) mentre i secondi potrebbero essere interessati da un calo più intenso: da 703mila residenti nel 2025 a 578mila nel 2050, con tassi medi annui pari a −0,63% nel breve periodo e −0,82% nel medio periodo.
La diminuzione della popolazione nelle aree interne implica una riduzione della forza lavoro disponibile, più difficoltà nel ricambio generazionale e un aumento del peso della popolazione anziana. Per contro, la maggiore tenuta dei centri accentua la domanda di infrastrutture e servizi nelle aree urbane, rendendo sempre più centrale il tema dell’equilibrio territoriale tra poli e aree interne. Le previsioni, quindi, indicano un progressivo rafforzamento della polarizzazione territoriale. Nei centri continueranno a concentrarsi popolazione, servizi e opportunità occupazionali, mentre molte aree interne vedranno ridursi la base demografica necessaria a sostenere scuole, sanità, trasporti e attività economiche locali.
A livello di ripartizioni geografiche, nel Nord i centri crescono da 23,6 milioni a 23,8 milioni entro il 2030 (+0,14% annuo), per poi ridursi a 23,5 milioni nel 2050 (−0,08%). Le aree interne mostrano una stabilità iniziale, con 3,9 milioni di residenti nel 2030 come nel 2025, seguita da una flessione fino a 3,7 milioni nel 2050 (−0,17%). Nel Centro, i centri passano da 9,4 milioni a 8,9 milioni nel 2050, con tassi medi annui pari a −0,03% nel breve periodo e −0,24% nel medio periodo. Le aree interne diminuiscono da 2,3 milioni a 2,1 milioni, con una contrazione più sostenuta (−0,24% e −0,40% nei due periodi). Il quadro più critico riguarda il Mezzogiorno. I centri scendono da 12,6 milioni nel 2025 a 12,4 milioni nel 2030 e a 10,8 milioni nel 2050, con tassi del −0,34% e −0,70%. Le aree interne diminuiscono ancora più rapidamente: da 7,1 milioni a 7,0 milioni nel 2030 (−0,45%) fino a 6,0 milioni nel 2050 (−0,76%).
La differenza tra le aree interne del Mezzogiorno e del Nord è particolarmente significativa. Nel 2025, le prime contano 7,1 milioni di residenti, oltre il doppio dei 3,9 milioni del Nord. Entro il 2050 il Mezzogiorno perde 1,1 milioni di abitanti nelle aree interne, mentre il Nord ne perde circa 122mila. Il calo medio annuo nel periodo 2030‑2050 è pari a −0,8% nel Mezzogiorno, con una velocità di riduzione quadrupla rispetto al −0,2% nel Nord. Ciò indica che le aree interne meridionali combinano bassa natalità, forte invecchiamento e persistente perdita migratoria, mentre quelle del Nord beneficiano maggiormente della prossimità ai sistemi urbani e delle opportunità economiche che questi offrono.
Nel 2050 oltre 4 famiglie su 10 saranno senza nuclei
Nello scenario mediano, il numero di famiglie in Italia aumenta da 26,7 milioni nel 2025 fino a 27,9 nel 2043, quando raggiunge il suo massimo, per poi scendere fino a 27,6 milioni nel 2050, principalmente a causa della progressiva estinzione delle generazioni del baby boom che, come già osservato, comporta un calo della popolazione nel medio termine.
Il previsto aumento delle famiglie (+3,5% sull’intero periodo) è sostenuto soprattutto dalle famiglie senza nucleo, cioè senza la presenza di relazioni di coppia o di tipo genitore-figlio. Queste passano da 10,7 milioni nel 2025 a 12,3 milioni nel 2050 (+15,8%), arrivando a rappresentare il 44,7% del totale delle famiglie rispetto al 40,0% iniziale. Al contrario, le famiglie con almeno un nucleo diminuiscono del 4,6%, passando da 16,0 milioni nel 2025 a 15,3 milioni nel 2050; la loro incidenza sul totale scende così dal 60,0% al 55,3% (Prospetto 4). Tale contrazione riflette le principali trasformazioni socio-demografiche in atto: l’invecchiamento della popolazione e l’aumento della speranza di vita accrescono il numero di persone sole; il persistente calo della natalità aumenta la quota di individui senza figli; l’instabilità coniugale favorisce la diffusione di famiglie unipersonali e monogenitoriali. Parallelamente, la dimensione media delle famiglie scende da 2,20 componenti nel 2025 a 1,98 nel 2050, confermando la tendenza verso strutture familiari più piccole e frammentate. Considerando le sole famiglie con nucleo, il numero medio di componenti diminuisce da 2,90 a 2,66.
Cresce il peso delle famiglie unipersonali e degli anziani che vivono da soli
Tra il 2025 e il 2050 il numero delle persone che vivono sole aumenta da 10,0 a 11,6 milioni (+16%), cosicché la loro quota sul totale delle famiglie sale dal 37,5% al 42,0%. Tale dinamica spiega in misura rilevante l’aumento complessivo del numero di famiglie e, allo stesso tempo, la riduzione della loro dimensione media. La crescita sarà particolarmente marcata per le donne sole, che passeranno da 5,3 a 6,3 milioni (+20,3%). Più contenuto, invece, l’incremento degli uomini che vivono soli, da 4,7 a 5,2 milioni (+11,3%).
La crescita delle persone sole riguarda soprattutto le età più avanzate. Nel 2025, su 10 milioni di individui soli 4,6 milioni (il 46,3%) hanno almeno 65 anni; entro il 2050 potrebbero salire a 6,6 milioni su 11,6 arrivando a rappresentare il 57,0% delle persone sole. Per la loro maggiore longevità, le ultrasessantacinquenni sole passeranno da 3,2 a 4,5 milioni (salendo dal 60,2% al 71,0% delle donne sole), mentre gli uomini aumenteranno da 1,4 a 2,1 milioni (dal 30,7% al 40,0% degli uomini soli). Vivere soli può incidere sulla qualità della vita degli anziani soprattutto dopo i 75 anni, quando aumentano fragilità e bisogni assistenziali. Nel 2050 gli ultrasettantacinquenni soli raggiungeranno quota 4,7 milioni (dei quali 3,4 milioni donne), ben 1,7 milioni in più rispetto al 2025, e passeranno dal 29,5% al 40,3% delle persone sole.
Nel 2050 coppie senza figli più numerose di quelle con figli
In base alle ipotesi dello scenario mediano, il numero delle coppie con figli è destinato a diminuire: dagli attuali 7,5 milioni, pari al 28,1% del totale – meno di tre famiglie su 10 – scende a 5,8 milioni nel 2050 (-22,3%), quando arrivano a rappresentare appena il 21,1% delle famiglie, poco più di una su cinque. La riduzione interesserà sia le coppie con almeno un figlio di età fino a 19 anni, che perderanno oltre 1 milione di unità (-22,0%), sia di quelle in cui tutti i figli hanno dai 20 anni in su (-22,8%).
La futura contrazione delle coppie con figli dipende in parte dai previsti livelli di fecondità ma anche da elementi strutturali, come la progressiva riduzione delle generazioni in età riproduttiva, conseguenza della bassa natalità del passato, e il rinvio della formazione della famiglia e della nascita dei figli a età più avanzate. Si innesca così un processo cumulativo: generazioni meno numerose danno origine, a loro volta, a un numero più contenuto di nuove famiglie con figli, anche nell’ipotesi in cui la fecondità non dovesse diminuire.
Le coppie senza figli, al contrario, registrano un aumento, passando da 5,4 milioni nel 2025 a 5,9 milioni nel 2050 (+8,8%). La loro incidenza sul totale delle famiglie sale così al 21,4%. Un andamento che riflette sia la maggiore frequenza di coppie che non hanno figli o ne posticipano la nascita, sia l’invecchiamento della popolazione: con l’uscita dei figli dalla famiglia di origine, infatti, molte coppie anziane vanno a costituire il cosiddetto “nido vuoto”.
A livello nazionale, il sorpasso delle coppie senza figli su quelle con figli si verifica nel 2047, ma nel Nord e nel Centro avviene prima (rispettivamente, nel 2038 e nel 2044). Nel Mezzogiorno, invece, nonostante un sostanziale avvicinamento, le coppie con figli mantengono il primato in tutto il periodo.
Nell’ipotesi in cui l’instabilità delle unioni continuasse a crescere nei prossimi anni, questa contribuirà a far aumentare i nuclei formati da un solo genitore, che passerebbero da 2,8 a 3,3 milioni tra il 2025 e il 2050, per un’incidenza rispetto al totale delle famiglie dal 10,6% al 12,0%. Come avviene oggi, la maggior parte dei nuclei monogenitoriali continuerà a essere costituita da madri sole. Tuttavia, si prevede anche una crescita della componente paterna, per una quota di padri soli sul totale dei monogenitori che passa dal 19,3% al 24,1%. Un’evoluzione, qualora si avverasse, che segnalerebbe un’ulteriore trasformazione dei ruoli familiari, in relazione a una maggiore partecipazione dei padri all’accudimento dei figli al termine dell’unione.
Le famiglie tipo del Mezzogiorno somiglieranno di più a quelle del Centro-Nord
Le differenze territoriali riflettono la diversa intensità dei processi demografici: nelle aree caratterizzate da una fecondità più bassa, da un invecchiamento più avanzato e da una maggiore diffusione di modelli familiari meno tradizionali, la trasformazione delle strutture familiari risulta più rapida. Negli ultimi decenni, tuttavia, tali differenze si sono progressivamente ridotte. La fecondità è diminuita in tutte le aree del Paese, mentre l’invecchiamento della popolazione e le trasformazioni familiari hanno interessato in misura crescente anche il Mezzogiorno.
In questo quadro evolutivo, le previsioni delle famiglie delineano una progressiva convergenza a livello territoriale. La quota di famiglie con almeno un nucleo è prevista in diminuzione in tutte le ripartizioni. Il calo risulta più accentuato nel Mezzogiorno, dove si passa dal 62,3% del 2025 al 57,2% del 2050, evidenziando un graduale indebolimento del modello familiare tradizionalmente più diffuso. Nonostante questa contrazione, nel 2050 il Mezzogiorno mantiene il primato della più alta concentrazione di famiglie nucleari rispetto al 54,8% del Nord e al 53,6% del Centro.
I cambiamenti più rilevanti riguardano le coppie con figli. Nel 2050 il Mezzogiorno ne conserverà la quota più alta, ma la loro incidenza diminuirà sensibilmente, passando dal 31,2% del 2025 al 22,4%. Nel Nord e nel Centro, invece, scenderanno rispettivamente dal 26,8% al 21,0% e dal 26,2% al 19,4%.
Le famiglie senza nucleo continueranno a essere maggiormente diffuse nel Nord e nel Centro, dove nel 2050 raggiungeranno rispettivamente il 45,2% e il 46,4% del totale. L’incremento più consistente si registrerà però nel Mezzogiorno, dove la quota dovrebbe salire dal 37,7% al 42,8%.
La convergenza territoriale emerge con particolare evidenza nell’andamento delle persone sole, legato in larga misura all’invecchiamento della popolazione e alla possibile crescita degli scioglimenti coniugali e delle separazioni. Nel Nord, l’incidenza delle persone sole sale al 42,7% nel 2050, con un aumento di 4,1 punti percentuali sul 2025. Nel Centro, che nell’anno base delle previsioni già presenta un livello più elevato, la quota di persone perviene al 43,8% con una crescita di 4,6 punti percentuali, che ne conferma il primato. L’incremento maggiore si ha, tuttavia, nel Mezzogiorno, dove le persone sole raggiungono il 39,6%, con una crescita di 4,9 punti percentuali. Le coppie senza figli presentano una crescita su tutto il territorio nazionale, ma continueranno a risultare maggiormente diffuse nel Nord, dove nel 2050 potrebbero rappresentare il 22,4% delle famiglie. Nel Mezzogiorno raggiungerebbero il 20,4% mentre nel Centro il 20,2%. Nel complesso, tali trasformazioni hanno il potenziale di determinare una riduzione generalizzata della dimensione media delle famiglie. Nel Nord e nel Centro il numero medio di componenti passa da 2,15 e 2,16, rispettivamente, a poco meno di due persone per famiglia. La diminuzione è più marcata nel Mezzogiorno, dove si transita da 2,29 a 2,00 componenti. Anche sotto questo aspetto, quindi, le differenze territoriali tendono a ridursi, evidenziando un Mezzogiorno con famiglie mediamente più numerose anche nel medio termine, ma con un divario con il resto del Paese decisamente più contenuto.
Cresce la partecipazione al lavoro, ma restano ampi divari di genere e territoriali
Il tasso di attività, che misura la quota delle forze di lavoro sulla popolazione tra i 15 e i 64 anni, è previsto in crescita lungo l’orizzonte considerato. Secondo le ipotesi contemplate nello scenario mediano passa dal 66,7% nel 2025 al 71,0% nel 2050, con un aumento di 4,3 punti percentuali.
Un‘evoluzione in continuità con la tendenza già in atto da diversi anni. Nel 2004, infatti, partecipava al mercato del lavoro il 62,5% della popolazione in età lavorativa. L’incremento atteso, quindi, riflette una progressiva maggiore partecipazione al lavoro, favorita soprattutto dall’aumento dell’attività femminile e dalla permanenza più prolungata delle persone nelle età lavorative più mature. Quale fattore di contrappeso, invece, il previsto aumento del livello di istruzione tra i giovani determinerà una progressiva posticipazione del loro ingresso nel mondo del lavoro,
Si prevede un aumento della partecipazione lavorativa più intenso tra le donne, potendo sfruttare margini di miglioramento maggiori rispetto agli uomini. Il tasso di attività femminile, oggi inferiore di circa 18 punti percentuali a quello maschile, sale dal 57,8% del 2025 al 64,2% nel 2050, con un incremento di 6,4 punti percentuali. Per gli uomini la crescita prevista è più contenuta, dal 75,6% al 77,2% (+1,6 punti). Di conseguenza, il divario di genere si riduce da 17,9 a 13,0 punti percentuali al termine dell’orizzonte previsivo, rimanendo comunque rilevante. Nel quadro così prospettato, la maggiore crescita dell’attività femminile riflette il progressivo consolidamento della presenza delle donne nel mercato del lavoro, sostenuto dall’aumento dei livelli di istruzione, che contribuisce a ridurre i divari occupazionali di genere. Tale dinamica può essere letta anche alla luce dei mutamenti nei percorsi familiari, pur permanendo rilevanti ostacoli alla conciliazione tra lavoro e responsabilità di cura, soprattutto per le madri con figli piccoli.
Il dato nazionale sulla partecipazione al mercato del lavoro nasconde forti differenze territoriali. Nel 2025, il tasso di attività è pari al 73,2% nel Nord-est, al 72,2% nel Nord-ovest e al 70,5% nel Centro, mentre nel Mezzogiorno si ferma al 56,4%, evidenziando un divario ampio rispetto al resto del Paese. Entro il 2050, il Nord-est nelle ipotesi mantiene il primato, con un tasso prossimo al 76% e un incremento di 2,8 punti percentuali. Anche il Nord-ovest e il Centro registrano una crescita, seppure più contenuta, fino a convergere al 2050 su valori assai vicini (rispettivamente, 74,9% e 74,7%). Nel Mezzogiorno il tasso sale al 61,4%, con un aumento pari a 5 punti percentuali, superiore alla crescita di 4,3 punti osservata in Italia. L’aumento, pur significativo, determina però solo una parziale riduzione del divario territoriale: nel 2050 la distanza rispetto alle ripartizioni del Centro-Nord rimarrebbe dell’ordine di circa 14 punti percentuali. Il divario territoriale tra Mezzogiorno e il resto del Paese è ancora più accentuato disaggregando il tasso di attività per genere: rispetto al tasso femminile nazionale, pari al 64,2% nel 2050, le donne del Mezzogiorno si fermano al 49,6%.
L’aumento della partecipazione contrasta la riduzione della forza lavoro
L’incremento dei tassi di attività attenuerà, pur senza una piena compensazione, l’effetto della progressiva contrazione della popolazione tra i 15 e i 64 anni, la cui incidenza sul totale dei residenti, come si è detto, è prevista passare dal 63,4% odierno al 55,3% nel 2050. In valori assoluti si tratta di quasi 7 milioni di 15-64enni in meno. Il calo risulta più marcato tra le donne, da 18,5 a 14,3 milioni, mentre per gli uomini si passa da 18,8 a 15,9 milioni, in relazione al fatto che nel lungo termine questi ultimi cumulano il vantaggio di un rapporto tra i sessi a loro favorevole sul piano delle immigrazioni dall’estero.
In virtù delle positive aspettative circa i futuri tassi di attività, le forze di lavoro diminuiscono in misura più contenuta rispetto alla popolazione complessiva. Gli uomini attivi passano da 14,1 a 12,2 milioni e le donne da 10,7 a 9,2 milioni, con una flessione pari al 13,5% per i primi e al 13,7% per le seconde (Figura 5). Nel complesso, la forza lavoro tra i 15 e i 64 anni scende da 24,8 a 21,4 milioni: circa 3,4 milioni di persone in meno. La maggiore partecipazione prevista, soprattutto femminile, svolgerebbe dunque una funzione di parziale compensazione, limitando la perdita di forza lavoro.
Molto più intensa sarebbe la diminuzione degli inattivi. Tra gli uomini si passa da 4,6 a 3,6 milioni (-20,8%), mentre tra le donne da 7,8 a 5,2 milioni (-34,2%). Per l’effetto congiunto del calo della popolazione e della crescita dei tassi di attività, gli inattivi di 15-64 anni si riducono da 12,4 a 8,8 milioni (-29,2%). Nelle ipotesi, la componente femminile continua a essere più numerosa, ma il divario rispetto agli uomini si restringe sensibilmente.
Le differenze territoriali restano ampie, riflettendo l’effetto combinato delle diverse ipotesi demografiche e dei livelli di partecipazione di partenza. Gli attivi diminuiscono meno nel Nord-ovest (-8,7%) e nel Nord-est (-9,9%), mentre la contrazione è maggiore nel Centro (-13,2%) e, soprattutto, nel Mezzogiorno (-21,5%). Anche gli inattivi diminuiscono ovunque, ma nel Centro e nel Mezzogiorno si prevedono livelli più elevati al pari di oggi, in particolare tra le donne. In uno scenario di calo demografico, in cui però la speranza di vita è prevista in aumento, l’analisi del tasso di attività fino a 74 anni rivela un quadro meno problematico per il mercato del lavoro. Mentre la popolazione di 15-64 anni è prevista in calo, quella dei 65-74enni risulta in crescita fino a tutto il 2039 (da 6,9 milioni nel 2025 a 9 milioni). In seguito, diminuisce fino a 7,5 milioni nel 2050, per l’entrata in questa fascia d’età delle generazioni meno numerose nate dalla metà degli anni Settanta. In un’ipotesi di crescita del tasso di attività dei 65-74enni dall’11,8% odierno al 16,5% nel 2050, supportata da aumentate condizioni di sopravvivenza (e salute) e dal previsto spostamento in avanti dell’età pensionabile, il numero di attivi passa da 817mila a 1,2 milioni in tale fascia di età. Cosicché, considerando l’intera popolazione di 15-74 anni, il tasso di attività aumenterebbe dal 58,1% nel 2025 al 60,2%. Nel complesso, rispetto a quanto accade tra i 15-64enni, dove la popolazione attiva scende di 3,4 milioni entro il 2050 subendo una riduzione del 13,6%, tra i 15-74enni il calo assoluto è di 2,9 milioni pari a una variazione dell’11,5%. Il contributo delle età mature e anziane, quindi, è in grado di compensare la riduzione subita nelle classi di età centrali per 419mila potenziali lavoratori.