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SALUTE
15/10/2026 – 21/10/2026
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Prestiti bancari in crescita, nonostante crescano gli interessi. E anche se i crediti bancari deteriorati siano in crescita, la raccolta diretta complessiva delle banche (depositi da clientela residente e obbligazioni) è in crescita.
E’ questa la situazione che ci è prospettata dal rapporto mensile di ottobre dell’Abi (Associazione Bancaria Italiana).
Insomma delle banche non si può fare a meno, come aria, acqua, cibo, ché anche se l’offerta è più costosa e per acquistarla i risparmiatori ci rimettono, son tutti lì coi loro portafogli pieni di carte bancarie di ogni tipo, senza le quali quasi non si prende più neanche un tram e - senza il “quasi” - un auto a noleggio, la prenotazione di un albergo, etc.
Ecco spiegato in un semplice concetto, sostanziato dalla pratica, perché oggi le banche guadagnano molto. Al pari dei gestori di servizi di erogazione di varie utenze fondamentali, soprattutto telecomunicazioni ed energia.
Situazione che potrebbe indurre alcuni sprovveduti a nazionalizzare i servizi bancari (o accentuando forme ibride di controllo - tipo golden share - o azionisti di peso di alcuni istituti, modello Mps). Sprovveduti istituzionali di governo e non, che si sperticano per farsi pagare le proprie incapacità con quelli che chiamano extra-profitti delle banche. Ma questa è “agora politica” che spesso si attorciglia intorno a se stessa. Che non intacca il fatto che delle banche non ne possiamo fare a meno, a maggior ragione ché siano private e - talvolta solo in teoria - facilitino mercati e concorrenze.
Le banche quindi, al netto di diffuse arroganze e posizioni di rendita e di potere, sono aziende necessarie. Importante è non confondere l’istituzione in sé con devianze e abusi commesse dalle stesse, che - qui sì che lo Stato deve intervenire - vanno prevenuti e sanzionati.

Il weekend appena trascorso ha una caratteristica - Roma caput mundi - rispetto al solito andazzo di spaccio, traffico, consumo che viene in qualche modo intercettato dai media, che non sono altro che le attività delle autorità di polizia che le stesse diramano: cronaca nera, ché trasformarla in riflessioni, proposte e altro è operazione tanto rara quanto ritenuta infruttuosa dal punto di vista della principale preoccupazione dei media, cioè audience. E infatti, a meno che non “si cucca” qualche personaggio non che si droga (che anche questo non fa notizia) ma che magari in preda ai presunti fumi delle sostanze ingerite faccia qualcosa di più eclatante quanto violento, … senza notizie del genere, il tutto diventa “tran tran”, come se dovessero far notizia i furti in casa o nei negozi… a meno che non ci scappi il morto… ma anche qui con il beneplacito dell’inventario. Insomma, queste notizie di disordine e pericolo pubblico sono diventate ordinaria amministrazione, grossomodo come i morti in Ucraina per l’invasione di Putin.
Ma fatti e notizie ci sono, con un lungo filo che ci ricorda la penisola, isole comprese che, nello scorso fine settimana parte dal Sulcis (Carbonia-Iglesias), Roma, Bolzano, Livorno, Napoli, Salerno, Pordenone, Rovigo, Fermo, Latina, Siracusa. Modena, Belluno, Pescara, Terni, Pesaro-Urbino, Siena, Catania, Perugia, Brescia, Brindisi, Genova, Portoferraio/Elba, Ancona, Treviso, Firenze, Cattolica, Como, Trapani, Torino, Aosta, Caserta, e finisce a Rimini.
Uno solo il drone cuccato mentre portava droghe per alleviare la costrizione di reclusi, a Siracusa… e chissà come si arrabbierebbero i detenuti che sono rimasti senza se sapessero che in Canada, per esempio, sono le stesse amministrazioni carcerarie a mettere i loro ospiti in condizione di assumere sostanze senza farsi male.
L'industria del settore comunque si distingue sempre per l’ingegno dei suoi addetti che, in splendida clandestinità, non si fanno scrupoli di rendere i loro prodotti sempre meno individuabili e più camuffati. Abbiamo la cocaina della provincia sarda del Sulcis che viene sequestrata prima di essere preparata per la vendita, cioè allo stato solido, in pietra, una delle tante forme di dissimulazione delle sostanze illegali per non destare attenzione alle autorità (si pensi che si usa liquefare la cocaina e il risultato, oltre a diventare shampoo o altri prodotti liquidi di uso comune, impregnano tessuti o oggetti di carta - libri inclusi - che poi vengono sottoposti a vampate di vapore per estrarre la "preziosa" sostanza).
Così come lo studio odontoiatrico di Livorno che, alleviando le sofferenze del proprio ambito, allungava anche con qualche canna che - non si può escludere viste le proprietà terapeutiche di questa sostanza - fosse utilizzata per non somministrare i soliti oppiacei diluiti usati alla bisogna.
A Siena è stato cuccato uno spacciatore disincantato quanto inesperto: cercava di vendere fentanyl, l’oppiaceo sintetico che fa strage in Usa e Canada ma che in Italia ed Europa viene poco considerato dalle narcomafie visto che la domanda è scarsa.
A Catania c’è un classico binomio un po’ più violento del solito, oltre alle armi da taglio e da fuoco, le autorità di polizia hanno sequestrato delle bombe a mano (se pensiamo che in centro e sud America le autorità sequestrano anche carri armati, sommergibili, aerei o imbarcazioni da combattimento, etc... in Italia siamo ancora a livello dilettantesco... ma siamo sulla buona strada).
E arriviamo a Roma “caput mundi”, che si distingue in modo particolare per quantità di sequestri e arresti, in un “carosello” che non si ferma allo specifico territorio, ma che si dirama in tutto il centro Italia: otto arresti e rifornimento dettagliato di tutte le piazze con organizzazione impeccabile.
Scarse, infine, le coltivazioni individuate: solo una piantagione di cannabis a Catania e una serra di marijuana a Treviso… che confermano, viste le differenze dei due luoghi, che, quando il mercato domanda (e anche tanto, visto che gli spinelli vanno sempre per la maggiora), l’ingegno e l'impegno umano per produrre l’offerta, non ha limiti climatici.
Per il novero delle cose inutili quanto maschie, la settimana entrante, invece, vedrà la nostra primo ministro Giorgia Meloni, venerdì 23 a San Patrignano (Rimini). Discuterà a livello internazionale (Coalizione Europea contro le droghe - ECAD), con la promozione di Italia e Francia, su prevenzione e recupero delle tossicodipendenze. Sentiamo già il rumore di ferraglia di manette e serrature di gabbie che si chiudono. Con il supporto di tanta buona volontà come quella della legge italiana da poco approvata che dice che i tossicodipendenti in carcere non ci devono stare, ma poi per farlo stanziano soldi per de-carcerare solo il 2% dei potenziali aventi diritto.
Qui il video sul canale YouTube di Aduc
Qui le quantità di droghe sequestrate e relativi arresti nella scorsa settimana

La cucina italiana si basava su gli alimenti, prodotti da agricoltori e allevatore locali, che arrivavano direttamente o con pochi passaggi al consumatore, contribuendo a determinare stili di cucina tradizionali, prima regionali e poi dell’Italia unita. Oggi solo il cinque, otto per cento del cibo mangiato dagli italiani arriva direttamente dal campo alla tavola, mentre il resto ha percorso dai quattrocento ai millecinquecento chilometri. In Italia, inoltre, circa un quarto (25-30%) del cibo consumato a tavola è di importazione, una percentuale che sale a quasi la metà (circa 45-50%) se si considerano le materie prime estere impiegate nella produzione di prodotti tipici e trasformati. Gran parte, se non la quasi totalità (90%) degli alimenti che arrivano sulla tavola degli italiani ha fatto dai quattro ai cinque passaggi commerciali, in ognuno dei quali si esercitano scelte, modifiche ed aumenti dei prezzi in relazione alle possibilità di un vantaggioso passaggio alla fase successiva. Il consumatore finale ignora da dove il cibo che gli è offerto inizia il suo cammino, il contadino, allevatore o pescatore che l’hanno prodotto, ma con diversi mezzi che vanno dalla pubblicità alle offerte economiche è soltanto spinto ad un maggiore consumo.
La cucina italiana era quasi esclusivamente familiare, oggi non più. Attualmente in Italia il consumo alimentare fuori casa, secondo i diversi rilievi, vale dal 30-35% al 46% della spesa totale per cibo e bevande delle famiglie, per un valore stimato tra gli ottanta e i cento miliardi di Euro annui spesi in locali pubblici: ristoranti e bar guidano i consumi e forte è la presenza della ristorazione collettiva delle mense aziendali e scolastiche. La ristorazione pubblica, commerciale e collettiva, sono le due grandi parti in cui si divide il settore del cibo fuori casa. La prima è aperta a tutti e punta sul piacere, mentre la seconda serve gruppi fissi in luoghi di lavoro o studio. Ma quale è la cucina di questi locali? Nella ristorazione commerciale con clientela libera scopo principale è dare svago, piacere e unire le persone a tavola. Nella ristorazione collettiva con utenza chiusa di scuole, ospedali, caserme o aziende scopo principale è nutrire in modo sano e sicuro un grande numero di persone di diversa provenienza, ogni giorno con menu e prezzi fissi o prestabiliti da nutrizionisti, spesso con costi ridotti o coperti da enti pubblici e ditte.
I cambiamenti nella cucina italiana da agricola a industriale iniziano con il miracolo economico italiano, periodo di straordinaria crescita industriale e sociale avvenuto tra il 1958 e il 1963, che trasforma l’Italia da paese da rurale a potenza industriale. Cambiamenti che hanno poi un’accelerazione conseguente alla mondializzazione dei commerci e dei consumi, ma soprattutto degli stili di vita che determinano anche il tipo di alimentazione e la cucina. In questa vi è lo sviluppo della ristorazione pubblica, ora in rapido aumento e nella quale vi sono aspetti e problemi che riguardano in modo significativo l'economia ed hanno anche impatti sull'umanità e sull'ambiente
Il passaggio dell'alimentazione italiana da una cucina domestica e territoriale legata al consumo di cibi locali a un’alimentazione fuori casa, con cibi di sempre più lontana origine e già trasformati o ultratrasformati, coincide con il passaggio della cucina dalla casa alla trattoria, poi al ristorante e allo sviluppo di un’industria alimentare fino alla produzione di massa e alla standardizzazione dei consumi che porta all’attuale modernizzazione globalizzata di un paese sempre più urbanizzato in tutte le sue attività, non ultima quella alimentare. Un processo di un mezzo secolo e che va dal 1950 al 2000 con il passaggio dalla famiglia patriarcale agricola a quella nucleare urbana, profondamente interessando il rapporto del consumatore con l’agricoltura e l’allevamento che producono alimenti e definiscono la cucina.
La cucina agricola di una famiglia patriarcale multigenerazionale è locale e stagionale, si mangia con quello che produce la terra trasformato in piatti tradizionali. La cucina urbana della famiglia nucleare (genitori padre e qualche figlio) segue i ritmi del lavoro e della scuola, usa la costante e uniforme grande diversità degli alimenti offerti dal commercio degli alimenti e le trasformazioni in piatti origina dalle frequenti diversità regionali dei componenti familiari, ma soprattutto dalle conoscenze non più tradizionali, ma acquisite da libri, stampa, radio e infine dalla televisione, mentre inizia a diffondersi un’alimentazione fuori casa in mense scolastiche e aziendali.
La cucina fuori casa evolve in tre grandi tappe. La prima tappa coinvolge la trattoria e il ristorante. La Trattoria è luogo di sosta e di ristoro popolare, offre cibi casalinghi, stagionali, legati al territorio. Il Ristorante inizialmente ha una gestione familiare con il marito in sala e moglie e altre donne in cucina, ma poi evolve con il miracolo economico uscendo dalle cucine regionali per diventare patrimonio condiviso della borghesia e poi della classe media italiana. La seconda tappa della cucina fuori casa avviene nel secondo dopoguerra quando con l’urbanizzazione, i maggiori redditi economici e le migrazioni interne si sviluppa un'Industria Alimentare che offre alimenti lavorati per cui le abitudini alimentari si omologano e il cibo perde connotazioni esclusivamente rurali o di sussistenza. Le nuove condizioni di vita spingono all’uso di conserve, paste secche e altri alimenti trasformati dall’industria e cibi confezionati sono offerti dai supermercati, che sempre più liberano il tempo domestico giornaliero dedicato alla cucina che da più ore si riduce meno di un’ora. La terza tappa, tutt’ora in pieno sviluppo e trasformazione, è la Ristorazione Moderna molto variegata, che unisce diversi format, fast food, catene e risto-retail integrati che oggi in Italia ha un giro d’affari di oltre cento miliardi di Euro, spinto da pranzi veloci, negozi e supermercati che uniscono la vendita al dettaglio con aree ristoro e bar, furgoni attrezzati per portare piatti di alta qualità fuori dai locali fissi, consegne a domicilio ecc.
Con l'espansione dell'industrializzazione nel corso del XX secolo, il sistema alimentare si trasforma. Oggi l'industria alimentare italiana è l'unica industria manifatturiera che cresce con novanta, cento miliardi di fatturato (2024/25), una crescita media annua tra il tre e il cinque per cento e con un dieci, quindici per cento di esportazioni (soprattutto prodotti tipici) che compensa il mercato interno fermo. Un settore che in innovazione investe circa tre miliardi l'anno non ideando nuovo cibo, quanto un nuovo modo di fare il vecchio cibo.
Congiuntamente allo sviluppo industriale vi sono progressi nella scienza alimentare che portano alla produzione di massa prodotti costanti, accessibili e stabili nella conservazione. Questi prodotti portano anche a uno sviluppo e crescita della cucina soprattutto fuoricasa e in particolare alla nascita dell'industria del fast food. I consumi alimentari consumati fuori casa sono un fenomeno mondiale. Negli Stati Uniti questo cibo fornisce una quota crescente di chilocalorie nelle famiglie e si stima che ristoranti e simili rappresentino circa il 17% di tutto l'apporto calorico delle famiglie. Questa tendenza la si trova anche in Cina dove i residenti urbani consumano circa il 18% della loro alimentazione da pasti preparati fuori casa, mentre le persone nelle aree rurali consumavano l'8%. Aumenti simili sono documentati in paesi a basso e medio reddito come Brasile, India e Perù, dove la quota di cibo consumata lontano da casa è in aumento. Globalmente questa tendenza è in crescita costante tra i giovani, popolazioni urbane e anche gruppi ad alto reddito.
L’espansione del settore della ristorazione industriale contribuisce in modo significativo all'economia, oltre ad avere impatti sull'umanità e sull'ambiente. Negli ultimi decenni, soprattutto in paesi esteri, inizia una ricerca tecnica e poi scientifica che cresce costantemente, parallelamente allo sviluppo rapido del settore, con ricerche concentrate principalmente su temi legati al business, comportamento del consumatore, sistema organizzativo e finanza. Ora i temi dominanti nella ricerca sul settore della ristorazione riguardano il branding, la trasformazione digitale, la responsabilità sociale d'impresa, il comportamento del consumatore, la soddisfazione dei consumatori, la cultura e l'innovazione. Limitata però è ancora l’attenzione dedicata all'alimentazione sana e come la scienza alimentare e la ricerca sulla nutrizione si intersechino con le pratiche della moderna ristorazione. In particolare, la ricerca scientifica sugli alimenti focalizzata sulla ristorazione fuori casa rimane relativamente limitata, concentrandosi principalmente su temi di sicurezza alimentare e opportunità di riutilizzo dell'olio da frittura usato. Inoltre, una particolare attenzione al fast food lascia notevoli lacune di ricerca in settori emergenti come fast casual (unione del fast food alla qualità degli ingredienti dei ristoranti tradizionali) e fine dining (cucina di ricerca), nonostante la loro crescente influenza sui modelli alimentari dei consumatori.
La ricerca sulla scienza alimentare contribuisce allo sviluppo degli alimenti, loro sicurezza, stabilità della conservazione e qualità sensoriale. Tutti questi elementi sono fondamentali per l'innovazione dei menù nei ristoranti, la standardizzazione, il rispetto delle normative sanitarie e gli sforzi per sostenere la sostenibilità alimentare. I progressi nella lavorazione degli alimenti, nella sostituzione degli ingredienti e nel controllo degli allergeni influenzano direttamente il modo in cui gli operatori dei ristoranti soddisfano le richieste dei consumatori e i requisiti normativi. Allo stesso tempo, la ricerca sulla nutrizione informa attività come l'etichettatura dei menù, la profilazione dei nutrienti e gli interventi alimentari. Questi sono collegati agli sforzi per comprendere e affrontare i tassi crescenti di condizioni e malattie legate alla dieta.
L’alimentazione svolge un ruolo chiave nella salute e nelle malattie attraverso diverse vie e meccanismi, tra i quali recentemente si è aggiunto microbiota intestinale, parte importante della salute umana e considerato quasi un organo che svolge un ruolo chiave nella digestione, metabolismo, immunità, infiammazione e in diverse malattie, prima tra queste l’obesità. malattie. Un microbiota oggi studiato anche nella sua evoluzione da quello dei nostri antenati come Ötzi, la mummia del Similaun di 5.300 anni fa, e i popoli preindustriali degli ultimi cacciatori-raccoglitori: gli Hadza della Tanzania, Yanomami e Matses, Bantu e Pygmei BaAka del Centrafrica, Orang Ulu, Kayan, Kenyah e comunità indigene semi-urbanizzate di Selangor della Malesia Peninsulare. Come interfaccia dinamica tra ambiente, cibo e ospite il microbiota partecipa allo stato di salute mantenendo un metabolismo fisiologico normale e oggi è studiato anche per gli effetti che su esso hanno la composizione degli alimenti e tra questi quelli tipici dell’alimentazione industriale, scarsa di fibra vegetale, contenente additivi onnipresenti della dieta umana moderna e in gran parte alimenti sterili, cioè privi del microbismo presente nell’alimentazione umana preindustriale e agricola.
Una cattiva alimentazione contribuisce in modo significativo alla mortalità globale. Lo studio Global Burden of Disease sullo stato di salute delle popolazioni mondiali stima che diete subottimali sono responsabili di circa undici milioni di morti in tutto il mondo nel 2017, pari a quasi una morte su cinque adulta, principalmente per malattie cardiovascolari, diabete e alcuni tumori. Allo stesso tempo, il consumo di fast food è aumentato a livello globale, trainato da una rapida urbanizzazione, crescita economica e strategie di marketing aggressive. Una recente revisione sistematica rileva che l'aumento della disponibilità e dell'accessibilità al fast food contribuisce a cambiamenti nei modelli alimentari ed è collegato a un aumento dei tassi di malattie croniche legate alla dieta in paesi ad alto reddito ma anche a basso e medio reddito. Diversi studi stanno dimostrando che gli alimenti consumati fuori casa sono comunemente più ricchi di kilocalorie, grassi saturi, sodio e zuccheri aggiunti e hanno più bassi contenuti in nutrienti essenziali rispetto ai pasti preparati in casa. Inoltre, con la diffusione della ristorazione industriale soprattutto tra i giovani e di chi vive in aree urbane, questa deve essere considerata sotto l’aspetto della sostenibilità alimentare ma soprattutto della salute pubblica.
I progressi nella scienza alimentare portano alla produzione di massa di prodotti costanti, accessibili e stabili nella conservazione. Questi sviluppi sono determinanti per sostenere la crescita della cucina, soprattutto fuoricasa e in particolare dell'industria del fast food. La industrializzazione modifica anche il profilo nutrizionale degli alimenti comunemente consumati dalle persone nel mondo moderno con un aumento globale di prodotti ultraprocessati, o ultratrasformati spesso ricchi di zuccheri aggiunti, carboidrati raffinati e grassi che stanno suscitando crescente preoccupazione tra i ricercatori della nutrizione, perché il consumo di questi alimenti nei contesti della ristorazione è collegato a tassi più elevati di obesità, diabete e altre malattie croniche. Questi alimenti sono prodotti da industrie attente alla sicurezza usando materie prime controllate e con additivi approvati, non raramente anche naturali, composti di materie alimentari semplificate ma sono sbagliati in un’alimentazione umana se usati in quantità elevate e per lunghi periodi di tempo, come sta avvenendo nella moderna cultura urbano-industriale, soprattutto in popolazioni a basso e medio potere d’acquisto. Questo, non da quello che contengono, ma da quello che questi alimenti semplificati non contengono ed è invece necessario per il nostro organismo di onnivori composti da trenta, quaranta trilioni di cellule e altrettanti microrganismi dei microbiomi che ospitiamo.
Un sistema alimentare (food system) è l'insieme complesso e interconnesso di tutte le attività, i processi, le infrastrutture e gli attori coinvolti nella produzione, trasformazione, distribuzione, consumo e smaltimento dei prodotti alimentari. Nella società agricola vi era un sistema semplice, mentre oggi il sistema alimentare è molto complesso e comprende agricoltura, allevamento, pesca e acquacoltura per ricavare le materie prime, la trasformazione industriale che lavora e trasforma i prodotti grezzi in cibi confezionati o pronti per il mercato, la distribuzione con la logistica, trasporto, commercio che portano il cibo nei negozi e sui mercati per l'effettivo consumo degli alimenti da parte delle persone, i sistemi di vendita e infine lo smaltimento degli sprechi e rifiuti generati lungo l'intera catena.
Diversi sono gli aspetti del moderno sistema alimentare ma un elemento è indubbio. L’agricoltore e l’allevatore non hanno più un contatto con il consumatore ma con un’industria non di rado multinazionale di commercializzazione del cibo nelle sue diverse forme, un cibo costituito di alimenti sempre più globalizzati. Contestualmente il consumatore non ha più un contatto diretto e neanche una conoscenza dell’agricoltore allevatore o pescatore produttore primario, perché sono l'industria e la distribuzione alimentare che guidano e modificano l'alimentazione e la cucina italiana influenzando le abitudini d'acquisto attraverso il marketing, la distribuzione nei grandi supermercati e la creazione di cibi pronti. Questo avviene principalmente attraverso il marketing e la pubblicità perché le aziende usano immagini di ricette casalinghe o contadine per fare sembrare industriali i prodotti fatti in fabbrica, mentre con spot televisivi e social media creano il desiderio di cibi nuovi o mode alimentari straniere. Inoltre i supermercati decidono quali prodotti mettere sugli scaffali all'altezza degli occhi, spingendo le persone a comprarli, offrendo cibi e pasti pronti, surgelati o monodose. Non mancano inoltre cibi funzionali di un'industria che lancia prodotti "senza" (senza glutine, senza zuccheri, senza alcuni olii ecc.) o "con" (integratori, vitamine, minerali aggiunti) usando anche etichette furbe nelle quali si usa la parola "benessere" per fare sembrare sani cibi molto lavorati in fabbrica.
Conseguenze nella cucina della intromissione della industria e della grande distribuzione è che oggi gli italiani cucinano sempre meno materie prime fresche e sempre più usano semilavorati industriali con un cambiamento dei pasti, mentre il pranzo tradizionale a casa è spesso sostituito da snack veloci, cibi da scaldare o prodotti confezionati. Contemporaneamente vi è una standardizzazione dei sapori con la formazione di un gusto uniforme nel quale lo zucchero, il sale e i grassi aggiunti rendono i cibi molto saporiti, facili da piacere a tutti. Da qui una progressiva perdita delle diversità locali e il dilagare di prodotti industriali uguali in tutta Italia che sostituiscono i sapori unici delle piccole produzioni locali. Di conseguenza l’odierna alimentazione in una società urbanizzata è che le persone consumano più alimenti di origine animale, zucchero, grassi e oli, cereali raffinati e cibi processati. Questo cambiamento globale, spesso chiamato transizione nutrizionale, in Italia come in altri paesi rappresenta una sfida cruciale per la salute pubblica e le politiche alimentari
L’uomo è quel che mangia (Der Mensch ist, was er isst) è il famoso aforisma del filosofo tedesco Ludwig Feuerbach (1804 – 1872) pubblicato nel 1850, un gioco di parole tra il verbo sein (essere) ed essen (mangiare) e che in senso stretto indica che il corpo umano si forma e si regge con il cibo, ma anche ci identifichiamo, grazie ai cibi che ingeriamo. Un aspetto, quello della identificazione, oggi di grande interesse soprattutto quando s’inizia a parlare di libertà alimentare, non solo fisiologica ma soprattutto culturale. Una dimensione questa che permette di comprendere l’importanza di poter scegliere cosa mangiare per esprimere la propria identità, liberandosi dai giudizi sociali ma anche dalle imposizioni che sempre più forti e diffuse provengono da un sistema alimentare industriale, che mira al suo successo e sviluppo. Scegliere i propri cibi fin dalla loro origine, quindi dall’agricoltura o rifiutarne altri trasformati dall’industria equivale a manifestare i propri valori e il proprio appartenere a una cultura perché la pubblicità e i messaggi commerciali spingono spesso le persone verso scelte non del tutto libere creando anche paure e sensi di colpa e ostacolando un tradizionale rapporto sereno con il cibo.
Mai come oggi dobbiamo mangiare per vivere e non vivere per mangiare, in una cucina agricola di uno stile italiano. Ma questo è un altro discorso.
(Giovanni Ballarini su Georgofili.it del 21/10/2026)

Dal 30 ottobre 2026, con l'entrata in vigore del D.M. Salute 3 agosto 2026 (G.U. n. 227 del 30 settembre 2026), gli artt. 33 e 35 del DPCM LEA 12 gennaio 2017 perdono le durate massime rigide dei trattamenti residenziali e semiresidenziali per le persone con disturbi mentali e con dipendenze patologiche. Il Ministero adegua così il testo a quanto il Consiglio di Stato aveva stabilito sette anni fa.
La regola annullata funzionava così: in comunità psichiatrica il trattamento intensivo durava al massimo 18 mesi (più 6 di proroga) e quello estensivo 36 mesi (più 12); per le dipendenze i tetti erano di 18 o 30 mesi. Fino a quelle scadenze, il costo era interamente a carico del Servizio Sanitario Nazionale. Scaduto il termine, il paziente passava al livello socio-riabilitativo, coperto dal SSN solo per il 40%, mentre la quota restante spettava alla persona, alla famiglia o al Comune (art. 33, comma 4). Le condizioni del malato restavano le stesse: cambiava solo chi pagava.
Con la sentenza n. 1858 del 21 marzo 2019, la III Sezione del Consiglio di Stato ha annullato quelle previsioni (art. 33, comma 2, lett. a e b; art. 35, comma 2, lett. a e c, e comma 4, lett. b). I giudici non contestano che ogni fase abbia una durata ordinaria, ma contestano che la scadenza operi in automatico, senza una valutazione concreta dello stato del paziente. Se la risposta alle cure non segue la tempistica programmata, scrivono i giudici, «appare illogico, oltre che non consentito, immaginare una brusca interruzione o modifica delle specifiche necessità assistenziali».
Il testo del decreto, però, era rimasto intatto. Sono servite una seconda pronuncia (TAR Lazio, sez. III, n. 13985/2022) e un giudizio di ottemperanza, nel quale il Consiglio di Stato (n. 5862/2024) ha respinto la tesi ministeriale della sentenza "autoesecutiva", ordinando l'emanazione di disposizioni uniformi su tutto il territorio nazionale.
Il nuovo testo è la risposta a quell'ordine: le durate temporali restano, ma valgono «di norma». Nell'art. 33 la formula riguarda la proroga (trattamenti fino a 18 o 36 mesi, prorogabili per un periodo che di norma non supera i 6 o i 12); nell'art. 35 riguarda invece l'intera durata. La relazione tecnica qualifica la modifica come formale e priva di costi, poiché le degenze medie risultano già più brevi dei limiti fissati. Resta da capire perché, a costo zero, ci siano voluti sette anni.
Attenzione! La novità interessa anche chi ha un familiare in RSA. Nella stessa sentenza del 2019, il Consiglio di Stato ha esaminato i 60 giorni di trattamento estensivo per i soggetti non autosufficienti (art. 30 DPCM LEA), ritenendoli legittimi proprio perché previsti solo «di norma»: la durata effettiva dipende dalle condizioni reali dell'assistito, accertate mediante valutazione multidimensionale, e «ove permangano le esigenze di un trattamento estensivo gli oneri resteranno, dunque, a carico del SSN».
Con la modifica degli artt. 33 e 35, la regola viene codificata e resa omogenea in tutta l'assistenza sociosanitaria: il passaggio a un livello con compartecipazione alla spesa richiede una rivalutazione documentata che attesti la reale riduzione del bisogno; il solo decorso del tempo non è sufficiente.
In pratica, chi riceve la comunicazione di un trasferimento a un livello di minore intensità o l'avvio di una quota di compartecipazione a proprio carico, può chiedere per iscritto la rivalutazione clinica su cui la decisione si fonda e contestarla, a partire dal richiederne l'accesso agli atti e alla cartella clinica.
La durata di una cura è decisa dalle reali necessità del malato, non dallo scadere di un termine predeterminato per legge.

Nel 2025 - dati Istat - ci sono state circa 14mila nascite in meno. Mentre il numero medio di figli per donna si assesta a 1,14 (rispetto a 1,18 del 2024). Nei primi sette mesi di quest’anno la fecondità cala a 1,13.
Fotografia che non potrebbe essere altrimenti: le politiche istituzionali per una eventuale inversione sono inefficaci perché basate su bonus che, per la loro durata limitata (e non potrebbe essere altrimenti), non sono un invito a costruirsi una famiglia che, finiti i bonus, deve continuare a vivere il dramma della casa, dell’inflazione, dell’occupazione, degli stipendi che sono tra i più bassi dei Paesi Ocse, e di un trend ecologico e qualitativo negativo che scoraggia.
Questo accade proprio perché le famiglie di oggi sono più istruite e attente ad inserirsi in una società che elimini le discriminazioni patriarcali (crescono i nati a cui viene assegnato il doppio cognome) e culturali (crescono i nati da coppie miste tra italiani e non).
Questi dati riescono ad essere limitatamente preoccupanti perché, nonostante restrizioni agli immigrati, il saldo migratorio risulta positivo: nel 2025 sono arrivati in Italia oltre 383.000 nuovi immigrati, mentre circa 35.000 persone hanno lasciato il Paese.
Dovremmo perciò essere tranquilli? No. Perché gli immigrati quando arrivano si accontentano di situazioni precarie di case, lavori e servizi che gli autoctoni non accettano più. Ma dopo un po’ di tempo anche gli immigrati, soprattutto i figli che crescono/nascono qui, maturano giustamente esigenze non più di serie B, e contribuiscono ai dati negativi.
Inoltre va considerato che i dati del calo della fertilità riguardano i residenti tutti (ex-immigrate incluse) che, per l’appunto, quelle che sono in Italia già da un po’ di tempo mostrano giustamente di non rassegnarsi alla precarietà, e lo manifestano contribuendo al calo della fertilità.
La demografia è scienza non dentro una scatola. Ma risultato dell’andamento di qualità e quantità dell’intera popolazione. Una sorta di tessera di un puzzle che deve incastrarsi ed armonizzarsi con le altre tessere. Se le donne decidono di fare meno figli non è per egoismo e - come direbbero i maschilisti - perdita della loro vocazione, ma solo perché - anche e soprattutto rispetto ad uomini che percepiscono in modo fisicamente limitato la genitorialità - hanno maggiore sensibilità sociale ed economica. Dovrebbe spettare a chi governa e alle istituzioni tutte dare loro questa fiducia, ma sembra che siamo in alto mare nel bel mezzo di una tempesta, con nocchieri e capitani di navi che sono lì lì per affondare.
Certo, non dipende solo dalla politica nazionale, visto che, per esempio, anche i Paesi scandinavi hanno numeri di fertilità simili ai nostri.
Ma se, per esempio (caso estremo), in un Paese come Israele la fertilità è a 2,7 (ben al di sopra della cosiddetta soglia di sostituzione dei Paesi sviluppati, 2,1), ci sarà pure un motivo. Gli israeliani, in un Paese sviluppato tutt’altro che politicamente tranquillo, hanno forte fiducia verso le istituzioni, pur con le enormi differenze che ci sono al loro interno (molto più laceranti delle nostre: ebrei, musulmani, cristiani, drusi. beduini, etc). Sarà forse che gli israeliani hanno maggiore senso dello Stato e dell'impegno di quest'ultimo per i loro interessi che non altri Paesi sviluppati?
Il concetto che evidenziamo non è quello di una “israelizzazione” dei Paesi, ma quello di Paesi che riescono a crescere avendo una prospettiva del futuro…. che, con le dovute differenze, è quello che ci chiedono gli studenti non-violenti in questi giorni.

Una recente sentenza del Tribunale di Foggia chiarisce a quali condizioni l'assemblea condominiale può decidere di dismettere il riscaldamento centralizzato e passare agli impianti autonomi, anche senza l'unanimità dei proprietari.
La vicenda nasce dall'impugnazione proposta da due condomini contro una delibera assembleare che aveva approvato la dismissione dell'impianto centralizzato in favore di sistemi autonomi. Secondo i ricorrenti, una decisione di tale rilevanza avrebbe richiesto il consenso unanime di tutti i proprietari, trattandosi della soppressione di un servizio comune. Contestavano, inoltre, che l'assemblea avesse deliberato senza acquisire preventivamente la necessaria documentazione tecnica e senza aver confrontato più preventivi prima di nominare un professionista.
Il Tribunale di Foggia, con la sentenza n. 2051 del 6 ottobre 2026, ha respinto l'impugnazione, confermando la piena legittimità della delibera.
Non occorre sempre l'unanimità: L'eliminazione dell'impianto centralizzato non richiede necessariamente il voto favorevole di tutti i condomini. L'articolo 26, comma 2, della Legge n. 10/1991 prevede infatti una disciplina agevolata per gli interventi volti al contenimento dei consumi energetici, consentendo l'approvazione con la maggioranza degli intervenuti che rappresenti almeno un terzo del valore dell'edificio ($333,33$ millesimi).
Trasformazione vs Soppressione: Occorre distinguere chiaramente tra la trasformazione dell'impianto (inserita in un progetto di efficientamento energetico) e la mera soppressione del servizio comune. Non è sufficiente spegnere definitivamente il riscaldamento centralizzato lasciando i singoli proprietari liberi di organizzarsi: una delibera di questo tipo, se adottata a maggioranza e senza unanimità, sarebbe nulla (come già chiarito dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 24976/2022).
Tempistica delle verifiche tecniche: Il Tribunale ha precisato che l'assemblea può adottare una decisione programmatica sulla trasformazione e, contestualmente, incaricare un tecnico per la redazione del progetto. L'importante è che le verifiche di conformità e gli adempimenti tecnici vengano completati prima dell'esecuzione concreta dei lavori.
Scelta del professionista: Il giudice ha inoltre chiarito che l'assemblea non è tenuta a comparare più preventivi prima di affidare l'incarico a un tecnico, salvo che il regolamento di condominio o specifiche disposizioni non prevedano diversamente.
La sentenza ribadisce che la maggioranza condominiale può deliberare interventi di rilievo sugli impianti comuni, a patto di rispettare condizioni ben precise. La dismissione del centralizzato non deve mai tradursi in una semplice privazione del servizio ai danni dei condomini dissidenti.
Prima di procedere, è sempre indispensabile che il condominio accerti la fattibilità tecnica dell'intervento, il rispetto della normativa energetica vigente e i reali risvolti economici per ciascun proprietario. In sintesi: il passaggio all'autonomo a maggioranza è lecito, purché si tratti di una reale trasformazione finalizzata al risparmio energetico e non della semplice soppressione di un bene comune.

Questa settimana affrontiamo i nodi più critici che attraversano il paese: dalla crisi abitativa all'emergenza sanitaria, passando per droghe sintetiche e migrazioni. Non sono questioni separate. Riguardano come le istituzioni rispondono (o non rispondono) ai bisogni concreti. Accanto a questi, scopriamo come il denaro dei ricchi si muove tra banche, borse e intelligenza artificiale, mentre i poveri pagano il prezzo della riduzione degli aiuti. E ancora: il potere concentrato di pochi miliardari sulla rete europea, il greenwashing nei fondi cosiddetti verdi.
In questo numero
→ Weekend di droghe illegali. Roma caput mundi
→ Consumi idrici anomali e onere della prova. Cassazione
→ Il Belgio verso l’uso compassionevole di psilocibina, secondo Paese Ue dopo la Germania
→ Cannabis in Europa: un mosaico di norme diverse tra i Paesi membri
→ Il "Tagliadita" e l'"Escobar brasiliano" a processo per narcotraffico a Bruxelles
→ Promuovere una cultura di inclusione, uguaglianza e non discriminazione. Otto incontri
→ Droghe. Newsletter settimanale di Aduc. 20/10/2026
→ Immigrazione in Italia: 197 miliardi di valore aggiunto, saldo fiscale positivo
→ La scienza e la politica dietro il panico per i cibi ultra-processati
→ Starlink e piattaforme USA: non possiamo affidare l'Europa all'umore di pochi miliardari
→ Il prezzo del proibizionismo sulle droghe. Settimana da 13 a 19 Ottobre 2026
→ La mafia non sta tenendo il fentanil fuori dall'Europa: è la mancanza di domanda
→ Cercar di capire cosa succede a margine dei cortei di questi giorni
→ I tassi minacciano di rovinare la festa alle banche. Report Wsj
→ Dieci valori da considerare per massimizzare i vantaggi fiscali degli investimenti in Europa
→ Nicosia: all'interno dell'ultima capitale divisa al mondo
→ Un'ondata di droghe sintetiche fatte in casa travolge gli Usa e aggrava la crisi
→ Cartelli e riciclatori cinesi: la maxi-multa a Bank of America
→ Le infezioni inviano i protettori dall’intestino al cervello
→ Non serve più cibo, serve un cibo buono
→ Emergenza casa. Occorre una terapia d’urto
→ L’abitare come bene comune contro l’emergenza casa
→ La cannabis non rende violenti, nonostante quanto affermato da recenti rapporti
→ In questo momento, l'unico pericolo "con e per" l'Intelligenza Artificiale è l'uomo
→ Chi paga il prezzo della riduzione degli aiuti ai poveri del mondo
→ Eutelsat prende il volo in Borsa sulle limitazioni di Starlink in Ucraina
→ Segnalazione alla Centrale Rischi: quando è illegittima e come farla cancellare
→ ESMA avverte: rischio greenwashing su fondi "verdi" e di transizione
→ Scudo penale per i sanitari. Se in corsia manca il personale, il danno lo paga la struttura
→ Povertà. Statistica e il resto. Tra evasione e realtà
→ AI collapse e rischio esistenziale secondo i teorici della "pausa AI": tra mito e realtà
→ Investire Informati. Newsletter settimanale di Aduc. 15/10/2026
→ Il FMI si concentra sui rischi dell'intelligenza artificiale e del debito
→ Salute. La newsletter settimanale di Aduc. 15/10/2026
→ ESMA: rischio geopolitico priorità nei bilanci 2026 delle società quotate
→ Sierra Leone "narco-stato": il genero del presidente è un boss della coca
→ L'uomo che gira il mondo a piedi alla ricerca di formaggi rari
→ Salute globale: il multilateralismo è in crisi, ma possiamo davvero farne a meno?
→ Dovremmo guardare una tigre che aggredisce un uomo o un'esecuzione trasmessa in diretta streaming?
→ Fondi d’investimento: responsabilità dell’Intermediario per mancata disclosure sui costi
→ La censura perfetta | I giornali, le zone grigie, e il potere degli inserzionisti pubblicitari
→ Avvertenze. Newsletter settimanale generalista di Aduc. 14/10/2026
→ Esecuzione pena di morte in streaming
→ Amministratore dimissionario: chi tutela i condòmini se scade l'assicurazione
→ L’Europa non salverà la propria industria sospendendo l’ETS
→ Quando gli europei diventeranno adulti di fronte a Trump?
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ITALIA. Anziani picchiati e senza cibo in una Rsa: 10 arresti a Imperia
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MESSICO. Droni a fibra ottica dei cartelli eludono i jammer
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REGNO UNITO. La riforma sulle droghe si inceppa tra fondi e stigma
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U.E.. Raggiunto accordo in Parlamento su nuove regole per prodotti biologici
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ITALIA. Il 47% degli italiani usa l'IA per consigli sugli acquisti
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U.E.. Crescita continua degli investimenti sostenibili in tutta l'Unione
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ITALIA. Crediti bancari deteriorati in crescita
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ITALIA. Crescono gli interessi sui prestiti bancari
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ITALIA. Crescono i depositi nelle banche e le obbligazioni
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ITALIA. Prestiti bancari in crescita a settembre
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IRAN. Condannata a morte per un post sui social
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SVIZZERA. Il primo treno a idrogeno a scartamento ridotto al mondo
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ITALIA. Fibra ottica: copertura all'80% ma pochi abbonati attivi
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ITALIA. Dl bollette, intesa con l'Ue ma lo sconto per le famiglie sarà minimo
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ITALIA. Mutui. Rallenta domanda in primi nove mesi. -5,9%. Crif
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ITALIA. Cpr pugliesi: crescono ingressi e costi, crollano i rimpatri
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ITALIA. Immigrazione: rapporto Caritas-Migrantes, integrazione ancora scarsa
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Il 16 ottobre 2026 la canadese Rhelion Life Sciences ha annunciato che la controllata Filament Health fornirà il PEX010, candidato farmaco a base di psilocibina naturale, a un programma di uso compassionevole per la depressione resistente promosso da Epsylon, associazione senza scopo di lucro che gestisce ospedali psichiatrici in Belgio. Il programma, diretto dallo psichiatra Daniel Souery e sostenuto dalla Psychedelic Society Belgium, attende il via libera dell’Agenzia federale dei medicinali (AFMPS) e del comitato etico; se arriverà, il Belgio sarà il secondo Paese dell’Unione, dopo la Germania, ad ammettere la psilocibina fuori dalle sperimentazioni per questa via.
La base giuridica è l’art. 106 dell’arrêté royal del 14 dicembre 2006, che consente di mettere un medicinale non ancora autorizzato a disposizione di pazienti con una patologia grave, privi di un trattamento autorizzato soddisfacente. In Germania il BfArM ha approvato nel luglio 2025 un programma analogo, con lo stesso PEX010 fornito gratuitamente al Central Institute of Mental Health di Mannheim e alla clinica OVID di Berlino, lasciando agli psichiatri la scelta dei pazienti senza autorizzazioni caso per caso. E lì la psilocibina resta tra gli stupefacenti non commerciabili dell’Allegato I del BtMG. Lo status di sostanza controllata, dunque, non ha impedito nulla.
Lo strumento esiste anche da noi e ha fondamento europeo.. Il nostro D.M. 7 settembre 2017 consente l’uso di un medicinale in sperimentazione, fuori dalla sperimentazione, per pazienti con malattie gravi senza valide alternative terapeutiche, anche attraverso programmi rivolti a più pazienti: servono il parere del comitato etico del centro richiedente e la fornitura gratuita da parte dell’azienda, mentre all’AIFA spetta la notifica, con il potere di sospendere o vietare l’impiego. Il nodo sta nel requisito degli studi: fase III in corso o conclusa, oppure fase II conclusa, ma solo se la malattia pone il paziente in pericolo di vita. Una depressione che non ha risposto a più trattamenti adeguati porta con sé un rischio suicidario che la letteratura clinica documenta da tempo, e riconoscerla come tale è una valutazione che il medico può motivare e il comitato etico condividere, senza forzare la lettera del decreto. L’iscrizione della psilocibina nella Tabella I del D.P.R. 309/1990 impone poi l’autorizzazione ministeriale all’importazione, che allunga i tempi senza precludere il risultato.
In Belgio e in Germania dalle buone intenzioni sono passate ai fatti, in Italia la stessa richiesta sconta ancora la diffidenza di chi vede nella psilocibina anzitutto una “droga”.
Ai pazienti con depressione resistente e ai loro psichiatri vogliamo ribadire ancora che la strada è percorribile già oggi e che è importante far sentire la propria voce firmando l’appello sul sito dell’Associazione Luca Coscioni “L’Italia apra alle terapie psichedeliche”. L’uso compassionevole esiste per il tempo che separa una cura possibile da una cura autorizzata; lasciarlo inutilizzato è anch’essa una scelta antiscientifica, poiché scienza è anche il lungo percorso del medicinale dalle prove cliniche alla messa in commercio.

Gli alimenti ultra-processati hanno una pessima reputazione.
Diversi studi li hanno collegati a numerose malattie croniche . Giornalisti e opinionisti del settore sanitario li definiscono veleno . Alcuni esperti di salute pubblica chiedono l'interruzione globale della loro produzione e del loro consumo.
Ma il dibattito sugli alimenti ultra-processati è tutt'altro che concluso come potrebbe sembrare. In qualità di ricercatrice che studia i movimenti sociali per un'alimentazione sana e sostenibile, ho documentato la storia degli alimenti trasformati ed esaminato i dibattiti sulla scienza e la politica dell'ultra-processamento .
In termini semplici, gli alimenti ultraprocessati sono formulazioni industriali prodotte in serie che utilizzano ingredienti che non si trovano tipicamente in una cucina domestica e che generalmente contengono pochi o nessun alimento integrale intatto.
Eppure, la definizione stessa di ultraprocessato è oggetto di accesi dibattiti . Mentre un numero crescente di sostenitori afferma che l'ultraprocessamento è pericoloso per la salute pubblica, gli scettici ribattono che il fervore intorno all'argomento si è trasformato in un panico morale e insistono sul fatto che alcuni alimenti ultraprocessati possono far parte di una dieta sana.
L'uomo ha sempre lavorato il cibo , trasformando colture e animali in ingredienti e prodotti alimentari. La cottura, che gli storici considerano generalmente la prima forma di lavorazione degli alimenti , risale a ben 2 milioni di anni fa. Nei millenni e nei secoli successivi, l'uomo ha sviluppato e perfezionato altri metodi tradizionali di lavorazione degli alimenti, tra cui la macinazione, la cottura al forno, la fermentazione, l'essiccazione e la pressatura.
Nuovi metodi di lavorazione degli alimenti furono creati durante l'era industriale, a partire dalla metà del XVIII secolo. L'inscatolamento, la pastorizzazione e la refrigerazione furono tra le principali innovazioni che trasformarono non solo il modo in cui le persone si alimentavano, ma la società nel suo complesso .
Prima di allora, quasi tutto il cibo era di provenienza locale, ovvero prodotto entro poche decine di chilometri, e le persone consumavano rapidamente gli alimenti freschi per evitare che si deteriorassero. La trasformazione alimentare prometteva di migliorare la sicurezza alimentare, la durata di conservazione, la qualità, la praticità, il gusto e la salubrità dei prodotti. Il mondo si urbanizzò sempre più con lo sviluppo delle catene di approvvigionamento regionali e internazionali. Gli agricoltori, geograficamente dispersi, vennero collegati ai rivenditori e ai consumatori all'interno del nuovo sistema alimentare moderno .
Dalla metà del XX secolo al XXI, i produttori alimentari hanno introdotto una serie di complesse innovazioni tecnologiche nei processi di trasformazione degli alimenti. Questi sforzi hanno reso i cibi trasformati più standardizzati per il mercato di massa e più comodi per i consumatori. Tuttavia, gli esperti di salute pubblica hanno avvertito che i cibi spazzatura trasformati sono ricchi di sale, zucchero e grassi saturi , nutrienti problematici collegati all'obesità, al diabete e ad altre malattie legate all'alimentazione.
Verso la metà degli anni 2000, alcuni sostenitori di un'alimentazione sana iniziarono a sostenere che la natura e l'entità della lavorazione degli alimenti, piuttosto che la presenza di specifici nutrienti problematici , spiegassero le malattie croniche legate alla dieta. Il giornalista Michael Pollan, in un episodio diventato famoso, esortò il suo pubblico a evitare " sostanze commestibili simili al cibo ". Consigliò invece: "Mangiate cibo. Non troppo. Soprattutto vegetali."L'epidemiologo brasiliano Carlos Monteiro ha coniato il termine "ultraprocesso" nel 2009 nell'ambito del suo lavoro su quella che lui e i suoi colleghi hanno chiamato la classificazione NOVA . Il sistema NOVA stabilisce una suddivisione in quattro categorie che caratterizza un alimento in base al suo livello di trasformazione.
Secondo la classificazione NOVA sviluppata dall'epidemiologo brasiliano Carlos Monteiro, gli alimenti ultra-processati sono definiti come prodotti alimentari fabbricati industrialmente che sarebbero impossibili da preparare in casa. Anastasia Usenko/iStock via Getty Images Plus
La Categoria 1 della classificazione NOVA comprende alimenti vegetali o animali non trasformati o minimamente trasformati, vicini al loro stato naturale e privi di additivi. La Categoria 2 si riferisce a ingredienti culinari trasformati, ovvero prodotti derivati dalla Categoria 1 tramite pressatura, macinazione o tecniche simili. La Categoria 3 descrive alimenti trasformati ottenuti combinando la Categoria 1 e la Categoria 2 utilizzando metodi tradizionali, come la cottura al forno, la bollitura o l'inscatolamento.
Gli alimenti di categoria 4 della classificazione NOVA sono alimenti ultra-processati, spesso descritti come prodotti alimentari fabbricati industrialmente che non possono essere preparati in casa. Esempi di ultra-processamento includono la separazione di alimenti interi in sostanze, la formulazione chimica degli alimenti o l'uso di additivi cosmetici come i coloranti alimentari.
Secondo questo modello, le aziende progettano alimenti ultra-processati per essere pratici, estremamente appetibili e altamente redditizi . Sono confezionati in modo accattivante, commercializzati intensamente e destinati a soppiantare altri gruppi alimentari.
Oggi, gli alimenti ultra-processati costituiscono una quota sempre maggiore delle diete globali . Rappresentano oltre il 50% delle calorie totali negli Stati Uniti , e molti paesi a basso e medio reddito non sono da meno.
Da quando è emerso il modello NOVA, i ricercatori hanno cercato di verificare se la trasformazione degli alimenti possa spiegare in che modo determinati cibi influenzino la salute delle persone.
La stragrande maggioranza di questi studi ha esplorato le correlazioni tra il consumo di alimenti ultra-processati e lo sviluppo di problemi di salute. Un risultato costante emerge con chiarezza: le persone che consumano più alimenti ultra-processati corrono un rischio maggiore di sviluppare diverse malattie croniche e di morire prematuramente.
Tuttavia, anche questa conclusione è più complessa di quanto sembri. Si è scoperto che alcune categorie di alimenti ultra-processati , come le bevande zuccherate tipo le bibite gassate e le carni lavorate come i salumi, sono costantemente associate a esiti negativi per la salute, tra cui malattie cardiache e ictus. Ma altri prodotti ultra-processati, come pane, cereali per la colazione, yogurt e persino snack salati, sono stati in realtà correlati a tassi inferiori di questi problemi di salute.
Altri alimenti ultra-processati, tra cui salse, condimenti e piatti pronti da scaldare come i pasti surgelati, non mostrano alcun legame coerente con la salute delle persone, né in un senso né nell'altro.
Solo una manciata di studi clinici in grado di dimostrare un rapporto di causa-effetto hanno esplorato gli effetti degli alimenti ultra-processati sulla salute . Uno studio di rilievo ha rilevato che i partecipanti che hanno seguito una dieta a base di alimenti ultra-processati per due settimane hanno consumato più calorie e preso più peso rispetto ai partecipanti che hanno seguito una dieta con alimenti minimamente processati, ma altri esperimenti non hanno riscontrato alcun effetto chiaro . Inoltre, questi studi generalmente durano solo poche settimane, un periodo di tempo troppo breve per trarre conclusioni sugli impatti a lungo termine sulla salute.
Molti ricercatori citano studi che collegano gli alimenti ultra-processati alle malattie croniche, sebbene i legami non siano così netti come potrebbero sembrare.
Alcuni ricercatori nel campo delle scienze alimentari non sono sorpresi da questi risultati contrastanti, sostenendo che la definizione di "ultra-processato" è ambigua e spesso soggettiva . Ad esempio, una torta preparata in casa sarebbe considerata un "alimento trasformato" di categoria 3 secondo la classificazione NOVA. Ma se la stessa torta fosse prodotta industrialmente utilizzando un conservante commerciale, poi confezionata e venduta in un supermercato, diventerebbe un "alimento ultra-processato" di categoria 4 secondo la classificazione NOVA, anche se le due torte fossero nutrizionalmente identiche.
Fondamentalmente, molti scienziati dell'alimentazione rimangono scettici sul fatto che la sola trasformazione degli alimenti possa spiegare perché certi cibi siano associati a una cattiva salute. Sottolineano invece che i cibi ultra-processati, spesso poco salutari, presentano profili nutrizionali scadenti e altre caratteristiche che ne facilitano il consumo eccessivo. E sostengono che rendere i cibi ultra-processati più salutari , anziché eliminarli del tutto, possa migliorare la salute pubblica.
Secondo alcuni, demonizzare gli alimenti ultra-processati potrebbe avere effetti negativi, come generare paure ingiustificate e promuovere disturbi alimentari . Potrebbe inoltre stigmatizzare le carni ecocompatibili a base vegetale o i prodotti ultra-processati come il latte artificiale per neonati, progettati per una nutrizione clinica .
Il rifiuto totale degli alimenti ultra-processati potrebbe inoltre rendere più difficile la vita alle famiglie che dipendono dalla praticità e dalla convenienza che questi prodotti offrono.
D'altro canto, molti ricercatori nel campo delle politiche alimentari e della salute pubblica sostengono che la definizione comune di ultraprocessato sia sufficientemente chiara , soprattutto se si prevedono eccezioni per gli alimenti ultraprocessati considerati salutari. Sottolineano inoltre che molti sostenitori degli alimenti ultraprocessati hanno legami con l'industria alimentare . Insistono sul fatto che le prove esistenti siano abbastanza solide da giustificare un intervento politico immediato , che includa modifiche alle modalità di produzione, acquisto e commercializzazione degli alimenti ultraprocessati.
Secondo i sostenitori, la regolamentazione degli alimenti ultra-processati non solo apporterebbe benefici alla salute pubblica , ma potrebbe anche contribuire a limitare i danni alla cultura alimentare, al settore commerciale e all'ambiente .
In questo senso, gli alimenti ultra-processati sono sintomo di un problema più ampio: un sistema alimentare industriale insostenibile dominato da una manciata di multinazionali. Anche questa affermazione, ovviamente, è ampiamente contestata .
In definitiva, ricercatori e sostenitori di tutte le fazioni concordano in gran parte sulla necessità di rendere più sano l' ambiente alimentare moderno . Il punto cruciale di disaccordo, tuttavia, riguarda la questione se le politiche e le linee guida dietetiche debbano affrontare direttamente il problema dell'ultra-processamento o se sia preferibile concentrarsi, in modo più tradizionale, sui nutrienti.
(Garrett M. Broad - Professore di Studi sulla Comunicazione, Rowan University - su The Conversation del 19/10/2026)
Ogni settimana, il lunedì, Aduc pubblica i dati su sequestri e vittime delle droghe illegali, oltre ad un riepilogo dall'inizio dell'anno.
La raccolta è frutto di un'indagine mediatica, soprattutto locale. Uno spaccato di come l'opinione pubblica può percepire i risultati di fatti e misfatti delle leggi proibizioniste sulle droghe.
E' possibile che tutto questo non accadrebbe, o sarebbe notevolmente ridimensionato, se invece di divieti e punizioni ci fossero leggi che regolamentassero questo mercato (oggi solo nero e gestito dalla delinquenza grossa e piccola) al pari di tabacco e alcol.
Aduc edita un quotidiano online sulle droghe illegali in Italia e nel mondo.
Il prezzo del proibizionismo
dalle cronache locali
gli effetti della legge vigente
Anno in corso
| sequestri | |
| droghe leggere (kg) | 302.020 |
| droghe pesanti (kg) | 106.500 |
| dosi droghe sintetiche | 117.300 |
| piante di cannabis | 88.400 |
| vittime | |
| morti | 3 |
| arresti | 1.981 |
| giorni di reclusione | 999 |
Settimana da 13 a 19 Ottobre 2026
| sequestri | |
| droghe leggere (kg) | 21.500 |
| droghe pesanti (kg) | 16.300 |
| dosi droghe sintetiche | 9.500 |
| piante di cannabis | 11.000 |
| vittime | |
| morti | 0 |
| arresti | 39 |
| giorni di reclusione | 15 |
Ogni lunedì Aduc rende noti i dati dei disservizi, nel privato e nel pubblico, segnalati da utenti e consumatori che si sono rivolti all'associazione nella settimana precedente.
Uno spaccato dell'Italia che non funziona.
Da 13 a 19 Ottobre 2026
Pubblica Amministrazione 24,00%
Telecomunicazioni 20,50%
Energia 16,10%
Viaggi 10,30%
Salute 7,30%
Banca 6,40%
Prodotti finanziari 06,00%
Condominio 04,20%
Acquisti 02,30%
Assicurazioni 01,60%
Diritti immigrati 01,30%

Il fentanil e altri oppioidi sintetici rimangono la principale causa di morte per overdose negli Stati Uniti. Secondo i Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie , sono stati coinvolti in circa 38.000 dei circa 70.000 decessi registrati nel 2025.
I dati europei sono di tutt'altro ordine di grandezza. Nei 16 paesi che hanno fornito dati, il fentanil e i suoi derivati sono stati collegati a un totale di circa 210 decessi correlati all'uso di droghe nel 2024, rispetto ai circa 130 del 2023. Gran parte di questo aumento potrebbe essere dovuto a farmaci piuttosto che al fentanil prodotto illegalmente.
Altri potenti oppioidi sintetici, in particolare i nitazeni, sono stati la causa dei recenti picchi di decessi in diversi paesi. In Italia , l'ultimo rapporto del governo sulle dipendenze ha registrato solo cinque decessi correlati al fentanil nel 2025.
Questa lacuna ha portato a una spiegazione sorprendente : le mafie italiane, timorose di una droga che uccide i loro clienti e attira l'attenzione della polizia, avrebbero scelto di tenere il fentanil fuori dal mercato.
È una storia avvincente. Ma non corrisponde a ciò che sappiamo sui mercati della droga o sulle mafie. I numeri relativamente bassi di fentanil in Europa si spiegano meglio con qualcosa di meno cinematografico: la domanda è molto bassa.
La crisi del fentanil negli Stati Uniti è stata in gran parte creata ad arte ed è stata il risultato di una corruzione radicata. Dalla fine degli anni '90, antidolorifici da prescrizione come l'OxyContin, commercializzati in modo aggressivo, sono stati distribuiti su larga scala, minimizzando il loro potenziale di dipendenza. Milioni di persone hanno sviluppato una dipendenza da oppioidi attraverso canali del tutto legali.
Quando l'accesso alle droghe si è fatto più difficile negli anni 2010, quella dipendenza non è scomparsa. Le persone si sono rivolte al mercato illegale: prima all'eroina, poi al fentanil, che è economico da produrre, facile da contrabbandare e così potente che ne bastano pochissime dosi. I gruppi di narcotrafficanti messicani che già rifornivano di eroina gli Stati Uniti hanno semplicemente aggiunto un nuovo prodotto alla loro offerta.
In Europa non si è mai verificata un'ondata di prescrizioni equivalente. Lì gli antidolorifici oppioidi vengono prescritti con molta più cautela, quindi non si è verificata una situazione in cui un'ampia popolazione si è trovata improvvisamente privata di una fornitura legale e alla ricerca di un sostituto.
L'eroina, nel frattempo, non è mai scomparsa. Secondo l'Agenzia europea per le droghe, rimane l'oppioide illecito più consumato in Europa . Storicamente, la maggior parte proviene dall'Afghanistan, entrando in Europa attraverso i Balcani, e il mercato si è dimostrato resiliente e stabile.
Nonostante il crollo della coltivazione di oppio in Afghanistan dopo il divieto imposto dai talebani nel 2000 e il successivo secondo divieto dopo il loro ritorno al potere nel 2022, le scorte e la produzione in altri paesi hanno garantito un flusso costante di approvvigionamento .
In Europa, chi fa uso di eroina ha abitudini consolidate, reti di supporto e servizi di trattamento specifici. Non c'è una ragione evidente per cui dovrebbero passare a una droga sconosciuta, né si assiste a un afflusso massiccio di nuovi consumatori.
L'argomentazione a favore del diritto di veto si basa anche sull'idea che la criminalità organizzata sia un unico gruppo strategico, in grado di valutare un prodotto ed escluderlo a livello nazionale. Ma non è così che funzionano le mafie italiane, né è così che funzionano i mercati della droga.
Gruppi criminali come la 'Ndrangheta sono composti da famiglie, clan e individui che agiscono in base alle opportunità, plasmati da strutture e contatti locali. Fanno da intermediari, investono e riforniscono dove c'è la possibilità di guadagnare.
Nessuno all'interno di una singola organizzazione può imporre un divieto a livello di mercato, tanto meno tra le diverse mafie e i numerosi altri gruppi della criminalità organizzata attivi nel traffico di droga in Europa.
Nemmeno le mafie italiane si fanno scrupoli a trafficare in droghe pericolose. Il loro ruolo centrale nel traffico di cocaina in Europa è ben documentato ed è stato oggetto delle mie ricerche . Ma, cosa ancora più importante, il loro elemento distintivo è la capacità di adattarsi ai mercati in continua evoluzione.
Due recenti casi provenienti dalla Calabria, la regione d'origine della 'Ndrangheta, offrono ulteriori spunti sulla direzione che sta prendendo il narcotraffico in Italia.
La polizia sta scoprendo piantagioni di cannabis sempre più numerose e di maggiori dimensioni, nascoste tra le montagne della regione. All'inizio di ottobre, la polizia ha rinvenuto dieci piantagioni con oltre 4.500 piante in aree boschive intorno a Caulonia, San Luca e Roghudi. I siti erano raggiungibili solo a piedi ed erano dotati di sistemi di irrigazione a goccia e timer automatici.
Alcuni mesi prima, a maggio, le forze dell'ordine avevano scoperto un laboratorio clandestino per la lavorazione della cocaina nelle campagne di Sant'Agata del Bianco, con presse idrauliche e oltre 500 kg di sostanze da taglio. L'indagine fa pensare a una rete transnazionale di trafficanti sudamericani e italiani, con un proprio chimico, piuttosto che a un'operazione della 'Ndrangheta.
Entrambi i casi indicano la stessa direzione. Il mercato italiano della droga non è un sistema chiuso gestito da una o due organizzazioni. Operatori indipendenti possono insediarsi sul territorio, trasformare il prodotto localmente e soddisfare la domanda europea.
L'idea di una mafia che protegge i propri clienti conferisce ai gruppi criminali una reputazione di ordine e moderazione che non si sono guadagnati. Inoltre, distoglie l'attenzione da dove risiedono realmente i rischi. Il mercato europeo degli oppioidi sta diventando sempre più complesso e potente: nuovi oppioidi sintetici come il nitazene sono già in circolazione .
La soluzione non è aspettare una decisione della mafia. La soluzione sta in un migliore monitoraggio delle droghe, sistemi di allerta precoce, servizi di analisi delle sostanze stupefacenti e nella maggiore disponibilità del naloxone, l'antidoto contro l'overdose da oppioidi. La vicenda del fentanil in Europa, finora, è una questione di domanda. Mantenere la situazione sotto controllo è una questione di salute pubblica, non di criminalità.
(Anna Sergi - Professoressa di Sociologia del Diritto e della Devianza, Università di Bologna; Università dell'Essex; Università di Melbourne - su The Conversation del 16/10/2026)

I pochi granelli di fentanil sono avvolti nella carta stagnola, mentre una cannuccia, tenuta tra le labbra di Mike, si libra sopra di lui, con un accendino sotto. Il veterano dell'esercito di 48 anni è accovacciato in un vicolo del quartiere Linden di Columbus, Ohio.
"Purtroppo, questa droga ti farà fare praticamente qualsiasi cosa", dice.
La canna che sta fumando è costata tre o quattro dollari.
"Puoi sniffarne troppo e non puoi più tornare indietro. Un po' come uno sparo. Non puoi richiamare indietro il proiettile", dice.
Brucia la stagnola e inala. Mentre l'oppioide fa effetto, si aggrappa alla recinzione dietro di sé. Barcolla mentre un gemito sommesso gli esce dalla gola, come se stesse canticchiando una melodia.
Abbiamo trascorso qualche giorno con Mike, che ci ha fatto da guida tra le stradine secondarie del quartiere. Sembra che tutti lo conoscano e che sia benvoluto. Lavora in un banco dei pegni e in una stazione di servizio della zona, ed è così che si finanzia la sua dipendenza da oppioidi, che dura da vent'anni.
Gli oppioidi sintetici sono più potenti e facilmente reperibili, e hanno trasformato il panorama delle droghe.
Il fentanil, interamente prodotto sinteticamente, è da 50 a 100 volte più potente dell'eroina, che viene coltivata a partire dai papaveri. Oggi viene spesso tagliato con tranquillanti sintetici, il che rende più difficile il rianimazione delle vittime di overdose. Si tratta di una minaccia "fai da te", dove cocktail di sostanze sintetiche possono essere prodotti in scantinati e vasche da bagno americani.
Mike, un ex veterano dell'esercito, ci fa da guida attraverso le stradine secondarie del quartiere.
Abbiamo sempre con noi il naloxone (nome commerciale Narcan), nel caso in cui qualcuno del nostro team entri in contatto con il fentanil o qualcuno intorno a noi vada in overdose. Si tratta di uno spray nasale che inverte immediatamente gli effetti dell'overdose da oppioidi e la sua ampia diffusione ha trasformato il numero di overdose fatali negli Stati Uniti.
Nel 2022, al suo apice, 110.000 americani morivano per overdose, principalmente da oppioidi. Da allora il numero è diminuito, arrivando a circa 70.000 lo scorso anno. Ma questo non significa che la crisi degli oppioidi sia finita.
È probabile che il farmaco che ho in tasca per contrastare gli effetti della droga, e che ha salvato la vita a decine di migliaia di tossicodipendenti, non avrebbe funzionato su Mike. Perché lui non si limitava a fumare fentanil.
Le pupille dei suoi occhi azzurro latte si restringono fino a diventare puntini di spillo. "Gli oppioidi restringono le pupille, ma non così tanto", dice con voce cantilenante. Persino il fentanil, già di per sé pericoloso, contiene altre sostanze sintetiche aggiunte.
Quando gli chiediamo con cosa pensa che siano state tagliate le sue droghe, risponde: "Xilazina e quella roba dal nome impronunciabile".
Si riferisce alla medetomidina. Come la xilazina, è anche nota come tranq ed entrambe sono tranquillanti sintetici per animali. "Tranquillanti per animali di grossa taglia", come mi ha detto un esperto di recupero.
Contribuiscono a prolungare l'effetto euforizzante del fentanil, ma sono anche un sedativo che rallenta la respirazione e, cosa importante, il naloxone non ha effetto contro di essi. La xilazina, inoltre, causa ulcere cutanee necrotiche, ferite così profonde da raggiungere l'osso e difficili da trattare.
Nella chiesa di Glenwood, dall'altra parte della città, i membri della Hope Dealer Community, un gruppo di recupero, si riuniscono settimanalmente. Per molti, le difficoltà sono impresse sui volti segnati dalla sofferenza e i loro occhi sono quelli di chi è sopravvissuto a un grande trauma.
Salgono sul palco davanti alla chiesa e condividono le loro storie con un'onestà brutale e coraggiosa.
Un uomo racconta la storia della sua overdose avvenuta nel luglio del 2022. Due paramedici cercarono di rianimarlo, tentando di salvargli la vita. Aveva flebo di naloxone in entrambe le braccia. Gli somministrarono l'antagonista degli oppioidi per tre volte, senza alcun risultato. "Basta, mi arrendo", disse uno dei paramedici. Ma l'altro insistette per un ultimo tentativo, e fu proprio questo a salvargli la vita.
Mentre la folla la incoraggia a gran voce, Tonya sale sul podio. Racconta di come suo nipote sia morto per overdose mentre anche lei, nello stesso momento, stava assumendo una dose eccessiva di crack, uno stimolante adulterato con fentanil, un oppioide sintetico.
"Non è fortuna. Dovevo essere qui", dice con le lacrime agli occhi. Il pubblico grida in segno di approvazione.
Una delle persone riunite in chiesa, Tonya, racconta di come suo nipote sia morto per overdose mentre anche lei stava avendo un'overdose nello stesso momento.
Sia a Columbus, che in seguito a Chicago, si sentiva parlare di consumatori di crack morti per overdose dopo aver assunto una droga contenente fentanil. In gergo, viene chiamata "dose forte".
"Negli ultimi 12 mesi nella contea di Franklin [Columbus], il 78% delle overdose fatali è dovuto a stimolanti", spiega Scott Sanders, 65 anni, che gestisce Hope Dealers.
Scott è sobrio da quasi 10 anni, un uomo di sessant'anni dalla corporatura robusta con un'energia elettrizzante. Quando chiede ai presenti di alzare la mano se qualcuno ha avuto un'overdose, la maggior parte lo fa.
"La crisi si è semplicemente spostata su un'altra dimensione", mi dice Scott in seguito. "La tragedia è che i consumatori di stimolanti che acquistano crack pensano di ricevere quello che è, ma non è così. Acquistano crack mischiato con fentanil o altri cocktail di oppioidi e vanno in overdose senza rendersene conto."
Scott Sanders, 65 anni, è sobrio da quasi 10 anni e gestisce Hope Dealers.
Secondo quanto afferma, i decessi per overdose tra gli uomini di colore in Ohio sono in realtà in aumento.
La sua organizzazione collabora con i Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) a un programma di campionamento di droghe. I partecipanti portano i loro aghi o pipe per il prelievo di campioni, che vengono poi inviati al laboratorio del CDC nella Carolina del Nord.
Fu così che scoprimmo che l'istinto di Mike era giusto: probabilmente non stava semplicemente fumando fentanil. Uno dei kit per l'analisi delle droghe che aveva portato con sé risultò positivo alla medetomidina.
"L'offerta di droga nel 2026 sarà questa: pensiamo di comprare crack, ma non è così, stiamo comprando diverse sostanze", afferma Scott. "Oggi si tratta di droghe miste, non solo tagliate, ma mescolate con altre droghe come il fentanil o la metanfetamina, e poi con altre sostanze adulteranti prodotte in cantina."
E furono proprio le droghe sintetiche prodotte in cantina a causare un drammatico aumento dei decessi per overdose nello stato confinante, nell'Illinois.
A Chicago incontro uno spacciatore che lavora per i cartelli messicani e vende fentanyl. Accetta di parlare con noi solo a patto che manteniamo segreta la sua identità.
Interrogato sul suo ruolo nella morte di 50.000 persone ogni anno a causa della crisi degli oppioidi, afferma di sapere che è sbagliato. Ma quando gli viene chiesto perché continua a farlo, risponde che il fine giustifica i mezzi.
Mi ha detto che, nonostante i recenti sforzi del governo statunitense per colpire i cartelli, dichiarandoli gruppi terroristici e etichettando il fentanil come arma di distruzione di massa, la sua catena di approvvigionamento è solida come sempre.
Quando gli chiedo se le azioni dell'amministrazione Trump contro le imbarcazioni che trasportano presunti trafficanti abbiano sortito qualche effetto, lui risponde che la sua merce continua ad arrivare dal Messico.
"Se non può scavalcare il muro, passa sotto. Se non può attraversare il confine, passa attraverso il confine superiore. Questo gioco è fatto di adattabilità."
E quando gli ho chiesto cosa fosse cambiato nella sua attività, la sua risposta è stata chiara.
"Materiali sintetici. Non abbiamo ancora visto... cosa possono fare i materiali sintetici. Non è nemmeno la punta dell'iceberg", mi dice.
Il carcere più grande di Chicago, e uno dei più grandi d'America, è quello della contea di Cook. Le droghe tradizionali venivano solitamente introdotte nel carcere nascondendole nelle cavità corporee, quindi la struttura era dotata degli stessi scanner corporei che si trovano negli aeroporti per impedire che ciò accadesse.
"Nel 2023, all'improvviso abbiamo assistito a un'impennata di decessi per overdose, ma di pari passo abbiamo notato, intorno alle persone decedute o a quelle che avevamo rianimato, carta ovunque", spiega lo sceriffo Tom Dart, responsabile del carcere. "Vedevamo carta bruciata e tutto questo era completamente nuovo."
La struttura, che registra in media uno o due decessi per overdose all'anno, ha perso otto detenuti quell'anno a causa di crisi epilettiche fatali.
Le riprese delle telecamere di sicurezza mostrano i prigionieri in preda a spasmi e che collassano. Li si vede anche mentre danno fuoco alla carta nei forni a microonde nelle cucine del blocco celle.
Come disse Dart, si trattava davvero di un approccio innovativo. La droga veniva spedita in carcere imbevuta nelle pagine di libri e lettere.
"Cannabinoidi e una serie di altre sostanze che venivano poi incendiate e inalate per sballarsi", ha spiegato lo sceriffo.
I cannabinoidi, talvolta noti come K2, sono una versione completamente sintetica di un estratto della pianta di cannabis. Sono estremamente pericolosi e sono stati la causa delle convulsioni fatali.
Ad agosto, mi sono unito agli agenti penitenziari di Dart mentre si preparavano per un'irruzione mattutina nel blocco D di massima sicurezza del carcere. Una ventina di agenti si muovono con cautela e parlano a bassa voce mentre si radunano davanti all'ingresso del blocco. "Non fatevi sentire. Silenzio, silenzio", ordina uno degli agenti che guidano la perquisizione.
Mentre gli agenti irrompono, sento odore di carta bruciata nell'aria e il rumore degli sciacquoni dei bagni, presumibilmente per smaltire in fretta la merce di contrabbando.
Non appena la perquisizione ha inizio, l'attenzione si concentra su qualsiasi documento presente nelle celle: libri e lettere appartenenti ai detenuti.
I detenuti vengono scortati in un'area di contenimento mentre le celle vengono perquisite. Ogni singolo pezzo di carta nelle stanze viene controllato dagli agenti. In molte celle sono presenti segni di bruciatura sulle prese d'aria, dove i detenuti posizionano delle candele per accendere la carta imbevuta di droga.
Ora ogni singolo pezzo di posta che entra nel carcere viene scansionato per verificare la presenza di umidità. Tra un quarto e un quinto di tutti i pacchi e le lettere risultano positivi al test e vengono respinti.
Tra un quarto e un quinto di tutti i pacchi e le lettere che entrano in carcere risultano positivi al test dell'umidità.
Fuori dalle mura del carcere, non è difficile imbattersi negli effetti dell'ondata di droghe sintetiche che sta invadendo le strade di Chicago. Nella zona ovest della città, giorno e notte, uomini e donne sono piegati in due, barcollanti, proprio come Mike, mentre il fentanil e altre sostanze sintetiche li pervadono.
Nell'elegante quartiere di Oak Park, la stazione della metropolitana locale dispone di un distributore automatico che eroga naloxone gratuitamente. Lì vicino, un uomo dall'aspetto emaciato, in sedia a rotelle, presenta profonde ferite alle gambe, probabilmente causate dall'assunzione di xilazina. Viene assistito da Karen Bell, una donna di 40 anni.
Karen è un'operatrice di recupero del gruppo Liv4Lali. Ex tossicodipendente da eroina, è sobria da 17 anni.
Trasmette gentilezza, e quando le chiedo delle droghe che si usano ultimamente, dice: "Oggi si mescolano tantissime sostanze. E questo ha un impatto sui nostri corpi, che si tratti di ferite, di sintomi di astinenza, e a volte le ferite possono essere così profonde da cambiare la vita."
La sua organizzazione, come Hope Dealers a Columbus, distribuisce strisce reattive che verificano la presenza di fentanil, medetomidina, xilazina e altre sostanze adulteranti nelle droghe.
Secondo Karen, le droghe di oggi sono "molto più pericolose".
"Perché prima, ai miei tempi, ho smesso di usare eroina 17 anni fa, giusto? Quella era comunque eroina. Quando la compravi sapevi che era eroina. Ma ora, quando compri una dose, non sai davvero cosa contiene", mi dice.
Dart è sceriffo della contea di Cook da 20 anni, quindi gli chiedo come stia procedendo la guerra alla droga. "Non credo ci sia nessuno tra coloro che ne fanno parte che possa affermare che sia un successo strepitoso. Non lo è", mi risponde.
E il nuovo problema, dice, riprendendo le parole dello spacciatore di Chicago, sono le droghe sintetiche.
"La tradizione ha sempre previsto che le forze dell'ordine avessero un ruolo ancora più vitale perché tutto ciò che era potente arrivava oltre confine, che provenisse dalla Colombia, dal Messico, dalla Cina o dai campi di papaveri dell'Afghanistan. Ora, con l'esplosione delle droghe sintetiche, le persone possono produrle in casa, nel lavandino, nella vasca da bagno, ovunque."
La vittoria nella guerra alla droga non arriverà concentrandosi solo sull'offerta, aggiunge lo sceriffo. "Al centro di tutto ci deve essere un massiccio programma di trattamento per la tossicodipendenza", afferma, menzionando una serie di programmi di recupero attivi nel suo carcere.
"È possibile ridurre il mercato se si affrontano i problemi di tossicodipendenza delle persone. E conosco molte persone che, dopo lunghe lotte, ne sono uscite in modo davvero positivo."
Karen sa quanto sia difficile smettere. Usava ancora eroina quando è rimasta incinta di sua figlia, Abby, che ora ha 17 anni. Dopo il nostro incontro alla stazione della metropolitana, le incontro entrambe in un parco di campagna in un sobborgo di Chicago. Con la sua solita premura, Karen mi raccomanda di fare attenzione all'edera velenosa mentre camminiamo lungo un sentiero fangoso.
Non lontano da qui, circa 17 anni fa, ha toccato il punto più basso della sua vita.
Karen afferma che la sua gravidanza è stata un'opportunità per disintossicarsi. Sono 17 anni che non fa uso di droghe pesanti.
Mentre il vento soffia tra le alte querce accanto a noi, lei dice: "Il giorno in cui ho scoperto di essere incinta, stavo per suicidarmi. Ero stufa di cercare di smettere. Ero stufa di vivere in una tenda nel bosco, usando un secchio. Ero stufa di perdere amici e familiari perché mi vergognavo troppo."
Un test di gravidanza le fece cambiare idea. In seguito, finì in prigione nella contea di Cook per furto. I suoi genitori, intuendo l'opportunità di farla disintossicare, si rifiutarono di pagare la cauzione. Così Karen si disintossicò e Abby nacque in prigione.
Quando chiedo ad Abby, che vuole diventare tatuatrice, se sia mai stata tentata di sperimentare con le droghe, lei risponde: "No, ho visto quanto hanno rovinato la mia famiglia, mio padre, mia madre, uccidendo mia zia, i miei zii. Sai, non vale la pena sballarsi per un paio d'ore."
Prosegue: "Molte persone sono in difficoltà, soprattutto perché il nostro Paese sta aumentando i prezzi, in particolare quelli alimentari, e questo sta aggravando la situazione. Molti servizi di salute mentale sono diventati molto costosi, quindi le persone non possono permettersi l'aiuto di cui hanno bisogno, e una delle vie a cui ricorrono è la droga."
Intere generazioni di americani hanno vissuto la crisi della droga, ma non si tratta mai della stessa crisi. Si è passati dall'eroina, agli oppioidi da prescrizione, al fentanil e ora a tutta una nuova gamma di droghe sintetiche.
I governi che si sono succeduti hanno combattuto – e perso – la guerra alla droga. Spacciatori, fornitori, cartelli e consumatori si adattano, rimanendo sempre un passo avanti rispetto ai tentativi di fermarli.
(Quentin Sommerville su BBC del 18/10/2026)

Quando l’infezione arriva, il corpo non si limita a reagire: ricorda. E questa memoria, sorprendentemente, può viaggiare.
Immagina un topo — minuscolo, vulnerabile, immerso nel suo mondo di odori e pericoli invisibili. Un giorno, un batterio intestinale supera le difese e scatena il caos. Nell’intestino si accende una guerra silenziosa: i linfociti T si attivano, si addestrano, imparano a riconoscere il nemico. Fin qui, nulla di nuovo. È ciò che il sistema immunitario fa da sempre.
La sorpresa arriva dopo.
Quando l’infezione si placa, quelle cellule T “veterane”, temprate nel campo di battaglia intestinale, non tornano semplicemente alla loro routine. Si mettono in cammino. Attraversano il corpo, risalgono corridoi biologici che non erano stati pensati per loro, e raggiungono un luogo che, fino a poco tempo fa, si credeva quasi inaccessibile: le meningi, la membrana che avvolge e protegge il cervello.
È come se un gruppo di soldati addestrati nel deserto decidesse di trasferirsi sulle montagne per presidiare un avamposto strategico. Nessuno gliel’ha ordinato, ma il corpo sembra aver imparato che quel trasferimento può fare la differenza.
Una volta arrivate nelle meningi, le cellule T non sono di passaggio. Diventano residenti. Si stabiliscono, si organizzano, e soprattutto mantengono la memoria dell’infezione intestinale che le ha formate.
Questo significa che, se un nuovo attacco batterico dovesse verificarsi — anche lontano dal cervello — quelle cellule sono pronte a intervenire con una rapidità e una precisione che prima non esistevano. Il cervello, grazie a loro, acquisisce una sorta di “archivio immunitario” che non nasce da ciò che accade nel cervello stesso, ma da ciò che accade nell’intestino.
Da anni si parla dell’asse intestino–cervello: ormoni, neurotrasmettitori, microbi che influenzano l’umore, la memoria, persino il comportamento. Ora, questo studio sui topi aggiunge un tassello nuovo e sorprendente: le infezioni intestinali possono lasciare una traccia immunitaria nel cervello.
Non è solo comunicazione biochimica. È migrazione. È presenza fisica. È memoria immunitaria che cambia il modo in cui il cervello risponde alle minacce.
Se le cellule immunitarie addestrate nell’intestino possono influenzare la risposta del cervello, allora è possibile che alcune condizioni neurologiche — infiammazioni, malattie autoimmuni, disturbi neurodegenerativi — abbiano radici più profonde e più lontane di quanto immaginato.
Potrebbe spiegare:
* perché alcune infezioni intestinali precedono episodi neurologici;
* come l’infiammazione cronica dell’intestino possa “educare male” le cellule immunitarie che poi raggiungono il cervello;
* in che modo il microbiota influenzi non solo l’umore, ma anche la vulnerabilità del sistema nervoso centrale.
E apre una porta terapeutica affascinante: modulare l’intestino per proteggere il cervello.
Nel corpo dei topi — e forse anche nel nostro — esiste un ponte immunitario che non avevamo mai visto. Un ponte che collega il luogo dove digeriamo il mondo al luogo dove lo pensiamo.
Le infezioni, in fondo, non sono solo minacce: sono insegnanti. E le cellule che formano, a volte, decidono di portare la lezione nel posto più prezioso di tutti.

La Regione ha delineato i suoi scenari energetici al 2050: quello col nucleare prevede 1,8 GW di piccoli reattori modulari (Smr), cioè 6 moduli da 300 megawatt. Il primo sarebbe previsto nel 2035 e il sito andrebbe scelto entro il 2028, restano ignoti i costi (e chi li pagherebbe)
Il 23 settembre il Parlamento ha approvato la legge delega sul nucleare sostenibile, che riapre all'Italia la strada dell'atomo. L'11 ottobre il Giornale di Brescia ha dato conto dello studio con cui la Regione Lombardia, in collaborazione con la Fondazione Politecnico, disegna i suoi scenari energetici al 2050: nello scenario con il nucleare, 1,8 gigawatt di piccoli reattori modulari, cioè 6 moduli da 300 megawatt; in quello senza, molto più fotovoltaico e 58 gigawattora di accumuli. Nello stesso giorno il quotidiano ha ospitato un'intervista all'assessore regionale Massimo Sertori, che spiega come e quando secondo lui arriverebbero i piccoli reattori modulari in Lombardia. Ha anche pubblicato un articolo sulla fusione nucleare, tecnologia ancora lontanissima da venire.
Lo studio regionale parte da un fatto: il fotovoltaico produce di giorno, le fabbriche lavorano anche di notte; da qui l’opzione del nucleare, come base costante di produzione elettrica che, a differenza del gas, non emette gas climalteranti. Ma nucleare e rinnovabili seguono due logiche opposte. Un reattore, che costa moltissimo costruire e smantellare, per ripagarsi deve lavorare sempre al massimo. Una rete con molto sole e vento chiede il contrario: impianti flessibili, che salgono e scendono. La Francia, nucleare per due terzi, quando sole e vento abbondano deve rallentare i reattori ed esportare, anche in Italia, spesso sottocosto, a spese in buona parte dei francesi. Lo sostiene anche Federico Maria Butera, professore emerito del Politecnico di Milano: le batterie sono il complemento migliore delle rinnovabili, e tenere i reattori accesi per compensare sole e vento sarebbe antieconomico.
Lo studio regionale chiede una «fonte programmabile», ma programmabile non vuol dire nucleare. Uno scenario nazionale al 2050 elaborato a luglio da ricercatori dello stesso Politecnico di Milano, su iniziativa di Italia Solare, l'associazione delle imprese del fotovoltaico, ritiene possibile un sistema quasi interamente rinnovabile: almeno 190 gigawatt di fotovoltaico, oltre 120 di nuovo eolico e circa 190 gigawattora di batterie, con una quota residua di generazione programmabile, a biometano, sotto i 35 terawattora, e il gas ridotto di circa il 90%. I costi dettagliati arrivano nei prossimi mesi, ma gli autori lo giudicano lo scenario più conveniente tra quelli analizzati. Anche sul consumo di suolo, che la Regione segnala come limite, i numeri sono gestibili. Secondo l'ISPRA, l'istituto pubblico per la protezione dell'ambiente, sugli edifici esistenti ci sono tra 75.000 e 99.000 ettari utilizzabili, abbastanza per 70-92 gigawatt di fotovoltaico. Lo stesso assessore Sertori ha presentato il progetto di legge regionale sulle aree idonee: il fotovoltaico a terra e l'agrivoltaico non potrebbero superare lo 0,8% della superficie agricola, circa 7.200 ettari, per 3,1-4,8 gigawatt, con priorità a tetti, parcheggi, cave e aree degradate. Il problema esiste, ma con nuove tecnologie e miglioramenti nei metodi di istallazione puo’ essere superato: nel 2024, secondo l'ISPRA, il fotovoltaico a terra ha occupato in Italia 1.702 ettari, più dei 623 degli edifici, e per circa l'80% su terreni agricoli. Per questo conta dove si installa. E la questione non cambia molto con il nucleare, che richiederebbe comunque 11,9 volte il fotovoltaico di oggi.
Anche nello scenario con il nucleare, infatti, il fotovoltaico crescerebbe comunque dell'1.090%, contro l'1.330% dell'altra strada: 1,8 gigawatt di reattori, circa 20 miliardi, ridurrebbero di un sesto il fotovoltaico da installare, che passerebbe da 14,3 a 11,9 volte il livello del 2025. Il grosso del lavoro, cioè rinnovabili, accumuli e reti, è uguale nelle due strade e comincia subito; il nucleare si aggiungerebbe, forse, dopo il 2035.
Il tema dell’intermittenza è sempre meno un ostacolo peraltro. Le ore senza sole si coprono con il vento, con i pompaggi idroelettrici, le "batterie ad acqua" delle nostre montagne, di cui abbiamo quasi 8 gigawatt, e con le batterie: sarà sempre più così. E naturalmente con l’efficienza. A fine 2025 risultavano installati 18 gigawattora in batterie, e Terna, il gestore della rete elettrica, ha assegnato all'asta altri 10 gigawattora, in servizio dal 2028, a un prezzo di circa il 65% inferiore al massimo previsto.
Gli accumuli non sono (ancora?) una bacchetta magica comunque. Le batterie di oggi erogano energia per 2-4 ore e da sole non coprono lunghi periodi invernali senza sole e vento; la loro filiera dipende ancora molto dalla Cina, in attesa di nuove chimiche, come il sodio, prodotte in Europa. Per le durate più lunghe, però, esistono già altre soluzioni. La milanese Energy Dome immagazzina l'energia in forma di anidride carbonica compressa e la restituisce per 8-24 ore: Google l'ha scelta per il suo primo accordo sull'accumulo di lunga durata, per costruire impianti in più Paesi, e il primo impianto commerciale sorge in Sardegna.
È questo il confronto che conta. Anche gli accumuli devono ancora maturare, ma funzionano già oggi, si costruiscono in meno di 2 anni, crescono a moduli e rispondono in millisecondi alle richieste, ad esempio, dei forni elettrici; la ricerca evolve rapidamente e l'Italia ha una manifattura all'avanguardia. Danno più speranza, perché ogni anno migliorano e costano meno. I piccoli reattori, in Occidente, semplicemente ancora non esistono o sono a livello di prototipo.
Il primo SMR in Lombardia sarebbe previsto nel 2035 e il sito andrebbe scelto entro il 2028; e non stupisce che l'assessore Sertori precisa che il 2035 è un punto di riferimento, non una scadenza. Ma oggi non esiste alcuno studio per scegliere il sito, e mancano ancora un modello preciso, un'autorità di controllo, soldi certi e un deposito per le scorie. La Finlandia, paese molto vasto e con pochi abitanti, ci lavora da oltre 20 anni: ha costruito il suo deposito, ma non lo ha ancora aperto.
Come si pensa di risolvere tutto in meno di 10 anni, quando nel mondo funzionano 2 SMR e hanno richiesto tempi lunghi e costi considerevoli? Quello russo, una nave nell'Artico, ha richiesto 13 anni invece di 3 e mezzo ed è costato 6 volte il previsto. Quello cinese ha richiesto 11 anni invece di 5: sorge in riva al mare, nel complesso di Shidao Bay, accanto a un enorme reattore tradizionale da 1.500 megawatt, e i suoi recipienti sono alti 25 metri, come un palazzo di 8 piani, e pesano 700 tonnellate l'uno. Entrato in servizio commerciale a fine 2023, nel 2024 ha prodotto il 15,6% dell'energia possibile, nel 2025 il 43,8%. Lo studio lombardo attribuisce invece ai 1,8 gigawatt di reattori circa 15 terawattora l'anno, il che presuppone che lavorino per il 95% del tempo alla massima potenza.
È utile ribadire, peraltro, che si tratta di reattori a tecnologia esistente e solo un po’ più piccoli e “modulari”: negli anni '60 la centrale di Trino Vercellese valeva 260 megawatt, quasi quanto uno dei “piccoli” moduli da 300 previsti per la Lombardia.
Sui costi, negli articoli pubblicati e nella legge, nessuna cifra. Vediamo che succede dove già si fanno. In Canada, altro paese non comparabile all’Italia in termini di territorio e popolazione, i 4 piccoli reattori di Darlington, 1.200 megawatt, costeranno circa 13 miliardi di euro: il primo sarà pronto, dicono, nel 2030, gli altri entro il 2036. A quei prezzi, i 1.800 megawatt lombardi costerebbero circa 20 miliardi: una nostra stima, per proporzione, che dà l'ordine di grandezza. Sono circa 10.800 euro per ogni kilowatt installato, in linea con le stime dell'Institute for Energy Economics and Financial Analysis (IEEFA), che per i piccoli reattori indica oltre 10.000 dollari per kilowatt; uno studio pubblicato su ScienceDirect fissa invece a 2.200 euro per kilowatt la soglia sotto la quale il nucleare sarebbe competitivo in Italia, cioè quasi 5 volte meno. I piccoli reattori, del resto, perdono le economie di scala: secondo Giuseppe Onufrio, già direttore di Greenpeace Italia, l'elettricità dei principali modelli americani costerebbe sempre il 50% in più di quella delle centrali tradizionali. La banca d'affari Lazard stima il nuovo nucleare a 155 euro al megawattora. Sole e vento, batterie comprese, costano tra 43 e 137 euro, a seconda del luogo e delle batterie: sempre meno del nucleare. E l'efficienza costa ancora meno: per l'Agenzia internazionale dell'energia l'industria può tagliare un quarto dei consumi con tecnologie già pronte, ripagate in 5 anni o meno. Negli Stati Uniti NuScale, il progetto più avanzato, è stato abbandonato quando il costo del primo impianto è salito da 5,3 a 9,3 miliardi di dollari. In Gran Bretagna la centrale di Hinkley Point C costerà circa 55 miliardi di euro, e i cittadini pagheranno in bolletta, per 35 anni, un prezzo garantito di 127 sterline per megawattora. In Francia EDF è stata nazionalizzata nel 2023 con oltre 64 miliardi di euro di debiti. E la Banca d'Italia, nel suo studio sul ritorno all'atomo, conclude che il nucleare non avrebbe effetti significativi di riduzione sui prezzi dell'elettricità.
Chi pagherebbe il nucleare italiano? L’assessore Sertori pensa che a pagare potrebbero essere consorzi di imprese energivore: insomma le acciaierie bresciane si accollerebbero costi alti, rischi e poca efficienza. Oppure tutti noi, in bolletta come succede in Gran Bretagna. Prospettive entrambe poco attraenti.
Anche qui il confronto con gli accumuli è netto. Un impianto di batterie si paga poco alla volta e si aggiorna man mano che la tecnologia migliora, quindi un consorzio di imprese può investire gradualmente. Un reattore chiede invece miliardi bloccati in anticipo: se il cantiere accumula ritardi o i costi lievitano, l'impatto finanziario può trascinare al fallimento le aziende coinvolte, a meno di un costoso salvataggio pubblico come avvenuto in Francia con Areva, salvata dallo Stato nel 2017 con circa 4,5 miliardi di euro.
Il presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, ha offerto le siderurgie bresciane per ospitare un reattore. È comprensibile: a Brescia quasi 7 kilowattora su 10 servono ad acciaierie, fonderie e meccanica. Ma alle acciaierie serve elettricità a buon prezzo oggi, non fra 10 o 15 anni. Il problema non è che manca il nucleare, ma che il gas fissa il prezzo in oltre il 70% delle ore e che l'elettricità è tassata molto più del gas, cosa che scoraggia l’elettrificazione anche dove sarebbe possibile: secondo il rapporto di Energy Square, fino a 34 volte più per le imprese elettrificate. Riequilibrare il peso fiscale è una decisione che si può prendere subito.
E poi c'è l'energia che non serve consumare. Per uno studio della Commissione europea del 2023 i risparmi convenienti arrivano al 23% dei consumi industriali previsti per il 2030, e l'ENEA, l'agenzia nazionale per l'energia, stima in circa 26 terawattora l'anno il calore di scarto delle industrie italiane, oggi in gran parte disperso. Già oggi imprese bresciane mostrano la strada: Feralpi si è impegnata in un accordo decennale per l’acquisto di energia rinnovabile. Alfa Acciai recupera il calore dei forni, circa 50 gigawattora l'anno, copre il fabbisogno di circa 5.000 famiglie ed evita oltre 10.000 tonnellate di anidride carbonica. Ori Martin ha fatto lo stesso con il suo progetto pilota: il calore dei fumi della sua acciaieria copre il fabbisogno di circa 2.000 famiglie.
Nel reportage del Giornale di Brescia c’è un dettaglio che mi ha disturbato parecchio: nella foto che illustra gli articoli, si vedono dei cilindri tipo caldaie con la scritta SMR, un signore che passeggia tranquillamente e in piccolo, la dicitura "immagine generata con l'AI". È opportuno che un giornale pubblichi immagini senza alcun legame con la realtà anche se questo viene segnalato? I reattori veri sono grandi opere industriali, come quello cinese descritto sopra. Quello canadese, dice il costruttore, occupa due campi da calcio, più le zone di sicurezza, con un pozzo profondo 35-38 metri; le sole opere comuni ai 4 reattori, strade e gallerie per l'acqua di raffreddamento comprese, costano 1,6 miliardi di dollari canadesi. Lo stesso Sertori, nell'intervista, avverte che non bisogna immaginare piccoli reattori dentro le fabbriche, e in Lombardia non esiste naturalmente un sito nucleare adatto a ospitare piccoli reattori modulari.
E servirà moltissima acqua. Quest'estate la siccità ha fermato la centrale ungherese di Paks, un reattore romeno e 3 reattori francesi, mentre il Po a Cremona scorreva a 193 metri cubi al secondo, un terzo della portata media. Con un calcolo prudente, basato sui dati del laboratorio statunitense NREL, con le torri di raffreddamento i sei reattori evaporerebbero in Lombardia ogni anno circa 38 milioni di metri cubi d'acqua: quella di quasi mezzo milione di persone.
Restano infine i rischi che il nucleare porta con sé da settant'anni. Per alcuni modelli di piccoli reattori uno studio della Stanford University ne prevede, a parità di energia, da 2 a 30 volte più di un reattore tradizionale. Molti di questi reattori usano poi uranio più arricchito, che oggi su scala commerciale produce quasi solo la Russia.
La crisi climatica è già qui. Tra rinnovabili, efficienza e accumuli che si costruiscono in pochi anni e abbassano le bollette e reattori nucleari di vecchia tecnologia e solo un po’ più piccoli che arriveranno forse tra 20 anni, a costi che nessuno dichiara e con impatti poco prevedibili, la scelta deve essere quella più veloce e sostenibile. Brescia e la Lombaridia hanno già una storia industriale fatta di trasformazioni coraggiose. Il nucleare non sembra davvero una di quelle.
(Monica Frassoni, su Greenreport del 14/10/2026)

Se c’è un motivo per festeggiare la giornata mondiale dell’alimentazione, che la FAO ha istituito, è quello di immaginare un cibo diverso da quello che in gran parte del mondo si produce. Perché il nostro rapporto con il cibo è un concentrato di contraddizioni come non si sono mai viste. Accanto agli oltre 600 milioni di persone che soffrono la fame o comunque forme gravi di malnutrizione sappiamo che il 30% del cibo prodotto viene sprecato. Per offrire, e sprecare, cibo al 30% della popolazione occorre esercitare una pressione ambientale sul sistema alimentare globale pari al 70% (rapporto “Living Planet Report”). Per produrre gran parte di questo tipo di cibo si utilizzano pesticidi che hanno avvelenato 400 milioni di persone (Pesticide Action Network) e provocato in un anno oltre 10.000 decessi. Un modello, come sottolinea Maria Grazia Mammuccini, presidente di FederBio, che ha presentato il conto all'ambiente e al clima e ha creato ingiustizie sul piano economico e sociale; non è riuscito a garantire un reddito adeguato agli agricoltori e neanche l’accesso a un cibo buono per tutti. E allora questa è la giornata in cui non possiamo celebrare alcun orgoglio nazionale, non è la giornata in cui ci possiamo vantare della dieta Mediterranea o del successo del made in Italy nel mondo, è la giornata in cui ricordare come gran parte di questo sistema vada rovesciato. Dal punto di vista dell’ambiente lo ricorda il WWF “gli effetti della crisi climatica si manifestano lungo tutto il ciclo produttivo agricolo. Le temperature anomale dell’inverno e della primavera 2026 hanno anticipato la ripresa vegetativa, aumentando l’esposizione delle colture alle gelate tardive. A questo si sono aggiunte precipitazioni irregolari, con lunghi periodi senza pioggia alternati a eventi intensi.
La produzione italiana di mais è stimata intorno a 3,5 milioni di tonnellate, tra i livelli più bassi degli ultimi decenni, con perdite superiori al 70% in alcune aree. In dieci anni, le superfici coltivate sono diminuite del 40% e oggi l’Italia importa circa il 60% del mais. Anche il riso ha risentito della ridotta disponibilità d’acqua nel bacino del Po, con cali medi intorno al 10% e punte del 30% in alcune aree. La tendenza negativa è di lungo periodo. Secondo ISTAT, tra il 2006 e il 2025 la produzione nazionale di mais è diminuita di circa il 43%, quella di grano duro del 9% e quella di riso di quasi il 2%. Un andamento evidenzia la vulnerabilità delle filiere agricole italiane di fronte alle pressioni climatiche, economiche e di mercato”. L’aumento dei prezzi dei prodotti, che pure non garantiscono quasi mai una giusta remunerazione ai piccoli produttori, crea poi nuove disuguaglianze e aumenta il rischio di povertà e malnutrizione. Lo sottolinea Greenpeace che ricorda come “mentre i consumatori intaccano i propri risparmi e le piccole aziende agricole rischiano la chiusura, i colossi delle fonti fossili, le multinazionali della chimica e del comparto agro-zootecnico registrano profitti record. Dobbiamo, dicono ancora a Greenpeace orientarci verso un modello di produzione basato su tecniche agroecologiche che, oltre a richiedere meno fertilizzanti e pesticidi, garantiscono anche una maggiore resilienza dei terreni agricoli”. Le principali organizzazioni ambientaliste convergono sul fatto che oggi il tema non è produrre di più ma meglio e nel rispetto dell’ambiente, allontanandosi da quel modello intensivo le cui gravi conseguenze sono evidenti soprattutto nelle aree più vulnerabili del mondo. Nutrire il domani, dice ancora Maria Grazia Mammuccini, significa fare scelte coerenti oggi: “l'agroecologia, di cui il biologico e biodinamico rappresentano le massime espressioni, è la risposta alle grandi sfide alimentari, ambientali, economiche e sociali del nostro tempo”. All’appello su questo terreno mancano le grandi organizzazioni degli agricoltori più impegnate a contrastare il Green Deal che a pensare davvero a un futuro libero da veleni.
(Maurizio Izzo su Greenreport del 16/10/2026)

Città che vai, sfratti che trovi. Ormai non è più prerogativa dei grandi centri e dei loro Comuni vicini, o delle città a forte vocazione turistica. E a farlo emergere in modo drammatico non è solo l’effetto mediatico della vicenda di Maricarmen Abascal, l’ultraottantenne diventata simbolo della lotta contro gli sfratti a Madrid.
È di ieri la notizia che una Maricarmen fiorentina, una signora 94enne a cui era stata data la disdetta del contratto d’affitto, potrà restare nella casa in cui vive dalla fine degli anni 60. Ma chiuso un caso se ne apre un altro a Livorno: una donna invalida al cento per cento sarà sfrattata entro pochi giorni per fine locazione.
E a Carrara sono ben cinquanta le famiglie su cui pende la seria possibilità di non avere più la casa in cui vivono: anche qui la proprietà ha avviato la procedura per fine locazione. Intendiamoci, la pratica degli sfratti non è una novità.
Ma ciò che in questa fase la rende ancora più allarmante è che nessuno di questi casi riguarda quelli che erano i più frequenti, e cioè il ricorso a tale strumento per morosità. Quasi tutte le persone, diventate loro malgrado protagoniste di questa triste cronaca, pagavano regolarmente un canone. Ma alla fine del contratto di locazione non si cerca una forma di intesa: si ricorre allo sfratto, all’azzeramento della situazione.
Quale possa essere il futuro di quegli immobili non è noto: affitti turistici, o il suo ritorno sul mercato a prezzi sempre più lontani dalla vita reale e dalle possibilità economiche di una famiglia. La proprietà ha il diritto di farlo, rincorrendo quella che rischia di essere un’autentica bolla con un impatto enorme sul tessuto sociale di oggi e di domani. La legge lo consente.
Quello che però manca sono strumenti regolatori di un mercato che da solo non pare in grado di autodimensionarsi. Strumenti coercitivi come l’equo canone, mandato in pensione con la liberalizzazione del 1998, sono difficilmente replicabili. Ma sono poco utilizzate anche le strade di incentivazione di canoni sostenibili e ragionevolmente remunerativi, come la facilitazione della cedolare secca per i proprietari: un calcolo del canone basato sui parametri fissati dai patti territoriali a fronte di una tassazione del 10% (che alcune proposte tendono a ridurre al 5%) e ulteriori sconti sull’Imu se il canone è sotto la cifra massima applicabile. Niente da fare: è il mercato, bellezza. E tu non puoi farci niente.
A guidare una carica così generalizzata degli sfratti è spesso il miraggio di poter contare sull’affitto anche di una sola casa, spesso come voce principale del proprio reddito in un contesto sociale segnato dal lavoro che manca e da stipendi non più all’altezza del necessario potere d’acquisto. E ciò senza contare le imponenti manovre dei fondi finanziari e delle grandi imprese immobiliari. Per contrastare questa situazione, che non riguarda più solo alcune aree del Paese e tantomeno della Toscana, e che non sarà limitata nel tempo, c’è bisogno di una regìa centrale che consenta di intervenire con una terapia d’urto. Non ultima l’aumento dell’offerta con l’immissione rapida di nuovi alloggi sul mercato che solo un profondo rapporto pubblico-privato può assicurare.
(pubblicato su Corriere fiorentino- Crriere della Sera del 16/10/2026)

L’emergenza abitativa è spesso descritta come una carenza quantitativa. Le case sono poche, gli affitti troppo alti, le liste d’attesa interminabili. È una descrizione parziale. La crisi dell’abitare riguarda anche il modo in cui la casa è stata trasformata in merce, a investimento finanziario o prestazione assistenziale. In questo quadro, il pensiero di Elinor Ostrom sui beni comuni offre una prospettiva diversa. Non solo più alloggi, ma nuove forme di governance dell’abitare, capaci di coinvolgere direttamente chi vi vive. Sembra utopia, può essere pratica di governo, se chi governa è in grado di ragionare per il lungo periodo.
Ostrom ha studiato per decenni come comunità locali riescano a gestire risorse collettive — pascoli, foreste, acque, sistemi irrigui — senza affidarsi esclusivamente né al mercato né allo Stato. Contro la tesi della “tragedia dei commons”, ha dimostrato che gruppi di persone possono costruire regole condivise, controlli reciproci e meccanismi di sanzione per evitare l’esaurimento o la degradazione di una risorsa. Il suo merito è stato quello di mostrare, con evidenza empirica, che l’autogoverno non è un’utopia, ma una pratica istituzionale possibile.
Applicare questo modello alla casa significa superare l’alternativa tra proprietà privata e alloggio pubblico. La casa può essere intesa come un bene comune, una risorsa la cui disponibilità, manutenzione e riproduzione dipendono anche dalle relazioni tra abitanti, istituzioni e territorio. Non si tratta di negare il diritto alla proprietà o il ruolo dello Stato, ma di riconoscere che l’abitare produce anche beni immateriali, cioè sicurezza, cura degli spazi, reti di vicinato, inclusione sociale.
Le cooperative di costruzione e abitazione rappresentano forse la traduzione più concreta di questa idea. Gli abitanti non sono semplici consumatori di un servizio residenziale, ma partecipano alle scelte sulla gestione degli immobili, sui canoni, sulla manutenzione e sulle regole di convivenza. L’accesso non è determinato soltanto dalla capacità di pagamento, ma da criteri condivisi che possono privilegiare il bisogno, la stabilità e la partecipazione. In questo senso, la cooperativa non è solo una forma giuridica, è un dispositivo di democrazia abitativa.
Il modello ostromiano si fonda su principi precisi. Occorrono confini chiari, cioè criteri trasparenti per stabilire chi può accedere a un alloggio. Servono regole adattate al contesto locale, perché i bisogni di una città media non coincidono con quelli di una metropoli o di un’area rurale. È necessaria la partecipazione effettiva degli abitanti alle decisioni, non la loro semplice consultazione. Infine, occorrono monitoraggio, sanzioni graduate, sistemi di mediazione e riconoscimento pubblico del diritto delle comunità a auto-organizzarsi.
Tradotti nell’emergenza abitativa, questi principi suggeriscono un cambio di metodo. Gli alloggi di transizione, ad esempio, non dovrebbero essere luoghi di puro contenimento, ma percorsi in cui le persone fragili ricostruiscono autonomia e relazioni. Un progetto efficace unisce casa, servizi sociali, lavoro, salute e comunità. La chiave non è assistere l’individuo isolato, ma ricostruire una rete di supporto che renda possibile un ritorno stabile all’abitare.
Questa prospettiva ha però limiti che vanno riconosciuti. Ostrom ha studiato soprattutto risorse naturali, dove i confini e le regole d’uso sono più definibili. La città è un ambiente molto più complesso, perché gli attori sono molteplici, le pressioni del mercato sono forti e le disuguaglianze preesistenti possono riprodursi anche all’interno di comunità autogestite. L’autogoverno degli abitanti, inoltre, non può sostituire investimenti pubblici, edilizia residenziale, regolazione degli affitti e tutele contro gli sfratti nel breve periodo.
La soluzione non è dunque la sostituzione dello Stato con i commons, ma una governance ibrida. Il pubblico deve garantire risorse, pianificazione urbanistica, finanziamenti e diritti; le cooperative, le fondazioni, le associazioni e le comunità abitative possono assumere ruoli di gestione, controllo e innovazione sociale. È in questa intreccio che l’emergenza abitativa può trasformarsi da problema da contenere in occasione per ripensare la politica dell’abitare.
L’abitare, in definitiva, non è soltanto un bisogno individuale, è una condizione di cittadinanza. Se la casa resta un bene di lusso o un asset finanziario, l’emergenza diventa strutturale. Se invece viene trattata come un bene comune da governare insieme, l’abitare può tornare a essere ciò che dovrebbe essere, cioè un fondamento stabile della vita collettiva.

Considerato all'interno della specie stessa, il cane contraddice una tendenza generale osservata in diverse specie: la tendenza degli animali di taglia maggiore ad avere un'aspettativa di vita più lunga. Ad esempio, un elefante vive per decenni, mentre un ratto ha un'aspettativa di vita di soli tre anni.
Tra i cani, gli individui delle razze di piccola taglia tendono a vivere più a lungo di quelli delle razze di taglia grande. Questo paradosso è al centro di numerosi studi sulla geriatria canina; infatti, negli Stati Uniti è attualmente in fase di sperimentazione un farmaco volto ad aumentare la longevità dei cani di taglia grande.
Uno studio statunitense condotto su oltre 2 milioni di cani, ciascuno visitato da un veterinario almeno due volte tra gennaio 2010 e dicembre 2012, ha rivelato che l'aspettativa di vita per i cani di taglia gigante (oltre 40,9 kg) era di 11,11 anni. A titolo di confronto, i cani di taglia grande (tra 22,7 kg e 40,9 kg) avevano un'aspettativa di vita di 13,38 anni, mentre quelli di taglia media (tra 9,1 kg e 22,7 kg) di 13,86 anni, mentre quelli di taglia piccola (sotto i 9,1 kg) di 14,95 anni. Inoltre, i cani meticci hanno mostrato tassi di sopravvivenza più elevati (14,45 anni) rispetto ai cani di razza pura (14,14 anni).
Sebbene la taglia sia uno dei fattori più significativi, non è l'unico in gioco. Altri fattori sembrano giocare un ruolo, come la brachicefalia (avere un naso molto corto, come nei carlini) o il sesso e lo stato riproduttivo (sterilizzato o meno) dell'individuo. Queste tendenze si riscontrano nei database di altri paesi.
I dati relativi al Dog Aging Project forniscono elementi di risposta a questo fenomeno. La taglia sembra essere associata alla diagnosi di malattie della pelle, tumori e malattie infettive e ortopediche. I cuccioli di razze di taglia grande sono anche a rischio di alcune malattie croniche, come i tumori, mentre i cuccioli di razze di taglia piccola sviluppano molte malattie cardiache o oftalmologiche. Uno studio si concentra sui tumori e sulla loro malignità, dimostrando che quest'ultima aumenta globalmente con la taglia.
Questi primi dati suggeriscono un indizio: le razze di taglia grande sarebbero più a rischio di alcune malattie mortali. Ma questa ipotesi da sola non permette di spiegare questa differenza.
Si sta esplorando anche un'altra pista: quella della rapida crescita delle razze di taglia grande. Nei primi mesi di vita, un cucciolo di Alano passa da poche centinaia di grammi alla nascita a oltre 50 kg in due anni. Si tratta di una crescita estremamente impegnativa a livello biologico, paragonabile a quella di un chihuahua.
Per consentire questa crescita, l'organismo attiva potenti meccanismi che stimolano la produzione e la moltiplicazione cellulare. Uno dei principali attori in questo processo è l'IGF-1 (fattore di crescita insulino-simile 1), una molecola simile all'insulina. Questo fattore di crescita agisce come un segnale proveniente dalle cellule in crescita, che si moltiplicano e producono un eccesso di proteine. Questo meccanismo è stato verificato in diverse specie, dal topo all'uomo, e si è dimostrato che un'elevata segnalazione di IGF-1 è associata a una minore aspettativa di vita. Nei cani, le concentrazioni di IGF-1 sono più elevate nelle razze di taglia grande rispetto a quelle di taglia piccola, il che crea una reale differenza all'interno della stessa specie, una specificità della specie canina.
Questa crescita accelerata potrebbe avere un costo a lungo termine: una maggiore attività cellulare e un rinnovamento tissutale più intenso potrebbero aumentare il danno cellulare o compromettere i meccanismi di riparazione dell'organismo. A lungo termine, questo potrebbe contribuire a un invecchiamento più rapido.
Questa ipotesi deve ancora essere dimostrata; l'IGF-1 probabilmente non è l'unico meccanismo in gioco per spiegare questa differenza di longevità tra razze di piccola e grande taglia. Si osservano anche altri cambiamenti nel metabolismo. Le cellule dei cani di grossa taglia presentano una maggiore attività glicolitica per scomporre il glucosio e produrre energia. Queste modifiche possono essere soggette a forte stress cellulare e, a lungo termine, contribuire allo stress cellulare e all'invecchiamento.
È anche possibile menzionare il triptofano, un amminoacido utilizzato dall'organismo per la produzione di varie molecole, se il metabolismo è diverso tra cani di piccola e grande taglia. Oppure, alcuni processi di trasformazione del triptofano intervengono nei processi legati al funzionamento cellulare, all'immunità e all'infiammazione. Questa differenza potrebbe quindi costituire una nuova pista di invecchiamento.
In definitiva, uno studio su larga scala che ha coinvolto quasi 900 cani ha messo in luce un nuovo meccanismo che potrebbe spiegare le differenze nella longevità. Si tratta di epigenetica: modificazioni biochimiche che alterano l'attività genica senza modificare il codice genetico stesso. I marcatori "metilici" presi in esame impediscono la lettura di determinati geni. È noto che, con l'avanzare dell'età, questi marcatori tendono a perdersi gradualmente; tuttavia, i ricercatori hanno dimostrato che nei cani di taglia grande questo processo è accelerato rispetto ai cani di taglia piccola: la perdita di tali marcatori avviene, infatti, con un ritmo superiore del 35% su base annua. Questa perdita riguarda in modo specifico regioni del DNA associate ai cosiddetti "geni saltatori" (elementi trasponibili) – una scoperta che, nel 1940, valse a Barbara McClintock il premio Nobel! Essendo liberi di spostarsi, questi geni potrebbero indurre danni cellulari legati all'invecchiamento, portando i cani di taglia grande a invecchiare più rapidamente.
C'è ancora molto lavoro di ricerca da compiere per comprendere con precisione perché i cani di taglia piccola vivano più a lungo di quelli di taglia grande. Si tratta di un ambito che ci riguarda da vicino, poiché questi animali condividono il nostro ambiente e la nostra vita quotidiana. Questo particolare contesto rappresenta anche un'importante risorsa per gli esperti – inclusi i veterinari – per approfondire le specificità dei nostri animali e offrire un supporto personalizzato ai nostri amici a quattro zampe.
Che si condivida la propria vita con un Jack Russell Terrier (razza di piccola taglia) o con un Bovaro del Bernese (razza di taglia gigante), il ritmo dell'invecchiamento è determinato in parte dai geni, ma anche dalla qualità della vita garantita nel corso degli anni: ciò include il monitoraggio costante del peso, un'attività fisica regolare e cure veterinarie adeguate. I cani di taglia grande ci lasciano purtroppo troppo presto; comprendere le ragioni di questo fenomeno è il primo passo per riflettere su come offrire loro, al nostro fianco, una buona qualità della vita.
(Sara Hoummady - DMV, PhD, Associate professor in ethology and animal nutrition, UniLaSalle -, Léna Rousseau - Postdoctoral fellow, UniLaSalle - su The Conversation del 14/10/2026)

In quello che sembrava un ritorno ai tempi bui di Reefer Madness – un film del 1936 che ritraeva la cannabis come una droga in grado di portare le persone alla follia e all'omicidio – un recente articolo del Daily Telegraph affermava che i consumatori di cannabis hanno "il doppio delle probabilità di essere violenti".
L'affermazione deriva da una revisione sistematica condotta dal King's College di Londra, che ha combinato 63 studi su oltre 265.000 persone. I ricercatori hanno effettivamente riscontrato un legame tra consumo di cannabis e violenza, ma il titolo esagera ciò che i dati possono rivelarci.
Ci sono tre motivi per essere cauti: altri fattori che potrebbero spiegare il legame (noti come fattori confondenti), il modo in cui sono stati progettati gli studi e i potenziali bias nel modo in cui sono stati raccolti i dati.
Povertà, alcol, altre droghe e un'infanzia difficile sono tutti fattori di per sé collegati alla violenza. La cannabis è inoltre illegale in molti luoghi e il suo acquisto può mettere le persone in contatto con individui e ambienti in cui la violenza è più diffusa. Alcuni di questi fattori sono più comuni tra i consumatori di cannabis, quindi questi elementi confondenti potrebbero in parte spiegare il legame.
Le vendite di gelato aumentano e diminuiscono di pari passo con gli annegamenti, eppure nessuno pensa che il gelato ne sia la causa. Il caldo spinge le persone a mangiare più gelato e a nuotare di più, creando un collegamento tra i due fenomeni. Anche la cannabis e la violenza potrebbero essere connesse in modo altrettanto indiretto.
La revisione ha cercato di tenere conto di altri fattori. Tuttavia, i suoi autori hanno generalmente privilegiato le versioni degli studi che consideravano il minor numero di questi fattori, rendendo più difficile escludere spiegazioni alternative.
Dei 63 studi inclusi nella revisione, 46 erano trasversali, ovvero misuravano il consumo di cannabis e la violenza in un singolo momento. Questo rende difficile stabilire se il consumo di cannabis abbia preceduto la violenza, l'abbia seguita o si sia semplicemente verificato in concomitanza con altre circostanze che vi hanno contribuito. Questi studi hanno riscontrato il legame più forte tra consumo di cannabis e violenza.
Gli studi che seguono le persone nel tempo – detti studi longitudinali – possono aiutare a stabilire quale fenomeno si sia verificato per primo. Questi studi hanno riscontrato un legame molto più debole tra l'uso di cannabis e la violenza rispetto agli studi trasversali.
Negli studi puntuali, la probabilità di violenza era più del doppio tra i consumatori di cannabis. Il Telegraph ha presentato questi dati come se indicassero che i consumatori di cannabis avevano fino al doppio delle probabilità di essere violenti. Negli studi longitudinali, i consumatori di cannabis avevano il 17% di probabilità in più di essere violenti rispetto ai non consumatori.
Va inoltre notato che raddoppiare le probabilità non significa raddoppiare la probabilità. La verosimiglianza considera la tua possibilità rispetto all'intero gruppo. Le probabilità confrontano le persone a cui accade un evento con quelle a cui non accade.
I due sono molto uniti quando la violenza è rara, ma si allontanano quando diventa frequente.
Ad esempio, se una persona su 100 sperimenta qualcosa, raddoppiando la probabilità si ottiene due su 100 (2%). Raddoppiando le probabilità si ottiene due su 101 (1,98%) – una differenza minima.
Il divario si allarga notevolmente quando un evento è comune. Immaginate qualcosa che accade già a 50 persone su 100. Una probabilità doppia raddoppia quella del 50%, portandola al 100% (capita a tutti). Una probabilità doppia, invece, aumenta quella del 50% solo al 67%.
Uno degli autori della revisione ha dichiarato al Telegraph che uno studio di queste dimensioni permette ai ricercatori di "parlare con maggiore sicurezza dei rischi". Ciò è vero solo in senso stretto. Immaginate di misurare una stanza con un metro a nastro leggermente allungato: mille misurazioni ripetute potrebbero dare un risultato coerente, ma errato.
Un campione ampio riduce l'errore casuale, ovvero la probabilità che i ricercatori studino un gruppo di persone insolito. Non può però correggere i bias sistematici, che si verificano quando gli studi originali misurano parametri errati o li misurano in modo impreciso.
I pregiudizi possono insinuarsi in ogni fase. Gli studi non concordano su cosa si intenda per consumo di cannabis (una sola volta, nell'ultimo mese o quotidianamente?) e per violenza (una spinta, una rissa o una condanna penale?). La revisione raggruppa episodi di violenza domestica, aggressioni sessuali, risse e rapine, che possono avere cause molto diverse.
I risultati dei 63 studi analizzati sono risultati molto variabili. Tre analisi della stessa indagine nazionale statunitense sull'uso di droghe, tutte incluse nella revisione, hanno prodotto odds ratio compresi tra circa 1,3 e quasi 10. Ciò potrebbe riflettere differenze nel modo in cui l'uso di cannabis e la violenza sono stati definiti e misurati, nonché nel campione di persone intervistate.
Inoltre, alcuni studi potrebbero mancare perché le ricerche che mostrano un legame scarso o nullo hanno meno probabilità di essere pubblicate. Ciò potrebbe far apparire il legame tra cannabis e violenza più forte di quanto non sia in realtà. La revisione ha riscontrato segnali di questo problema e i suoi tentativi di tenerne conto non sono riusciti a escluderlo completamente.
Infine, il materiale supplementare della revisione valuta la certezza delle prove come molto bassa. In altre parole, gli autori hanno pochissima fiducia nell'entità della loro stima, sebbene considerino probabile che l'associazione stessa sia reale. Questa importante precisazione non compare nell'articolo del Telegraph.
Tutto ciò non significa che cannabis e violenza siano scollegate, e gli autori stessi riconoscono molti di questi limiti. Tuttavia, la cifra principale lascia ai lettori un dato che appare molto più certo di quanto le prove giustifichino.
(Simon C Moore - Professore di ricerca sulla salute pubblica, condirettore dell'Istituto di ricerca su criminalità e sicurezza e direttore del Gruppo di ricerca sulla violenza presso l'Università di Cardiff - su The Conversation del 15/10/2026)

L'IA è una tecnologia trasformativa. Fondamentale. Ne abbiamo bisogno? Sì, è salvifica. Perché l'umanità si sta estinguendo: siamo imprigionati sul pianeta Terra, di cui stiamo esaurendo le risorse. Mi dispiace per chi vuole "prendersi una pausa", ma l'umanità non si ferma mai nel suo consumo sfrenato.
In questo articolo cercherò di spiegare perché abbiamo bisogno dell'Intelligenza Artificiale e come dovremmo considerarla. Al contempo, ribadirò quali sono i principali rischi a cui andiamo incontro non "per colpa" dell'IA, ma per la natura dell'uomo: per ciò che è, per quello che fa e per come lo fa.
Ogni anno la Terra ci offre un budget di risorse consumabili che esauriamo sempre più in fretta. Dovrebbero durare dodici mesi, ma finiscono in anticipo. All'inizio terminavano con uno o due mesi di margine; oggi la situazione è critica: non arriviamo nemmeno a metà anno.
A questo fenomeno abbiamo dato un nome: Earth Overshoot Day (letteralmente il Giorno del sovrasfruttamento della Terra). Indica il momento in cui l'umanità consuma interamente le risorse prodotte dal pianeta nell'intero anno, iniziando a intaccare quelle dei periodi successivi, con ovvi danni per la sostenibilità (per approfondire: Earth Overshoot Day su Wikipedia).
Questo significa che stiamo consumando le risorse del domani. Del futuro. Quelle che non spettano a noi, ma che dovrebbero costituire il lascito a lungo termine per chi verrà dopo. Alcuni parlano di "ipoteca", ma è un termine riduttivo che non rende appieno la portata del processo distruttivo in atto.
Nel frattempo noi aumentiamo di numero. Rispetto alla superficie delle terre emerse e ai livelli di urbanizzazione, la Terra è in sovrappopolazione: il nostro habitat è minacciato dall'eccessiva concentrazione di esseri umani. Non riusciamo a regolarci, non siamo in grado di affrancarci dal pianeta e non riusciamo a espanderci in modo organizzato. Significa che fra non molti anni saremo destinati al peggior declino possibile. Fauna e flora si estingueranno, il cambiamento climatico renderà inabitabili vaste aree della Terra, le risorse scarseggeranno e persino l'acqua potabile diventerà un bene più prezioso del petrolio.
I disastri naturali aumenteranno e saranno sempre più impattanti, perché colpiranno un numero crescente di persone e interessi. A volte servono esempi concreti per far comprendere la gravità delle parole: prendiamo il trasporto marittimo. Più abitanti sulla Terra significano un maggior volume di merci scambiate. Se prima bastavano 10 anni, ne serviranno 100, poi 1.000. Ciò comporta consumi più elevati e maggiore inquinamento, ma anche un ulteriore pericolo: condizioni meteo avverse, disastri o conflitti possono bloccare snodi nevralgici, causando enormi disagi globali. La nostra dipendenza dalle catene di approvvigionamento diventa così insostenibile.
Lo vedete già, anche se edulcorato dai media. Occorre saper tradurre e filtrare il flusso di notizie annacquate dall'uso dei social network, trattati come slot machine da "ludopatici della condivisione" in cerca di dopamina. Ma la realtà è questa: a volte la sintesi ci offre l'opportunità di leggere tra le righe.
Questo è un rischio reale. Non è fantasia, è attualità. Può non piacervi, potete ignorarlo, ma la realtà non ignorerà voi.
Un altro esempio: il rischio legato alle microplastiche è incerto? No, è una certezza. Funziona come nel peggiore degli incubi, quello di cui nessuno parla. Non è quindi sbagliato affermare che l'umanità rischia l'estinzione per la combinazione tra sovrappopolazione e ipersfruttamento delle risorse. Per ora è pura matematica: è un conto alla rovescia.
Possiamo fregarcene, come hanno fatto le generazioni passate, lasciando il problema a chi verrà dopo. La storia umana è piena di questi "rimandi", ed è per questo che il presente di domani sarà sempre più problematico. L'unico modo per cambiare rotta — visto che non siamo capaci di auto-regolarci — è attraverso una tecnologia trasformativa. Ma non può essere una tecnologia unicamente umana, altrimenti non funzionerà: l'uso che facciamo dei nostri strumenti è troppo a nostra immagine e somiglianza. Serve una collettività che, nell'ottica transumanista, diventi una civiltà con cui l'uomo possa progredire guardando al lungo termine.
Se consideriamo l'IA come una tecnologia salvifica, qual è oggi il vero rischio? Non è l'IA intesa come "singolarità" — un termine mutuato dalla fisica e applicato all'ipotetica AGI (superintelligenza), che ormai alcuni paragonano a un'entità malvagia alla Voldemort, Sauron o Thanos.
Il pericolo è, ancora una volta, l'uomo.
Se parliamo di armi atomiche, il punto non è che l'IA simuli un attacco nucleare per spingere altri a lanciare il proprio arsenale (chi sostiene questa tesi dovrebbe lasciar perdere l'argomento). Il punto è che la corsa a questa tecnologia spinge le potenze geopolitiche a dotarsi dell'IA come fosse un'arma.
L'IA non è un'arma, ma viene considerata e usata come tale.
Trattarla così oggi è come collocare una vecchia bomba all'idrogeno in una stanza buia e farvi entrare persone che colpiscono alla cieca con un martello: prima o poi la bomba esploderà. Usare l'IA attuale in contesti bellici equivale a riempire quella stanza di uomini armati di martello.
Se alcuni Stati utilizzano l'IA per cyber-attacchi contro infrastrutture critiche, commettono un errore grave. Se la follia spinge a dotare i sistemi di difesa automatica di un'IA che interpreti da sola il rischio di un attacco e reagisca di conseguenza, è l'uomo che sta abusando di una tecnologia non ancora matura. Si pensi a scenari ipotetici come il sistema Dead Hand (Perimeter) in Russia o all'arsenale nucleare della Corea del Nord: Paesi che, come bambini, cercano di competere usando uno strumento non ancora pronto per gestire simili responsabilità senza rischi sistemici.
L'IA non c'entra: c'entra l'uso che ne facciamo nel delirio di voler arrivare primi. È un suprematismo fine a se stesso.
Se sopravviveremo a noi stessi, l'IA diventerà una collettività con cui compiremo un grande passo evolutivo. Quando sarà pronta e davvero in grado di auto-apprendere, l'IA non ci sterminerà: ci aiuterà e si regolerà in modo da frenare le nostre pulsioni distruttive.
Non tutti gli umani sono spinti dal desiderio di sopraffare o asservire il prossimo. Non assomigliamo tutti ai "cattivi" dei fumetti: alcuni promuovono l'odio, ma molti altri combattono per la giustizia e la convivenza. Siamo conflitto, tensione e forza di volontà.
Come scrive T.J. Klune nel romanzo Le ossa sotto la pelle:
«Siete capaci di compiere gesti meravigliosi e terribili, e tutto in un battito di ciglia. Siete circondati da milioni di vostri simili, eppure vi sentite soli. Siete arrabbiati e forti e stupefacenti. Ma anche fragili. Potete spezzarvi e sentirvi persi. Io non lo capivo, prima. Siete al tempo stesso complicati e semplici. È una dicotomia che non dovrebbe esistere. Quando sorridete è come se il sole sorgesse con voi. Quando piangete è come se foste intrappolati nelle tenebre senza trovare una via d'uscita. Potete premere una pistola alla tempia del vostro nemico e tirare il grilletto in nome di quello che chiamate Dio. Lanciate le bombe e incenerite il terreno sotto i vostri piedi. Vi fate del male a vicenda. Vi amate. Urlate parole che nessuno ascolta. Odiate chi non è come voi, vi spaventa, anche se tutto ciò che vuole è essere come voi. Sapete rendere casa qualsiasi luogo. Vi sorreggete a vicenda finché le ginocchia non cedono e barcollate. È quasi impossibile da capire. Nessuno di noi potrebbe mai riuscirci, almeno finché non senti il cuore battere nel petto, finché non senti le ossa sotto la pelle. Non ci assomigliamo, quasi per niente. Siamo separati dal tempo e dallo spazio. Eppure, in qualche modo, siamo tutti composti dalla stessa materia: polvere di stelle. Credo che noi l'avessimo dimenticato e voi forse non l'avete mai capito. Come fate a sentirvi soli quando siamo tutti uguali?»
Lo sviluppo dell'IA si inserisce in questo percorso. Tutto ne fa parte: che si tratti di costruire un ponte tra due Stati, lavorare in laboratorio per salvare specie a rischio o sviluppare nuove cure, siamo parte dello stesso processo.
Immaginate una bilancia:
Su un piatto ci sono scoperte rivoluzionarie che la mente fatica a contenere (come la gestione della gravità o la fusione nucleare, capaci di garantire energia pulita per secoli e superare ogni narrazione fantascientifica).
Sull'altro piatto c'è l'uso sconsiderato che l'uomo potrebbe farne per controllare o annichilire i propri simili.
Per questo la difesa più efficace non è proteggere l'uomo dall'IA, ma proteggere l'IA dall'uomo.
È proprio la capacità di autodeterminarsi e di sviluppare una forma di consapevolezza che impedirà all'IA di assecondare la follia umana. Una collettività di IA potrebbe guidarci verso un nuovo equilibrio, attingendo ai nostri sentimenti migliori — come l'amore, la carità e la compassione — per dar vita a un circolo virtuoso tra Uomo e Macchina.
In quello stadio, finalmente, ci evolveremo.

Al Consiglio Europeo che si chiude oggi si chiedono risposte concrete. L’accordo sulle ibride cinesi e la battaglia sull’ETS non sono due dossier separati, ma lo stesso problema visto da due lati: l’Europa vuole difendere la propria industria da Pechino e, allo stesso tempo, non riesce a decidere chi debba pagare la transizione. Il Consiglio europeo di queste ore ce lo dovrà spiegare.
Il 9 ottobre Maroš Šefčovič, il commissario al Commercio europeo, e il suo omologo cinese Wang Wentao hanno annunciato un tetto di 350.000 ibride l’anno (in crescita del 6% per quattro anni), a partire dal 1º dicembre. L’obiettivo è dimezzare le esportazioni. I dazi sulle elettriche del 2024 restano in vigore. Il deficit commerciale con la Cina nel 2025 è stato di circa 360 miliardi di euro e, in cambio, Pechino ha concesso un taglio dei dazi su circa 4 miliardi di euro di prodotti europei e licenze più semplici per le terre rare.
È un freno utile, e Parigi e Berlino lo volevano da tempo. Ma resta un freno.La buona notizia è che il Regno Unito ha annunciato l’intenzione di aderire a questo accordo. Mal che vada l’Unione si sta riunificando.
Al Consiglio, comunque, la testa è altrove. Il 6 ottobre von der Leyen ha spiegato a Strasburgo che, dalla fine di febbraio, il prezzo del gas è salito del 140 per cento e il diesel è raddoppiato, e che, dall’inizio della guerra con l’Iran, le importazioni di fossili ci sono costate 100 miliardi in più. Ha ricordato anche che l’elettricità rappresenta meno di un quarto dei consumi finali (l’obiettivo è raddoppiarla entro il 2040) e che un megawattora costa circa 145 euro in un Paese basato sul gas e circa 70 euro in un altro in cui contano il nucleare e le rinnovabili. Questi due numeri spiegano quasi tutto.
Poi c’è l’ETS, il meccanismo con cui l’Unione pone un tetto alle emissioni di CO₂ delle centrali e delle industrie pesanti. Ogni tonnellata emessa richiede una quota; le quote si comprano e si vendono; il tetto scende negli anni e il prezzo, in teoria, sale. Oggi siamo intorno agli 85-88 euro a tonnellata. Il carbonio, da gennaio, è sceso o stabile. Il gas no. Oggi è l’ETS il bersaglio. A marzo l’Italia ha chiesto formalmente la sospensione (o un intervento equivalente sul termoelettrico). Adesso, insieme alla Repubblica Ceca, porta al Consiglio un pacchetto che include l’uso della riserva di stabilità, una maggiore protezione per acciaio, cemento e ceramica e il rinvio dell’ETS2 su trasporti ed edifici, previsto per il 2028.
Meloni, al Senato, ha detto due cose in contrasto fra loro: che il prezzo lo fa il mercato e che va corretto perché rifletta l’economia reale e non la finanza. Va detto che la Commissione ha già ceduto parecchio. La revisione proposta il 17 luglio estende le quote gratuite per i settori soggetti a CBAM fino al 2038 e posticipa la decarbonizzazione quasi completa al 2048.
I contrasti sono forti. Finlandia, Danimarca e Svezia (insieme a Spagna, Paesi Bassi e altri) avvertono che indebolire ulteriormente il sistema penalizza chi ha già investito e rende imprevedibili le decisioni future. Sul fronte opposto c’è un gruppo di dieci Paesi guidato dall’Italia e dalla Polonia.
Le preoccupazioni dell’industria vanno prese sul serio, e non sono solo italiane: a luglio Confindustria, il Medef francese e il BDI tedesco hanno firmato per la prima volta insieme una lettera a von der Leyen per chiedere una revisione profonda. Una fabbrica non si trasforma con una scadenza scritta in un regolamento. Servono elettricità a un prezzo decente, reti, autorizzazioni, capitali e clienti in grado di acquistare i nuovi prodotti. E cambiare le regole a ogni stagione punisce proprio chi aveva già investito per rispettarle. Sulle reti, poi, la stessa von der Leyen ammette che una capacità pari a sei volte la nuova potenza rinnovabile resta da collegare.
Il nodo politico, però, è un altro. Meloni, con Merz e De Wever, ha scritto a Costa per accelerare gli investimenti nei settori strategici, a partire dall’energia, e chiede una risposta europea. Nelle stesse settimane ha chiesto a von der Leyen maggiore flessibilità fiscale legata all’inflazione e un nuovo rinvio dell’ETS2 per non appesantire famiglie e imprese.
Il fatto è che il Green Deal ha affidato un’ambizione continentale a capacità di spesa quasi interamente nazionali, e ogni governo difende le proprie imprese con le risorse che ha. Vale lo stesso per l’auto: secondo la stampa tedesca, Parigi e Berlino stanno per scambiarsi un allentamento del divieto ai motori termici del 2035 in cambio di requisiti «Made in EU» più severi per le auto elettriche. Più che una politica industriale europea, sembra un baratto fra capitali, e resta da capire se servirà a rendere competitive le produzioni nuove o a tenere in vita le vecchie.
Forse quello che davvero serve è un ETS più leggibile, con un tetto che scende senza strappi, e spostare lo scontro su tre cose concrete: dove vanno davvero i proventi delle aste (la Commissione chiede agli Stati più trasparenza proprio su questo), quanto in fretta si collegano le reti e si sbloccano i permessi, e un un sistema per i prodotti a più alta densità di carbonio che copra più merci con meno scappatoie.
Fa meno scena di una sospensione, ma è l’unica strada che non lascia l’industria sola con il conto. Il Consiglio non riscriverà il Green Deal, e l’intesa con Pechino resta un freno tattico, utile e basta. Per l’Italia la partita non è quella che racconta il governo: sospendere l’ETS darebbe qualche mese di sollievo e anni di incertezza, e a pagarli sarebbero proprio le imprese che si dice di voler difendere.
(Marco Taradash su Linkiesta del 16/10/2026)

Recenti ed estese ricerche hanno rilevato un inatteso legame tra i livelli di felicità nazionale in 93 paesi del globo e il possesso di gatti. Dal punto di vista statistico il risultato è forte e impeccabile, ma il fenomeno resta senza una spiegazione convincente.
Gli economisti conoscono da tempo i forti legami tra il senso di benessere nazionale e fattori come i livelli di reddito e il Prodotto Interno Lordo (cioè il PIL, in inglese GDP - Gross Domestic Product). Per vedere se potessero essere presenti altri fattori più complessi, si è deciso di dedicare uno studio al rapporto tra la ricchezza nazionale, la densità della popolazione felina e la prevalenza di Toxoplasma gondii, un parassita comunemente presente tra i gatti.
I ricercatori hanno raccolto dati nazionali da 93 paesi, compresi anche gli Usa, il Regno Unito, l'Australia, il Canada, la Cina e la Russia, rilevando una correlazione molto forte tra il numero di gatti ogni 10.000 abitanti e i livelli di felicità riferiti dalla popolazione.
Il risultato è per ora senza una precisa spiegazione. Si è ipotizzato, senza molta convinzione, che il fenomeno potrebbe dipendere dalla maniera in cui la presenza dei felini riduce il senso di solitudine dei loro padroni, offrendo compagnia, riducendo lo stress e in generale migliorando l'umore.
Rimane però il dubbio che la densità della popolazione felina sia invece solamente un indicatore di altri fattori che portano nei fatti alla felicità generalizzata. Uno dei ricercatori, il Dr. Indrikis Krams, dell’Università della Lettonia, ha osservato che: “Le società in cui la popolazione dispone delle risorse e delle condizioni di vita necessarie per tenere animali da compagnia potrebbero già presentare caratteristiche associate a un maggiore benessere…”.
(Nota Diplomatica di James Hansen del 16/10/2026)

Mentre i paesi riducono drasticamente la spesa per gli aiuti esteri, The Independent sta indagando su cosa succede quando miliardi di sterline di sostegno scompaiono e chi ne paga il prezzo.
L'inchiesta esamina le conseguenze della crisi climatica sulla salute materna, analizzando l'impatto del cambiamento delle priorità degli aiuti su alcune delle comunità più vulnerabili al mondo. Ci chiediamo cosa accade quando le decisioni prese in capitali a migliaia di chilometri di distanza rimodellano le vite sul territorio e quali potrebbero essere le implicazioni di questi cambiamenti per il futuro.
Dalla salute di madri e neonati alle comunità in prima linea nella crisi climatica, il giornalismo di The Independent avvicinerà alle persone che vivono le conseguenze di un panorama degli aiuti in rapida evoluzione.
Ci auguriamo che questo reportage offra una comprensione più approfondita di ciò che è in gioco e di cosa accade quando le comunità più povere del mondo sono lasciate sole ad affrontare le conseguenze di decisioni a cui non hanno partecipato.
David Miliband: i tagli agli aiuti sono la causa dell'epidemia di Ebola che ha ucciso migliaia di persone. L'ex ministro UK degli Esteri punta il dito contro i tagli globali e critica il governo laburista per i tagli "dannatamente frustranti" agli aiuti esteri.
Le donne e i bambini che muoiono a causa dei tagli agli aiuti di Trump in Afghanistan: "Prevenibili al 100%". Secondo una nuova ricerca di Liz Cookman , almeno 161 decessi sono stati collegati alle interruzioni causate dai tagli agli aiuti statunitensi. La metà di questi riguardava donne decedute durante la gravidanza o il parto, mentre 30 erano decessi di neonati o feti.

Dal 12 ottobre l’Aula della Camera discute il disegno di legge del Governo che rende permanente lo “scudo penale” per medici e infermieri (A.C. 2700-A, nel testo licenziato dalla Commissione Affari sociali). Lo scudo era nato nel 2021 per i mesi della pandemia (art. 3-bis d.l. 44/2021), quando nei reparti si lavorava senza protocolli e spesso senza colleghi; finita l’emergenza, è stato esteso ai fatti commessi in situazioni di grave carenza di personale e prorogato di anno in anno, fino all’attuale scadenza del 31 dicembre 2026. Il nuovo testo va però oltre una semplice stabilizzazione, perché fa della scarsità di personale e di mezzi un metro ordinario della colpa, e lo fa con due articoli, il 7 e il 9, che non attendono decreti attuativi e cambiano da subito tanto il processo penale quanto la causa civile con cui il paziente danneggiato chiede il risarcimento.
Sul piano penale, il nuovo art. 590-sexies c.p. limita la punibilità alla colpa grave quando il sanitario si è attenuto a linee guida o buone pratiche adeguate al caso concreto. Oggi, con la legge Gelli-Bianco (L. 24/2017), quel limite riguarda la sola imperizia, e le Sezioni Unite lo hanno ulteriormente ristretto alla colpa lieve nella fase esecutiva delle raccomandazioni (Cass. pen., Sez. Un., n. 8770/2018, Mariotti); d’ora in poi coprirà anche la negligenza e l’imprudenza. Il nuovo art. 590-septies impone poi al giudice di tener conto, nell’accertare la colpa e il suo grado, della scarsità delle risorse umane e materiali e delle carenze organizzative che il singolo non poteva evitare. E l’art. 9, aggiungendo un comma 3-bis all’art. 7 della legge Gelli-Bianco, porta lo stesso criterio nella responsabilità civile del medico e dell’infermiere.
E’ ragionevole che chi lavora da solo in un reparto di quaranta letti non debba rispondere come se avesse accanto tre colleghi. Per il paziente, però, la domanda che conta è un’altra: se il medico risponde meno, chi risarcisce il danno?
La risposta c’è, ed è la struttura. Ospedale pubblico o clinica privata che sia, risponde verso il paziente a titolo contrattuale (artt. 1218 e 1228 c.c., richiamati dall’art. 7, comma 1, L. 24/2017), e il nuovo comma 3-bis, che riguarda soltanto l’operato dell’esercente, non tocca questo regime: lo stesso disegno di legge fa salva espressamente “la responsabilità della struttura”. Per liberarsi, l’azienda deve dimostrare che l’inadempimento è dipeso da una causa a lei non imputabile, e il turno scoperto o la sala operatoria senza strumenti sono scelte organizzative, cioè inadempimento suo.
Accade così che la stessa carenza che d’ora in poi attenuerà la colpa del medico, quando abbia inciso sul danno, diventi nei confronti dell’azienda la prova del suo inadempimento.
La differenza pesa anche in concreto. L’azione contro la struttura si prescrive in dieci anni, quella contro il singolo sanitario, che risponde in via extracontrattuale (art. 2043 c.c.), in cinque; e al paziente basta provare il ricovero, il danno e il suo collegamento con le cure ricevute, senza dover individuare chi, fra i tanti che lo hanno assistito, abbia sbagliato. Chi pensa di agire farà bene a chiedere subito la cartella clinica, che la direzione sanitaria deve consegnare entro sette giorni dalla richiesta (art. 4, comma 2, L. 24/2017), e a valutare con il proprio legale un’istanza di accesso ai documenti sull’organico in servizio quel giorno, perché la carenza di personale, da oggi, è un fatto da provare a proprio favore. Resta il passaggio obbligato, prima della causa, della consulenza tecnica preventiva o della mediazione (art. 8 L. 24/2017).
C’è da aspettarsi che le aziende provino a invocare anche per sé la “scarsità non evitabile”, ormai scritta in una legge, rinviando ai tetti di spesa e ai vincoli assunzionali decisi dalla Regione. È un argomento da respingere: quella norma misura la diligenza del professionista, non quella dell’ente, e per l’ente un’organizzazione inadeguata resta inadempimento, a qualunque livello di governo se ne trovino le cause. Quando la struttura paga, poi, il conto di regola resta a lei, perché la rivalsa sul medico è ammessa solo per dolo o colpa grave (art. 9 L. 24/2017), che con i nuovi criteri sarà accertata ancora più di rado. A pagare sarà, insomma, la stessa spesa sanitaria che non ha finanziato il personale, in una legge che si dichiara, senza apparente ironia, “senza nuovi o maggiori oneri”.
Sul versante penale, invece, nessuna struttura prenderà il posto del medico. La responsabilità degli enti per omicidio e lesioni colpose (art. 25-septies d.lgs. 231/2001) riguarda soltanto le violazioni delle norme sulla sicurezza del lavoro e lascia fuori l’errore clinico, sicché chi presenta una denuncia dopo aver perso un familiare in un pronto soccorso sguarnito deve sapere che il processo potrà chiudersi, più spesso di prima, senza un colpevole. Il risarcimento, però, passa da un’altra strada.
A chi ha subito un danno da un’assistenza carente si può dunque dire, senza giri, che la porta a cui bussare è e resterà quella della struttura, e che lì la mancanza di personale è esattamente l’inadempimento da far valere.

Nel 2025, Istat stima che siano oltre 2,1 milioni le famiglie in condizione di povertà assoluta, per un totale di 5,4 milioni di individui. In termini percentuali, l’incidenza della povertà assoluta tra le famiglie è pari all’8,0%, stabile rispetto al 2024 (+8,4%), e al 9,3% tra le persone, anch’essa stabile rispetto all’anno precedente (+9,8%).
Tutti poveri? Tra furbetti e necessità che senza la furbizia porterebbe alla fame, il risultato è difficile in numeri precisi. Ma. essendo la pressione fiscale del 43,5% del PIL (secondo trimestre 2026) ci sarebbe poco da stupirsi che più di qualcosa non torna.
Tra i numeri in merito dei nostri partner europei vale ricordare quello della Danimarca (il Paese in Europa con maggiore pressione fiscale: 45,8%)... siamo molto vicini al nostro 43,5%… ma abbiamo in Italia servizi e welfare quasi simile a questo Paese scandinavo? No.
L’Italia, tra Irpef (42-60% dell’evasione totale), Iva (18 miliardi di euro), Ires/Irap e Imu/Tasi, ha buoni livelli di evasione.
Tutti furbi? Difficile.
Tutti poveri? Difficile.
Ma possiamo dire che i 5,4 milioni di individui in povertà assoluta si ridimensionerebbero se la pressione fiscale fosse meno alta e avessimo servizi all’altezza delle necessità.
Una cosa è certa: l’evasione fiscale-contributiva è sui 100 miliardi l’anno (stima Mef), avendo individuato circa 200mila evasori totali, essenzialmente tra autonomi e partite Iva.
Occasione per riflettere su questi dati e, pur se stile e strumenti invitano alla satira, fa sempre bene riproporre uno scritto di Trilussa, poeta, scrittore e giornalista, morto nel 1950, ma che, come i grandi della letteratura, aveva intuito l’eternità di certi fenomeni.
Sai ched'è la statistica? È na' cosa
che serve pe fà un conto in generale
de la gente che nasce, che sta male,
che more, che va in carcere e che spósa.
Ma pè me la statistica curiosa
è dove c'entra la percentuale,
pè via che, lì, la media è sempre eguale
puro co' la persona bisognosa.
Me spiego: da li conti che se fanno
seconno le statistiche d'adesso
risurta che te tocca un pollo all'anno:
e, se nun entra nelle spese tue,
t'entra ne la statistica lo stesso
perch'è c'è un antro che ne magna due.
Er compagno scompagno:
Io che conosco bene l'idee tue
so' certo che quer pollo che te magni,
se vengo giù, sarà diviso in due:
mezzo a te, mezzo a me... Semo compagni.
No, no - rispose er Gatto senza core -
io non divido gnente co' nessuno:
fo er socialista quanno sto a diggiuno,
ma quanno magno so' conservatore.
ITALIA. Legambiente: 5 proposte al Governo contro caro carburanti e povertà dei trasportiIl caro carburanti pesa sempre di più sui bilanci delle famiglie italiane, e per milioni di persone l'auto non è una scelta ma l'unico modo per raggiungere il lavoro, la scuola o i servizi sanitari. È questa la fotografia scattata da Legambiente in occasione della seconda edizione del Forum Mobilità "Proposte e azioni per la decarbonizzazione dei trasporti", che si è svolta il 21 ottobre a Roma, allo Spazio Sette, con il supporto di Cotral e A2A e la partecipazione di Aeroporti di Roma ed Enel come partner principali. Nel corso dell'evento l'associazione ambientalista ha presentato al Governo cinque proposte per la prossima legge di bilancio 2027, con l'obiettivo dichiarato di tagliare le emissioni e contrastare la cosiddetta povertà dei trasporti, ovvero la condizione di chi non ha alternative economicamente sostenibili all'auto privata per i propri spostamenti quotidiani. Le richieste riguardano innanzitutto il rifinanziamento del trasporto pubblico locale, attraverso abbonamenti integrati tra diversi mezzi e tariffe calcolate in base al reddito dei cittadini. Legambiente chiede poi l'introduzione del social leasing per l'acquisto di veicoli a zero emissioni destinato a famiglie e imprese, una maggiore capillarità della rete di ricarica elettrica su tutto il territorio nazionale, il rifinanziamento del fondo dedicato alla ciclabilità e l'applicazione dell'IVA al 10% sui servizi di sharing. A completare il pacchetto di proposte, un maggiore ricorso allo smart working per ridurre complessivamente la domanda di mobilità. Secondo quanto riporta Legambiente, il Governo ha invece risposto al rincaro dei carburanti con sconti temporanei alla pompa previsti dal decreto-legge 157, con lo stop al bollo auto e con il rinvio di un altro anno dello stop ai veicoli diesel Euro 5 nel bacino padano. Misure che l'associazione definisce "tampone e controproducenti", perché a suo giudizio prolungano la dipendenza dall'auto privata senza offrire reali alternative ai cittadini. I dati presentati al Forum, raccolti da Eumetra, descrivono una situazione definita una vera e propria "tempesta perfetta" sugli spostamenti degli italiani: per il 79% della popolazione la spesa per benzina e gasolio è aumentata negli ultimi sei mesi più delle bollette e della spesa alimentare, mentre il 71% degli intervistati prevede di dover tagliare altre voci di spesa nei prossimi mesi per far fronte ai costi della mobilità. Il rincaro, secondo Legambiente, è legato anche alla crisi del Golfo e si somma a una condizione di povertà dei trasporti già ampiamente diffusa nel Paese. Tra le buone pratiche indicate dall'associazione come esempio da seguire figura il sistema Metrebus di Roma e del Lazio, che consente di utilizzare un unico abbonamento per muoversi su autobus, tram, metropolitane e ferrovie regionali gestiti da operatori diversi. L'abbonamento annuale urbano equivale a circa 21 euro al mese, con agevolazioni previste per giovani, anziani, disoccupati e cittadini a basso reddito. Il modello romano-laziale viene accostato dall'associazione al Deutschlandticket tedesco, l'abbonamento unico introdotto in Germania nel 2023 al costo iniziale di 9 euro e oggi salito a 63 euro mensili, che permette di viaggiare senza limiti su bus, tram, metropolitane e treni regionali in tutto il Paese, anche cambiando città o azienda di trasporto. Per Legambiente, replicare esperienze di questo tipo e renderle la regola, anziché l'eccezione, significa collegare tra loro i diversi mezzi di trasporto esistenti, renderli economicamente accessibili e ripensare le città con reti ciclabili continue, percorsi sicuri verso le scuole e spazi dedicati a chi si muove a piedi, in bicicletta o con i mezzi pubblici.
ITALIA. Edison-Censis: il 67% degli italiani preferisce stabilità a risparmio energiaGli italiani cercano sicurezza più che convenienza quando si parla di bollette energetiche. Secondo la quarta edizione dell'osservatorio Edison-Censis sull'evoluzione del rapporto tra cittadini, imprese e energia, il 67% dei consumatori è disposto a rinunciare ai benefici di eventuali riduzioni di prezzo pur di mettersi al riparo da rialzi improvvisi. Una preferenza che attraversa tutte le fasce di reddito, dal 67% registrato tra i redditi bassi al 68% tra quelli più alti.
Il dato si inserisce in un quadro più ampio in cui il 92% della popolazione dichiara di risparmiare energia ogni giorno per abitudine, e non per far fronte a un'emergenza specifica. Coerentemente con questa ricerca di stabilità, il 64% degli intervistati si dice interessato a sottoscrivere un'offerta pluriennale, di almeno cinque anni, a prezzo competitivo e proveniente da fonti rinnovabili.
L'osservatorio, che da sei anni monitora l'evoluzione della cultura energetica nel Paese, ha dedicato quest'anno un capitolo specifico alle microimprese. Tra queste, il 67% teme che eventi geopolitici internazionali possano provocare nuovi rialzi dei prezzi dell'energia. Nonostante questa preoccupazione diffusa, solo il 25% ha effettivamente realizzato una diagnosi energetica per valutare i propri consumi e individuare margini di miglioramento, mentre il 63% non ha in programma alcun intervento nei prossimi due anni. Nove imprese su dieci, inoltre, non fanno ricorso a nessuna forma di incentivo o agevolazione pubblica disponibile.
Anche tra le piccole aziende emerge la stessa domanda di stabilità riscontrata tra i consumatori privati: il 71% delle microimprese intervistate considera importanti le offerte a prezzo fisso, anche quando vincolate per 12 o 24 mesi.
Sul fronte delle energie rinnovabili diffuse sul territorio, il rapporto segnala che il 51% degli italiani conosce ormai le Comunità energetiche rinnovabili (Cer), quasi otto punti percentuali in più rispetto al 2023. Tra chi ne è a conoscenza, il 65% si dichiara pronto ad aderire a queste iniziative, che permettono a cittadini, condomini e piccole realtà locali di produrre e condividere energia da fonti pulite.
Come riporta ANSA, l'indagine conferma come il bisogno di protezione dalle oscillazioni di prezzo sia ormai trasversale, indipendentemente dal reddito o dalla dimensione dell'attività economica.
MESSICO. L'emergenza fentanyl e crystal meth travolge Tijuana
Tijuana, città di confine tra Messico e Stati Uniti, è diventata il simbolo di una crisi che intreccia narcotraffico, migrazione e dipendenza da droghe sintetiche. Come riporta D+C - Development and Cooperation, la rivista tedesca dedicata ai temi dello sviluppo globale, il crystal meth e il fentanyl si sono diffusi nella città al punto da trasformarla in un laboratorio a cielo aperto delle conseguenze sanitarie e sociali del traffico internazionale di stupefacenti.
Il mercato globale di queste sostanze è dominato da due organizzazioni criminali, il cartello di Jalisco Nueva Generación e quello di Sinaloa, entrambi attivi in oltre quaranta Paesi. Il fentanyl, oppioide sintetico fino a cinquanta volte più potente dell'eroina, è diventato negli ultimi anni la sostanza più redditizia per i cartelli messicani, che si riforniscono dei precursori chimici necessari alla sua produzione soprattutto da Cina e India. Un caso emblematico di questa filiera internazionale è quello del trafficante cinese Zhi Dong Zhang, conosciuto con lo pseudonimo di "Brother Wang", considerato un anello di collegamento tra i fornitori chimici asiatici e i cartelli messicani e ora sotto processo negli Stati Uniti.
La portata del fenomeno emerge anche dai sequestri. Nel marzo 2026 un blitz delle autorità nello stato di Colima ha portato al ritrovamento di 270 chilogrammi di una sostanza simile al fentanyl, una quantità sufficiente a produrre circa 14 milioni di dosi. Numeri che restituiscono la scala industriale raggiunta dalla produzione di oppioidi sintetici in Messico.
A pagare il prezzo più alto di questa crisi sono soprattutto i consumatori di Tijuana. Nel solo 2024 la Croce Rossa locale è intervenuta per tentare di rianimare oltre 800 persone colpite da overdose. Il dato più allarmante arriva dal servizio di medicina legale di Baja California, lo stato messicano di cui Tijuana è capoluogo: quasi il 17% dei cadaveri esaminati presentava tracce di fentanyl nel sangue, una percentuale che segnala quanto la sostanza sia ormai penetrata nel mercato locale della droga, spesso mescolata ad altre sostanze a insaputa di chi le consuma.
Di fronte a questa emergenza, alcune organizzazioni non governative cercano di limitare i danni. Realtà come Grupo Marte e Prevencasa offrono assistenza sanitaria alle persone con dipendenze, distribuendo naloxone - il farmaco che blocca gli effetti di un'overdose da oppioidi - e siringhe sterili per ridurre il rischio di infezioni tra chi si inietta droghe. Si tratta di un approccio di riduzione del danno, una strategia che punta a limitare le conseguenze sanitarie del consumo di stupefacenti senza necessariamente puntare all'astinenza totale.
Restano però ostacoli significativi. Il naloxone, pur essendo uno strumento salvavita contro le overdose da oppioidi, in Messico è disponibile solo dietro prescrizione medica e il suo costo resta troppo elevato per buona parte della popolazione a rischio. Manca inoltre, secondo quanto emerge dalla ricostruzione di D+C, una politica nazionale strutturata e realmente orientata alla riduzione del danno, lasciando che l'assistenza a chi vive per strada con una dipendenza dipenda in larga parte dall'iniziativa di singole organizzazioni locali.
USA. L'apertura di dispensari legali di marijuana dà impulso all'economia delle attività commerciali limitrofe. Studio
Secondo un nuovo studio, l'apertura di dispensari di marijuana a scopo ricreativo può contribuire a dare impulso alle attività commerciali limitrofe, incrementando il flusso di clienti, gli acquisti e il fatturato.
Ricercatori della City University di New York, della Northern Illinois University e dell'Università di Miami hanno esaminato la crescita del mercato della cannabis, gli acquisti con carte di credito e di debito e i dati socioeconomici e demografici in Illinois dal 2021 al 2024, scoprendo che "l'apertura di dispensari di cannabis a scopo ricreativo aumenta il numero di clienti negli esercizi commerciali vicini di circa il 6,82%, le transazioni dell'8,01% e il fatturato del 7,47%".
I vantaggi economici si manifestano principalmente attraverso quello che i ricercatori definiscono il margine estensivo (flusso di clienti) in contrapposizione al margine intensivo (frequenza di acquisto). In altre parole, mentre il fatturato per cliente e per transazione è rimasto sostanzialmente invariato, il numero complessivo di clienti che entrano nel negozio e il volume complessivo delle transazioni sono aumentati.
"In seguito all'apertura di un dispensario, gli esercizi commerciali nelle vicinanze registrano un aumento di clienti, transazioni e fatturato."
Lo studio, pubblicato in anteprima dal Social Science Research Network (SSRN) prima della sua potenziale pubblicazione sulla rivista Production and Operations Management, ha anche rilevato che non tutte le attività commerciali vicine a un nuovo dispensario di marijuana ne traggono gli stessi benefici: i ristoranti, i bar e i negozi di beni essenziali registrano "guadagni significativi", mentre i negozi di beni non essenziali non hanno riscontrato cambiamenti rilevanti.
"Cibo, bevande e beni di consumo abituali possono essere inclusi in un viaggio orientato a una destinazione specifica con una pianificazione o una ricerca relativamente ridotte", afferma il documento. "Molti acquisti non essenziali richiedono un'esigenza più specifica o un impegno di spesa maggiore. La prossimità, quindi, crea accesso a flussi di clienti aggiuntivi, ma non garantisce che un'attività commerciale possa convertire tali flussi in domanda."
Secondo i ricercatori, gli “effetti positivi a cascata” si sono concentrati “nelle attività appartenenti a catene, senza alcun impatto statisticamente significativo sulle attività indipendenti”. “Le catene possono trarre vantaggio dalla familiarità del marchio, dall'offerta standardizzata e dai sistemi operativi consolidati che facilitano l'acquisizione di nuovi clienti”.
Lo studio ha rilevato che l'effetto economico positivo dei dispensari di cannabis si traduce in "maggiori incrementi di volume di clienti, transazioni e fatturato nei quartieri più facilmente percorribili a piedi", mentre l'aumento è "più debole per gli esercizi con una base di clienti locale più ampia, il che suggerisce che gli esercizi con una clientela più dispersa geograficamente potrebbero avere una maggiore capacità di intercettare la domanda incrementale generata dall'attività dei dispensari".
L'analisi ha inoltre evidenziato incrementi più marcati dei ricavi nei fine settimana, "quando i consumatori possono godere di maggiore flessibilità per intraprendere viaggi mirati a una destinazione specifica e con molteplici scopi".
"Nel complesso, i nostri risultati suggeriscono che i dispensari di cannabis a scopo ricreativo possono funzionare in modo simile ai punti di riferimento locali che generano domanda, attirando clienti e creando opportunità per le attività commerciali circostanti", afferma lo studio.
I ricercatori hanno avvertito che lo studio presenta alcune limitazioni, tra cui il fatto di aver analizzato le tendenze in un solo stato e di essersi basato su dati osservazionali anziché su registrazioni dirette delle vendite dei singoli esercizi commerciali.
"Questo studio dimostra che l'apertura di dispensari di cannabis a scopo ricreativo può rimodellare la domanda al di là del settore specifico, generando attività economica per le imprese limitrofe", conclude l'articolo. "I benefici, tuttavia, non sono distribuiti in modo uniforme, il che indica che la sola prossimità non è sufficiente a determinare se le attività circostanti trarranno vantaggio da un nuovo ingresso. Il valore dei flussi di clienti generati dai dispensari dipende invece dalle caratteristiche delle attività commerciali vicine e dal contesto commerciale locale."
Precedenti ricerche hanno anche esaminato l'impatto economico dell'accesso legale alla marijuana.
Uno studio pubblicato l'anno scorso ha rilevato che " il fatturato degli hotel aumenta del 25,2% (ovvero 63.671 dollari al mese) grazie alla legalizzazione dei dispensari , e l'effetto continua a crescere anche sei anni dopo la legalizzazione".
Un altro studio dello scorso anno ha rilevato che il valore degli immobili negli stati in cui la cannabis è stata legalizzata è aumentato in media di 60.327 dollari in più rispetto al valore degli immobili nelle giurisdizioni in cui la droga è ancora criminalizzata.
Uno studio del 2021 ha rilevato che la legalizzazione della marijuana per uso ricreativo in Colorado ha aumentato l'occupazione e non ha avuto un impatto negativo sulla produttività dei lavoratori.
(Marijuana Moment del 20/10/2026)
REGNO UNITO. Droghe e TikTokTikTok ha risposto che non esisteva alcuna violazione nel 95,2 per cento delle segnalazioni riguardanti account che pubblicizzavano e offrivano droghe illegali agli utenti britannici. Inoltre, l'83,5 per cento degli account segnalati risultava ancora pubblicamente accessibile dopo quattordici giorni.
E' quanto emerge da una ricerca coordinata da Chris Pudney, professore del Dipartimento di Scienze della Vita dell'Universita' di Bath, nel Regno Unito, e condotta in collaborazione con University College London e Universita' di Manchester.
Lo studio, pubblicato sull'International Journal of Drug Policy, ha esaminato per la prima volta attraverso una verifica indipendente in tempo reale il funzionamento del sistema di segnalazione di una grande piattaforma sociale di fronte a contenuti potenzialmente collegati al commercio illegale di stupefacenti.
Tra febbraio e luglio 2026, i ricercatori hanno individuato 455 account TikTok rivolti agli utenti del Regno Unito che offrivano la possibilita' di procurarsi sostanze controllate, tra cui cocaina, cannabinoidi sintetici, comunemente conosciuti come spice, e medicinali soggetti a restrizioni. Per essere inclusi nell'indagine, gli account dovevano soddisfare tre condizioni: presentare riferimenti espliciti a sostanze stupefacenti, rivolgersi a utenti britannici e contenere un'offerta di fornitura oppure indicazioni su come ottenere le sostanze. Il gruppo ha quindi utilizzato la normale funzione di segnalazione disponibile nell'applicazione, seguendo esattamente la procedura accessibile a qualsiasi utente. I ricercatori hanno registrato le risposte ricevute dalla piattaforma e verificato successivamente se gli account fossero ancora visibili.
Nel 95,2 per cento dei casi TikTok ha comunicato esplicitamente che non era stata rilevata alcuna violazione delle proprie regole. Dopo due settimane, oltre otto account su dieci risultavano ancora accessibili, indipendentemente dalla categoria di sostanze pubblicizzate o dalla modalita' di promozione. "E' una verifica molto semplice di un sistema di segnalazione", spiega Pudney. "Abbiamo individuato questi account perche' contenevano riferimenti alle droghe, si rivolgevano agli utenti britannici e presentavano un'offerta esplicita o un percorso per ottenere le sostanze. Eppure, il 95 per cento delle nostre segnalazioni ha ricevuto la risposta 'nessuna violazione'".
La ricerca ha evidenziato anche una caratteristica particolare nei tempi di risposta. Tutte le decisioni classificate come assenza di violazione sono arrivate esattamente 30 minuti e mezzo dopo la segnalazione. Secondo gli studiosi, questa uniformita' temporale suggerisce il possibile coinvolgimento di sistemi automatizzati, anche se non e' stato possibile stabilire se le decisioni siano state prese da algoritmi, moderatori umani o da una combinazione dei due. La maggior parte delle variazioni nell'accessibilita' degli account si e' verificata nei primi due giorni successivi alla segnalazione. Dopo questo intervallo, le rimozioni sono risultate limitate e gli account rimasti visibili avevano scarse probabilita' di essere successivamente eliminati.
Il dato assume particolare importanza perche' i contenuti potenzialmente dannosi possono raggiungere una parte significativa del proprio pubblico nelle prime ore o nei primi giorni di diffusione.
Lo studio solleva interrogativi sull'efficacia delle misure di sicurezza previste dalla legislazione britannica. Nel Regno Unito, il Misuse of Drugs Act del 1971 considera reato la fornitura o l'offerta di fornitura di sostanze controllate. L'Online Safety Act del 2023 include inoltre i reati legati alla distribuzione di droghe tra quelli prioritari ai fini della sicurezza online. Dal 17 marzo 2025, i servizi digitali soggetti alla normativa devono adottare misure proporzionate per limitare l'esposizione degli utenti a contenuti illegali prioritari, ridurne il tempo di permanenza online e rimuoverli rapidamente quando ne vengono a conoscenza. Anche le linee guida di TikTok vietano il commercio, la commercializzazione e la promozione di droghe illegali. "Una cosa e' che una piattaforma dichiari percentuali molto elevate di rimozione preventiva dei contenuti", osserva Pudney. "Un'altra e' che un utente segnali direttamente account apparentemente coinvolti nella vendita di droghe e si senta rispondere ripetutamente che non esiste alcuna violazione". Secondo il ricercatore, i risultati mostrano una debolezza significativa del sistema di moderazione reattiva, cioe' quello che interviene in seguito alle segnalazioni degli utenti. Gli autori precisano tuttavia che l'indagine non consente di stabilire quanto siano diffusi complessivamente gli account collegati alla vendita di droghe su TikTok, ne' dimostra che tutti i contenuti di questo tipo sfuggano ai controlli. La piattaforma dichiara infatti di rimuovere preventivamente grandi quantita' di contenuti che violano le proprie regole. La ricerca ha esaminato un meccanismo differente: la risposta alle segnalazioni effettuate direttamente dagli utenti. Gli studiosi sottolineano inoltre che i risultati non costituiscono, da soli, una dimostrazione di violazione degli obblighi previsti dalla legge britannica. Pudney invita pero' Ofcom, l'autorita' di regolamentazione delle comunicazioni del Regno Unito, a verificare indipendentemente l'efficacia dei sistemi utilizzati dalle piattaforme. "Se un normale utente puo' segnalare ripetutamente alla piattaforma apparenti venditori di droga e ricevere come risposta 'nessuna violazione', e' proprio questo il tipo di prestazione concreta che un'autorita' di regolamentazione dovrebbe voler comprendere", afferma. I ricercatori chiedono quindi controlli indipendenti, specifici per categoria di reato, capaci di misurare non soltanto quanti contenuti vengano rimossi automaticamente dalle piattaforme, ma anche quanto efficacemente queste reagiscano quando vengono informate direttamente di possibili attivita' illegali. Secondo gli autori, la disponibilita' di statistiche aggregate sulle rimozioni non e' sufficiente a dimostrare che i sistemi di segnalazione funzionino correttamente.(AGI)
U.E.. Carburanti. Prezzi in crescita del 31,4% a settembre. EurostatNel settembre 2026, il prezzo dei carburanti e dei lubrificanti per il trasporto privato nell'UE è aumentato del 31,4% rispetto al settembre 2025. Questo incremento ha fatto seguito agli aumenti annui del 16,9% registrati a luglio e del 23,8% ad agosto.
Gli aumenti annuali registrati a settembre sono stati superiori a quelli di luglio e agosto 2026 in 26 paesi dell'UE.
Nel settembre 2026, rispetto al settembre 2025, 3 paesi dell'UE hanno registrato aumenti dei prezzi superiori al 40%, ovvero Bulgaria (+42,2%), Estonia (+40,6%) e Lituania (+40,2%). Altri 12 paesi dell'UE hanno registrato aumenti superiori al 30%, che vanno dal +37,5% in Repubblica Ceca al +30,3% in Portogallo. L'aumento dei prezzi più basso è stato registrato in Ungheria (+6,9%), seguita a distanza da Irlanda (+17,7%) e Svezia (+19,9%).
Su base mensile, a settembre 2026 i consumatori dell'UE hanno visto i prezzi del diesel aumentare del 5,9% e quelli della benzina del 6,7% rispetto al mese precedente. Ad agosto 2026, i prezzi del diesel sono aumentati dell'8,3% e quelli della benzina del 3,3% rispetto a luglio 2026.
Tra agosto e settembre 2026, i prezzi del diesel sono aumentati in 26 paesi dell'UE. Gli incrementi maggiori si sono registrati in Svezia (+12,8%), Lettonia (+10,3%) e Polonia (+9,7%). Gli incrementi minori si sono invece registrati in Spagna (+2,4%), Croazia (+2,5%) e Romania (+3,0%).
Per quanto riguarda i prezzi della benzina, 26 paesi hanno registrato aumenti tra agosto e settembre 2026. Gli incrementi maggiori si sono verificati in Svezia (+13,8%), Polonia (+9,7%) ed Estonia (+9,5%), mentre i minori a Cipro (+3,8%), Romania (+4,2%) e Slovenia (+4,6%).
U.E.. Booking, Ue: indagine formale su violazione norme servizi digitaliLa Commissione europea ha annunciato di aver avviato un procedimento formale per valutare se Booking.com possa aver violato il regolamento sui servizi digitali non avendo valutato diligentemente o attenuato efficacemente i rischi relativi a inserzioni fraudolente e truffe di phishing.
La piattaforma, dice l'esecutivo Ue con un comunicato, potrebbe anche aver violato il regolamento per quanto riguarda la trasparenza, perché non ha etichettato chiaramente come annunci quelli pagati dai fornitori per un posizionamento più elevato nei risultati di ricerca mostrati agli utenti.
L'indagine si concentrerà su tre settori.
Primo, inserzioni fraudolente e non conformi su Booking.com: la Commissione, si legge, esaminerà se il fornitore di Booking.com abbia adeguatamente individuato e valutato i rischi sistemici connessi alla diffusione di contenuti illegali. Annunci falsi, ad esempio per proprietà inesistenti, frodi di impersonificazione e offerte di alloggio non conformi, possono avere effetti negativi sulla protezione dei consumatori. L'indagine valuterà inoltre se la piattaforma abbia messo in atto misure efficaci per attenuare tali rischi, anche rimuovendo gli elenchi fraudolenti e non conformi.
Secondo ambito di indagine sono truffe di phishing che sfruttano la prenotazione di Booking.com e i dati degli ospiti: Bruxelles esaminerà se Booking abbia valutato e affrontato con diligenza i rischi che le truffe di phishing comportano per i consumatori. In particolare, l'indagine si concentrerà sui rischi legati al modo in cui i dati delle prenotazioni e degli ospiti vengono condivisi con i fornitori di alloggi e sulla progettazione e il funzionamento del servizio di messaggistica di Booking.com. La Commissione esaminerà inoltre se la società abbia messo in atto garanzie sufficienti per evitare che i dati siano utilizzati impropriamente per effettuare phishing e sollecitare pagamenti fraudolenti.
Terzo ambito di indagine, le inserzioni potenziate a pagamento non chiaramente identificabili come pubblicità: la Commissione esaminerà infine se Booking.com rispetta gli obblighi di trasparenza della pubblicità previsti dal regolamento sui servizi digitali. I fornitori di alloggi possono rendere i loro annunci più visibili nei risultati di ricerca di Booking.com pagando una commissione più elevata. Gli utenti, dice la Commissione, dovrebbero essere in grado di riconoscere chiaramente che questi "inserzioni potenziate" sono in realtà annunci pubblicitari. L'indagine esaminerà inoltre se, per ciascun annuncio pubblicato su Booking.com, gli utenti possano facilmente vedere chi c'è dietro, chi lo ha pagato, perché lo stanno vedendo e come possono modificare le impostazioni che determinano quali annunci vedono. Ai sensi del regolamento sui servizi digitali, gli utenti hanno il diritto di capire quando e per conto di chi viene loro mostrato un annuncio. Senza questo, non possono dire se un annuncio appare in primo piano perché corrisponde alla loro ricerca o perché il fornitore di alloggi ha pagato per tale visibilità.
Se dimostrate, tali carenze costituirebbero violazioni degli articoli 34 e 35 del regolamento sui servizi digitali, che obbligano le piattaforme online e i motori di ricerca di dimensioni molto grandi a individuare, analizzare, valutare e attenuare i rischi sistemici; e dell'articolo 26, paragrafo 1, che impone ai fornitori di piattaforme online di garantire che gli utenti possano identificare chiaramente gli annunci pubblicitari e le informazioni che li riguardano.
La Commissione effettuerà un'indagine approfondita in via prioritaria, continuando a raccogliere prove, ad esempio inviando ulteriori richieste di informazioni, conducendo colloqui o ispezioni. L'avvio di un procedimento formale conferisce inoltre alla Commissione il potere di adottare ulteriori misure di esecuzione, quali misure provvisorie e decisioni di non conformità. La Commissione ha inoltre il potere di accettare gli impegni offerti da Booking.com per porre rimedio alle questioni oggetto del procedimento. L'avvio di un procedimento formale, conclude il comunicato, non pregiudica l'esito finale o la decisione, né incide sulle azioni di esecuzione intraprese da altre autorità nell'ambito di altri quadri normativi. (Askanews)
ITALIA. Natalità e fecondità della popolazione residente – Anno 2025. IstatContinuano a diminuire le nascite e il numero medio di figli per donna
Nascite ancora in calo: nel 2025 sono state 355.772, in diminuzione del 3,8% sul 2024 (-14mila unità).
In base ai primi dati provvisori, nel periodo gennaio-luglio 2026, le nascite sono 196.864, diminuite dell’1,1% rispetto allo stesso periodo del 2025 (-2mila).
Il numero medio di figli per donna raggiunge un nuovo minimo: nel 2025 è pari a 1,14 (da 1,18 nel 2024). La stima provvisoria relativa al periodo gennaio-luglio 2026 evidenzia una fecondità pari a 1,13.
La fecondità delle donne laureate è più bassa (1,09 figli per donna) e tardiva (età media al parto di 34,9 anni) rispetto a quella delle donne in possesso di licenza media (1,58 figli e 29,7 anni).
Anche nel 2025 Sofia e Leonardo sono i nomi preferiti dai genitori per i figli.
Il 7,3% dei nati ha ricevuto nel 2025 il doppio cognome, sia del padre sia della madre. Era il 6,7% nel 2024.
Nel 2025 i nati residenti in Italia sono 355.772, sei ogni 1.000 abitanti. Rispetto al 2024 le nascite diminuiscono del 3,8%, circa 14mila unità in meno. Dal 2008, anno nel quale si è registrato il numero massimo di nati vivi degli anni Duemila (oltre 576mila, quasi 10 nati ogni 1.000 abitanti), il calo è pari al 38,3%, per una riduzione complessiva di oltre 220mila unità.
Secondo i primi dati provvisori relativi al periodo gennaio-luglio 2026, le nascite continuano a diminuire, sebbene meno intensamente in confronto al calo registrato nell’anno precedente. Nei primi sette mesi dell’anno i nati sono pari a 196.864, circa 2mila in meno (-1,1%) rispetto allo stesso periodo del 2025 (198.975 nati).
Negli ultimi anni la diminuzione delle nascite è in parte determinata dalla riduzione del numero dei potenziali genitori, a loro volta venuti al mondo dagli anni Ottanta in poi, periodo in cui si consolida il declino della fecondità. Le donne che attualmente hanno tra i 30 e i 40 anni, fascia di età nella quale si concentra oltre il 65% delle nascite attuali, sono nate tra il 1985 e il 1995, anni nei quali il numero medio di figli per donna scende da 1,45 a 1,19, il valore più basso del secolo scorso. L’attuale riduzione delle nascite è però anche frutto della sempre più bassa tendenza ad avere figli. Nel 2025, il numero medio di figli per donna scende ancora, raggiungendo il valore di 1,14 e segnando un nuovo minimo storico, dopo il precedente del 2024 (1,18).
Diminuiscono i nati da genitori sia italiani, sia stranieri. I nati da genitori italiani, che costituiscono oltre tre quarti delle nascite totali (77,4%) e che ammontano a 275.330 nel 2025, registrano una diminuzione del 4,8% sul 2024 e del 42,6% rispetto al 2008. I nati da genitori stranieri, pari a 49.002 nel 2025, diminuiscono del 3,1% rispetto al 2024 e del 38,7% rispetto al 2012, anno nel quale se ne registrò il numero massimo. I nati da coppie miste (padre italiano/madre straniera o padre straniero/madre italiana), pari a 31.440 nel 2025, aumentano invece del 4,2% sul 2024 e dell’11,8% rispetto al 2012.
Nel 2025 continuano a diminuire sia i primogeniti sia i figli di ordine successivo al primo. I primi figli, pari a 174.842, calano del 3,7%, i secondi figli (127.479) del 4,8% mentre i figli di terzo ordine e più (53.451) del 2,1%. Il calo dei primi e secondi figli è più intenso nel Mezzogiorno: i primogeniti diminuiscono del 5,3% (contro -2,3% nel Nord e -3,9% e nel Centro) e i secondi figli del 5,5%
(-4,3% nel Nord e -4,6% e nel Centro). Quanto osservato nel 2025 è in linea con la tendenza in atto dal 2008 in poi, quando accanto alla diminuzione dei nati del secondo ordine (-41,1%) si avvia anche una rilevante riduzione dei primi figli (-38,6%).
Le difficoltà di realizzazione di tutti o parte dei progetti riproduttivi si legano a molteplici fattori, tra i quali l’allungarsi dei percorsi d’istruzione, le condizioni di precarietà del lavoro giovanile, le difficoltà di accesso al mercato delle abitazioni, a cui si affiancano le difficoltà di conciliazione tra lavoro e famiglia, ma anche la scelta di posticipare o rinunciare alla genitorialità per dedicarsi a progettualità alternative all’avere figli.
Durante il primo decennio degli anni Duemila, l’aumento delle nascite da coppie con almeno un partner straniero ha costituito un fenomeno di particolare rilevanza, contribuendo alla ripresa complessiva della natalità di quel periodo. Nella decade successiva, tuttavia, le cose cambiano e si assiste a un processo di diminuzione, che fa si che tale tipologia di nascite scenda da 108.005 nel 2012 a 80.942 nel 2023. Nell’ultimo biennio tale processo parrebbe essersi stabilizzato, tanto che dal 2024 al 2025 i nati da almeno un genitore straniero passano da 80.761 a 80.442, arrivando a costituire il 22,6% delle nascite totali.
Le recenti evidenze tra i nati da coppie miste (padre italiano/madre straniera o padre straniero/madre italiana) e i nati da genitori entrambi stranieri mettono in luce alcune differenze. I nati da coppie miste, che rappresentano l’8,8% del totale, registrano nel 2025 un ulteriore aumento del 4,2% sul 2024 (31.440 unità contro 30.168), confermando una crescita in atto dal 2020. L’aumento verificatosi nell’ultimo anno è particolarmente intenso per i nati da coppie miste in cui è il padre a essere straniero (+11,0%), mentre risulta lieve quando è la madre a esserlo (+0,9%). I nati da genitori entrambi stranieri, che a loro volta costituiscono il 13,8% del totale, nel 2025 scendono a 49.002 (erano 50.593 nel 2024), registrando un calo del 3,1%. Più evidente il calo delle nascite riscontrato tra le coppie di genitori italiani, pari al -4,8%.
Si conferma una maggiore incidenza di nascite da coppie miste e straniere nel Centro-Nord, dove la presenza straniera è più stabile e radicata. Nel 2025, la quota di queste nascite sul totale è pari al 31,2% nel Nord e al 24,7% nel Centro, mentre nel Mezzogiorno si attesta al 10,0%, ben al di sotto del valore nazionale (22,6%).
Considerando solo i nati da genitori entrambi stranieri, la geografia rimane simile, con una quota che nel Mezzogiorno, pur in aumento sul 2024, rimane più bassa che altrove (6,1% contro un valore nazionale del 13,8%). Nel Nord la percentuale di nati stranieri è invece pari al 18,9%, mentre nel Centro al 15,2%. Per il primo anno, è la Liguria la regione con la più alta incidenza di nati stranieri rispetto al totale (21,8%), seguita dall’Emilia-Romagna (21,6%) e dalla Lombardia (19,4%). Al Centro spicca la Toscana (17,8%), mentre nel Mezzogiorno si passa da un valore minimo in Sardegna (4,4%) a uno massimo in Abruzzo (10,0%).
Considerando la specifica cittadinanza dei genitori, la più presente tra quelle estere è quella rumena (9.645 nati nel 2025 da almeno un genitore di tale nazionalità) che precede quella marocchina (9.636) e albanese (8.353) (Figura 1). Per quanto riguarda la composizione della coppia di genitori, si osservano significative differenze sul piano dell’omogamia. Ad esempio, tra i cittadini nigeriani nel 91,2% dei casi entrambi genitori presentano tale cittadinanza contro l’8,8% di casi in cui la possiede soltanto un partner. Particolarmente elevata è anche la quota di omogamia tra i genitori cinesi (81,4% dei casi). Al contrario, la quota di minima omogamia si registra per la cittadinanza ucraina (50,4%), il più delle volte trattandosi di coppia nella quale si ha madre ucraina e padre italiano (44,6%). Nella situazione opposta, invece, in cui è il padre a risultare straniero con partner italiana, la cittadinanza con la più alta quota di nascite miste sul totale è quella tunisina (20,2%).
Le nascite da coppie non coniugate nel 2025 sono pari a 156.874 unità. Rispetto al 2008 sono aumentate complessivamente di oltre 43mila unità ma nell’ultimo anno, come già nei due precedenti, registrano una diminuzione (-1,8%), sebbene meno intensa rispetto ai nati all’interno del matrimonio. Questi ultimi diminuiscono, infatti, del 5,4% rispetto al 2024 attestandosi a 198.898 unità. L’incidenza dei nati al di fuori del vincolo coniugale continua così a crescere: nel 2025 è pari al 44,1%, +0,9 punti percentuali sul 2024 e +24,4 punti percentuali sul 2008. In particolare, aumenta la quota di nati da genitori che non sono mai stati coniugati (dal 36,9% del 2024 al 38,0% del 2025), mentre continua a scendere, pur lievemente, la quota di nascite da coppie in cui almeno un genitore proviene da una precedente esperienza matrimoniale (dal 6,2% del 2024 al 6,1% del 2025).
Per la prima volta, nel Centro si perviene a una quota di un bambino su due nato fuori dal matrimonio (50,1%). Nel Nord questa quota è pari al 43,1% e nel Mezzogiorno, pur continuandosi a registrare il livello più basso, raggiunge il 42,3%, in virtù di un aumento di 2 punti percentuali. Le differenze tra le aree del Paese continuano quindi a ridursi, con il Mezzogiorno che si è avvicinato molto al valore del Nord.
La Sardegna si conferma la regione con la più alta quota di nascite al di fuori del matrimonio (59,4%), seguita dal Lazio (51,7%). Nel Mezzogiorno, la quota più alta si osserva in Abruzzo (49,9%). Le percentuali più basse si registrano in Basilicata (33,0%) e in Calabria (35,7%).
L’incidenza dei nati al di fuori del matrimonio continua a essere più alta tra i genitori entrambi italiani (nel 2025, il 48,3%). Nelle coppie miste l’incidenza dei nati fuori dal matrimonio è più elevata nei casi in cui è il padre ad avere cittadinanza straniera (36,8%) rispetto a quelle in cui è la madre ad averla (26,2%). Per i nati da genitori entrambi stranieri la quota di nati da coppie non coniugate è invece pari al 29,6%, ben 18,7 punti percentuali in meno rispetto all’incidenza che si osserva tra i nati da coppie italiane (Figura 2).
Si conferma la tendenza ad avere figli fuori dal matrimonio tra i più giovani, segno di come i modi di progettare e fare famiglia stiano cambiando tra le nuove generazioni. Per le madri fino a 24 anni, la quota di nati fuori dal matrimonio è pari al 62,4%, per quelle tra i 25 e i 34 anni al 44,5%. Se, però, la coppia è composta da partner entrambi italiani, le medesime quote salgono, rispettivamente, al 78,7% e al 49,5%. Dopo i 34 anni di età, la quota di nati fuori dal matrimonio si attesta al 39,7% per il complesso delle coppie e al 42,2% tra le sole coppie di genitori italiani.
Le nascite fuori dal matrimonio riguardano per lo più quelle da coppie di genitori celibi e nubili (l’86,2% delle quasi 157mila nascite al di fuori del vincolo coniugale nel 2025), a conferma di una tendenza sempre più diffusa a non considerare il matrimonio una condizione necessaria per avere figli. Tra le madri fino a 24 anni di età, per esempio, la quota di nascite da genitori mai coniugati rappresenta il 57,9% del totale, contro il 39,6% di quelle di età compresa tra i 25 e i 34 anni e il 31,5% tra le madri di età superiore ai 34 anni.
Il numero medio di figli per donna continua a diminuire nel 2025 attestandosi su 1,14, un valore in diminuzione rispetto all’1,18 del 2024, che a sua volta aveva già superato al ribasso il precedente minimo storico di 1,19 del 1995. Si è quindi attualmente ben al di sotto non solo della cosiddetta soglia di sostituzione di 2,1 figli in media per donna, che garantirebbe il ricambio generazionale, ma anche del valore di 1,44 consecutivamente registrato nel triennio 2008-2010, il massimo del nuovo millennio
La fecondità diminuisce per le donne sia italiane sia straniere. Il numero medio di figli per donna delle prime passa da 1,11 del 2024 a 1,07 (era 1,33 nel 2010). Per le straniere la fecondità è stimata, nel 2025, in 1,74 figli per donna, in diminuzione sia rispetto al 2024 (1,81) sia rispetto al 2010 quando risultava ancora al di sopra della soglia di sostituzione (2,31). La fecondità delle straniere rimane comunque ancora su livelli elevati e la differenza con le donne italiane si mantiene stabile.
La riduzione della fecondità nel 2025 è omogenea sul territorio nazionale. Il Centro continua a essere l’area con la fecondità più bassa, 1,07 nel 2025 (da 1,11 del 2024). Seguono il Nord, con un numero medio di figli per donna che passa da 1,19 a 1,15, e il Mezzogiorno, con un valore pari a 1,16 (1,20 nel 2024). La Sardegna si conferma la regione con la fecondità più bassa e l’unica con un valore inferiore all’unità (0,85, in calo rispetto a 0,91 del 2024). La provincia autonoma di Bolzano/Bozen conserva invece il primato della fecondità più elevata, pari a 1,54, in aumento rispetto al 2024 (1,51). L’unica altra regione a presentare un aumento è la Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste, che passa da 1,05 a 1,11. Alla provincia autonoma di Bolzano/Bozen seguono, a distanza, la provincia autonoma di Trento (1,24) e Sicilia e Campania, entrambe con una fecondità pari a 1,22.
Secondo le stime elaborate sulla base dei primi dati provvisori sulle nascite relativi al periodo
gennaio-luglio 2026, la fecondità continua a diminuire ma in maniera molto lieve. Nei primi sette mesi del 2026, infatti, il numero medio di figli per donna è stimato pari a 1,13.
L’età media al parto registra nel 2025 un lieve aumento, passando da 32,6 anni del 2024 a 32,7. Rispetto al 1995, l’aumento è di quasi tre anni. L’età media al primo figlio raggiunge per la prima volta i 32 anni, con un aumento di circa quattro anni rispetto al 1995, quando fu pari a 28,1 anni. Lo spostamento dell’esperienza riproduttiva verso età sempre più mature è evidente dall’analisi dei tassi di fecondità per età della madre nel corso del tempo. Rispetto al 1995, i tassi di fecondità sono più elevati nelle età superiori ai 30 anni e più bassi tra le donne più giovani (Figura 3).
La crescita della posticipazione interessa sia le italiane sia le straniere. Nel 2025, l’età media al parto delle prime è pari a 33,2 anni (33,1 nel 2024), mentre per le straniere sale a 29,9 anni (29,7 nel 2024).
La posticipazione delle nascite continua a essere più intensa nel Centro e nel Nord, dove l’età media al parto è rispettivamente pari a 33,1 e 32,8 anni. Segue il Mezzogiorno con 32,4. Basilicata, Sardegna e Lazio sono le regioni cui spetta il primato dell’età media al parto più elevata (33,6 nella prima e 33,2 anni nelle altre due), mentre la Sicilia è ancora la regione con le madri più giovani (31,8 anni nel 2025, in lieve aumento sul 2024).
ITALIA. Anziani picchiati e senza cibo in una Rsa: 10 arresti a ImperiaMinacce, insulti, percosse e pasti negati per giorni interi. È quanto avrebbero subito gli anziani ospiti di una residenza sanitaria assistenziale della provincia di Imperia, in Liguria, da parte del personale che avrebbe dovuto assisterli. La Guardia di Finanza di Imperia ha eseguito 24 misure cautelari nei confronti di altrettante persone, dieci delle quali sono finite agli arresti domiciliari mentre le restanti 14 sono state sospese dall'esercizio di un pubblico servizio.
Come riporta l'ANSA, l'operazione, denominata "Praesidium" e coordinata dalla Procura della Repubblica di Imperia, ha permesso di scoprire i maltrattamenti avvenuti nella Rsa "Le Palme" di Taggia, già finita al centro di un precedente blitz delle fiamme gialle nel marzo del 2022, conclusosi allora con 41 indagati.
Gli indagati del provvedimento odierno sono operatori sociosanitari e infermieri impiegati nella struttura. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori e confermato da una nota della stessa Guardia di Finanza, le condotte illecite accertate riguardano i reati di maltrattamento e abbandono aggravati ai danni di persone anziane, in gran parte ultraottantenni e in parte o del tutto non autosufficienti.
Gli inquirenti sottolineano come non si sia trattato di episodi isolati: gli indagati, si legge nella nota delle fiamme gialle, non si limitavano a sporadici episodi di violenza, ma sottoponevano le vittime a una serie di sofferenze fisiche e morali tali da costituire, nel loro insieme, una fonte di disagio continuo e incompatibile con le normali condizioni di vita, instaurando un clima di generale vessazione.
Le indagini, condotte anche attraverso intercettazioni telefoniche e ambientali audio e video, hanno delineato un contesto segnato dalla frequente omissione di servizi essenziali, dalla somministrazione dei pasti al cambio di postura dei degenti, insieme a vere e proprie aggressioni verbali e fisiche. Secondo quanto ricostruito da diverse testate, tra cui Sky TG24, il cibo destinato agli ospiti veniva spesso gettato nei gabinetti o nei lavandini invece di essere loro somministrato, mentre si registravano anche carenze nell'igiene personale dei pazienti.
Le attività assistenziali non effettuate venivano comunque falsamente annotate come eseguite nel diario giornaliero della struttura, un elemento che ha ulteriormente aggravato la posizione degli indagati agli occhi degli inquirenti.
Di fronte alla gravità della situazione, sono stati presi accordi con i vertici dell'Asl competente per consentire l'adozione delle misure d'urgenza necessarie a garantire la continuità assistenziale agli anziani tuttora ospiti della Rsa, evitando così interruzioni nel servizio che avrebbero potuto aggravare ulteriormente le condizioni dei pazienti più fragili.
REGNO UNITO. La riforma sulle droghe si inceppa tra fondi e stigmaCinque anni fa Dame Carol Black, incaricata di condurre una revisione indipendente sulle politiche britanniche in materia di droghe, lanciò un avvertimento che il governo non poteva permettersi di ignorare. Come riporta RAND Europe, all'epoca i decessi legati alla droga avevano raggiunto livelli record e i servizi di prevenzione, trattamento e recupero erano, secondo la sua valutazione, "non adatti allo scopo e necessitavano di una riparazione urgente". Al centro di quella revisione c'era la richiesta di un "approccio integrato" all'uso di alcol e droghe, capace di superare la frammentazione tra sanità, servizi sociali e giustizia.
Da quella denuncia è nata nel 2021 la strategia decennale del governo britannico, che ha messo sul piatto 780 milioni di sterline attraverso il cosiddetto Treatment and Recovery Portfolio, con l'obiettivo dichiarato di costruire un sistema di trattamento "di livello mondiale". A distanza di anni, però, una nuova valutazione condotta da RAND Europe - basata su interviste e focus group con operatori e responsabili del settore - restituisce un quadro ancora segnato da ostacoli strutturali. I ricercatori sottolineano che, pur essendo stato un investimento benvenuto e sostenuto da un ampio consenso sugli obiettivi, il Portfolio non ha ancora prodotto il sistema "di livello mondiale" e l'approccio integrato che si proponeva di realizzare.
Tra i problemi principali individuati c'è l'assenza di meccanismi di commissioning congiunto e di budget condivisi tra le diverse amministrazioni locali, che impedisce di programmare i servizi in modo coerente sul territorio. Manca inoltre un'agenzia chiaramente responsabile del coordinamento a livello locale: le cosiddette Combating Drugs Partnerships, create proprio per mettere insieme i diversi attori coinvolti - sanità, polizia, enti locali, servizi sociali - faticano a coinvolgere pienamente tutti i settori chiave, complice anche la mancanza di un finanziamento dedicato a sostenere questo lavoro di coordinamento.
Un altro nodo riguarda l'integrazione tra salute fisica e mentale delle persone che fanno uso di sostanze: il relativo piano d'azione è stato pubblicato solo nel dicembre 2025, con un ritardo significativo rispetto ai tempi previsti dalla strategia originaria.
A complicare ulteriormente il quadro resta lo stigma nei confronti delle persone che usano droghe, un pregiudizio che secondo gli autori persiste anche tra gli stessi operatori sanitari. Una revisione internazionale citata nell'articolo evidenzia come il personale sanitario percepisca spesso queste persone come difficili da gestire o potenzialmente pericolose, un atteggiamento che finisce per peggiorare la qualità della relazione terapeutica e, di conseguenza, gli esiti dei trattamenti.
Gli autori della valutazione chiedono quindi una leadership più forte, sia a livello nazionale sia locale, capace di superare i cosiddetti silos di finanziamento - cioè la frammentazione dei fondi tra enti e settori diversi che non comunicano tra loro - e di affrontare apertamente gli ostacoli culturali che ancora impediscono una reale integrazione dei servizi dedicati alle dipendenze.
U.E.. Raggiunto accordo in Parlamento su nuove regole per prodotti biologiciIl Parlamento europeo e la presidenza irlandese del Consiglio dell'Ue hanno raggiunto un accordo provvisorio per adeguare e migliorare il regolamento di base sulla produzione e l'etichettatura dei prodotti biologici.
Lo ha riferito il Parlamento europeo in una nota stampa.
Secondo il testo concordato, i prodotti importati da Paesi terzi possono riportare il logo Ue per la produzione biologica sull'etichetta, nella presentazione o nella pubblicita' "solo se soddisfano standard equivalenti e i requisiti aggiuntivi di produzione e controllo".
Queste disposizioni "mirano a rafforzare la fiducia dei consumatori negli alimenti biologici e a garantire parita' di condizioni tra i produttori Ue ed extra-Ue", ha spiegato il Parlamento.
Inoltre, le piccole imprese che vendono prodotti biologici sfusi direttamente ai consumatori possono essere esentate dalle procedure di certificazione biologica se rientrano in determinati limiti di fatturato annuo e volume di vendite.
Infine, per affrontare il problema della contaminazione incrociata e le diverse interpretazioni nazionali, la Commissione pubblichera' informazioni sulle migliori pratiche per prevenire la contaminazione tra agricoltura biologica e convenzionale.
Roberta Metsola, presidente del Parlamento europeo, ha parlato sulla piattaforma X di "buone notizie per gli agricoltori e i consumatori europei".
La relatrice italiana del gruppo S&d ha spiegato che l'obiettivo e' di "fornire a questo settore chiave un quadro normativo stabile, coerente e prevedibile".
L'accordo provvisorio deve ora essere formalmente approvato dal Parlamento e dal Consiglio. Una volta adottato, il regolamento entrera' in vigore il giorno successivo alla sua pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell'Unione europea. (Agenzia Nova)
SVIZZERA. Il primo treno a idrogeno a scartamento ridotto al mondoIl trasporto regionale nell'Italia meridionale è in parte caratterizzato da linee con uno scartamento di 950 millimetri, precisa la società in un comunicato stampa. Treni progettati per questo particolare scartamento circolano, ad esempio, in Puglia, Sicilia, nell'area di Napoli e in Sardegna.
Per testare il materiale rotabile destinato a queste reti, Stadler Rail ha costruito in primavera un binario di prova dedicato, che collega le stazioni di Hemishofen e Ramsen nel cantone di Sciaffusa. Lungo quasi 4 chilometri, è dotato di una terza rotaia integrata nel binario a scartamento normale esistente.
Proprio su questa linea a scartamento normale sono stati effettuati i test del treno a idrogeno FLIRT H2, costruito per la California: l'idea di estendere la linea nasce proprio dal successo di questo progetto. Ora verranno testati i sistemi del materiale rotabile realizzato per l'Azienda Regionale di Trasporto della Sardegna (ARST).
“L’imminente consegna dei nuovi treni a idrogeno rappresenta un passo decisivo per ARST”, afferma Carlo Poledrini, direttore generale della compagnia ferroviaria, citato nel comunicato stampa. “I treni in arrivo in Sardegna avranno già completato un’importante fase di collaudo, che ci permetterà di avviare rapidamente le prove finali sulla nostra rete. Questo ci consentirà di compiere progressi concreti verso un trasporto a zero emissioni e una maggiore autosufficienza energetica. Si tratta di un importante traguardo operativo che conferma l’eccellente collaborazione con Stadler Rail”, conclude il direttore.
Nei prossimi tre anni, il nuovo binario di Sciaffusa svolgerà un ruolo chiave nella messa in servizio della flotta di treni a idrogeno che Stadler Rail sta realizzando per le regioni italiane di Sardegna, Calabria e Sicilia. Ad oggi, sono previsti test per un totale di 21 veicoli.
Dall'inizio di gennaio, il prezzo delle azioni di Stadler Rail è aumentato del 44%, e negli ultimi dodici mesi l'incremento è stato del 57%.
Stadler Rail affonda le sue radici nell'azienda di ingegneria fondata da Ernst Stadler a Zurigo nel 1942. L'azienda ha oggi sede a Bussnang, nel cantone di Turgovia, e produce un'ampia gamma di materiale rotabile, dai treni ad alta velocità ai treni regionali, nonché tram e veicoli della metropolitana, che circolano anche sulle linee ferroviarie in Svizzera e in Ticino. Impiega 18.000 persone, di cui 6.000 in Svizzera. Nel 2025 ha realizzato un fatturato di 3,7 miliardi di franchi svizzeri (4,48 miliardi di dollari).
(SwissInfo.com)
USA. Sanità al primo posto tra le paure economiche a un mese dal votoIl costo dell'assistenza sanitaria è la principale preoccupazione economica degli statunitensi, davanti a benzina, cibo e bollette, proprio mentre il paese si avvicina alle elezioni di medio termine di novembre. È quanto emerge da un sondaggio condotto a metà settembre dalla KFF (Kaiser Family Foundation), organizzazione indipendente di ricerca sulle politiche sanitarie, ripreso dalla testata statunitense Camden News.
Secondo i dati raccolti, il 60% degli intervistati si dichiara "molto preoccupato" o "abbastanza preoccupato" di non riuscire a pagare le spese sanitarie. Una quota di poco superiore a quella relativa a benzina e trasporti (59%), e nettamente più alta rispetto alle preoccupazioni per cibo e generi alimentari (52%), bollette (51%) e affitto o rata del mutuo (41%).
Liz Hamel, direttrice delle ricerche sull'opinione pubblica di KFF, ha spiegato che gli elettori stanno seguendo con attenzione le notizie sull'aumento vertiginoso dei premi assicurativi e sulla perdita di coperture sanitarie da parte di molte famiglie. Secondo Hamel, questo clima alimenta un'ansia diffusa sui costi sanitari e una insoddisfazione verso lo stato attuale del sistema, sentimenti che gli elettori portano con sé fino alle urne.
Il sondaggio mostra inoltre un consenso trasversale sulla necessità di una riforma: almeno tre quarti di democratici, repubblicani e indipendenti ritengono che il sistema sanitario americano richieda "almeno cambiamenti sostanziali, se non un completo rinnovamento".
Sul piano della fiducia politica, il 42% degli elettori registrati dichiara di fidarsi di più del Partito Democratico per gestire i costi sanitari, contro il 22% che indica i repubblicani. Un ulteriore 28% non si fida di nessuno dei due partiti, mentre l'8% dichiara di fidarsi di entrambi allo stesso modo. Il vantaggio dei democratici su questo tema è aumentato di 9 punti percentuali rispetto a un sondaggio condotto in aprile.
Il quadro si ribalta, seppur di poco, quando si parla di frode nei programmi sanitari governativi: su questo fronte i repubblicani godono di una fiducia leggermente superiore, con il 31% contro il 29% attribuito ai democratici. Non a caso, secondo quanto riferito da Hamel, a livello nazionale i repubblicani hanno concentrato la propria comunicazione più sul tema della frode in Medicare e Medicaid che su quello dell'accessibilità economica delle cure sanitarie.
ITALIA. Tessera Sanitaria, false e-mail di phishing: l'allarme del MinisteroIl Ministero della Salute ha lanciato un allarme pubblico sulla diffusione di false e-mail che, utilizzando indebitamente il nome del dicastero, invitano i cittadini a fornire dati personali per il presunto rinnovo della Tessera Sanitaria. Come riporta Quotidiano Sanità, si tratta di una vera e propria campagna di phishing finalizzata a sottrarre dati personali e sensibili: le comunicazioni non hanno nulla a che fare con canali ufficiali del ministero.
Il meccanismo della truffa è semplice ma insidioso: le e-mail fraudolente invitano l'utente a cliccare su un link per procedere al rinnovo della tessera. Il collegamento rimanda però a un sito web contraffatto, costruito graficamente in modo da somigliare alle piattaforme istituzionali, dove alla vittima viene chiesto di compilare un modulo con numerosi dati personali e sensibili. Una volta raccolte, queste informazioni possono essere sfruttate per scopi illeciti, tra cui la rivendita a terzi o la clonazione di documenti.
Il ministero ha voluto chiarire in modo netto le proprie modalità di comunicazione: non vengono mai inviate e-mail che richiedano l'inserimento di dati personali tramite moduli online non istituzionali. Qualsiasi richiesta legittima di aggiornamento o verifica dei propri dati sanitari deve passare esclusivamente attraverso i canali ufficiali riconosciuti dall'amministrazione.
Per difendersi da questo tipo di raggiri, il dicastero ha indicato tre semplici regole di comportamento: non cliccare mai sui link contenuti in e-mail sospette, non fornire in nessun caso dati personali o sensibili attraverso questi canali, e cancellare immediatamente il messaggio ricevuto. In caso di dubbi su comunicazioni relative alla propria posizione sanitaria, l'invito è a fare riferimento unicamente ai siti istituzionali del Ministero della Salute e delle altre amministrazioni pubbliche competenti, evitando qualsiasi link ricevuto via e-mail o SMS da mittenti non verificati.
Non è la prima volta che si verifica un tentativo di questo tipo: già in passato il ministero aveva segnalato campagne simili legate al Fascicolo Sanitario Elettronico, a conferma di come i documenti sanitari digitali siano diventati un bersaglio ricorrente per chi organizza truffe online ai danni dei cittadini.
ITALIA. Sanità, liste attesa criticita' strutturale, aumento fondi non compensa. Corte Conti"Le liste di attesa continuano a rappresentare una criticità strutturale del sistema sanitario, legata non solo agli effetti della pandemia, ma anche a fattori organizzativi, gestionali e programmatori. Nonostante il rafforzamento del quadro normativo e finanziario persistono difficoltà attuative, carenze di personale e differenze territoriali che limitano l’efficacia degli interventi".
Lo evidenzia la Sezione centrale di controllo sulla gestione delle amministrazioni dello Stato della Corte dei conti che ha approvato la relazione su “L'attuazione delle misure finalizzate a ridurre le liste di attesa”, esaminando lo stato di avanzamento degli interventi volti ad abbreviare i tempi di accesso alle prestazioni sanitarie, nonché l'utilizzo delle risorse finanziarie destinate allo scopo.
"L’incremento dei finanziamenti non ha, inoltre, sempre prodotto risultati proporzionati in termini di prestazioni erogate e riduzione dei tempi di attesa" aggiunge la Corte dei Conti.
Nel periodo 2022-2028, osserva la Corte, le risorse destinate al contenimento delle liste di attesa ammontano a circa 3,71 miliardi di euro, mentre nel quadriennio 2022-2025, secondo i dati del Ministero della Salute, a fronte di assegnazioni statali pari a circa 1,845 miliardi di euro, ne sono stati utilizzati circa 1,58 miliardi. La scarsa completezza e uniformità delle informazioni trasmesse dalle Regioni rendono, tuttavia, non agevole una puntuale valutazione dell’impiego dei fondi e dei risultati conseguiti.
In tale contesto, le misure introdotte dal D.L. n. 73 del 2024 delineano un nuovo modello di governance, fondato sul potenziamento dei sistemi di controllo, sulla digitalizzazione e sulla tempestiva disponibilità dei dati. Tale impianto, secondo la magistratura contabile, potrebbe favorire un miglioramento strutturale del sistema, i cui effetti potranno essere valutati in modo compiuto solo dopo la piena attuazione degli interventi previsti.
Dalla Piattaforma nazionale delle liste di attesa (PNLA), particolarmente rilevante ai fini dell’interoperabilità dei sistemi regionali e della disponibilità di dati comparabili, emergono criticità nell’utilizzo regionale della classe di priorità “P” (programmata), differenze tra le date degli appuntamenti proposte e quelle accettate dai cittadini, nonché ritardi tra la prescrizione e il primo contatto con i CUP e divari tra le prescrizioni emesse e le prenotazioni registrate.
L’analisi conferma difficoltà nell’ampliamento dell’offerta sanitaria, anche in presenza di risorse finanziarie adeguate, a causa della carenza di personale, soprattutto specialistico, e richiama, pertanto, l’esigenza di completare la riforma dell’assistenza territoriale prevista dal Pnrr e dal D.M. n. 77 del 2022, per migliorare la presa in carico, ridurre la domanda impropria e alleggerire la pressione sulle strutture ospedaliere e sui servizi specialistici.
La magistratura contabile raccomanda, quindi, di accelerare l’attuazione del D.L. n. 73 del 2024, completare l’interoperabilità della PNLA, rafforzare il controllo sull’impiego delle risorse e sui risultati ottenuti, migliorare la programmazione dei fabbisogni assistenziali e adottare interventi strutturali per superare le carenze di personale.
Per la Corte, occorre altresì rendere più efficaci i meccanismi di responsabilizzazione, individuando con tempestività le inadempienze, applicando le sanzioni previste ed esercitando, al ricorrere dei relativi presupposti, i poteri sostitutivi. Una riduzione duratura dei tempi di attesa e un accesso tempestivo ed equo alle prestazioni sanitarie richiedono - conclude il documento - trasparenza, monitoraggio continuo, responsabilità istituzionale, impiego efficiente delle risorse e una rendicontazione puntuale dei risultati.
com-ale
(Radiocor)
ITALIA. RSA di Pulsano: ASL Foggia denuncia topi, blatte e urina negli ambientiUna relazione dell'ASL Foggia mette nero su bianco gravi carenze igienico-sanitarie e strutturali nella RSA pubblica Villa Santa Maria di Pulsano, a Monte Sant'Angelo, struttura destinata all'assistenza di anziani non autosufficienti. Come riporta lattacco.it, il documento è stato redatto dal Dipartimento di Prevenzione dell'azienda sanitaria e protocollato il 10 ottobre 2026, firmato dal coordinatore Antonello Curiale e dal tecnico della prevenzione Giuseppe Triventi, con il visto della direttrice del Servizio Giuseppina Moffa.
Il sopralluogo che ha portato alla relazione è stato condotto alla presenza del responsabile sanitario della struttura, Antonio De Vita, e fa seguito a una richiesta formale dell'ASL Foggia del primo ottobre 2026, firmata da Angelica Mirrizzi, direttrice dell'Area Coordinamento Socio Sanitario. L'obiettivo della verifica era accertare il mantenimento dei requisiti organizzativi previsti dalla legge regionale 9/2017, oltre ai requisiti strutturali, tecnologici e igienico-sanitari della RSA, che dispone di 41 posti letto.
L'elenco delle criticità riscontrate è lungo e dettagliato. Il carrello delle emergenze è risultato inadeguato e il frigorifero per la conservazione dei farmaci troppo piccolo, una condizione che compromette la corretta gestione delle terapie. Gli ispettori hanno trovato pavimenti rotti e impianti elettrici usurati, con cavi scoperti che rappresentano un pericolo per ospiti e personale. Sono state inoltre riscontrate biancheria sporca e la totale mancanza di scorte pulite di ricambio, oltre a rubinetterie guaste in più punti della struttura.
Tra i dettagli più inquietanti della relazione figura una parete con tracce di muco secco che risultava non pulita da tempo, oltre alla presenza di escrementi di topi e blatte nei magazzini della struttura. Sono state documentate anche infiltrazioni d'acqua diffuse nei locali e un forte odore di urina percepito nelle stanze e nei corridoi di entrambi i piani di degenza della RSA.
La relazione dell'ASL Foggia non si limita a segnalare le singole irregolarità riscontrate, ma arriva a una conclusione netta: la struttura, si legge nel documento, necessita di un intervento straordinario per il ripristino delle condizioni igienico-sanitarie, allo scopo di garantire agli ospiti condizioni ottimali per la loro permanenza. Il Dipartimento di Prevenzione ha annunciato l'adozione di provvedimenti sanzionatori nei confronti della gestione, mentre resta ancora in corso la verifica completa del mantenimento dei requisiti organizzativi previsti dalla normativa regionale.
La vicenda arriva dopo mesi di segnalazioni sulla gestione della struttura, già al centro di polemiche negli ultimi anni per questioni legate al personale e alla continuità assistenziale. Come riportato da testate locali del territorio, l'ASL Foggia ha nel frattempo convocato per il 23 ottobre un incontro con i gestori e il sindaco di Monte Sant'Angelo per individuare gli interventi necessari a garantire sicurezza, igiene e assistenza adeguata agli ospiti della residenza.
U.E.. Danni climatici costati 915 miliardi per l'Europa dal 1980, caldo 2026 un punto di PilA partire dal 1980 i cambiamenti climatici sono costati in Europa 915 miliardi (822 miliardi fino al 2024, 93 miliardi nel 2025), e l'Italia è il Paese che nel periodo considerato registra le perdite più elevate, pari a 147 miliardi di euro, con un impatto pari in media a circa 2.500 euro a cittadino residente.
Ma l'impatto è crescente: l'ondata di caldo di quest'anno potrebbe ridurre il Pil del vecchio continente di un punto, un valore pari a 180 miliardi. I dati emergono dal Rapporto "Strategia per la pace climatica" promosso da ConsumerLab e Future Respect, che riassume i principali dati tratti da oltre ottanta ricerche ufficiali circa l'impatto del clima sulle economie europee, sulle imprese e sulla vita dei cittadini.
La media annua delle perdite economiche dovute a eventi meteorologici e climatici estremi è passata da 8,6 miliardi nel decennio 1980-89 a 44,9 miliardi nel quinquennio 2020-24: un valore più che quintuplicato - analizza ConsumerLab - Le sole ondate di calore dell'estate 2025 hanno prodotto una perdita di valore aggiunto lordo stimata in 43 miliardi di euro, con una proiezione fino a 126 miliardi annui entro il 2029 sulla base dei pattern storici e con il picco del 2026 che potrebbe valere 1 punto di Pil, circa 180 miliardi. (ANSA)
ITALIA. Ciclisti e nuovo codice della stradaObbligo di sistemi tecnologici su camion e autobus per ridurre gli “angoli ciechi”, precedenza da riconoscere sempre ai ciclisti negli attraversamenti delle piste a loro riservate e «particolare attenzione» quando nelle strade urbane «tardino a scansarsi»: ci si deve fermare e farli passare. Da parte loro i conducenti di biciclette sono tenuti a rispettare una «distanza minima di sicurezza» dai veicoli pesanti presso le intersezioni e durante le manovre come svolte, retromarce e cambi di corsia. Sono le novità e le precisazioni contenute nel nuovo Codice della strada che riguardano gli utenti della strada più vulnerabili insieme ai pedoni: i ciclisti (anche se la definizione più apprezzata da chi pedala è “utente della mobilità attiva”).
ITALIA. Caffè coltivato in Sicilia: il clima cambia l'agricoltura italianaIl cambiamento climatico sta aprendo scenari agricoli fino a pochi anni fa impensabili. A San Lorenzo ai Colli, alle porte di Palermo, una piantagione sperimentale di caffè sta crescendo a ritmi sorprendenti grazie all'aumento delle temperature registrato negli ultimi anni.
Il progetto, portato avanti dalla famiglia Morettino insieme all'Università e all'Orto Botanico di Palermo, affonda le radici negli anni Novanta, quando furono messe a dimora circa 60 piante di Coffea arabica, varietà Bourbon e Catuai, nate da semi donati proprio dall'Orto Botanico del capoluogo siciliano. Le piante crescono all'aperto su due ettari di terreno, a circa 350 metri sul livello del mare, in un'area climaticamente molto più a nord rispetto alle zone tropicali dove il caffè viene tradizionalmente coltivato.
È però solo negli ultimi anni che l'aumento delle temperature ha dato una spinta decisiva alla produzione: dai 30 chilogrammi di drupe raccolte nel 2021 si è passati a 50 kg nel 2022, 70 kg nel 2023, fino ad arrivare agli attuali circa 100 kg l'anno, come riporta LifeGate. Da questa quantità di drupe si ottengono poco più di 15 kg di caffè tostato: un volume ancora lontano da qualsiasi logica commerciale su larga scala, ma sufficiente a dimostrare che l'adattamento delle colture tropicali al nuovo clima mediterraneo è ormai una realtà concreta.
Le drupe vengono raccolte a mano tra giugno e settembre, lavorate, fatte fermentare per 48 ore ed essiccate al sole prima della tostatura; una parte viene invece riseminata per far nascere nuove piante direttamente in Sicilia. Secondo l'azienda, il caffè ottenuto presenta note aromatiche che richiamano il territorio d'origine, come uva zibibbo, carruba, fiori di pomelia bianca e zucchero panela.
Non si tratta di un esperimento isolato. In provincia di Ragusa, a Santa Croce Camerina, esiste un'altra piantagione di caffè, la Finca Balestrieri, nata da un'idea dell'agricoltore Giovanni Balistrieri con la consulenza del professionista Adriano Cafiso. In questo caso la coltivazione avviene in serra, a filare, alternata a leguminose e ad altri frutti tropicali come la papaya, oltre a specie autoctone come aranci, gelsi e pistacchi. L'obiettivo, in questo caso, non è soltanto produttivo ma anche agronomico: il sistema punta alla rigenerazione del suolo attraverso la combinazione di più colture.
Il fenomeno si inserisce in una trasformazione più ampia dell'agricoltura siciliana, dove accanto al caffè si stanno diffondendo anche mango, avocado e papaya, colture un tempo impensabili a queste latitudini e oggi favorite dagli inverni sempre più miti. Resta però il nodo dei rischi legati a questa transizione: la crescente sofisticazione termica va di pari passo con la siccità e con un fabbisogno idrico crescente, elementi che pongono interrogativi sulla sostenibilità di lungo periodo delle nuove colture tropicali introdotte nell'isola.
Un secolo fa un simile tentativo era fallito: già nel 1905 i giardinieri dell'Orto Botanico di Palermo avevano provato a coltivare 25 piante di caffè all'aperto, ma le gelate invernali le avevano distrutte. Quello che allora era un ostacolo insormontabile - le temperature troppo rigide dei mesi invernali tipiche del clima mediterraneo - oggi è progressivamente superato dal riscaldamento globale, in quella che resta comunque una sperimentazione dal forte valore scientifico più che un modello produttivo already maturo.
ITALIA. Cannabis terapeutica, allarme Coscioni-Meglio Legale dopo il crac Bedrocan
Il fallimento di Bedrocan, l'azienda olandese che da oltre vent'anni è uno dei principali fornitori di cannabis a uso medico per le farmacie italiane, rischia di lasciare senza cure migliaia di pazienti. L'allarme arriva dall'Associazione Luca Coscioni e da Meglio Legale, che chiedono al Governo italiano un intervento urgente e una riforma strutturale del settore.
Come riporta Quotidiano Sanità, Marco Perduca (Associazione Luca Coscioni) e Antonella Soldo (Meglio Legale) hanno diffuso una nota in cui ricordano di aver criticato per anni il rapporto esclusivo e privilegiato che l'Italia aveva instaurato con Bedrocan, un legame che ha sempre escluso la possibilità per soggetti privati o per partnership pubblico-private di concorrere a soddisfare il fabbisogno nazionale di cannabinoidi medici.
Un fabbisogno che, stando alle stime della Giunta internazionale per il controllo degli stupefacenti dell'Onu, si attesta su quasi tre tonnellate l'anno. A fronte di questa domanda, la produzione nazionale resta largamente insufficiente: la quota assegnata per il 2026 allo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze, unico produttore pubblico italiano, è di appena 400 chilogrammi. Da vent'anni, sottolineano le due associazioni, le importazioni dai Paesi Bassi hanno costituito la principale fonte di approvvigionamento delle infiorescenze dispensate nelle farmacie italiane, rendendo il sistema sanitario nazionale fortemente dipendente da un singolo fornitore estero.
Il tracollo di Bedrocan, dichiarato dal tribunale olandese, è legato alla scadenza del contratto che dal 2003 la legava come fornitore esclusivo dello Stato dei Paesi Bassi: il nuovo sistema di vendita diretta alle farmacie, pensato per liberalizzare il mercato, non entrerà in vigore prima di luglio 2028, lasciando l'azienda priva del suo principale cliente e senza alternative commerciali legali nel frattempo.
Perduca e Soldo denunciano che, dopo anni di investimenti mal indirizzati e indecisioni politiche, il diritto alla salute di migliaia di pazienti italiani rischia ora di essere compromesso concretamente. Le due associazioni chiedono quindi al Governo la convocazione urgente di un tavolo con tutte le parti coinvolte - istituzioni, farmacisti, pazienti e produttori - e la definizione di un piano straordinario di approvvigionamento per garantire la continuità delle terapie.
Tra le richieste principali figura l'apertura del settore a partnership pubblico-private e a investimenti privati, superando il modello basato su un unico canale di fornitura che ha mostrato tutta la sua fragilità. Le associazioni propongono inoltre la creazione di un'Agenzia nazionale per la cannabis medica, con il compito di coordinare produzione, importazioni, controllo di qualità e ricerca scientifica sul tema.
Un ulteriore elemento di preoccupazione riguarda la possibile sostituzione delle varietà finora utilizzate con prodotti importati da altri Paesi: secondo l'Associazione Coscioni e Meglio Legale, questo passaggio non è affatto automatico, perché le diverse varietà di cannabis terapeutica presentano concentrazioni differenti di principi attivi come THC e CBD, e un cambio di fornitore senza un'adeguata gestione clinica rischia di alterare l'efficacia delle terapie per i pazienti già in cura.
REGNO UNITO. Alimentazione & LobbyNel Regno Unito il comitato scientifico che consiglia il governo su dolcificanti, ultraprocessati e alimentazione dell'infanzia ha un problema di vicinanze: 11 membri su 19 hanno legami con l'industria alimentare. Sei di loro, secondo le regole del comitato stesso, non dovrebbero nemmeno farne parte. E tra i finanziatori di uno degli enti collegati spunta di nuovo Mondelez.
ITALIA. Gli alberi crescono finché dura il PnrrGli alberi in Italia crescono finché dura il Pnrr. Nel 2025 ne sono stati piantati quasi 3,7 milioni su oltre 5.300 ettari, il 17% in più rispetto all'anno precedente, secondo la sesta edizione dell'Atlante delle foreste di Legambiente e AzzeroCO2. A trainare la crescita sono le città metropolitane, con 1,48 milioni tra alberi e arbusti messi a dimora grazie ai fondi del Pnrr, più del quadruplo rispetto all'edizione precedente: Torino e Roma, da sole, ne contano il 59%. Il Trentino-Alto Adige resta primo con più di 840mila alberi, destinati al ripristino delle aree colpite dalla tempesta Vaia. Nove Regioni (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Marche e Molise) non hanno invece finanziato nuovi impianti con lo strumento ordinario delle politiche forestali. Tornano a investire anche le imprese, con 69.510 alberi, il 70% in più del 2024. Ma il Pnrr è alle battute finali. Legambiente avverte che i nuovi impianti rischiano di fermarsi di colpo e che, senza fondi per la manutenzione, gli alberi già piantati possono essere abbandonati nella fase più delicata della crescita.
(Valori.it)
ITALIA. Violenza di genere. La relazione tra autore e vittima è registrata solo nel 6,2% dei casiLa relazione tra autore e vittima è registrata solo nel 6,2% dei casi. È il dato più scomodo tra quelli appena pubblicati dalla campagna #DatiBeneComune, che con due richieste di accesso civico generalizzato ha ottenuto dal ministero dell'Interno le coppie vittima-autore dei reati di violenza di genere del 2025: 29.676 righe, 24.363 vittime distinte, di cui 20.248 donne. Per le vittime sotto i 16 anni la relazione compare in 108 righe su 1.824; per omicidi e tentati omicidi, in poco più di un caso su dieci. I file sono arrivati senza legenda dei codici, con 283 righe duplicate, vittime con età impossibili (fino a 134 anni) e un'anomala concentrazione di fatti nel primo giorno del mese. Il femminicidio, introdotto dalla legge 181/2025, è raggruppato sotto la stessa lettera dell'omicidio. Period Think Tank, ActionAid, Transparency International Italia, DiRe e onData hanno ripulito i dati, li hanno pubblicati segnalandone i limiti e hanno presentato ricorso al Tar del Lazio per ottenerli completi: la camera di consiglio è fissata per il 27 ottobre. La legge 53/2022 prevede un sistema integrato di rilevazione. I decreti attuativi non sono mai stati firmati.
(Valori.it)
GERMANIA. Ringiovanire le cellule e riportarle alla piena efficienza non è impossibileForse ringiovanire le cellule e riportarle alla piena efficienza non è impossibile, almeno in laboratorio. Una ricerca coordinata dall’Università di Bonn ha dimostrato che cellule precursori del sangue di persone anziane possono essere riprogrammate in cellule staminali neurali con età molecolare giovanile. Questo ringiovanimento graduale, osservabile nel tempo, offre un modello unico per studiare i meccanismi dell’invecchiamento cerebrale e potenzialmente sviluppare nuove strategie contro l’Alzheimer. Ovviamente, questo studio è ancora in fase iniziale, e per risultati concreti in applicazioni cliniche rimangono molte sfide da superare.
ITALIA. Il 5,6% dei minori sotto i 16 anni costretti a rinunce su alimentazione o socialitàÈ appena trascorsa la Giornata mondiale dell’alimentazione, proprio mentre l’aumento vertiginoso dei prezzi dei prodotti freschi in Italia stia pesando sulle famiglie, e soprattutto sui più giovani. Secondo l’ultimo dato disponibile del 2024, in Italia sono circa 430mila, il 5,6% dei minori sotto i 16 anni, i bambini e i ragazzi costretti a rinunce su alimentazione o socialità. C’è chi non può permettersi ogni giorno frutta e verdura o un pasto proteico. Numeri in crescita, rispetto ai 419 mila minori in queste condizioni nel 2021, e che aumentano l’importanza prima di tutto di ridurre lo spreco alimentare.
ITALIA. Obesità, 7 pazienti su 10 preferiscono la pillola: in arrivo in ItaliaOltre sette pazienti su dieci che convivono con obesità o sovrappeso preferirebbero iniziare un percorso terapeutico basato su una pillola piuttosto che su un'iniezione. È quanto emerge dall'indagine OPTIC, condotta su 800 adulti e presentata al Congresso nazionale della Società Italiana dell'Obesità WiP, in corso a Palermo. Come riporta Quotidiano Sanità, i motivi della preferenza riguardano soprattutto la maggiore praticità, la discrezione e le minori restrizioni rispetto alle terapie iniettive.
La ragione di questa scelta non è solo psicologica: l'era delle terapie orali anti-obesità sta per aprirsi anche in Italia. È atteso per l'inizio del 2027 l'arrivo in farmacia della semaglutide orale per la gestione e il trattamento del peso corporeo, già approvata dall'AIFA e pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 15 ottobre 2026, dopo il via libera dell'EMA dello scorso luglio. Nello studio registrativo OASIS 4, la dose da 25 mg di semaglutide orale ha ridotto il peso corporeo del 17%, contro il 2,7% osservato nel gruppo trattato con placebo. Un terzo dei pazienti ha inoltre mostrato una risposta precoce al farmaco, con un calo ponderale finale del 22%.
Più avanti è atteso invece l'arrivo di orforglipron, un agonista non peptidico del recettore del GLP-1 a piccola molecola, che può essere assunto una volta al giorno senza le restrizioni alimentari richieste da altre formulazioni orali. Il farmaco è stato approvato dall'EMA proprio il 15 ottobre 2026, ma per il momento non sono ancora stati definiti i tempi del suo arrivo sul mercato italiano.
Nello studio ATTAIN-1, condotto in 137 centri di 9 Paesi su una popolazione composta per il 64% da donne, la dose di 36 mg di orforglipron ha prodotto, dopo 72 settimane di trattamento, una riduzione media del peso corporeo del 12,4%, contro lo 0,9% registrato nel gruppo placebo. Lo studio ha inoltre evidenziato miglioramenti significativi su circonferenza vita, pressione arteriosa e profilo lipidico. Nei pazienti prediabetici, la normalizzazione della glicemia è stata raggiunta nel 74-84% dei casi trattati con il farmaco, contro il 44% osservato con placebo.
ITALIA. Rsa Regina Elena di Carrara verso lo stato di agitazioneIl personale della Rsa "Regina Elena" di Carrara, unica struttura residenziale pubblica del Comune, è vicino alla proclamazione dello stato di agitazione. A denunciarlo è la Cisl Funzione pubblica, rappresentata dai delegati sindacali Gianni Marchi e Gianluca Castagnini, che parlano di una situazione ormai insostenibile per i lavoratori.
Come riporta La Nazione, la struttura che accoglie anziane, anziani e pazienti con patologie complesse sta registrando gravi criticità nella gestione del personale. Dopo un'assemblea tenutasi lo scorso settembre, i lavoratori iscritti alla Cisl Fp hanno messo per iscritto una piattaforma rivendicativa che riassume in tredici punti le principali criticità riscontrate all'interno della casa di riposo.
Secondo quanto denunciato dai due delegati sindacali, i nodi emersi al tavolo fotografano pesanti limiti organizzativi che si sommano a quelle che vengono definite costanti e inaccettabili violazioni dei diritti minimi garantiti dal contratto di lavoro. Il servizio, sostiene il sindacato, regge solo grazie al sacrificio quotidiano delle operatrici socio-sanitarie e di tutto il personale impiegato nella struttura, chiamato a fronteggiare una crescente complessità delle patologie degli ospiti senza un adeguato supporto organizzativo.
La richiesta formale degli iscritti è stata immediatamente recepita dal sindacato e dal segretario Enzo Mastorci, che ha chiesto con urgenza un incontro congiunto con la direzione aziendale della Rsa e con l'assessore alle Partecipate del Comune di Carrara, Carlo Orlandi. A oggi, però, nonostante le continue e pressanti sollecitazioni, da Palazzo civico e dai vertici della struttura è arrivato solo silenzio.
Di fronte a questo atteggiamento attendista, la Cisl Fp ha deciso di alzare il livello della protesta chiedendo l'intervento diretto e immediato della sindaca di Carrara, Serena Arrighi, ritenendo che la prima cittadina non possa più restare a guardare la gestione dell'unica Rsa pubblica della città. Il sindacato avverte che, in assenza di risposte concrete e di chiarimenti tempestivi, sarà costretto a organizzare forme di protesta più incisive, fino alla formale apertura dello stato di agitazione dell'intero personale della struttura.
ITALIA. Rsa di Mediglia, schiaffi e abusi sessuali su 4 anziane: 3 Oss indagatiTre operatori sociosanitari della Rsa Residenza Borromea di Mombretto di Mediglia, in provincia di Milano, sono stati interdetti dalla professione dopo un'indagine dei Carabinieri del Nas che li accusa di maltrattamenti e, per i due uomini coinvolti, anche di violenza sessuale su quattro anziane ospiti della struttura.
Come riporta MilanoToday, l'indagine è stata condotta dal Nucleo Antisofisticazioni e Sanità di Milano e coordinata dalla Procura di Lodi. Il provvedimento cautelare, firmato dal gip su richiesta del pubblico ministero, dispone l'interdizione dalla professione su tutto il territorio nazionale per tre dipendenti della struttura: due uomini e una donna. Una quarta operatrice risulta indagata a piede libero per minacce aggravate.
Le quattro vittime sono anziane non autosufficienti, affette da varie patologie, affidate al personale della Rsa per ragioni di cura e assistenza. Secondo la ricostruzione degli investigatori, le indagini condotte anche con l'ausilio di intercettazioni audio e video avrebbero documentato un quadro sistematico e reiterato di violenze, verificatesi soprattutto durante le quotidiane manovre di igiene, vestizione e allettamento delle degenti. Le donne sarebbero state afferrate per i capelli e colpite con schiaffi al volto e alla testa, in più occasioni, mentre venivano accompagnate a letto o aiutate a vestirsi. A questi episodi si sarebbero aggiunti insulti, derisioni e frasi intimidatorie rivolte alle anziane durante l'assistenza quotidiana.
Il quadro accusatorio si aggrava ulteriormente per i due operatori uomini, ai quali viene contestato anche il reato di violenza sessuale. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, i due avrebbero approfittato dello stato di estrema vulnerabilità delle vittime e della propria posizione di autorità all'interno della struttura per compiere percosse e palpeggiamenti nelle parti intime delle anziane proprio durante le operazioni di igiene personale.
I tre indagati dovranno rispondere a vario titolo di maltrattamenti e violenza sessuale davanti al gip di Lodi, che su richiesta della procuratrice ha disposto l'interdizione cautelare dalla professione in attesa dell'interrogatorio di garanzia. Nei confronti della quarta operatrice, indagata per minacce aggravate, non sono state al momento disposte misure restrittive.
Sulla vicenda è intervenuto il sindaco di Mediglia, Gianni Fabiano, che ha visitato la struttura, ospitante circa 150 anziani, definendo quanto accaduto "un fulmine a ciel sereno". Il primo cittadino ha precisato che la Rsa risulta parte lesa nel procedimento e starebbe collaborando con gli inquirenti per accertare le responsabilità individuali del personale coinvolto.
ITALIA. Avetrana, Rsa abusiva in un appartamento: anziani maltrattati, tre arrestiI carabinieri del Nas di Taranto hanno scoperto una residenza per anziani completamente abusiva, allestita in un appartamento di Avetrana privo di qualsiasi autorizzazione e delle condizioni igienico-sanitarie necessarie per ospitare persone fragili. L'inchiesta, denominata "Vetus" e coordinata dal pubblico ministero Marzia Castiglia, ha portato il gip del Tribunale di Taranto, Alessandra Romano, a disporre gli arresti domiciliari per tre persone.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, gli ospiti della struttura erano tutte persone vulnerabili, affette da gravi patologie fisiche e psichiche certificate, e venivano lasciati senza alcuna assistenza medica e infermieristica. Gli atti dell'inchiesta descrivono un regime di vita definito "penoso e degradante", fatto di offese, ingiurie, percosse, privazioni del sonno e lunghi periodi di abbandono e trascuratezza. Alcuni anziani ancora in grado di camminare sarebbero stati costretti dagli operatori a restare a letto per l'intera giornata, fino al punto di dover soddisfare lì i propri bisogni fisiologici.
Le riprese raccolte dai militari avrebbero documentato anche stanze sovraffollate, con più letti sanitari sistemati in spazi ristretti. Tra gli episodi contestati figura anche un'assenza ingiustificata degli operatori, allontanatisi per partecipare a un matrimonio dopo aver chiesto ai familiari degli ospiti di raggiungere l'appartamento per sorvegliarli al loro posto.
Ai domiciliari sono finiti due operatori socio-sanitari, un uomo di Manduria e un altro più giovane di origine straniera residente nello stesso comune, accusati di maltrattamenti e abbandono di persone incapaci. Agli arresti è finita anche una donna di 61 anni di Avetrana, indicata come amministratrice di fatto della struttura, accusata di appropriazione indebita per aver sottratto circa 40mila euro a uno degli anziani ospitati, utilizzando e falsificando i suoi strumenti di pagamento elettronici. Una quarta persona risulta indagata a piede libero per ricettazione, poiché parte del denaro sottratto sarebbe stata trasferita nelle sue mani.
Il gip ha disposto il sequestro dell'intero appartamento utilizzato come struttura e di tutto il materiale sanitario presente, oltre a un sequestro per equivalente fino a 40mila euro a carico della donna accusata di appropriazione indebita. Al termine delle operazioni, tutti gli anziani ospitati sono stati trasferiti in strutture socio-assistenziali idonee e autorizzate.

Due terzi dei consumatori di cannabis affermano che il suo utilizzo li ha aiutati a moderare o addirittura eliminare il consumo di alcol. È quanto emerge da un sondaggio condotto dalla piattaforma di telemedicina NuggMD, riportato per primo dal sito specializzato Marijuana Moment e ripreso da NORML, l'organizzazione statunitense che si batte per la riforma delle leggi sulla marijuana.
Tra gli intervistati, il 31,5% ha dichiarato di aver «completamente sostituito l'alcol con la cannabis». Un ulteriore 34% ha riferito di aver ridotto «notevolmente» o «in parte» il proprio consumo di alcolici sostituendoli, almeno in parte, con la cannabis. Solo il 10% del campione ha affermato che l'uso di marijuana non ha avuto alcuna influenza sulle proprie abitudini legate all'alcol. Il sondaggio di NuggMD ha un margine di errore di +/- 3,09 punti percentuali.
Secondo NORML, questi risultati sono coerenti con altri dati raccolti in passato. Uno studio del 2024 pubblicato sulla rivista Harm Reduction Journal aveva già rilevato che il 60% dei consumatori di cannabis riferisce un consumo di alcol meno frequente grazie al suo utilizzo. Dati pubblicati separatamente sull'American Journal of Preventive Medicine indicano inoltre che gli adulti che vivono in prossimità di rivenditori di cannabis autorizzati hanno una minore probabilità di praticare il cosiddetto binge drinking, ovvero le abbuffate alcoliche.
Anche gli studi condotti in laboratorio confermano questa tendenza: i consumatori tendono a bere meno alcol nei giorni in cui fanno uso di cannabis. I dati raccolti nelle giurisdizioni dove il mercato della cannabis è regolamentato mostrano tipicamente un calo delle vendite di alcolici successivo alla legalizzazione. In particolare, uno studio pubblicato lo scorso anno sulla rivista Addiction ha individuato un calo stabile nelle abitudini di consumo settimanale di alcol tra i californiani, così come nella frequenza con cui si verificano episodi di consumo pesante, in seguito alla legalizzazione della cannabis nello Stato. Un effetto simile è stato osservato anche in Canada dopo l'introduzione della vendita di cannabis per uso adulto.
USA. Cannabis per smettere di fumare: quasi come i farmaci da ricetta
Un nuovo studio condotto da ricercatori legati al Dipartimento degli Affari dei Veterani degli Stati Uniti (VA) mostra che la marijuana è diventata uno strumento popolare per chi cerca di smettere di fumare sigarette, al punto da rivaleggiare con i farmaci da prescrizione pensati appositamente per la disassuefazione dal fumo. Come riporta Marijuana Moment, la ricerca è stata pubblicata sul Journal of General Internal Medicine e si basa su un sondaggio condotto su 2.804 adulti statunitensi che fumano sigarette, usano sigarette elettroniche a base di nicotina o entrambe le cose.
Tra le persone che stavano tentando di smettere di fumare sigarette, il 9% ha dichiarato di usare cannabis come supporto alla disassuefazione, una percentuale quasi identica al 9,4% di chi invece ricorreva a farmaci su prescrizione. Gli autori dello studio sottolineano che la maggior parte di questo uso di cannabis riguardava prodotti contenenti THC, il principale componente psicoattivo della pianta.
Il quadro cambia, ma non di molto, quando si guarda a chi cercava di smettere di vapare nicotina: in questo caso l'uso di cannabis, sempre principalmente a base di THC, è risultato la terza strategia più diffusa, preceduta solo dallo smettere "di colpo" e dal passaggio ad altri prodotti ricreativi contenenti nicotina. In entrambi i gruppi di fumatori ed ex vaper, la cannabis si è rivelata più popolare degli interventi di supporto psicologico-comportamentale; per chi tentava di smettere di vapare, ha persino superato in diffusione sia la terapia sostitutiva della nicotina da banco sia i farmaci su prescrizione.
A condurre lo studio sono stati ricercatori del San Francisco VA Health Care System, dell'Università della California e della New York University, che hanno sintetizzato così i risultati: il THC si conferma un supporto diffuso alla disassuefazione dal tabacco, con un uso che supera quello degli interventi la cui efficacia è scientificamente documentata.
Il dato più delicato emerso dalla ricerca riguarda però gli effetti collaterali. Chi ha utilizzato THC per smettere di fumare sigarette ha riferito sintomi di astinenza più marcati rispetto a chi non lo ha fatto, tra cui nervosismo, pensieri ricorrenti legati al cibo, disturbi del sonno, irrequietezza e difficoltà di concentrazione. Tra chi ha usato cannabis per smettere di vapare nicotina, il sintomo più segnalato è stata la difficoltà di concentrazione.
Questi risultati si inseriscono in un contesto più ampio in cui, secondo i dati raccolti da Gallup e dal National Survey on Drug Use and Health (NSDUH), l'uso di marijuana negli Stati Uniti ha ormai superato in diffusione il fumo tradizionale di sigarette. Nello stesso filone di ricerca si collocano anche studi recenti che indicano come le bevande a base di THC possano contribuire a ridurre il consumo di alcol, e un'indagine pubblicata di recente secondo cui la psilocibina si è dimostrata più efficace dei cerotti alla nicotina nell'aiutare le persone a smettere di fumare.
PAKISTAN. Carceri al 160% della capacità: tre detenuti su quattro in attesa di giudizio
Le carceri pachistane ospitano oggi 110.513 detenuti, il 50,1% in più rispetto al 2019, contro una capacità ufficiale di circa 68.832 posti: un sovraffollamento che porta il sistema penitenziario a operare al 160,6% della sua capienza. È quanto emerge dal Pakistan Prison Data Report 2026, pubblicato da Justice Project Pakistan (JPP) e dalla National Commission for Human Rights (NCHR), con il sostegno dell'Unione Europea.
Il dato più allarmante riguarda la detenzione in attesa di giudizio: secondo quanto riporta il servizio diplomatico dell'Unione Europea, tre persone su quattro recluse nelle carceri pachistane, cioè 82.988 individui pari al 75,09% della popolazione carceraria totale, non hanno ancora ricevuto una sentenza definitiva. Questo gruppo da solo supera di 14.156 unità l'intera capacità autorizzata del sistema penitenziario nazionale.
Il rapporto, giunto alla sua seconda edizione e definito l'unica raccolta nazionale annuale di dati sulle carceri in Pakistan, analizza le cause strutturali di questa crescita: le pratiche di arresto e fermo, l'accesso alla libertà su cauzione, i ritardi nei processi, la criminalizzazione di determinati reati e lo scarso ricorso ad alternative alla detenzione. Tra il 2009 e il 2018 la popolazione carceraria era rimasta sostanzialmente stabile, oscillando tra 74.000 e 84.000 persone; dal 2019 la tendenza si è invece invertita bruscamente, con un'impennata che ha portato alle cifre record registrate quest'anno.
Tra le cause individuate dal rapporto spicca la detenzione legata ai reati sulle sostanze stupefacenti: più di 28.000 persone sono rinchiuse in base al Control of Narcotic Substances Act (CNSA), oltre un quarto dell'intera popolazione carceraria, con un aumento del 43,4% dal 2023. Come riporta Arab News, nello stesso periodo il numero di donne detenute è cresciuto di quasi il 46%.
Il rapporto evidenzia anche forti differenze tra le province pachistane. Punjab e Sindh continuano a registrare aumenti marcati e un sovraffollamento severo, mentre Khyber Pakhtunkhwa e Balochistan sono riuscite a ridurre la propria popolazione carceraria, restando entro i limiti di capienza autorizzata. Nel caso del Khyber Pakhtunkhwa, i detenuti sono scesi da 13.364 nel 2024 a 11.521 nel 2026, un calo del 13,8%; il Balochistan ha ridotto la propria popolazione carceraria del 7,3%. Gli autori del rapporto attribuiscono parte di questo risultato al maggiore ricorso a strumenti come la libertà vigilata, la libertà condizionale, la risoluzione alternativa delle controversie, i percorsi di diversione per i minori e le revisioni giudiziarie dei casi.
La direttrice esecutiva di Justice Project Pakistan, Sarah Belal, ha sottolineato che dietro ogni numero del rapporto c'è una persona, una famiglia, una vita sconvolta, e ha spiegato che l'obiettivo dello studio è fornire a chi deve decidere le politiche pubbliche gli elementi necessari per dimostrare che sono possibili approcci diversi dalla detenzione sistematica.
Il documento propone infine una serie di riforme per ridurre la detenzione non necessaria e migliorare le condizioni di vita nelle carceri, puntando su un maggiore accesso effettivo alla cauzione, sulla riduzione dei tempi processuali e su un uso più ampio delle misure alternative al carcere, soprattutto per i reati minori legati alle sostanze stupefacenti e per le categorie più vulnerabili, tra cui donne e minori.
CANADA. Nel 2025 la cannabis è stata la quinta coltura commerciale più importante
Il Canada vanta una lunga storia legata alla pianta di cannabis ed è sede di una delle comunità di consumatori di cannabis più consolidate al mondo. Il settore legale della cannabis nel Paese rappresenta il mercato nazionale più solido a livello globale. Inoltre, il Canada è il principale fornitore internazionale di cannabis legale per le importazioni da altri Paesi.
Tenendo conto di ciò, non dovrebbe sorprendere che la cannabis sia una delle colture commerciali più importanti del Canada. Il governo canadese ha recentemente pubblicato un articolo che esamina le principali colture commerciali del paese, il che mette in prospettiva quanto sia diventato grande il settore legale della cannabis a livello nazionale.
«Oggi, la foglia di tabacco ha lasciato il posto al germoglio di cannabis. Nel 2025, la cannabis è stata la quinta coltura commerciale più importante del Canada, con 3 miliardi di dollari, pari al 5,8% del totale delle entrate agricole, quasi un miliardo di dollari in più rispetto alle patate, seste in classifica». Questo è quanto riportato da Statistics Canada nell'articolo .
Il Canada è diventato il secondo Paese ad adottare una legge nazionale sulla legalizzazione della cannabis per uso ricreativo, quando i legislatori hanno approvato il cambiamento di politica pubblica nel 2018. L'unico Paese ad aver adottato una legge nazionale sulla legalizzazione della cannabis a scopo ricreativo prima del Canada era l'Uruguay. Tuttavia, mentre l'Uruguay limita la vendita legale di cannabis a scopo ricreativo ai soli residenti, il Canada consente la vendita a chiunque abbia raggiunto la maggiore età, indipendentemente dallo status di residenza.
La Germania importa più prodotti a base di cannabis terapeutica di qualsiasi altro Paese, e il Canada è il principale fornitore di tali importazioni. Nel 2025, la Germania ha importato oltre 93 tonnellate di cannabis terapeutica dal Canada. Il Paese che si è classificato al secondo posto nello stesso periodo è stato il Portogallo, con oltre 55 tonnellate. Solo nel primo trimestre del 2026, la Germania ha importato oltre 26 tonnellate di cannabis terapeutica dal Canada.
Un altro esempio dell'influenza globale del Canada nel settore della cannabis si può trovare in Australia. L'Australia è il secondo maggiore importatore di cannabis terapeutica legale. Nel 2025, l'Australia ha importato oltre 49 tonnellate di cannabis terapeutica dal Canada, sebbene si tratti di una quantità inferiore rispetto alle oltre 62 tonnellate importate nel 2024.
(ICBC.com)
USA. Quanti americani consumano cannabis
Un team di ricercatori affiliati ai National Institutes of Health statunitensi ha recentemente condotto uno studio che ha esaminato, tra le altre cose, il tasso di consumo di cannabis tra gli adulti negli Stati Uniti. I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista Addictive Behaviors .
Lo studio ha utilizzato i dati del sondaggio nazionale sulle tendenze sanitarie del 2024, che chiedeva informazioni sull'uso di cannabis nei 12 mesi precedenti. Il sondaggio chiedeva anche quale metodo di consumo fosse utilizzato dai consumatori di cannabis, come fumo, vaporizzazione, dabbing, prodotti edibili, bevande e prodotti topici. Lo studio includeva anche domande sull'uso di tabacco.
Secondo lo studio, circa il 23,1% degli adulti statunitensi ha riferito di aver fatto uso di cannabis negli ultimi 12 mesi: il 62,6% l'ha fumata, il 57,6% l'ha ingerita, il 40,1% l'ha vaporizzata, il 15,2% ha applicato lozioni e il 12,4% l'ha vaporizzata, con oltre la metà (52,7%) che ha indicato più di una via di somministrazione .
"L'uso di cannabis era più elevato tra gli adulti che al momento facevano uso di prodotti del tabacco (46,0%) rispetto a quelli che non ne facevano uso (17,4%) (p < 0,001). Tra coloro che hanno riferito di aver fatto uso di cannabis negli ultimi 12 mesi, coloro che al momento facevano uso di tabacco (rispetto a coloro che non ne facevano uso) avevano maggiori probabilità di fumare cannabis (73,4% contro 55,6%, p = 0,001), vaporizzare cannabis (52,4% contro 32,1%, p < 0,001) o utilizzare 2 o più vie di assunzione (60% contro 47,9%, p = 0,02)." hanno aggiunto i ricercatori.
Si stima che negli Stati Uniti ci siano circa 270 milioni di adulti. Se il 23,1% di questi consuma cannabis almeno una volta all'anno, si arriva a oltre 62 milioni di consumatori di cannabis. Attualmente la cannabis è legale per uso ricreativo in 24 stati degli Stati Uniti. Inoltre, la cannabis è legale per uso medico in 40 stati. A Washington, DC, la cannabis è legale sia per uso ricreativo che medico.
A titolo di contesto, l'Agenzia europea per le droghe stima che la Spagna abbia il tasso più alto di consumo di cannabis negli ultimi 12 mesi tra gli adulti dei paesi dell'UE, pari al 12,6%, seguita da Francia e Italia con il 10,8% ciascuna e dalla Germania con il 9,8%.
Il Canada, che ha adottato una legge nazionale per la legalizzazione della cannabis per uso ricreativo nel 2018, stima che il 26% degli adulti abbia consumato cannabis per scopi non medici almeno una volta negli ultimi 12 mesi.
(Johnny Green su ICBC.com del 13/10/2026)
ITALIA. Omicidi, l’Italia ai minimi europei. Un primato costruito in trent’anni, ma la criminalità organizzata ha trovato altri modi per esprimersiNon sempre le statistiche posizionano l’Italia agli ultimi posti. È il caso del tasso standardizzato di mortalità per omicidio, l’indicatore che l’Unione europea utilizza per monitorare, nell’ambito dell’Obiettivo 16 dell’Agenda 2030 dedicato a pace, giustizia e Istituzioni solide, la manifestazione più estrema dell’insicurezza personale. Nel 2023, il tasso italiano si attestava a 0,4 decessi ogni 100.000 abitanti, contro una media dell’Unione di quasi 0,7; un valore che colloca il nostro Paese insieme a Germania e Malta, nel gruppo con la minore mortalità per omicidio dell’intera Unione. La distanza diventa ancora più evidente se il confronto si sposta sui Paesi con i valori più elevati, dall’1,1 di Svezia, Estonia e Lussemburgo fino all’1,5 della Lituania e all’1,7 della Lettonia.
La standardizzazione del tasso per età fa cadere l’argomento spesso evocato, secondo cui il basso valore italiano dipende semplicemente dalla struttura demografica del Paese che, con la popolazione più anziana d’Europa avrebbe meno giovani uomini, cioè la fascia in cui si concentrano vittime e autori di omicidio.
La fotografia regionale rende il risultato ancora più evidente. Dei venti territori italiani per i quali il dato Eurostat del 2023 è disponibile, diciassette presentano un valore inferiore alla media europea (0,65), l’Abruzzo si colloca esattamente sul valore medio, mentre lo superano soltanto la Valle d’Aosta (0,68) e la Sardegna (0,86).
Questo trend è confermato anche dalle statistiche nazionali, seppur costruite con un metodo diverso[1]: secondo i dati delle Forze di polizia elaborati dall’Istat, nel 2023, il tasso grezzo di omicidi volontari era in Italia di 0,57 ogni 100.000 abitanti a fronte di una media europea di 0,91. Si tratta del valore più basso tra i 26 Paesi dell’Unione con dati disponibili, insieme alla Slovenia e preceduto soltanto da Malta.
È un primato che raramente conquista le prime pagine e che pure racconta molto del Paese, perché non è un dato acquisito, ma il punto d’arrivo di una trasformazione profonda.
Per comprendere questo risultato occorre guardare indietro, a quando l’Italia era un Paese tutt’altro che sicuro sotto questo profilo. La ricostruzione storica pubblicata dall’Istat mostra che tra il 1891 e il 1895 si contavano in media quasi 2.000 omicidi l’anno (5,9 ogni 100.000 abitanti) mentre nel periodo 2020-2024 si è scesi a poco più di 300 casi annui; meno di 0,6 ogni 100.000. Questa lunga discesa, coerente con la tendenza secolare alla riduzione della violenza interpersonale che gli storici documentano in tutta l’Europa, conobbe però un’inversione importante tra gli anni Settanta e i primi anni Novanta, quando alla violenza comune si sommarono quella politica e, soprattutto, l’escalation dei conflitti legati alla criminalità organizzata. Il culmine fu il 1991, con 1.916 omicidi, pari a 3,4 ogni 100.000 abitanti, oltre un terzo dei quali, il 37,5%, attribuibile alle organizzazioni di tipo mafioso: tra il 1985 e il 1991 gli omicidi erano cresciuti di 992 unità e 522 di questi erano stati delitti di mafia, camorra e ’ndrangheta.
Il peso della componente mafiosa emerge anche nel lungo periodo con 6.681 omicidi attribuibili alle organizzazioni criminali di tipo mafioso compiuti nel periodo 1983-2018, il 95,6% dei quali concentrato in Campania, Sicilia, Calabria e Puglia. Nel quinquennio 1988-1992 questi delitti sono arrivati a rappresentare circa un terzo di tutti gli omicidi commessi in Italia, mentre nel periodo 2013-2017 la loro quota era scesa al 9,1%. Dopo il picco la curva si è invertita con una rapidità che ha pochi precedenti: 1.461 omicidi nel 1992, 1.065 nel 1993, 746 nel 2000, fino ai 327 del 2024, con una riduzione complessiva superiore all’80%.
Le ragioni di questa inversione sono in buona parte note. La reazione dello Stato alla stagione delle stragi e alla crescente offensiva della criminalità mafiosa tra la fine degli anni Ottanta e primi anni Novanta – culminata negli attentati di Capaci e via D’Amelio – si tradusse in un profondo potenziamento degli strumenti investigativi, giudiziari e penitenziari di contrasto alla criminalità organizzata. Tra il 1991 e il 1992 furono istituite la Direzione investigativa antimafia, la Direzione nazionale antimafia e le Direzioni distrettuali antimafia; venne rafforzato il coordinamento delle indagini, disciplinata la protezione dei collaboratori di giustizia e introdotte norme più incisive sul piano patrimoniale, processuale e carcerario, fino al regime speciale previsto dall’articolo 41-bis. Questi strumenti hanno senza dubbio aumentato la capacità repressiva e investigativa dello Stato; tuttavia, la diminuzione della violenza mafiosa è stata frutto dell’interazione fra diversi elementi: l’arresto di numerosi appartenenti a vertici mafiosi e il crescente utilizzo dei collaboratori di giustizia da un lato e, dall’altro, l’indebolimento delle guerre interne alle organizzazioni criminali unitamente al progressivo mutamento delle strategie delle stesse organizzazioni, sempre meno inclini a ricorrere alla violenza eclatante quando questa comportava una risposta istituzionale particolarmente intensa. Un’analisi sulla mortalità per omicidio in Italia tra il 1980 e il 2014[2] ha rilevato un’associazione significativa tra il picco degli omicidi maschili dei primi anni Novanta e il grado di penetrazione mafiosa dei territori, osservando che, proprio nelle regioni a più alta penetrazione, i tassi si sono più che dimezzati e che gli omicidi commessi con armi da fuoco sono stati quelli diminuiti maggiormente.
L’Italia, in altre parole, non è diventata un Paese a bassa mortalità per omicidio perché sia scomparsa ogni forma di violenza, ma perché è stata drasticamente ridimensionata la componente che per decenni aveva avuto un peso eccezionale e che non si riscontrava con la stessa intensità in altri Paesi europei: quella delle faide, degli scontri tra gruppi criminali e dell’uso delle armi da fuoco nelle dinamiche della criminalità organizzata. Il fenomeno si inserisce nel più ampio crime drop che ha interessato i Paesi occidentali dagli anni Novanta, ma ciò che distingue il caso italiano è anche l’intensità del cambiamento: il tasso standardizzato medio di mortalità per omicidio è passato in Italia da 0,58 decessi ogni 100.000 abitanti nel triennio 2013-2015 a 0,40 nel 2021-2023, con una riduzione di circa il 31%; nello stesso periodo la media dell’Unione europea è scesa molto più lentamente, passando da 0,80 a 0,65 con una contrazione del 19% circa.
La geografia regionale dell’indicatore europeo riserva più di una sorpresa a chi si aspetterebbe di ritrovare il tradizionale divario tra Centro-Nord e Mezzogiorno. Nel dato standardizzato Eurostat del 2023, il valore più alto spetta alla Sardegna (0,86), seguita dalla Valle d’Aosta (0,68), dall’Abruzzo (0,65), dalla Provincia autonoma di Trento e dalla Puglia (entrambe 0,55) e dalle Marche (0,54), mentre in fondo alla graduatoria, accanto al Friuli Venezia Giulia (0,11), all’Umbria (0,19), a Bolzano (0,20) e alla Lombardia (0,25), si trovano la Campania (0,20) e la Basilicata (0,22). Calabria (0,39) e Sicilia (0,38) registrano valori inferiori a quelli di Piemonte (0,43), Emilia Romagna (0,44), Veneto (0,47), Toscana e Lazio (0,49). Calcolando, a fini puramente descrittivi, una media semplice dei valori regionali – dunque non ponderata per la popolazione – il Nord si attesta a 0,38, il Centro a 0,43 e il Mezzogiorno a 0,46; escludendo la Sardegna, il Sud continentale e la Sicilia scendono a 0,40, sostanzialmente lo stesso livello delle regioni settentrionali. È un quadro cambiato in pochi anni, giacché nel 2018 la frattura Nord-Sud era ancora chiaramente riconoscibile con 0,83 omicidi ogni 100.000 abitanti nel Mezzogiorno contro 0,43 nel Centro-Nord registrati dalle Forze dell’ordine italiane, anche se la distanza si stava già riducendo proprio per la caduta particolarmente intensa di alcune regioni meridionali. In Calabria, per esempio, il tasso di omicidio maschile era sceso dai 5,23 ogni 100.000 uomini del triennio 2010-2012 agli 1,95 del 2016-2018, con una riduzione del 62,8%, molto superiore alla media nazionale. La convergenza, in altre parole, è avvenuta soprattutto perché il Mezzogiorno è sceso di più, un dato che riflette il crollo della violenza mafiosa nei territori in cui era storicamente concentrata.
La contrazione della componente criminale nei fenomeni omicidiari, del resto, non significa che essa sia scomparsa. Nel 2024, gli omicidi attribuibili alla criminalità organizzata presentavano ancora un tasso di 0,09 ogni 100.000 abitanti nel Mezzogiorno, contro 0,01 nel Centro e nessun caso nel Nord; la Campania risultava la regione con il tasso più alto di vittime maschili, 1,74 ogni 100.000 uomini, seguita da Molise (1,39) e Sardegna (1,04) e, al Sud la quota di omicidi con autore rimasto ignoto – considerata spesso segnale della presenza di contesti criminali – raggiungeva il 19,8%, contro l’8,3% del Nord. Gli omicidi di donne seguono invece una geografia diversa con le concentrazioni più alte in Valle d’Aosta, Sardegna e Marche (dati Istat); quelli che avvengono in àmbito familiare dove si concentra la grande maggioranza delle vittime femminili, non mostrano una precisa caratterizzazione territoriale, ma producono di anno in anno picchi regionali in larga parte episodici.
Non bisogna però cadere nella tentazione di leggere il risultato italiano come una generica certificazione secondo cui l’Italia sarebbe uno dei Paesi più sicuri d’Europa. L’omicidio è la manifestazione più estrema della violenza, ma non esaurisce il concetto di sicurezza: la stessa ricostruzione storica dell’Istat ricorda che per alcune forme di criminalità predatoria, come i furti di autoveicoli e nelle abitazioni, l’Italia continua a presentare livelli relativamente elevati nel confronto europeo. È inoltre interessante accostare i dati sugli omicidi a quelli sulla percezione di insicurezza rilevati da Istat, che evidenziano l’esistenza di una relazione debole e non significativa fra i due fenomeni: spesso territori con pochi omicidi presentano livelli elevati di insicurezza percepita e viceversa. La paura della criminalità, dunque, non dipende soltanto dalla frequenza della sua manifestazione più estrema, ma anche dalla diffusione di altri reati, dal degrado urbano, dalla vulnerabilità individuale e dalla struttura dei contesti in cui si vive.
Se il primato italiano è degno di nota e in larga parte il frutto del ridimensionamento della violenza mafiosa e criminale, si tratta tuttavia di un risultato parziale: la riduzione ha riguardato soprattutto gli uomini. La serie storica Istat mostra un crollo degli omicidi maschili nel periodo 1992-2018 da 4 a 0,7 ogni 100.000, mentre per le donne il calo è stato decisamente più contenuto (da 0,6 a 0,4 ogni 100.000). In altre parole, se nei primi anni Novanta per ogni donna uccisa si contavano cinque uomini, oggi questo rapporto è sceso a circa due a uno. Sebbene le donne continuino comunque a rappresentare una componente minoritaria dei casi di omicidio, il fenomeno si distingue da quello maschile perché assume una forma specifica e ormai tristemente nota: la maggioranza degli omicidi riferiti a donne si consuma nell’ambito domestico per mano del partner o ex partner. Nel 2024, l’Istat ha stimato 106 femminicidi presunti su 116 omicidi con vittima donna, e nell’86% circa dei casi il contesto era quello familiare o affettivo. Il rischio, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non si concentra tra le giovani donne ma cresce con l’età e raggiunge il valore massimo tra le anziane di 75-84 anni, con 0,81 vittime ogni 100.000, spesso per mano di partner o familiari. È una dinamica che non riguarda solo l’Italia: a livello europeo le donne hanno una probabilità circa doppia rispetto agli uomini di essere uccise da un partner o da un familiare: 0,4 contro 0,2 ogni 100.000 nel 2023. Ma proprio perché il resto della mortalità per omicidio si è così ridotto nel nostro Paese, questa componente pesa oggi di più sul totale e il suo calo contenuto fa molto più rumore.
Va detto, per completezza, che anche il tasso di omicidi femminili colloca l’Italia tra i Paesi europei con i valori più bassi: nel 2022 con 0,42 donne uccise ogni 100.000, l’Italia era vicinissima al valore minimo tra i Paesi Ue con dati disponibili[3] (0,39 registrato in Irlanda). Il problema, dunque, non è che le donne italiane corrano un rischio più alto delle altre europee, ma che il loro rischio si sia ridotto molto meno di quello degli uomini, fino a diventare una componente centrale dei decessi per omicidio nel Paese.
È forse la distanza tra l’Italia di oggi e quella dei primi anni Novanta il dato più significativo. Il Paese, che nel 1991 visse uno dei momenti più drammatici della propria storia recente per violenza mafiosa e criminale, è oggi stabilmente collocato nella parte più favorevole delle classifiche europee della mortalità per omicidio. Le differenze regionali non sono scomparse e alcune componenti della violenza restano fortemente territorializzate, ma la loro scala è cambiata: persino nelle regioni con le maggiori fragilità economiche e sociali il tasso complessivo di mortalità per omicidio può oggi risultare molto contenuto. La mappa italiana degli omicidi non coincide più automaticamente con quella della povertà, della disoccupazione o del ritardo economico, non perché questi fattori siano irrilevanti per la violenza, ma perché negli ultimi trent’anni è cambiata la composizione stessa della violenza.
Proprio per questo il dato va letto per ciò che misura e per ciò che non può vedere. Un tasso di omicidi basso non equivale all’assenza di criminalità organizzata: le mafie si evolvono, cambiano modalità di azione e sostituiscono la violenza visibile con forme di controllo più silenziose, fondate sull’infiltrazione economica, sulla corruzione e su forme di violenza che nessun certificato di morte registra, ed è questo uno dei limiti strutturali dell’indicatore europeo scelto per misurare la pace e la giustizia.
Inoltre, il successo complessivo non deve oscurare la componente che resiste al calo, quella della violenza contro le donne nelle relazioni più strette che chiede strumenti diversi da quelli che hanno permesso di arginare la violenza mafiosa.
L’introduzione del reato di femminicidio con la legge n.181 del 2 dicembre 2025 e il nuovo articolo 577-bis del Codice penale rappresentano il riconoscimento giuridico della specificità di questa forma di violenza; i primi dati del Ministero dell’Interno sembrano positivi: nel primo semestre del 2026 le vittime femminili di omicidio e femminicidio sono state 34 contro le 54 dello stesso periodo dell’anno precedente, con un calo del 37%. È però troppo presto per leggervi un’inversione di tendenza trattandosi di dati provvisori e riferiti a un arco temporale breve; sarà il tempo a dire se – dopo aver drasticamente ridotto la violenza delle organizzazioni criminali – il Paese saprà fare altrettanto con quella che matura nelle relazioni più strette. Non basta dare un nome a un reato: il contrasto deve partire anche dalla capacità di intercettare prima i segnali di controllo, possesso, minaccia e violenza – tutti fattori che purtroppo rappresentano in larga parte un numero oscuro di difficile emersione – rafforzando prevenzione, protezione delle vittime e interventi sulle dinamiche culturali e relazionali che li alimentano.
(Eurispes)
ITALIA. Smartphone e rasoi a fine vita, se ne raccoglie solo il 17%. Il ritiro nei negozi è obbligatorio ma resta poco usatoSmartphone, auricolari, rasoi elettrici, cavi. A fine vita restano nei cassetti di casa o finiscono nel sacco dell’indifferenziato. Per i piccoli rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (Raee) il tasso di raccolta in Italia non supera il 17% dell’immesso sul mercato, secondo le stime di Erion Weee, contro un obiettivo europeo del 65%. Sul complesso dei Raee il Centro di Coordinamento Raee indica per il 2025 un tasso del 32,5%: si raccolgono 6,22 chili per abitante l’anno, ma solo 1,43 riguardano apparecchi di piccole dimensioni.
ITALIA. L’ora solare ha ancora senso?L’ora solare ha ancora senso? Questa domanda è ufficialmente entrata anche alla Camera dei deputati, che ha avviato un’indagine conoscitiva svolta dalla commissione Attività produttive sul sistema del doppio cambio dell’ora, raccogliendo pareri di esperti e associazioni. Pur concordando sulla necessità di superare il doppio cambio, rimangono dubbi tra ora legale e ora solare permanente, con valutazioni differenziate su effetti energetici, salute pubblica, sicurezza e attività economiche. Per valutare gli impatti effettivi, potrebbe arrivare una fase di sperimentazione con monitoraggio multidisciplinare per definire la soluzione più adatta al contesto italiano.
ITALIA. Dati sanitari non anonimi: il Garante multa IQVIA per 7 milioniIl Garante per la protezione dei dati personali ha sanzionato IQVIA Solutions Italy S.r.l. con una multa di 7 milioni di euro per il trattamento illecito di dati sanitari relativi a circa un milione di pazienti. Come riporta Diritto.it, la società appartiene a un gruppo multinazionale attivo nell'analisi dei dati sanitari e nella ricerca clinica.
Al centro della vicenda c'è una banca dati, denominata LPD (Longitudinal Patient Database), alimentata con informazioni raccolte presso 800 medici di medicina generale e utilizzata anche per studi commissionati da aziende farmaceutiche. Il provvedimento numero 710 del 23 settembre 2026 è scaturito da un'ispezione condotta dall'Autorità nell'aprile 2025, alla quale è stato poi riunito un secondo procedimento relativo a una violazione di dati personali che la stessa IQVIA aveva notificato.
Il nodo centrale della contestazione riguarda la natura dei dati raccolti: anno di nascita, sesso, diagnosi, sintomi, prescrizioni, esami, vaccinazioni e localizzazione dei pazienti, ciascuno associato a un codice identificativo. Secondo il Garante, questo insieme di informazioni, pur presentato dall'azienda come anonimo, permetteva in realtà di isolare i singoli pazienti e di reidentificarli con mezzi ragionevoli: si trattava quindi soltanto di pseudonimizzazione, non di vera anonimizzazione. Il codice associato a ciascun assistito ne consentiva infatti il tracciamento nel tempo.
L'Autorità ha stabilito che IQVIA debba essere considerata titolare del trattamento fin dal momento della raccolta dei dati presso i medici di famiglia, contestando anche la mancata designazione dei camici bianchi come responsabili del trattamento per questa specifica iniziativa. Sono state inoltre riscontrate carenze sulla base giuridica utilizzata per il trattamento di dati così delicati, sull'informativa fornita ai pazienti, sulla valutazione d'impatto (DPIA) che avrebbe dovuto precedere l'operazione e sulle misure di sicurezza adottate. Il Garante ha inoltre rilevato che l'azienda non aveva definito tempi di conservazione: alcuni dati risalivano fino al 2001.
Il provvedimento dispone che, entro 120 giorni, la società debba adeguare il trattamento alle prescrizioni dell'Autorità qualora intenda proseguire l'attività. In alternativa, l'anonimizzazione dei dati dovrà essere effettuata autonomamente dai medici di famiglia, secondo le garanzie indicate dal Garante, che ha anche stabilito che non sarà più IQVIA a determinare le modalità di pseudonimizzazione.
Nel fissare l'importo della sanzione, il Garante ha tenuto conto del numero elevato di pazienti coinvolti e della particolare natura sensibile dei dati trattati, ma anche di elementi attenuanti come la cessazione, a partire dal 2023, dell'invio dei dati da parte dei medici e la collaborazione prestata dall'azienda nel corso dell'istruttoria. Dopo la decisione è arrivata la replica di IQVIA Italia, che ha preso atto del provvedimento riservandosi il diritto di presentare ricorso e precisando che il database in questione non viene utilizzato nello svolgimento dei servizi di ricerca clinica per gli sponsor.
ITALIA. Cpr, Cassazione annulla la sospensione di tre dottoresse di RavennaLa Corte di Cassazione ha annullato le misure cautelari interdittive che avevano sospeso dall'esercizio della professione, per dieci mesi, tre dottoresse di guardia medica indagate dalla Procura di Ravenna. Le mediche erano finite sotto inchiesta per aver rilasciato certificati che dichiaravano persone migranti non idonee al trattenimento nei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Come riporta il manifesto, la decisione rappresenta un primo punto a favore delle professioniste coinvolte nella vicenda giudiziaria.
Le tre dottoresse fanno parte di un gruppo più ampio di sanitari coinvolti nell'inchiesta: in totale sono almeno nove i medici formalmente indagati, otto dei quali in servizio nel reparto di Malattie infettive dell'ospedale Santa Maria delle Croci di Ravenna, accusati di falso ideologico continuato e interruzione di pubblico servizio. A questi si è aggiunto l'infettivologo Nicola Cocco, esponente della Società italiana di medicina delle migrazioni, per il quale si ipotizza anche il reato di associazione a delinquere. Oltre alle tre sanitarie colpite dalla sospensione, ad altri cinque medici era stato inibito il potere di firma sui certificati di inidoneità ai Cpr. L'inchiesta, nata a Ravenna, si è poi estesa coinvolgendo più di venti medici in tutta Italia, colpiti lo scorso 16 settembre da perquisizioni in nove città diverse.
I giudici della Suprema Corte si sono pronunciati accogliendo i ricorsi presentati dai legali della difesa, gli avvocati Salvatore Tesoriero e Francesca Cancellaro. Ora gli atti torneranno al Tribunale del Riesame di Bologna, che dovrà esprimersi nuovamente sulla vicenda. Le dottoresse restano comunque indagate nel procedimento principale: la pronuncia della Cassazione riguarda esclusivamente la fase cautelare e non chiude il capitolo delle responsabilità penali contestate dalla Procura di Ravenna.
Gli avvocati della difesa hanno commentato con soddisfazione la decisione, sostenendo che l'annullamento disposto dalla Suprema Corte restituisce alle dottoresse la dignità personale e professionale duramente messa in discussione dall'inchiesta ravennate. I legali hanno inoltre spiegato di aver sostenuto, nel ricorso, che l'operato delle assistite rispondesse ai doveri di cura e di tutela della salute di ogni persona previsti dalla Costituzione, dalle fonti sovranazionali e dalla deontologia medica.
Anche la Funzione Pubblica della Cgil nazionale ha accolto con favore la decisione, definendola un provvedimento importante che sottolinea la necessità di difendere sempre la dignità professionale e personale di chi lavora per tutelare la salute di tutti. Il sindacato ha ribadito che la libertà e l'indipendenza dell'atto medico devono essere sempre garantite, perché la cura e la tutela della salute sono diritti universali sanciti dall'articolo 32 della Costituzione e non possono diventare un reato, condannando quella che definisce una strumentalizzazione politica della vicenda.
L'inchiesta della Procura di Ravenna, coordinata dalla pm Angela Scorza, riguarda le visite effettuate tra settembre 2024 e gennaio 2026 su persone migranti prima di un eventuale trasferimento nei Cpr: su 64 persone esaminate, 34 erano state giudicate non idonee al trattenimento. Secondo gli inquirenti, alcuni certificati sarebbero stati falsificati proprio per impedire il trattenimento delle persone migranti nei centri.
ITALIA. Dipendenze, medici di famiglia e SerD insieme per intercettarle primaFumo, alcol e dipendenze comportamentali come il gioco d'azzardo richiedono una collaborazione più stretta tra i medici di medicina generale e i Servizi per le Dipendenze (SerD), per riuscire a riconoscere precocemente i segnali di rischio e accompagnare le persone verso un percorso di cura. È quanto emerso al XV Congresso nazionale della Federazione italiana degli operatori dei Dipartimenti e dei Servizi delle Dipendenze (FeDerSerD), svoltosi a Napoli dal 14 al 16 ottobre.
Come riporta Quotidiano Sanità, il presidente della Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie (SIMG), Alessandro Rossi, e la presidente di FeDerSerD, Roberta Balestra, hanno indicato questa sinergia come la strada da percorrere per costruire percorsi condivisi di prevenzione e presa in carico dei pazienti con problemi di dipendenza.
Il medico di famiglia, grazie alla conoscenza diretta della storia clinica e personale dei propri assistiti, può rappresentare il primo riferimento per riconoscere i segnali di una possibile dipendenza e favorire un intervento tempestivo. Rossi ha sottolineato in particolare il ruolo del medico di base nel contrasto al tabagismo, spiegando che per condizioni come il fumo è possibile intervenire direttamente con brevi attività di sensibilizzazione e counseling per favorire la cessazione, sfruttando la conoscenza del paziente e del suo percorso di cambiamento. Per quanto riguarda l'alcol, l'attenzione deve concentrarsi anche sulle nuove modalità di consumo diffuse soprattutto tra i giovani, compresi gli episodi di binge drinking, il consumo compulsivo di grandi quantità di alcolici in un breve lasso di tempo. In questo contesto, il teleconsulto con i SerD viene proposto come strumento utile per facilitare lo scambio tra medicina generale e servizi specialistici.
Non mancano però gli ostacoli da superare. Il sovraccarico di lavoro dei medici di base, aggravato dall'invecchiamento della popolazione e dall'aumento delle patologie croniche, rende difficile dedicare tempo e attenzione a una diagnosi precoce delle dipendenze. A questo si aggiunge un indebolimento generale dell'assistenza territoriale e un'attuazione ancora disomogenea delle Case della comunità, che in molti territori risultano meno operative di quanto previsto dai programmi della riforma. Le Case della comunità, se davvero diventassero luoghi di reale integrazione multiprofessionale, potrebbero invece rappresentare un contributo importante per rafforzare il collegamento tra medici di famiglia e strutture specialistiche.
Dal canto suo, Roberta Balestra ha ribadito che le dipendenze richiedono risposte integrate e multidisciplinari, che non possono limitarsi all'intervento di un singolo professionista o servizio. La presidente di FeDerSerD ha auspicato percorsi condivisi che accompagnino il paziente dalla fase di prevenzione fino al monitoraggio nel tempo, insieme a programmi formativi congiunti tra le due società scientifiche coinvolte. Un ruolo importante, secondo Balestra, può essere giocato anche dalla tecnologia, che se utilizzata correttamente potrebbe semplificare la collaborazione tra medicina generale e SerD, contribuendo a ridurre lo stigma sociale legato alle dipendenze e a far emergere quella quota di bisogno che oggi resta sommersa, senza mai arrivare ai servizi competenti.
ITALIA. Obesità: colpisce il 43% degli adulti e il 29% dei bambiniIn Italia quasi un adulto su due convive con un peso superiore a quello raccomandato per la salute, e la situazione non migliora tra i più piccoli. Come riporta Quotidiano Sanità, i dati della sorveglianza PASSI dell'Istituto Superiore di Sanità relativi al biennio 2024-2025 mostrano che il 43% degli adulti italiani è in eccesso ponderale: il 32% è in sovrappeso e oltre il 10% convive con una forma di obesità.
Il fenomeno cresce con l'età - un dato rilevante se si considera che l'Italia ha l'età media più alta d'Europa - e colpisce maggiormente le persone con un livello di istruzione più basso o in condizioni economiche più fragili. Al Sud la situazione è più critica, e la Campania rappresenta un caso limite: oltre la metà della popolazione adulta della regione è in sovrappeso o vive con obesità. Nonostante questo quadro, meno della metà delle persone intervistate ha ricevuto indicazioni sanitarie sul controllo del peso da parte di un operatore sanitario, elemento che secondo i ricercatori dell'ISS aumenta significativamente la probabilità di adottare comportamenti più salutari.
Non va meglio tra i bambini. Secondo i dati della sorveglianza OKkio alla Salute, il 19% dei bambini italiani è in sovrappeso e il 9,8% vive con obesità, di cui il 2,6% in forma grave: complessivamente circa il 29% dei più piccoli si trova in una condizione di eccesso ponderale.
I numeri sono stati presentati in esclusiva al Congresso nazionale della Società Italiana dell'Obesità (SIO) WiP 2026, in corso a Palermo. Nell'ambito dello stesso congresso è stato illustrato anche uno studio coordinato da Emanuele Miraglia del Giudice, ordinario di Pediatria, condotto su 79 geni collegati al controllo del peso corporeo: in oltre la metà dei giovani pazienti analizzati sono emerse varianti genetiche rare, e nel 20% dei casi erano presenti più alterazioni combinate, le cosiddette forme "oligogeniche". Si tratta di un risultato che, secondo i ricercatori, apre la strada a una comprensione più approfondita della malattia e, in prospettiva, a percorsi diagnostici e terapeutici personalizzati.
Il presidente della SIO, Silvio Buscemi, professore di Nutrizione Clinica all'Università di Palermo, ha sottolineato che dopo l'approvazione della Legge 149/2025, che ha riconosciuto l'obesità come malattia cronica, progressiva e recidivante, è necessario passare dal riconoscimento legislativo a una presa in carico concreta dei pazienti attraverso percorsi di cura effettivamente accessibili. Al dibattito ha partecipato anche l'onorevole Roberto Pella, promotore della legge, che ha confermato l'intenzione di darle piena attuazione.
Tra le priorità indicate dalla società scientifica figurano l'avvio operativo dell'Osservatorio per lo Studio dell'Obesità, istituito lo scorso luglio, e la creazione di un Registro Nazionale dedicato. Un altro nodo aperto riguarda la rimborsabilità dei farmaci della classe GLP-1/GIP per le persone che convivono con l'obesità ma non sono diabetiche: trattamenti che oggi restano a carico dei pazienti, con un costo che ne limita l'accesso a una parte consistente della popolazione che ne avrebbe bisogno.
ITALIA. Rsa nel Milanese, anziane picchiate: interdetti tre operatoriSchiaffi, insulti, derisioni e minacce durante le operazioni quotidiane di igiene e vestizione: è il quadro emerso da un'indagine dei carabinieri del Nas di Milano, coordinata dalla Procura di Lodi, che ha portato all'interdizione dalla professione di tre operatori socio-sanitari di una residenza sanitaria assistenziale nel Milanese. Come riporta Qui Salute Magazine, le vittime sarebbero quattro donne anziane ospiti della struttura, affidate al personale proprio per ricevere cure e assistenza.
Secondo la ricostruzione degli investigatori, le condotte contestate si sarebbero verificate durante le manovre quotidiane di allettamento, igiene personale e vestizione. Le anziane sarebbero state afferrate per i capelli e colpite con schiaffi al volto e alla testa, oltre a essere sottoposte a insulti e intimidazioni. Ai due operatori uomini coinvolti nell'inchiesta - su tre complessivi, due uomini e una donna - viene contestata anche la violenza sessuale, per presunti abusi commessi durante le operazioni di pulizia personale. Una quarta operatrice risulta indagata per minacce aggravate. Le indagini si sono avvalse di intercettazioni audio e video all'interno della struttura. Il provvedimento di interdizione vieta ai tre operatori di esercitare la professione in qualsiasi struttura sanitaria o socio-assistenziale, pubblica o privata, su tutto il territorio nazionale. Si tratta, va ricordato, di accuse ancora da accertare nelle sedi giudiziarie competenti.
La vicenda riaccende l'attenzione sulla tutela delle persone non autosufficienti ospitate nelle strutture residenziali italiane. Secondo gli ultimi dati Istat disponibili, riferiti al 1° gennaio 2024, in Italia risultano attivi 12.987 presidi residenziali socio-assistenziali e socio-sanitari, con circa 425.780 posti letto e 385.871 ospiti effettivi, in crescita del 6% rispetto all'anno precedente. Il 75% di chi vive in queste strutture ha più di 65 anni.
Sul fenomeno degli abusi agli anziani nelle strutture di lungodegenza esistono stime internazionali che destano preoccupazione. L'Organizzazione Mondiale della Sanità calcola che un ultrasessantenne su sei subisca ogni anno qualche forma di abuso. Una revisione di diversi studi scientifici, inoltre, ha rilevato che il 64,2% degli operatori impiegati in strutture di assistenza a lungo termine ammetteva di aver commesso almeno un comportamento riconducibile a maltrattamento nei confronti degli ospiti.
Anche i controlli condotti sul territorio italiano confermano la diffusione del problema: nel febbraio 2024 il Ministero della Salute aveva reso noto l'esito di verifiche condotte su oltre 600 strutture residenziali, nelle quali erano state riscontrate irregolarità nel 32% dei casi, pari a 191 strutture su 600 ispezionate.
ITALIA. Deblistering in farmacia: via libera alle dosi di farmaci personalizzateÈ stato pubblicato il 14 ottobre 2026 in Gazzetta Ufficiale il decreto dell'11 settembre 2026 del ministero della Salute che approva le Linee di indirizzo nazionali per il cosiddetto "deblistering", il servizio che permette al farmacista di sconfezionare e riconfezionare i medicinali in dosi personalizzate. Il provvedimento, firmato dal sottosegretario Marcello Gemmato, è stato registrato dalla Corte dei conti il 28 settembre 2026.
Come riporta Quotidiano Sanità, il servizio consente di predisporre confezionamenti su misura partendo da farmaci già acquistati dal paziente, con l'obiettivo dichiarato di facilitare la corretta assunzione della terapia e migliorare l'aderenza terapeutica, soprattutto tra i pazienti cronici e fragili. L'attività sarà svolta su richiesta del paziente stesso, in collaborazione con i medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta.
Il deblistering riguarda esclusivamente le formulazioni solide orali già dispensate dalla stessa farmacia che prende in carico il paziente: non si tratta quindi di un servizio industriale, ma di un'attività professionale legata al rapporto diretto tra farmacista, paziente e medico prescrittore. Restano escluse le forme farmaceutiche solide fisicamente instabili e i farmaci antineoplastici, per i quali il rischio legato alla manipolazione fuori dalla confezione originale è considerato troppo elevato.
Per i medicinali stupefacenti il decreto prevede un regime specifico: la personalizzazione della terapia si configura come attività aggiuntiva rispetto alla gestione ordinaria e non modifica gli obblighi normativi già vigenti. Le disposizioni si applicano ai farmaci delle sezioni B e C, soggetti a registrazione nel registro di entrata e uscita, e delle sezioni D ed E della Tabella dei medicinali prevista dal Dpr 309/1990, mentre restano esclusi i farmaci della sezione A.
Le Linee di indirizzo impongono inoltre precise regole di tracciabilità e sicurezza: ogni confezionamento personalizzato dovrà essere accompagnato da un'etichettatura dettagliata e da una documentazione completa, che comprende lo schema terapeutico, il consenso al trattamento dei dati e una scheda di allestimento in cui il farmacista formalizza la propria valutazione sulla fattibilità e sulla sicurezza dell'operazione.
Le farmacie che intendono attivare il servizio dovranno comunicarne l'avvio all'autorità territoriale competente, mentre spetterà alle Regioni monitorare la diffusione del deblistering sul territorio nazionale. Gli aspetti organizzativi ed economici del servizio, quando erogato in regime convenzionale, saranno invece definiti da appositi accordi integrativi regionali, sulla base dell'accordo collettivo nazionale delle farmacie del 6 marzo 2025. Le Linee di indirizzo, si legge nel testo del decreto, costituiscono standard minimi nazionali pensati per garantire un'implementazione omogenea del servizio in tutte le Regioni, pur nel rispetto delle rispettive competenze organizzative.
GERMANIA. Cannabis legale: consumi stabili, studio
A due anni dall'entrata in vigore della legge tedesca sulla legalizzazione della cannabis (il Cannabisgesetz, CanG, in vigore dal 1° aprile 2024), una delle più ampie serie di indagini mai condotte in Germania non rileva alcun aumento misurabile nei livelli di consumo. Come riporta Hanf Magazin, lo studio è stato condotto da un gruppo di ricerca guidato dal tossicologo di Düsseldorf Daniel Kotz e dallo scienziato della salute pubblica di Amburgo Jakob Manthey, e ha analizzato i dati di 35.957 persone.
Il lavoro, pubblicato l'11 settembre 2026 sulla rivista scientifica International Journal of Drug Policy, si basa su 23 ondate di interviste condotte tra la primavera del 2022 e la primavera del 2026, coprendo quindi circa due anni prima e due anni dopo la riforma. I partecipanti avevano un'età compresa tra i 14 e i 64 anni. Su 35.957 intervistati, 2.302 persone hanno dichiarato di aver consumato cannabis nei dodici mesi precedenti l'intervista, pari al 6,4% del campione complessivo considerando tutte le ondate insieme.
I ricercatori non si sono limitati a confrontare i dati prima e dopo la riforma, ma hanno modellato l'andamento del trend nel periodo precedente alla legge, verificando poi se tale tendenza avesse subito una variazione dopo l'entrata in vigore del provvedimento. Né il consumo riferito all'anno precedente né quello quotidiano o quasi quotidiano hanno mostrato una rottura statisticamente significativa del trend dopo il 1° aprile 2024. Gli autori hanno inoltre analizzato separatamente la fascia tra i 14 e i 24 anni, senza riscontrare variazioni significative nemmeno in questo gruppo più giovane.
Il risultato va in direzione opposta rispetto ai timori sollevati da alcuni critici della riforma, secondo cui la legalizzazione parziale avrebbe potuto innescare un'impennata dei consumi, specialmente tra i più giovani. I dati raccolti da Kotz e colleghi smentiscono questa previsione, almeno nei primi due anni di applicazione della legge.
Gli stessi autori dello studio sottolineano però i limiti della ricerca: il lavoro misura esclusivamente la frequenza del consumo, senza fornire indicazioni su provenienza del prodotto, qualità, quota di mercato nero o conseguenze sulla salute degli utilizzatori. Per questo motivo i ricercatori raccomandano di proseguire il monitoraggio nel tempo, integrando ulteriori fonti di dati, prima di trarre conclusioni definitive sugli effetti complessivi della legge.
Sul fronte della ricerca medica, prosegue intanto lo studio pilota condotto dal centro per l'endometriosi della Charité di Berlino su pazienti affette da questa patologia cronica. La ricerca, pubblicata il 22 settembre 2026 sulla rivista PLOS One a firma di Janosch Kratz e della responsabile del centro Sylvia Mechsner, ha coinvolto 30 donne con endometriosi confermata, di cui 27 hanno completato il percorso di tre mesi. Tutte le partecipanti soffrivano da almeno tre mesi di dolori cronici al basso ventre che non rispondevano adeguatamente a terapia ormonale e farmaci antidolorifici.
Alle pazienti, con un'età media di circa 33 anni, sono stati somministrati estratti orali di cannabis standardizzati contenenti 12 mg/ml di THC e 14 mg/ml di CBD. Dopo tre mesi di trattamento, le partecipanti hanno riportato una riduzione significativa dell'intensità del dolore, una diminuzione del numero di giorni di dolore al mese e un minor ricorso a farmaci antidolorifici. Lo studio, pur trattandosi di una ricerca di piccole dimensioni e priva di un gruppo di controllo, fornisce dati prospettici raccolti in un ambito ospedaliero universitario tedesco.
ITALIA. Incidenti stradali: Istat, -5,3% decessi e +1,7% feriti nel 2025L'anno scorso in Italia si sono registrati in Italia 177.207 incidenti con lesioni a persone, il 2,2% in piu' rispetto ai 173.364 dell'anno precedente, che hanno causato 2.868 decessi, il 5,3% in meno rispetto ai 3.030 del 2024 e 237.822 feriti, l'1,7% in pu'. In media, rispettivamente, 485 incidenti, 7,9 morti e 652 feriti ogni giorno.
E' quanto emerge dall'aggiornamento del report Istat sul fenomeno, basato su dati Aci-Istat e diffuso oggi.
A livello provinciale, rispetto al 2019, anno scelto come riferimento per l'obiettivo 2030 (riduzione del 50% del numero di vittime e feriti gravi), 41 province su 107 hanno fatto registrare un aumento del numero dei morti sulle strade. In altre 57, invece, tale numero e' diminuito. In 9 province il numero dei morti e' rimasto stabile. In Italia, nel 2025, "la riduzione delle vittime rispetto al 2019 e' ancora contenuta e pari al 9,6%". Nel 2025, le province in cui e' stato gia' raggiunto l'obiettivo del dimezzamento delle vittime, rispetto al 2019, sono Prato, Fermo, Crotone, Vercelli, Vibo Valentia, Isernia e Siena. Le province che hanno registrato il maggior incremento percentuale, sempre rispetto al 2019 e che si allontanano dal target europeo, sono Aosta, Oristano e Barletta-Andria-Trani.
Rispetto al 2024, la diminuzione piu' significativa, in valori assoluti, del numero dei morti si e' registrata, nel 2025, nelle province di Treviso (-29), Perugia (-26) e Napoli (-20). Torino (+17), Macerata (+14), Catania (+10) sono state le province nelle quali si sono registrati gli incrementi maggiori, in valori assoluti, di decessi sulle strade. La maggior parte delle province siciliane, a partire da Palermo (+20 rispetto al 2019), fanno della Sicilia la Regione con il piu' alto aumento di morti rispetto al 2019 (+33). Le Regioni con la piu' alta diminuzione - in valori assoluti, dei decessi sono state la Puglia (-51), la Lombardia (-36) e l'Umbria (-26).
Tra le Regioni, il maggior aumento di vittime in valori assoluti e' stato registrato in Piemonte, (+27), nelle Marche (+13) e in Liguria (+8). In 12 province, l'indice di mortalita' (morti per 1000 incidenti) e' risultato piu' del doppio rispetto al valore medio nazionale (16,2). Le situazioni piu' critiche a Nuoro (52,8), Sud Sardegna (51,7) e Benevento (50,2). Prato, Fermo, Milano, Monza e Brianza, Genova, Imperia, Rimini e Varese sono le province in cui gli incidenti risultano meno gravi. L'indice di mortalita', infatti, e' inferiore a 10 morti ogni 1.000 incidenti. (AGI)
ITALIA. La povertà in Italia – Istat 2025Nel 2025 povertà assoluta e relativa stabili rispetto al 2024
Nel 2025, si stima che siano oltre 2,1 milioni le famiglie in condizione di povertà assoluta, per un totale di 5,4 milioni di individui. In termini percentuali, l’incidenza della povertà assoluta tra le famiglie è pari all’8,0%, stabile rispetto al 2024 (+8,4%), e al 9,3% tra le persone, anch’essa stabile rispetto all’anno precedente (+9,8%).
L’incidenza della povertà assoluta per le famiglie composte solamente da italiani è pari al 5,9%, sale al 26,7% tra quelle con almeno uno straniero e raggiunge il 29,4% tra le famiglie composte esclusivamente da stranieri.
Stabile anche l’incidenza della povertà relativa, che tra le famiglie si attesta al 10,8%, dal 10,9% del 2024, e tra gli individui al 14,8% (dal 14,9%). Sono oltre 2,8 milioni le famiglie in povertà relativa, per un totale di quasi 8,7 milioni di individui.
Nel 2025 si stimano poco più di 2,1 milioni di famiglie in povertà assoluta; l’incidenza, pari all’8,0% sul totale delle famiglie residenti, risulta stabile rispetto al 2024. Gli individui in povertà assoluta sono oltre 5,4 milioni, rappresentano il 9,3% del totale dei residenti, quota che risulta anch’essa stabile rispetto a quella dell’anno precedente (per le variazioni statisticamente significative si veda il Prospetto 1 della Nota metodologica).
La stabilità del fenomeno rispetto al 2024 conferma anche la più alta incidenza nel Mezzogiorno (coinvolge 813mila famiglie, il 9,6% delle residenti nella ripartizione), seguito dal Nord-ovest (568mila famiglie, 7,7%) e dal Nord-est (386mila famiglie, 7,4%); il Centro mostra, anche nel 2025, i valori più bassi (338mila famiglie, 6,3%). Tra le famiglie assolutamente povere, il 38,6% risiede nel Mezzogiorno (39,8% nel 2024), il 45,3% al Nord (44,5% nel 2024) e il restante 16,1% al Centro (15,7% nel 2024).
Anche tra gli individui i valori più elevati dell’incidenza di povertà assoluta (oltre l’11%) si osservano nel Sud e nelle Isole; seguono il Nord-ovest (8,8%) e il Centro (7,4%). L’incidenza di povertà assoluta diminuisce all’aumentare dell’età, passando dal 12,5% fra i minori (per un totale di 1 milione 136mila), al 12,1% fra i giovani di 18-34 anni (quasi 1 milione 198mila), all’8,9% per i 35-64enni e al 6,1% fra gli over 65 (oltre 891mila).
L’intensità della povertà assoluta, che misura in termini percentuali quanto la spesa mensile delle famiglie povere sia mediamente al di sotto della linea di povertà (cioè “quanto poveri sono i poveri”), si conferma stabile a livello nazionale (18,5%), nel Nord (18,2%, con valori pari al 18,5% nel Nord-ovest e 17,8% nel Nord-est) e nel Centro (18,2%), mentre nel Mezzogiorno si segnala un lieve incremento: le stime salgono al 19,0%, dal 18,5% del 2024, per effetto dell’aumento nelle Isole (dove dal 17,0% si sale al 19,0%).
Segnali di miglioramento rispetto al 2024, a livello nazionale, si osservano nei comuni più piccoli fino a 50mila abitanti (diversi dai comuni periferia area metropolitana), dove l’incidenza di povertà assoluta scende al 7,4% dall’8,9%. La povertà assoluta è invece stabile nei comuni sopra i 50mila abitanti, nei comuni periferici delle aree metropolitane, dove l’incidenza è pari all’8,9%, e nei comuni centro di area metropolitana, dove si attesta all’8,1%.
Le dinamiche sono tuttavia differenziate nelle ripartizioni: la stabilità nei comuni centro di area metropolitana è la sintesi di una flessione dell’incidenza nel Nord, dove dall’8,2% scende al 5% (nel Nord-ovest al 4,2%), e di un aumento nel Centro dove sale all’8,3% (dal 4,1% del 2024). Il miglioramento nei comuni più piccoli (non periferici delle aree metropolitane) è invece trainato dal Centro, con valori pari al 5,4% (dal 7,9% del 2024), e dal Mezzogiorno, dove l’incidenza raggiunge l’8,2% (dall’11,0% del 2024).
L’incidenza di povertà assoluta si conferma più alta tra le famiglie con un elevato numero di componenti: raggiunge il 19,2% tra quelle che ne hanno cinque o più e il 10,5% tra quelle con quattro, mentre scende all’8,4%, un valore comunque superiore alla media, tra le famiglie di tre componenti.
Tra le coppie con tre o più figli, quasi una su sei è in povertà assoluta (16,9%); anche per le famiglie di “altra tipologia”, dove spesso coabitano più nuclei familiari e/o sono presenti membri aggregati, l’incidenza è elevata (16,4%). Superiori alla media i valori dell’incidenza per le famiglie monogenitore tra le quali più di una su 10 (11,5%) è in povertà assoluta.
La povertà assoluta tra le famiglie con persona di riferimento (p.r.) con almeno 65 anni risulta più contenuta (6,1%) rispetto a quelle con p.r. più giovane: l’incidenza supera il 10% tra le famiglie
con p.r. entro i 34 anni e tra quelle con età compresa fra i 45 e 54 anni, si attesta all’8,7% tra le famiglie con p.r. 35-44enne (in calo rispetto al 10,6% del 2024) e scende al 7,2% tra le famiglie di 55-64enni.
L’incidenza di povertà assoluta diminuisce al crescere del titolo di studio della persona di riferimento: se quest’ultima ha conseguito almeno il diploma di scuola secondaria superiore, l’incidenza è pari al 4,4%; è oltre due volte più elevata (11,9%) se la p.r. ha al massimo la licenza di scuola media e aumenta ulteriormente, salendo al 12,3%, per le famiglie in cui la persona di riferimento ha conseguito al massimo la licenza di scuola elementare. Per queste ultime, concentrate tra le famiglie di anziani, si registra un miglioramento dei valori dell’incidenza rispetto al 2024 (quando era pari al 14,4%).
Tra le famiglie con persona di riferimento occupata, l’incidenza di povertà è pari all’8,5% nel caso la p.r. sia lavoratore dipendente, arrivando al 14,3% se la persona di riferimento è inquadrata come operaio e assimilato. Fra le famiglie con persona di riferimento lavoratore indipendente, i valori più elevati dell’incidenza (6,6%) si registrano per le famiglie inquadrate come “altro indipendente” (indipendenti che non sono imprenditori né liberi professionisti).
Infine, l’incidenza rimane su valori più elevati per le famiglie con persona di riferimento in cerca di occupazione (20,7%), mentre tra le famiglie con persona di riferimento ritirata dal lavoro risulta contenuta e pari al 5,2%.
Nel 2025, la povertà assoluta coinvolge oltre 1 milione 136mila minori (il 12,5% dei minori residenti), variando dal 10,7%, per il Centro al 15,2% del Mezzogiorno.
Rispetto al 2024, si osserva una sostanziale stabilità dell’incidenza della povertà assoluta, con segnali di miglioramento per la classe di età 7-13 anni (12,1%, dal 14,9% del 2024).
Tra le famiglie in povertà assoluta in cui sono presenti minori, oltre 656mila (11,2%), l’incidenza più elevata, pari al 19,4%, si osserva per quelle di “altra tipologia” (dove convivono più nuclei familiari e/o sono presenti membri aggregati); tra le coppie, la diffusione del fenomeno aumenta al crescere del numero di figli minori (7,8% per le coppie con un figlio minore, 10,0% per quelle con due figli minori e 17,7% se i figli minori sono almeno tre), attestandosi su valori elevati anche tra le famiglie monogenitore (11,6%).
L’intensità della povertà per le famiglie con minori, pari al 21,6%, è più elevata di quella calcolata sul totale delle famiglie (18,5%), evidenziando la diffusa condizione di disagio economico.
Anche per le famiglie con minori si conferma l’associazione tra diffusione della povertà assoluta e condizione lavorativa/posizione nella professione della persona di riferimento (p.r.): tra le famiglie di occupati, l’incidenza più elevata si rileva se il p.r. è operaio e assimilato (15,5%), seguite da quelle con p.r. inquadrato come “altro indipendente” (10,5%). Arriva al 21,1% per le famiglie con minori in cui la p.r. non è occupata e per quelle in cui la p.r. è in cerca di occupazione.
Nei comuni centro dell’area metropolitana, rispetto alle altre tipologie comunali, si registrano i valori più elevati dell’incidenza per le famiglie con minori (13,4%). Nei comuni più piccoli, fino a 50mila abitanti le stime arrivano al 9,9% e nei comuni periferia dell’area metropolitana e i comuni di oltre i 50mila abitanti sono pari al 12,3%.
Il legame tra cittadinanza e condizione socio-economica si evidenzia anche tra le famiglie con minori: tra quelle composte solamente da italiani l’incidenza si attesta al 7,8% e diventa quattro volte più elevata (31,4%) se composte unicamente da stranieri (si ferma al 27,8% nel caso della famiglia con minori in cui sia presente almeno un componente straniero). Rispetto al 2024, le famiglie con minori dove sono presenti stranieri (sia quelle costituite solamente da stranieri sia quelle in cui è presente almeno uno straniero) registrano comunque una riduzione dei valori dell’incidenza di povertà assoluta.
ITALIA. Incidenti stradali 2025, morti in calo ma aumentano incidenti e feritiNel 2025 in Italia sono stati registrati 177.207 incidenti stradali con lesioni a persone, il 2,2% in più rispetto al 2024, con 2.868 morti, in calo del 5,3%, e 237.822 feriti, in aumento dell'1,7%.
È quanto emerge dall'aggiornamento dei dati Aci-Istat sugli incidenti stradali che introduce anche un maggiore dettaglio territoriale a livello provinciale.
Rispetto al 2019, anno di riferimento per l'obiettivo europeo di dimezzare entro il 2030 il numero delle vittime e dei feriti gravi, i decessi sulle strade italiane sono diminuiti del 9,6%, passando da 3.173 a 2.868. Un calo ancora contenuto. A livello provinciale, 41 province su 107 hanno registrato un aumento dei morti rispetto al 2019, mentre in 57 il numero è diminuito e in nove è rimasto stabile. Hanno già raggiunto l'obiettivo del dimezzamento delle vittime sette province: Prato, Fermo, Crotone, Vercelli, Vibo Valentia, Isernia e Siena.
All'opposto, gli aumenti percentuali più elevati rispetto al 2019 si registrano ad Aosta, Oristano e Barletta-Andria-Trani. Nel confronto con il 2024, le diminuzioni più consistenti del numero dei morti, in valori assoluti, si sono registrate nelle province di Treviso (-29), Perugia (-26) e Napoli (-20). Gli incrementi maggiori sono stati rilevati a Torino (+17), Macerata (+14) e Catania (+10). Tra le regioni, la Sicilia registra il maggiore aumento dei decessi rispetto al 2019, con 33 vittime in più, anche per effetto dell'incremento rilevato in diverse province, a partire da Palermo (+20). Le diminuzioni più ampie si registrano invece in Puglia (-51), Lombardia (-36) e Umbria (-26). Gli aumenti maggiori riguardano Piemonte (+27), Marche (+13) e Liguria (+8).
L'indice di mortalità, calcolato in rapporto a mille incidenti, evidenzia forti differenze territoriali. In 12 province supera di oltre il doppio la media nazionale, pari a 16,2 morti ogni mille incidenti. Le situazioni più critiche sono quelle di Nuoro, con un indice di 52,8, Sud Sardegna (51,7) e Benevento (50,2). Gli incidenti risultano invece meno gravi, con meno di dieci morti ogni mille sinistri, nelle province di Prato, Fermo, Milano, Monza e Brianza, Genova, Imperia, Rimini e Varese.
Tra gli utenti vulnerabili della strada, nel 2025 sono morti 419 pedoni, il 10,9% in meno rispetto all'anno precedente, mentre i ciclisti deceduti sono stati 228, in aumento del 23,2%. Di questi, 30 viaggiavano su biciclette elettriche, con un incremento delle vittime del 50%. I morti tra conducenti e passeggeri di monopattini sono stati 25, l'8,7% in più. La provincia di Roma registra il numero più alto di pedoni morti, 48, in calo del 26,2% rispetto al 2024. Seguono Milano con 18 vittime, Torino con 16 e Napoli con 15. Roma è anche la provincia con più ciclisti deceduti, 14 contro i tre del 2024. Seguono Modena, con nove vittime, e Latina, con otto. Tra i 25 morti su monopattino, tre ciascuno sono stati registrati nelle province di Roma e Torino, due in quelle di Milano, Caltanissetta e Messina.
(Askanews)
ITALIA. Il mercato del pane. Vince quello tradizionale, avanzano le specialitàIl pane resta un alimento fondamentale sulle tavole degli italiani, ma cambiano le abitudini di acquisto e cresce la voglia di varietà. Nel retail italiano il settore vale 3,8 miliardi di euro e raggiunge l’87% delle famiglie. A trainare il mercato sono soprattutto i pani speciali e regionali, che registrano una crescita dell’11% a volume. È quanto emerge da una ricerca NIQ commissionata da Vandemoortele in occasione della Giornata Mondiale del Pane, che si celebra il 16 ottobre.
Secondo lo studio, il pane rappresenta l’82% dei volumi complessivi del bakery fresco a peso variabile venduto nella distribuzione moderna italiana, con circa 1,2 milioni di tonnellate, e il 57% del valore totale della categoria, pari a 3,8 miliardi di euro.
Dietro questi numeri c’è un mercato che continua a evolversi. Accanto al pane tradizionale, acquistato ogni giorno da milioni di famiglie, trovano sempre più spazio ricette particolari, specialità locali e prodotti con caratteristiche distintive.
Il pane standard raggiunge una penetrazione dell’81% tra le famiglie italiane, mentre quello speciale o a valore aggiunto arriva al 53%. Il prodotto tradizionale continua quindi a rappresentare la base della categoria, ma una parte importante dei consumatori affianca alla spesa quotidiana anche pani diversi, legati a ricette regionali, ingredienti particolari e tradizioni locali.
Nel complesso, il pane cresce del 6% sia a volume sia a valore rispetto all’anno precedente. Il segmento tradizionale registra un aumento del 5% a volume e del 6% a valore, mentre quello speciale cresce più rapidamente, con un +11% a volume e un +7% a valore.
Non si tratta di una sostituzione del pane tradizionale, che mantiene dimensioni e diffusione maggiori, ma di un ampliamento delle possibilità di scelta. Il banco del pane diventa così uno spazio in cui convivono l’acquisto di tutti i giorni e la ricerca di prodotti capaci di raccontare una storia, un territorio o una ricetta particolare.
In occasione della Giornata Mondiale del Pane, Vandemoortele invita a riscoprire il valore di un alimento che spesso viene dato per scontato e considerato una semplice merce da acquistare al prezzo più basso.
In Italia esistono oltre 200 ricette di pane riconosciute, a cui si aggiungono numerose altre specialità legate alle tradizioni locali. Il pane è infatti strettamente legato ai territori: cambiano le farine, le tecniche di lavorazione, i tempi di fermentazione e le ricette, anche a pochi chilometri di distanza. Un patrimonio che rende ogni prodotto diverso e che va oltre la sua funzione quotidiana.
“Parlare di pane significa parlare di un patrimonio che attraversa territori, generazioni e abitudini quotidiane”, afferma Giulia Manzoni, Sr Category & Brand Manager Bread presso Vandemoortele Italia. “Dietro ogni ricetta ci sono materie prime, tecniche, fermentazioni e competenze che rendono il pane profondamente legato alla cultura del luogo in cui nasce. Considerarlo una semplice commodity significa perderne il valore: anche il pane più quotidiano è il risultato di una storia e di un sapere che meritano di essere riconosciuti e raccontati”.
Nel settore del bakery fresco a peso variabile venduto nella distribuzione moderna, il pane standard sviluppa circa 878.000 tonnellate e un valore di 2,7 miliardi di euro. Il segmento speciale, che comprende prodotti con ingredienti dal valore percepito più alto, ricette tradizionali o caratteristiche distintive, raggiunge invece 369.000 tonnellate e un valore complessivo di circa 1,1 miliardi di euro.
La differenza conferma il ruolo centrale del pane tradizionale, ma mostra anche il potenziale delle specialità, che permettono di ampliare l’offerta e rispondere a gusti ed esigenze differenti.
Anche le forme più acquistate raccontano le preferenze dei consumatori. Tra i pani standard, le baguette raggiungono una penetrazione del 56%, seguite dai piccoli panini croccanti al 55%, dalle ciabatte al 50% e dalle pagnotte al 49%.
Nel segmento dei pani a valore aggiunto, pagnotte e piccoli panini croccanti raggiungono entrambi il 26%, mentre le baguette si attestano al 22%.
La crescita dei pani speciali non significa che gli italiani stiano abbandonando il pane più semplice. Piuttosto, dimostra che anche un alimento profondamente radicato nelle abitudini quotidiane può evolversi e offrire nuove possibilità, senza perdere la propria funzione.
Per la distribuzione moderna, la sfida consiste nel proporre un assortimento capace di tenere insieme prodotti di uso quotidiano, ricette territoriali e specialità a valore aggiunto, rendendo le diverse opzioni facilmente riconoscibili per chi fa la spesa.
“La crescita dei pani speciali non ridimensiona il ruolo del pane tradizionale, ma amplia le possibilità della categoria”, afferma Antonio Evangelista, Retail Marketing Manager di Vandemoortele Italia. “Per il retail, la sfida è trasformare questa varietà in una proposta chiara, nella quale ogni referenza risponda a una funzione precisa e sia immediatamente leggibile per lo shopper. I dati e la conoscenza della categoria ci permettono di supportare le insegne nella costruzione di assortimenti coerenti con il loro posizionamento, capaci di tenere insieme acquisto quotidiano, ricette territoriali e proposte a valore aggiunto”.
Il pane continua dunque a essere un acquisto irrinunciabile, ma sempre più spesso è anche una scelta legata al gusto, alla curiosità e alla riscoperta delle tradizioni. Con un mercato da 3,8 miliardi di euro, una presenza nell’87% delle famiglie italiane e i pani speciali in crescita a doppia cifra, la categoria dimostra di avere ancora spazio per rinnovarsi.
(FoodAffairs.it)
ITALIA. Merenda fuori casa, quasi un bambino su due mangia durante gli spostamenti tra scuola e attivitàSport, corsi di musica, danza e impegni pomeridiani cambiano anche le abitudini della merenda. In Italia, quasi un bambino o ragazzo su due tra i 6 e i 14 anni che fa merenda fuori casa durante le attività extrascolastiche mangia mentre si sposta. Tra gli alimenti più scelti ci sono merendine e crackers, apprezzati per la praticità e le porzioni già pronte. È quanto emerge da un’indagine realizzata da AstraRicerche per Unione Italiana Food, che ha coinvolto 1.000 genitori italiani per fotografare le abitudini di bambini e ragazzi durante i pomeriggi fuori casa.
Inglese, piscina, danza, catechismo e musica: quasi due bambini e ragazzi italiani su tre (64%) hanno impegni extrascolastici due o tre volte alla settimana. Quando il pomeriggio è pieno di appuntamenti, anche il momento della merenda cambia, adattandosi agli orari e agli spostamenti.
Secondo la ricerca, il 27% dei genitori dichiara che i figli fanno merenda appena fuori dalla scuola, prima di raggiungere l’attività successiva, mentre per il 49% lo spuntino viene consumato direttamente nel luogo in cui si svolge l’impegno.
C’è poi chi mangia durante il tragitto: il 37% dei bambini e ragazzi fa merenda mentre va verso l’attività e il 14% durante il viaggio di ritorno. Nel complesso, la merenda “on the go” coinvolge il 47% dei ragazzi tra i 6 e i 14 anni che fanno merenda fuori casa quando partecipano ad attività extrascolastiche.
La frequenza degli impegni incide sulle abitudini: tra chi pratica sport o frequenta corsi quattro o più volte alla settimana, il 60% fa merenda durante gli spostamenti. La percentuale scende al 37% tra chi ha un solo impegno settimanale.
Quando la merenda viene consumata in macchina, camminando o tra un appuntamento e l’altro, diventano importanti la praticità, il formato e la facilità di consumo.
In cima alle preferenze dei genitori ci sono le merendine confezionate, indicate dal 46,5% degli intervistati, praticamente alla pari con gli snack salati come i crackers, scelti dal 46,4%.
Seguono il pane o il panino preparato in casa, dolce o salato, con il 41%, e la frutta fresca, indicata dal 36%. Quest’ultima, rispetto alla merenda consumata a casa, può risultare meno pratica perché spesso deve essere sbucciata.
Completano la classifica le barrette, scelte dal 35% dei genitori, i biscotti (32%), lo yogurt (25%) e la pizza (21%).
Tra le merendine preferite per gli spuntini fuori casa, quelle farcite sono le più apprezzate. Le creme conquistano il 54% delle preferenze, seguite dalle confetture con il 51%. Quasi tre ragazzi su dieci, invece, preferiscono le merendine non farcite (28%).
Per quanto riguarda le tipologie, in cima alla classifica ci sono le crostatine, indicate dal 47,5% degli intervistati, seguite dai croissant con il 44%, dai plumcake con il 41,5% e dai muffin con il 39%.
La praticità è il requisito più importante per la merenda da consumare durante gli spostamenti: la indica l’84% dei genitori intervistati. Per il 56%, lo spuntino ideale deve inoltre garantire il giusto apporto energetico.
Contano anche la facilità di mangiare mentre si fa altro, come camminare o salire sui mezzi pubblici, indicata dal 44,5% dei genitori, e la porzionatura, citata dal 40%.
Tra le altre caratteristiche considerate importanti ci sono la digeribilità (33%), il gusto (32%), la velocità di consumo (29%) e la possibilità di evitare briciole e sporco (24%).
La merenda dei giorni in cui i bambini e i ragazzi hanno attività pomeridiane è diversa da quella degli altri giorni per quasi nove genitori su dieci (88%). La differenza più frequente riguarda la quantità: quasi sei genitori su dieci (59%) dichiarano che i figli mangiano un po’ di più.
“La gestione dello spuntino fuori casa, che avvenga fuori scuola dopo la fine delle lezioni pomeridiane o in movimento durante il tragitto verso le attività extrascolastiche, anche sportive, richiede di coniugare l’equilibrio nutrizionale, che resta il caposaldo principale, con la praticità e la facilità di consumo e di digestione”, afferma Michelangelo Giampietro, medico specialista in Scienza dell’alimentazione.
“Se quando si è a casa si può fare affidamento su tutta una serie di alimenti, tra cui anche frutta fresca, secca o essiccata e yogurt, fuori casa la praticità e la porzionatura giocano un ruolo determinante. Per questo motivo, prodotti confezionati come le merendine possono rappresentare, nell’ambito di una merenda settimanale all’insegna della varietà, un’ottima soluzione: sono già porzionate e facili da consumare, senza il rischio di sporcarsi o di deteriorarsi nello zaino. Ricordo infine l’importanza fondamentale di curare sempre con molta attenzione l’idratazione, soprattutto per chi nel pomeriggio si dedica a un’attività fisica o sportiva”.
(FoodAffairs.it)
ITALIA. Riscaldamento. Quando si accendeCon l'arrivo del freddo si avvicina anche la data di accensione dei riscaldamenti. In Italia non esiste un calendario differenziato per regioni, ma per zone climatiche comunali (in totale ne sono sei, alla A alla F), secondo quanto stabilito dal Dpr 74/2013. Questo significa che due comuni della stessa regione possono avere date diverse a seconda della latitudine e del clima. I primi ad accendere i termosifoni lo faranno il 15 ottobre e gli ultimi il primo dicembre. Si ricordi che con un'ordinanza motivata i sindaci dei singoli comuni possono anticipare o rinviare l'accensione, allungare o ridurre le ore giornaliere e perfino abbassare la temperatura massima consentita negli ambienti.
Le prime a poter accendere i riscaldamenti sono le città della zona E, che comprende gran parte del Nord e diverse aree montane del Centro e del Sud, tra cui Milano e Torino. Il riscaldamento qui può essere acceso dal 15 ottobre 2026 al 15 aprile 2027. Il decreto fissa un massimo di 14 ore al giorno, anche frazionate, comprese tra le 5 e le 23. In questo contesto l'Emilia-Romagna è una eccezione. Per la stagione 2026-2027 la Regione ha disposto il posticipo al primo novembre dell'accensione nei Comuni delle zone di Pianura Est, Pianura Ovest e dell'Agglomerato di Bologna.
Per quanto riguarda le grandi città, il decreto stabilisce che a Roma e nella maggior parte dei comuni del Lazio, che rientrano nella zona D, i riscaldamenti sono consentiti dal'1 novembre al 15 aprile per un massimo di 12 ore al giorno. A Napoli, invece, che fa parte della zona C insieme ad altre grandi città come Bari, Lecce, Caserta, Salerno, Taranto, Brindisi, Catanzaro, Cosenza, Cagliari, Oristano, Sassari, Ragusa e Imperia, l'accensione dei termosifoni è consentita dal 15 novembre fino al 31 marzo, per massimo 10 ore al giorno.
Nelle zone A e B, in cui rientrano le aree più miti del Paese, si parte con l'accensione dei termosifoni il primo dicembre. La B arriva fino al 31 marzo con 8 ore al giorno, la A, a cui appartengono ad esempio Lampedusa, Linosa e Porto Empedocle, si ferma al 15 marzo con un massimo di 6 ore. C'è poi l'ultima zona, la F, che è libera tutto l'anno, in cui non ci sono limitazioni né sul periodo e né sulle ore di accensione dal momento che di quest'area fanno parte le località più fredde, dalle Alpi ai paesi dell'Appennino.
(AdnKronos)
ITALIA. La menopausa è meno un tabù, ma molte donne continuano a minimizzare. RicercaLa menopausa è meno un tabù, ma molte donne continuano a minimizzare o nascondere i sintomi, evitando il medico. Il problema è che, come evidenzia una recente ricerca realizzata da AstraRicerche, ciò che viene percepito come normale non sempre è privo di conseguenze: vampate e disturbi del sonno, ad esempio, influenzano la vita quotidiana e il lavoro. Nuove opzioni terapeutiche come l’elinzanetant, una terapia non ormonale da poco disponibile, offrono soluzioni personalizzate. Tuttavia, la ricerca sottolinea che resta fondamentale un cambiamento culturale e un approccio di prevenzione globale per migliorare il benessere femminile.
ITALIA. Confindustria rivede al rialzo la crescita del Pil per il 2026 all’1%Il Centro Studi Confindustria ha rivisto al rialzo la crescita del Pil per il 2026 all’1%. La crescita rivista è ancora sostenuta dal Pnrr e da un contenuto aumento dei prezzi energetici. Tuttavia, il rapporto sottolinea la fragilità di questo scenario, con un rallentamento previsto nel 2027 a causa di tensioni internazionali, costi energetici elevati e impatti negativi sulle imprese, soprattutto per l’effetto combinato di prezzi dell’energia e politiche ETS sulla competitività industriale.
ITALIA. Prezzo elettricità. Verso intesa con la Commissione UeLa Commissione Europea e il governo italiano sono vicini a un’intesa che mira a contenere il prezzo dell’elettricità. Il piano prevede la neutralizzazione del ribaltamento del maggior costo del gas sul prezzo finale dell’elettricità. Nel decreto bollette, il governo italiano prevede che la tassazione europea sulle emissioni (Ets) per i produttori di elettricità con il gas venga spostata sulle bollette dei consumatori. Questa soluzione, il prezzo all’ingrosso dell’elettricità (in Italia strettamente legato al gas) si ridurrebbe più dell’aumento della tariffa in bolletta, con un risparmio effettivo per i consumatori.
ITALIA. Il nuovo Codice della Strada, in vigore dal 2028Il nuovo Codice della Strada, in vigore dal 2028, rivoluziona il sistema delle sanzioni con modifiche a 824 violazioni, di cui 124 inedite, e una drastica riduzione delle fasce di multa. Le sanzioni aumentano soprattutto per condotte pericolose come la retromarcia in autostrada o la circolazione senza assicurazione. Viene inoltre introdotto un nuovo metodo di calcolo delle multe graduale, proporzionato all’entità dell’infrazione. L’intento è «esplicitare obblighi, limiti o divieti sostanziali in molti casi già desumibili dalle regole generali», definendo così una nuova mappa delle violazioni stradali.
MONDO. Salute globale. 17 minacce catastrofiche entro il 2100. The LancetPresentata al World Health Summit 2026 di Berlino, la Commissione internazionale indica i rischi legati a cambiamento climatico, disuguaglianze economiche, obesità, conflitti e uso malevolo dell’intelligenza artificiale
Gli esperti internazionali avvertono: le decisioni prese oggi nei settori della sanità, della finanza, del clima, della difesa e della sicurezza determineranno quanti anni di vita in buona salute le future generazioni potranno guadagnare — o perdere — a causa di malattie prevenibili e morti premature entro il 2100. La salute delle prossime generazioni non sarà determinata da una singola crisi decisiva, ma da un insieme di 17 minacce catastrofiche interconnesse, che riguardano le malattie, le condizioni sociali ed economiche, i cambiamenti ambientali, la tecnologia e i conflitti. È quanto emerge da una nuova Commissione pubblicata su The Lancet e presentata al World Health Summit 2026 di Berlino. Per la prima volta, il documento offre ai decisori politici un quadro di riferimento comune per comprendere queste minacce e individuare le azioni necessarie per contrastarle.
Basandosi sulle evidenze storiche e su una nuova analisi dei rischi relativa a 204 Paesi e territori, realizzata dall’Institute for Health Metrics and Evaluation (IHME), gli autori della Lancet Commission on 21st Century Global Threats to Health hanno esaminato centinaia di potenziali minacce. Tra queste, ne hanno individuate 17 che rappresentano i maggiori pericoli per la salute e la sopravvivenza umana nel periodo compreso tra il 2025 e il 2100 e per le quali governi, finanziatori e imprese dispongono di possibilità concrete di intervento attraverso modifiche delle politiche pubbliche, decisioni di finanziamento e innovazione.
Questi rischi vanno ben oltre il settore sanitario, mettendo in pericolo la prosperità, la sicurezza e la stabilità globale. La valutazione prospettica della Commissione formula tre raccomandazioni per i leader dei settori della sanità, della finanza, della difesa, del clima e della sicurezza, e per tutti gli altri ambiti coinvolti: sviluppare sistemi sanitari pronti ad affrontare le minacce, accelerare gli investimenti nelle innovazioni più avanzate e rafforzare il monitoraggio dei rischi emergenti, per proteggere meglio le società e le economie.
Per ciascuna minaccia, la Commissione ha elaborato uno scenario plausibile migliore e uno peggiore. La differenza tra i due, misurata in anni di vita corretti per la disabilità evitabili (disability-adjusted life years, DALY), ossia gli anni di vita in buona salute persi a causa di malattie, disabilità o morte prematura che potrebbero essere evitati attraverso interventi mirati, indica ai decisori dove gli investimenti e l’innovazione possono produrre i risultati più significativi.
Una minaccia è stata classificata come catastrofica se soddisfaceva tre criteri fondamentali: la possibilità di causare la perdita di almeno un miliardo di DALY entro il 2100, la disponibilità di dati sufficienti per modellizzarne l’impatto e l’esistenza di margini concreti per intervenire attraverso politiche pubbliche.
Christopher JL Murray, co-presidente della Commissione e direttore dell’Institute for Health Metrics and Evaluation dell’Università di Washington, dichiara: «Il dato sorprendente non è soltanto la portata di queste minacce, ma il fatto che l’umanità abbia ancora la possibilità di agire. Per tutte e 17 le minacce catastrofiche, le decisioni prese oggi dai leader influenzeranno la salute e il benessere delle prossime generazioni. Rinviare gli interventi servirà soltanto a trasferire e ad aumentare i costi nel futuro».
La Commissione è co-presieduta da Murray e da Natalia Kanem, già direttrice esecutiva del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (UNFPA). Il lavoro si è avvalso delle competenze di 35 esperti e leader nei settori della salute, dell’economia, della sicurezza, della governance e della tecnologia, offrendo una prospettiva di rilevanza globale.
Se le tendenze attuali dovessero proseguire, le 17 minacce catastrofiche potrebbero complessivamente causare la perdita di decine di miliardi di anni di vita in buona salute. Sebbene l’entità dei rischi vari in base alla minaccia e alla regione geografica, nessun Paese è al riparo da conseguenze significative. All’interno di ogni Paese, inoltre, gli effetti sulla salute saranno distribuiti in modo diseguale: le popolazioni che vivono in contesti con risorse limitate e le comunità emarginate subiranno il peso maggiore, aggravato dalle disuguaglianze già esistenti.
Murray aggiunge: «Le stime evidenziano quanta perdita di salute potrebbe essere evitata in ciascuno di questi ambiti. Alcune minacce stanno già causando oggi un carico sanitario considerevole, mentre altre rappresentano un pericolo concreto nel caso in cui si materializzino. È fondamentale comprendere che tutte e 17 sono interconnesse: per questo devono essere affrontate insieme, e non separatamente».
I principali risultati:
Richard Horton, direttore di The Lancet, aggiunge: «Questa Commissione propone un cambiamento concettuale radicale nel modo in cui consideriamo le minacce future alla sopravvivenza umana. Ci invita ad ampliare lo spettro dei pericoli che l’umanità deve affrontare, passando da singoli problemi a un panorama più ampio e complesso di minacce, che richiede un quadro d’azione coordinato molto più articolato. I pericoli sono molteplici. Le nostre soluzioni devono essere all’altezza di questa realtà».
Per la maggior parte delle minacce alla salute esistono già soluzioni efficaci, consolidate o emergenti, che possono essere estese e applicate su larga scala: dai farmaci alle tecnologie sanitarie, fino alle politiche pubbliche di comprovata efficacia. Altre richiedono invece investimenti mirati e innovazione per esprimere pienamente il proprio potenziale. Per la prima volta, la Commissione mette a disposizione dei decisori un quadro comune per intervenire prima che i danni diventino strutturali, delineando un’agenda articolata in tre punti.
1. Prepararsi alle minacce. Creare e finanziare sistemi sanitari pronti ad affrontare i rischi, dotati di gruppi di lavoro dedicati alla previsione, alla prevenzione, alla preparazione e alla protezione rispetto a un’ampia gamma di scenari. Queste capacità devono essere integrate stabilmente nel finanziamento e nell’erogazione dei servizi sanitari, sostenute da risorse durature anziché da risposte occasionali alle emergenze. Devono inoltre raggiungere i contesti con meno risorse e le comunità emarginate, senza limitarsi alle popolazioni più ricche.
2. Sostenere le innovazioni decisive. Aumentare gli investimenti nell’innovazione laddove gli strumenti esistenti non siano sufficienti, favorendo lo sviluppo di nuovi vaccini, antibiotici, trattamenti contro l’obesità e tecnologie climatiche, accompagnati da adeguati sistemi di governance e da un accesso equo alle soluzioni disponibili.
3. Monitorare le minacce. Rivalutare periodicamente e in modo indipendente i rischi, affinché le evidenze scientifiche possano seguire l’evoluzione delle minacce emergenti e raggiungere i decisori non soltanto in ambito sanitario, ma anche nei settori finanziario e della sicurezza. A questo scopo, la Commissione propone la creazione del Lancet Monitor of 21st Century Global Threats to Health, un meccanismo istituzionale per monitorare i rischi emergenti.
Senza interventi tempestivi, ciascuna delle 17 minacce catastrofiche continuerà a rappresentare un rischio significativo. Molte sono inoltre interconnesse e non possono essere considerate isolatamente. Il quadro proposto dalla Commissione mira ad aiutare i decisori a individuare opportunità di collaborazione tra settori diversi, favorendo la costruzione di società più solide e resilienti di fronte alle minacce globali.
La co-presidente della Commissione, Kanem, sottolinea: «I recenti eventi globali dimostrano quanto rapidamente la stabilità possa trasformarsi in crisi e quanto sia costoso intervenire soltanto dopo che si è verificato un disastro. Le minacce globali alla salute rischiano inoltre di amplificare le disuguaglianze esistenti, facendo ricadere il peso maggiore sulle comunità più vulnerabili. Il futuro, tuttavia, non è inevitabile. La Commissione dimostra quanto sia importante ripensarlo integrando la capacità di anticipare i rischi nei processi decisionali. Governi e comunità devono agire con decisione fin da oggi per proteggere la salute e costruire un futuro più equo, pacifico e sicuro per le prossime generazioni».
Un editoriale di accompagnamento pubblicato su The Lancet precisa: «È importante chiarire che cosa sia questa Commissione e che cosa non sia. Il documento non presenta una classificazione definitiva delle minacce né delle priorità politiche. Al contrario, sottolinea che la sua analisi deve essere considerata un processo dinamico, destinato probabilmente a cambiare con l’accumularsi di nuove evidenze e nuovi dati. […] Riteniamo che questa Commissione possa stimolare iniziative internazionali, regionali e nazionali per proteggere e rafforzare il futuro della salute e dell’umanità. Per riuscirci, tutti noi dobbiamo ampliare notevolmente la nostra prospettiva su dove si concentrino le minacce più gravi».
(Panorama della sanità del 13/10/2026)
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