Che l'UE non diventi una casa di riposo!
Ettore Sequi, che ha alle spalle una carriera di diplomatico ed è stato, tra il 2021 e il 2023, segretario generale del Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione Internazionale, pubblica su LA STAMPA di ieri, 9 agosto, un interessante articolo dal titolo “L’Unione Europea non si trasformi in una casa di riposo”.
Ceuta, osserva, sta dimostrando quali sono «le fragilità strategiche e le difficoltà dell’UE di trasformare interessi nazionali diversi in una strategia comune». Da questo assunto, propone sei considerazioni sul futuro della UE.
La prima afferma che “la migrazione è ormai una questione geopolitica strutturale”. In altre parole, mentre fino a qualche tempo fa la migrazione rappresentava una crisi internazionale passeggera, adesso questa crisi è diventata una condizione permanente, in cui rinascono la concorrenza fra Stati e il protezionismo, con tutto quello che ciò comporta in fatto di catene di approvvigionamento, difesa e mercati finanziari.
E fa osservare che, siccome «l’Europa invecchia, l’Africa cresce, questa asimmetria rende la pressione migratoria una sfida di lungo periodo» e che nel 2027 l’immigrazione sarà al centro del confronto elettorale in diversi Paesi europei. In questi giorni, di fronte alla crisi di Ceuta, tocchiamo con mano come la pressione sulla frontiera esterna della UE sia diventata una disputa interna e come «forte resti il riflesso nazionale quando sicurezza e consenso entrano in gioco».
La seconda considerazione mette a confronto la “casa di riposo” europea con il grande “asilo” africano sempre in crescita. Non dobbiamo dimenticarci, infatti, che mentre l’età mediana dell’Unione Europea ha raggiunto i 44,9 anni (e l’Italia detiene il primato di Paese più anziano dell'intera UE, con un'età mediana pari a 49,1 anni), l’Africa è il continente più giovane del mondo, con un’età mediana di circa 19,5 anni, dove il 60% della popolazione ha meno di 25 anni.
Per questo, afferma Sequi, «servono una politica europea dei flussi, canali legali coerenti con la demografia e una strategia africana capace di creare crescita e lavoro». E qui si rivela il paradosso della sovranità nazionale. E’ vero che la frontiera esterna protegge tutti, ma è altrettanto vero che il costo della sua difesa ricade soprattutto su chi la garantisce. Ecco perché è nato Schengen: per risolvere questa contraddizione – meno frontiere interne in cambio di una responsabilità condivisa della frontiera esterna. Ma se, come succede oggi, non c’è fiducia reciproca sulla capacità di controllarla, ricompaiono i controlli interni, come ha fatto Meloni verso Sanchez. E allora è chiaro che il problema non è la frontiera interna, bensì la fiducia che permette di abolirla.
Il terzo punto ci mostra che il dramma di Ceuta ha rivelato che «gli europei hanno idee diverse su cosa debba essere l’Europa». Una potenza politica integrata? Oppure un’Unione di Stati sovrani? E’ questa, una divergenza che attraversa non solo i Paesi, ma anche i governi e le famiglie politiche. E sarà il punto centrale delle elezioni del 2027. Per Sequi questo «è il paradosso dell’integrazione incompiuta: l’Europa è troppo integrata per essere una somma di Stati, ma non abbastanza per agire come una vera potenza strategica»
Al quarto punto Sequi osserva che l’Europa «è entrata in un unico ecosistema di crisi», dove si sommano guerra, energia, migrazioni, clima, tecnologia e sicurezza, e ogni crisi alimenta le altre. «Da ciò deriva una diversa geografia della sicurezza».
Il Nord e l’Est vedono la minaccia prioritaria nella Russia, mentre il Sud vede venire le minacce dal Mediterraneo, dalle migrazioni e dall’instabilità meridionale.
In sintesi: «L’Europa ha una frontiera comune, ma non ancota una percezione comune della minaccia».
La difesa comune e l’autonomia strategica, si afferma al quinto punto, sono vere e proprie necessità ora che non vi è più coincidenza tra sicurezza europea e sicurezza americana. Ma non basta spendere di più, perché bisogna decidere insieme su cosa difendere e a quale prezzo. E qui sorge il problema dell’unanimità e dell’ipocrisia di molti Stati membri, quelli, cioè, che esigono dall’Europa autorevolezza e proiezione geopolitica, ma vogliono mantenere il potere di impedirle di diventare una vera potenza. Finché un singolo Stato avrà il potere di bloccare delle decisioni strategiche, l’Europa potrà anche avere capacità e risorse finanziarie, ma «non riuscirà a trasformarle in volontà politica».
Infine (sesto punto), «il vero rischio è la progressiva marginalizzazione geopolitica dell’Europa: una potenza sempre più reattiva che subisce gli eventi più che determinarli». E’ qui che l’UE corre il rischio di trasformarsi in una splendida, ricca e fragile casa di riposo, incapace di difendersi e di far sentire la sua voce e costretta, infine, ad adattarsi alle decisioni prese altrove.
Le considerazioni sopra riassunte possono sembrare, a prima vista, troppo tecniche, quasi da addetti ai lavori. Ma se abbiamo la pazienza di soffermarci con calma su ciascuna di esse e di cercare di capire meglio, ci accorgiamo che, al contrario, sono tutti aspetti e problemi che ci riguardano direttamente e ci possono aiutare a reagire alle notizie di questi giorni e di quelli che verranno in modo razionale, cioè restando padroni di noi stessi, senza correre il rischio di portare il nostro cervello all’ammasso e assecondare le abili manovre di chi cerca di restare al potere dopo anni di gestione contraddittoria e controproducente per il nostro Paese.