Martedì 9 giugno 2026
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La Cassazione ai bulli: meno grave se contro italiani

U.E. - ITALIA
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Va contestata l'aggravante dell'odio razziale a chi si permette di compiere atti di bullismo nei confronti di un immigrato. Lo si evince da una sentenza con cui la cassazione ha confermato la condanna di un 24enne per violenza privata aggravata pronunciata dalla Corte d'appello di Torino. L'imputato, secondo la ricostruzione degli inquirenti, era alla guida di una vettura con a bordo altri quattro amici, quando, visto un uomo di colore in difficolta' sulla strada (era stato investito da un'auto pirata) invece di prestargli soccorso, aveva urlato l'espressione 'schiaccio il negro', spingendo il piede sull'acceleratore e lanciando la macchina contro il malcapitato, che si era sottratto all'investimento saltando sul marciapiede. Pur modificando l'originaria imputazione di tentato omicidio, i giudici del merito avevano ritenuto che fosse sussistente il reato di violenza privata, aggravata da motivi di discriminazione razziale, come prevede la legge Mancino. Il giovane, nel suo ricorso alla Suprema Corte, aveva pero' sottolineato come la sua condotta fosse dovuta a "vanteria e non ad odio razziale", definendo l'episodio una "smargiassata". Del tutto diversa l'opinione del giudici di piazza Cavour (quinta sezione penale, sentenza n.38217) che hanno confermato la condanna: la condotta dell'imputato "era finalizzata quanto meno ad incutere timore alla persona di colore - si legge nella sentenza - e costituiva chiara manifestazione di disprezzo ed avversione nei confronti di una persona di colore, perche' l'azione era motivata esclusivamente dal fatto che si trattava di una persona appartenente ad una razza diversa". Proprio la "valutazione discriminatoria di inferiorita' della persona di colore - osserva la cassazione - rendeva legittimo, secondo il ricorrente, utilizzare quella persona come semplice oggetto di un gioco pericoloso" e proprio questi "sentimenti di disprezzo razziale, ostilita', desiderio di nuocere ad una persona di razza diversa, di convinzione di avere a che fare con persona inferiore e non titolare degli stessi diritti - sottolineano i giudici di 'Palazzaccio' - alimentano quel conflitto tra le persone che testimonia la presenza dell'odio razziale". Per questo, e' "evidente", conclude la Suprema Corte, che l'azione dell'imputato "avesse oggettivamente finalita' di discriminazione razziale e fosse idonea a fare sorgere negli amici in auto un identico sentimento di disprezzo motivato da motivi razziali".    
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